PETRUS MEDICES.

In questo mezo, Pisani mandò a Venetia uno suo cittadino, chiamato Zuan

de Lanti, per ambassador de quella comunità a la Signoria, a la qual

se volevano dar et levar San Marco, et che la Signoria li mandasse uno

Provedador et volesse adaiutarli, che non venisseno sotto Fiorentini.

Et benchè ancora Franzesi havessino el dominio di la cittadella,

_tamen_ Pisani con lor conseio governavano le cosse; et Frachasso

se trovava lì, mandato, come ho scritto di sopra, con 400 cavalli;

ma al presente le soe zente eran licentiate, et lui rimase lì quasi

come cittadin a goder certi soi beni. Et zercha questa cossa di Pisa

fo fatto molti consegli, disputatione _quid fiendum_. La qual terra

è camera de l'imperio, et molto lontana sì da mar come da terra da

darli soccorsso, et non senza gran spesa si harebbe mantenuta _unde,

pro nunc_, fo terminato non torla, per dimostrar a tutti, Venetiani

non esser cupidi di stado, ma volonterosi dil ben et pace de Italia.

Et poi ancora ne venne un altro loro orator, chiamato Silvestro del

Tignoso; et altri ambassadori pixani, se ritrovavano a Roma, solicitava

di questo Hieronimo Zorzi, cavalier, orator nostro; _tamen_ nostri non

volsse.

A dì 17 Octubrio fo fatto una cria su la piaza de San Marco et in

Rialto, che conzosiachè li savii deputadi sopra la sanitade havia

inteso a Siena, Fiorenza, esservi la peste, a ciò non imbratasseno

questa città, niun di ditte terre vi potesse, _pro nunc_, qui venire.

In questo mezo, el Re de Franza era pur anchora a Verzei, con el

Ducha de Ferrara, et stava in consultatione; et fo divulgato el Ducha

d'Orliens doveva andar versso Zenoa, poi a l'impresa di Napoli con

mons. di Lignì, et el sig. Antonio Maria de San Severino; et lì a Zenoa

el Re volleva far armar alcune nave, come più avanti scriverò. Et poi

ditto Ducha de Ferrara andoe a Zenoa a tor el dominio dil Casteletto,

et quello haver; et vi messe dentro a custodia un conte Girardo Rangon

da Modena. Et el Re licentioe li sguizari et altri pedoni, et cussì

bona parte di le sue zente ritornava in Franza, et questo per non

aspettar le neve a passar li monti. Et la Majestà sua, a dì 23 ditto,

per lettere di Hieronimo Lion, cavalier, orator nostro a Milano, se

intese partito da Turin, andò a Susa, _demum_ a Garnopoli, dove, per

lettere da Lion fo divulgato, qui si amaloe da ponta. Et, varito,

andoe di longo a Lion, dove venne la moglie et el Ducha de Borbon,

suo cugnato, et ricevenno Soa Majestà molto volentieri, et qui restoe,

ordinando un parlamento. Et el cardinal S. Piero _in Vincula_, in molta

gratia et benivolentia col Re, imo sdegnato partì, et andò in Avignona

al suo episcopato. El cardinal di Zenoa, avanti andasse el Re de là da'

monti, venne a Mantoa, et ivi è et stassi. Et Zuan Jacomo di Traulzi

rimase con zente in Aste. Et fo divulgato el Ducha de Orliens dette

Aste con tutte le jurisdition al Re, et contracambiò per un altro stado

in Franza.

A dì 22 Octubrio, havendo inteso la Signoria che 'l conte Nicola

Ursino di Petigliano, governator di le zente nostre, venne per Po in

questa terra, fo preso nel Conseio de Pregadi de darli el bucintoro

per honorarlo, et far cinque paraschelmi, _juxta_ el consueto; et fo

preparato in la caxa dil Ducha di Ferrara, vicina a la mia. Et zonto

a Chioza, da Stefano Contarini, podestà, fo _honorifice_ ricevuto, et

mandatoli contra alchuni patricii fino a Chioza per honorarlo; et per

sier Nicolò Michiel, dotor, più zovene, li fo fatta una oration latina.

El qual dicendo non intendea latino, la fece di nuovo vulgare, et

sempre sapientissima. Et in questo zorno, venuto di longo, el Principe

con la Signoria, oratori et il Senato li andoe contra fino a Santo

Antonio, et quello _benigne_ ricevete. Et era vestito di bianco tutto a

la longa, con do berette in testa, una di le qual _nunquam_ si cavava

per esser toso, et questo habito havia per el vodo fatto; _tamen_ non

era ancora varito di la piaga et ballotta have. Con lui vene uno fiul

di età circa anni 20, et do medici che 'l Ducha de Milan mandoe con lui

per medicarlo _continue_. Et smontato a ditta caxa, la Domenega poi,

fo a dì 25 ditto, andò a la audientia da la Signoria, acompagnato da

molti cavalieri et patricii nostri. Et ditto conte, volendo la Signoria

far il tutto per cavarli quella ballotta, mandoe do soi medici phisici

excellentissimi, lezeano a Padoa, zoè maistro Zuanne da l'Aquila et

maistro Hieronimo di Verona; i qualli fonno a la sua cura, _tamen_ non

poteano trovar la ditta ballotta; era _etiam_ ciroyci, _ut supra dixi_.

Et per la Signoria fo provisto di darli ducati 25 al zorno, per farsi

le spexe. Era con zercha 60 persone, et ditto conte stava in casa,

hora in letto, hora im piedi; et è huomo di grandissima auctorità et

governo, di anni zercha 52, et molto va seguendo hore astrologiche;

_unde_, havendo nostri diliberato di darli el baston et stendardo

di governador, lui volsse li fusse dato uno zorno era...., fo 19

Novembrio, come dirò di sotto.

A dì 26 ditto, nel Conseio di Pregadi, havendo richiesto per sue

lettere licentia di partir, Antonio Grimani, procurator, nostro

capetanio zeneral da mar, era a Corfù, non molto sano per la egritudine

hauta, dicendo in ogni tempo poi era preparato a servir la Republica,

per la qual havia et era disposto di poner la vita; _unde_ fo preso che

ditto capetanio venisse in questa terra a disarmar lui solo, et _tamen_

a niun di le altre galie fo concesso questo.

In questi zorni venne nuove, come Jacomo Capello, capetanio di le galie

di Barbaria a Tunis, essendo con l'altra galia a la vela, prese una

barza biscaina, di botte 400, andava in corsso con homeni 60 suso, et

uno altro navilio picolo. Li homeni fece apichar, et la barza abrusar.

El qual corssaro, nome havea Nicolò Bonfio, byscain. Et fece brusar

tutto, fuora l'artilarie et corriedi. Et ditto capetanio corsaro fuzite

con una barzetta picola, et le galie li dava lo incalzo. Et questo

intravenne a dì... dil mexe di Avosto passato.

Venne uno secretario di re Ferando, chiamato Vicentio de Laudato, di

Gaeta, con molte zoie in questa terra, per haver danari sopra. Li qual,

parte have da uno Joam Beltrame, chatelano, che za stava a Napoli,

ducati 6000 im prestedo, et 2 millia dovea haver da esso Re; sì che

venne a esser creditor di 8000 ducati. Et pur trovato altri danari,

ritornoe a Napoli dal Re, che molto li bisognava danari, per pagar le

zente teniva in campo, et in Napoli, et altrove.

A dì 31 ditto, nel Conseio di Pregadi fo preso di far uno provedador a

Monopoli, loco aquistato in Puia, con ducati 500 l'anno, netti; stagi

doi anni; meni con si uno Vincenzo, doctor, uno canzelier, al qual se

provederia di salario per la Signoria, per esser quella terra stà fatta

exente per X anni per el capetanio zeneral nostro, et tegni 4 cavalli

et 4 famegli. _Item_, habbi in ditta terra do contestabeli, con fanti

100 l'uno. Eravi _tunc_ provedador Nicolò Corner, era soracomito,

messo per el zeneral. Et cussì, a dì 3 Novembrio, nel ditto conseio per

scurtinio fo electo Alvise Loredan, era a le Cazude, nominato di sopra;

et acceptoe; _tamen_ non se partì fino a dì 22 Zener, come dirò di

sotto.

A dì 3 Novembrio, per lettere di Modon se intese, Camallì turcho,

corsaro, era zonto con tre fuste a Negroponte, et do caravelle; havea

fatto presente a quel subassì, suo amicissimo, de molti schiavi et

robbe; et quel Camallì era stato fin hora in Barbaria.

A dì 4 ditto, zonse in questa terra mons. di Arzenton, ambassador dil

Re de Franza, stato in questa terra; et vene per Po da Milan. Et fo

ordinà da la Signoria mandarli alchuni patricii contra _tamen_ pochi

vi andoe. Alozò a San Moisè, in casa di Mattio Baroni, sopra Canal

grando; et li fo fatte le spexe per la Signoria, al contrario di quello

feva el Re, et cussì ogni altro re a li nostri oratori, che non li

fanno le spese et, _mirum!_ tutti oratori de Re _etc._ Et venne con

zercha X persone. Et a dì 5 fo a la Signoria, a la qual fo acompagnato

da alcuni patricii. Et zonto a l'audientia, el Principe, _juxta_ el

solito, venuto contra a la fin dil mastabè, li disse: Monsignor, sete

venuto magro, et, _in veritate_, era la verità. _Unde_ lui rispose:

Serenissimo Principe, li fastidii di la guerra fa cussì; et _etiam_ le

bone spese mi faceva far la Vostra Signoria, quando era qui, mi faceva

far bona ciera. Et poi expose, da parte dil suo Re, come amava questa

Signoria, et volleva haver bona paxe, et _versavice_, exortava li fusse

servato la lianza promessa, et che quella non se impazasse in ajutar

Ferandino, perchè d'ogni modo l'hera deliberato esso Re di repeter,

et _iterum_ ritornar in Italia, et aquistar ditto suo Regno. Et la

Signoria volse observarli tre capitoli li era stà mandà, do di campo.

Or fo tolto rispetto di farli la risposta. Et chiamato el Conseio di

Pregadi, consultato quello si havesse a risponderli, et _tamen_ terminò

di farli questa risposta, la qual _in scriptis_ sarà qui posta, a

ciò si veda tutto ordinatamente. Et la copia di la ditta responsione

fo mandata a li colligati, a ciò vedesseno con quanta sincerità si

procedeva.

A dì 5 ditto zonse in questa terra Bernardo Contarini, nominato di

sopra, che era stato provedador sora i stratioti, et _valentissime_

si havia exercitado, come più volte di lui ho scritto; _tamen_ pocho

stette, che fo mandato al governo de stratioti, per mandarlo in Reame;

_tamen_ restoe a Ravena; et stratioti venuti in questa terra, zoè

quelli fonno licentiati, et volendo ritornar nel ditto loro paese,

quivi spese assa' danari in panni, lavor di seda, taze d'arzento et

altre cosse. Et questo è signal che di prede et botini haveano ben

guadagnato. Et in segno de bon servir, poi, a dì ditto, venuti alchuni

capi a la presentia dil Principe nostro, i qualli fonno carezati, et

per suo bon servir di Piero Busichio, da Napoli di Romania, monoculo,

ditto Principe nostro in colegio lo fece cavalier di San Marco; et fo

vestito con una casacha di panno d'intorno d'oro, et rimase di qua; et

con la sua compagnia di cavalli 200 andoe _etiam_ a Ravena.

In questo zorno, a dì 5 Novembrio, da poi disnar, da poi la matina dato

audientia, a ciò el conoscesse che la Signoria nostra era disposta

ad aiutar Italia, et _maxime_ ritornar don Ferando in pacifico stato

dil Reame, chiamato el Conseio di Pregadi, preseno di mandar a Napoli

Bernardo Contarini, era quel zorno venuto con 1000 stratioti, cerniti

de tutto el numero. _Item_, 1000 cavalli lizieri, zoè el sig. de Rimano

con la sua conduta, et el sig. de Pexaro. _Item_, 1000 provisionati;

et mandar ducati X milia a esso Re, a ciò se aiutasse in questo

bisogno. Et subito, la sera driedo fo facto queste provisione, ditto

Bernardo Contarini, _licet_ assai si havea affaticato, pur per servir

la Republica, _etiam_ havea ducati 100 al mexe, se partì, et andato

a Padoa, cavalchoe versso Ravena per andar in Reame. Et a dì X ditto,

passò per Ferrara 400 stratioti ben in ordene, gridando: Marco! Marco!

Ferraresi cridavan: Franza! Franza! Et un puto che gridò: Marco! per

Ferraresi fo batuto assai; et si pol dir: _Mala mens, malus animus

fecit hoc_. Et tre hore da poi passò ditto Provedador con altri

stratioti. Smontato, andò a visitar Zuan Francesco Pasqualigo, doctor

et cavalier, vice domino, et _demum_ a Ravenna andoe ad aspetar mandato

ducal. Et cussì dietro andò Piero Busichio con altri 250. In tutto,

a Ravena s'adunoe stratioti 300. Et ancora fo scritto a Napoli, li

mandavano questo soccorsso, al Pontifice, el qual hebbe grandissimo

piacer; et _etiam_ scrisse a Milan, pregando el Ducha volesse far

questo medemo. Et fo fato capetanio de fanti Francesco Grasso,

capetanio di la cittadella de Verona, per collegio, et 5 contestabeli

con 150 fanti ognuno, et al Grasso 250. I quali fonno questi deputati:

Marco da Rimano, Antonio di Fabri da Ravenna, Francesco da Maran...,

Zuan Dedo da Feltre et Zuan de Feltre, fo fiul de Zuan Gotardo, doctor;

_tamen_ non andono. Et è da saper, come se divulgava che, dovendo la

Signoria nostra torse la guerra con el Re de Franza, aiutar Ferando

et spendar li suoi danari, metando decime per tegnir, come fevano,

XX galie a Napoli, mandar 1000 cavalli lizieri, zoè stratioti, 1000

cavalli di zente d'arme, et 1000 fanti, necessario era esser cauti

da la spexa; et se diceva per questa terra, che nostri havea concluso

_cum_ li ambassadori dil re Ferando era qui, che la Signoria havesse

alchune terre in la Puia; _tamen_, poi acadete che 'l Re se mutò de

opinion, et non volse far nulla, ma slongava el concluder. Et vedendo

questo, Venitiani mandoe a suspender l'andata de stratioti, et li fanti

et cavalli; et li stratioti con Bernardo Contarini restono a Ravena,

et sono ancora fino al presente. Et pur l'armata volseno poi che ora

restasse a Napoli.

A dì 6 ditto, zonse in questa terra uno ambassador dil Ducha de Milan,

chiamato Lorenzo de Orfeo de Mozanega, era sopra tutte le zente d'arme

duchesche in campo; et venne per Po. Et la matina, andato di sopra

Tadio de Vicomerchà, cavalier, era ambassador _etiam_ di esso Ducha,

qui in collegio a la audientia, et exposto quello volleva, presentoe li

capitoli di la paxe havia fatto con el Re de Franza el suo signor. Et

disse come per questa paxe, el loro Signor non era partito di la liga,

_imo_ vollea esser più amico et ubligato che mai a questa Signoria. Et

poi, a dì ditto, partì et ritornoe a Milano.

In questo zorno, a dì 6, el conte di Petigliano fo a veder l'arsenal,

poi le zoie, marzaria, far veri et altre bellissime cosse si mostra

a' forestieri quando veneno in questa terra; _tamen_ lassoe di veder

la più bella, che fo il nostro Gran Conseio; et dimandò si elexeno

li offitii et rezimenti ogni festa; et _etiam_ non era varito, et si

medicinava tuttavia.

A li 8 ditto, essendo zonti Luca Pixani et Marchiò Trivixan provedadori

zenerali dil campo a Mantoa, sì come ho scritto, et il zorno drio,

insieme col Marchexe, capetanio zeneral nostro, andati fuora di

la terra contra li stendardi che fonno portati in Mantoa con gran

triumpho, zoè il stendardo de S. Marco, portato da domino Alexandro di

Gonzaga, et el baston arzenteo portato da domino Phebus di Gonzaga,

et cussì con gran festa menati et conduti in la terra. Et el zorno

drio, visto combatter uno lion con uno toro, ch'è bellissimo veder,

lì a Mantoa. Poi, montati insieme col Marchexe in ganzara, veneno per

Po versso questa terra, et zonti al Lago scuro, il sig. Sigismondo da

la ca' di Este, fratello dil Ducha, et don Sigismondo fiol dil Ducha

con molti cavalli venne a recever ditto capetanio et Provedadori. Et

el Ducha era a Zenoa. Hor zonti a Chioza, et _honorifice_ da Stefano

Contarini podestà ricevuti, alozono questa notte im palazo, dove fo

mandato molti patricii contra ditto capetanio, fino lì a Chioza; et poi

doctori et altri a Malamocho; et preso nel Conseio de Pregadi, _licet_

un'altra volta havesse habuto tal pompa, di andarli contra la Signoria

con el bucintoro, et far bellissimi paraschelmi. Et fo preparato la

soa caxa, zoè quella fo donata al sig. Ruberto di San Severino, et in

questa Domenega fo desmesso Conseio, et tutta la terra era in festa.

Et a ciò venisse per tutto il Canal grando, fo ordinato smontasse esso

capetanio con li provedadori al _Corpus Domini_, et con li piati fo

menato _demum_ el Prencipe nostro sublime con la Signoria et Senatori,

et il Conte di Petigliano, pur vestito di bianco, oratori dil Re di

Romani, dil Re de Franza, mons. di Arzenton, dil Re de Spagna, do

dil Re de Napoli, do de Milan et uno de Ferrara, D. Tuciano, baron de

Ungheria, el conte Bernardin Brazo et altri conduttieri nostri, erano

venuti a inchinarse a la Signoria. Et acettato ditto capetanio dal

Prencipe nostro con grande dimostratione, et vene per Canal fino a

la sopraditta caxa, dove dismontoe. Havia con lui un fiul, fo di suo

barba sig. Redolffo, de età di anni.., et vestito di negro. Et a questo

Marchexe, _licet_ non volsse accettar le spexe, li fo dato ducati 40 al

zorno per cere et confetione. Et Marchiò Trivixan, provedador, el zorno

drio referite in collegio la soa legatione, et introe consier, come

era stà disignato. Et da poi disnar in Pregadi referite Luca Pixani.

Et poi, a dì 9 ditto, el Marchexe de Mantoa, capetanio nostro, andoe

a l'audientia a la Signoria, _publice_, et _demum_, a dì 11, _iterum_

ritornoe. Et poi, a dì 13, da poi disnar, partì de qui; et fatto la

via per Padoa, andò a Mantoa. Venne con zercha 300 persone. Ancora vene

Hanibal Bentivoj, fiul dil magnifico Joanne, bolognese, con zercha 100

persone; et li fo provisto di caxa, zoè quella di Hieronimo Donado,

doctor, et fradelli, in la contra' de' Servi; et che, poi se inchinoe a

la Signoria, a dì 13 ditto da matina partite, et ritornò a Bologna a li

lozamenti, seguendo la condutta con la Signoria nostra.

A dì 8 ditto, ritornò et zonse in questa terra con un gripo Alvixe

Sagundino, fo secretario nostro al sig. Turcho, et a dì X referite nel

Conseio de Pregadi molte cosse di quel Signor et di Constantinopoli.

Tra le qual, come el turcho Baiazeto ha de intrata ducati do milioni

et 20 milia, li qualli tutti li spende in sei fiuli et 7 zeneri, che

a ciaschaduno tien corte separata; era homo quieto, ma stimolato da

uno suo bassà da guerizar, et se estimava fazi armata questo anno; et

che saputo a Costantinopoli dil conflitto col Re de Franza, un bassà

li disse: Bon secretario, la tua Signoria de' haver vodato tutti i

sachoni de danari in questa expeditione. Et lui subito rispose: El ne

sono de altri sachoni pieni, che non sono toccadi; et, se hanno svodà

i sachoni, hanno impito li canoni. Et che quando el Re de Franza era

in Italia, Turchi haveano gran paura, et el signor fece fortifichar

Constantinopoli et Pera, et per le mure messe le bombarde, et cussì

altri luoghi in marina, _maxime_ li castelli di Galipoli; et che ha

fatto galie zercha 200, tra nuove et vecchie, nove otto palandarie et

fuste assai; et, volendo, haveria grandissimo exercito; et che de li

fioli dil Signor, che sono 7, et chi dice 6, el primogenito attendeva

a piaceri, el secondo a cumular thesoro, et el terzo attende a le

arme et è ben voluto da tutti li populi; et se judichava questo terzo,

occorrendo la morte dil padre, sarebbe Signor lui; et che de' Venetiani

ivi si feva grande reputation, più che di stado de Italia. _Tamen_,

che per niun modo el Signor volleva bailo più nostro vi vadi là a

Constantinopoli, et esser però bon amicho.

A dì 10 ditto, venne nove per lettere de la Londra, come a dì 5

Octubrio Piero Bragadin, patron di quella galia di Fiandra che scapoloe

la fortuna, et le altre do si sumersse et rupe, come scrissi di sopra,

volendo ritornar in questa terra insieme con le nave, che, essendo in

Antona montato in barcha per andar a galia, con Baseio Griti, consul

nostro, et do altri patricii, uno Donado et l'altro Capello, fonno

presi tutti, avanti zonsesseno a galia, da una caravella de Franzesi o

vero de Bretoni, et si judichava fusseno menati a Onflor, loco dil Re

de Franza; _tamen_ non sapevano quello di loro fusse. Et poi, al primo

di Dezembrio venne lettere, come erano vivi a Onflor; a li qual era

stà dato taglia: al Bragadin et Griti ducati ottocento per uno; a li

altri do patricii, erano nobili di la galia, scudi 70 per uno; et altri

galioti et famegli, scudi 14 l'uno. Et cussì passono ste cosse.

A dì 13 ditto, zonse in questa terra lo episcopo de Concordia,

vicentino di casa Chieregata, legato dil Pontifice, andava al Re di

Romani. Et li fo preparato a San Griguol, et andato a l'audientia da

la Signoria; _demum_ de lì a zorni 6 partite, et a l'altra legatione in

Elemagna si transferite.

In questo mezo, a Zenoa se faceva novi preparamenti di armar 6 nave

per el Re de Franza, et mandarle versso Napoli; et a questo el Ducha

de Milan consentiva. Et ivi se ritrovava do, per nome di ditto Re, zoè

mons. Peron de Basser et un altro; et el Ducha de Ferrara havia hauto

el Castelletto de Zenoa, come ho scritto. Et per questa cossa de armar

molto si dolse nostri, et _etiam_ el Pontifice; el qual poi scrisse uno

breve a' zenoesi, admonitorio, non dovesse dar aiuto al Re de Franza

contra el Re di Napoli, altramente li haria per scomunicati. El qual

breve sarà scritto di sotto. Et fo divolgato ditte nave se armava, do

terzi a spese dil Re de Franza, et uno dil Ducha de Milan. Et zenoesi

dimandoe li fusse dato securtà, in caso che ditte soe nave grosse

fusseno brusate dai nemici, che montavano più de ducati 50 milia; et

cussì non havendo, quelli per el Re se ritrovava, de dargela, stevano

senza armar. Et quello seguirà qui a Zenoa, in altro libro _fortasse_

sarà descripto, ma fin qui _satis est_.

A dì 13 ditto, nel Conseio de Pregadi, vedendo esser necessario haver

capetanio zeneral maritimo, havendo dato licentia de repatriar a

Antonio Grimani, procurator, et per queste nave si armavano; _unde_,

preseno di far al primo Gran Conseio capetanio zeneral da mar,

homo maritimo et praticho; et venne per 4 man di election et per

scurtinio..., et a Gran Conseio el Trivisan per suoi meriti rimase, et

el zorno driedo acceptoe, dicendo esser pronto di servir la Republica.

Ancora fo preso de far riconzar le nave di Comun, era a Chioza; et fu

astretto le quattro ultime decime, a pagar per tutto el mese, a ciò

danari fussino recuperati al bisogno.

A dì 18 ditto, havendo da Milan mons. Arzenton, ambassador dil Re

de Franza, hauto risposta da la Signoria di la soa richiesta, perchè

di lui volleva li tre capitoli scritti nel successo dil campo, et la

Signoria volleva al tutto liberar l'Italia et aiutar Ferando, _ergo_

non fonno d'acordo; et però ditto sig. di Arzenton deliberò partirsse,

e andar dal Re suo per terra, et dimandoe li fusse dato li cavalli.

_Unde_ fu decreto darli do cavalli de terra in terra fino a Milan; et

scritto a li oratori nostri lo dovesse honorar, et farli le spexe; et

li fo dà braza 24 de veludo cremexin, in segno era accepto a questa

terra. Et cussì se partì, dolendossi non haver potuto otenir quello che

si credia, et tolse licentia da la Signoria, dicendo era tutto nostro.

El Conte de Petigliano, sì come ho scritto, a dì 19 Novembrio, per

esser bon zorno, seguendo le dispositione di cieli, seguendo le

opinione astrologiche, volsse li fusse consignato lo stendardo et

baston di governador di le zente nostre. Et cussì fo ordinato de far,

et mandato molti cavallieri, dotori et altri patricii a levarlo di casa

con li piati ducal et assa' trombe. Andoe vestito con una veste bianca

brocata di soprarizo d'oro, cossa bellissima a veder, longa fino in

terra, la qual si havia fatto infra questi zorni. Et menato in chiesia

di San Marco, dove vi fo el Prencipe con tutti li oratori, et cantata

una solenne messa, _ut mos est_, per el Patriarca nostro, dil Spirito

Santo, da poi, davanti l'altar grando, per el Prencipe, con molte

ornate parole, li fo consignato el vexillo, ancora non compido, et il

scetro argenteo. El qual esso conte di Petigliano in sustantia rispose,

che tanto più fedelmente serà ubligado de operarse nel governo di la

militia veneta, quanto che lui conosceva che la Illustrissima Signoria,

di presone che lui era dil Re de Franza, l'havea facto libero, et de

morto per la ferita, l'havea facto vivo et risanato _etc._; promettendo

fedeltà. Et andoe per la chiesia de S. Marco, a presso el Prencipe,

con el stendardo avanti, et el baston portato da lui in man; _demum_

ne li piati ritornoe a caxa con assaissime trombe, le trombe et pifari

dil Prencipe nostro, acompagnato da alchuni patricii; tra li altri vi

vidi Thomà Zen, cavalier, Marco Dandolo, doctor et cavalier, Jacomo

Contarini, Antonio Pizamano et Zuam Badoer, tutti doctori, et altri

patricii, et el conte Alvixe Avogaro, et el conte Bernardin, che dovea

dir prima, et altri assa' condutieri, et molti soldati erano _tunc_

in questa terra. Et tutto quel zorno fo facto ivi gran feste de soni

et cridar de putti: Marco! Marco! _etc._ Et sempre fu fino caxa, esso

Governador tenia el baston in man. Et poi, habuto danari, a dì 24

ditto, da matina, se partì di questa terra, et andoe versso Padoa,

dove fo assa' onorato; _demum_ a Gedi in Brexana, dove fo diputato

l'alozasse, per esser loco comodo a tal cosse. Et ivi andato, comenzoe

a far la soa conduta.

A dì 19, per lettere di ambassadori nostri al Re de Romani, s'intese

el certo de la lianza, sì come ho scripto de sopra, et parentado facto

dil dito Re con el Re de Spagna, zoè el Prencipe, fio dil Re de Spagna,

primogenito, in la fia di esso Re de Romani, sorella di l'archiducha de

Borgogna, che era prima dedicata al Re de Franza; et esso archiducha

de Bergogna in la infante donna Joanna, seconda fia dil Re de Spagna;

et che, a Vormes, con li ambassadori de Spagna fo facta la solemnità et

cerimonie. Et _ita certum est_; ma di Spagna non si havia niuna nuova,

da le lettere di do Avosto in qua, che tutti se meravejavano, _tamen_

vi fusse li corieri lì, et che niuno fusse ritornato. Pur se divulgava,

el Re havia voluto... in Franza, et cussì el suo ambassador era qui

tenia certo; _tamen_ la verità non se intendea. Et fo decreto nel

Consejo de Pregadi, che uno ambassador di quelli erano al Re di Romani,

et uno in Spagna, ritornasseno in questa terra, restando l'altro ivi,

o per tessera o per acordo. Et fo subito expedito le lettere in Spagna,

in Elemagna. Et di quella andoe in Elemagna, essendo li oratori andati

seguendo el Re, et, partiti di Vormes, in una terra chiamata Norlinga,

feceno dir una messa dil Spirito Santo, et butoe le tessere a chi

tocar dovesse di lhoro oratori repatriar; et tocoe a Zacaria Contarini,

cavalier, restar, et Benedetto Trivixan, cavalier, ritornar. E quello

_statim_, tolto licentia da la Cesarea Majestà, a dì 6 dil presente

mexe, partì e zonse in questa terra a dì 26 Decembre.

A dì 24 ditto, nel conseio de Pregadi, in locho di Hieronimo Lion,

cavalier, ambassador a Milan, fo electo Nicolò Michiel, dotor _etc._,

era stà capetanio a Brexa; et per esser dil conseio di X se excusò;

_unde_, el zorno driedo, fo creato Marco Dandolo, dotor et cavalier,

che _alias_ era stà orator in Hongaria, et acceptoe. Ancora Hieronimo

Zorzi, cavalier, orator nostro a Roma, essendo stato assai a la

soa legatione, et con grandissima faticha di andar _quotidie_ dal

Pontifice, expedir ogni 3 zorni lettere a la Signoria, come facea,

esser vigilante et inquerir et advisar le cosse, _adeo_ che prendeva

molta faticha, più che l'età vi potesse portar, però che havia anni 64;

et havendosi assa' exercitato in questi zorni, scrisse exortando la

Signoria nostra fusse facto in suo loco, et dato in questi carghi ad

altri patritii, perchè quasi lui già non potea portar la faticha, più

che mai si affaticava. _Unde_ li padri di Collegio, a dì 11 Dezembrio,

nel conseio di Pregadi messeno parte di far orator a Roma in loco suo,

et li Senatori, considerando el buon portamento facea, et a li fastidii

di la Republica esser necessario haver tal sapientissimo homo e pratico

in corte, e _maxime_ essendo in gratia dil Pontifice, come era, et

altri reverendissimi cardinali, et, _conclusive_, benissimo si portava;

_unde, pro nunc_, non li volseno dar licentia, ma _etiam_ che fusse

creato in locho suo...

Fo decreto, a dì... Novembrio, nel ditto conseio, che niun cavalier

di zente d'arme vi fusse, di altre terre che di quelle subdite a la

Signoria nostra; et questo per buon rispetto.

A dì 23 ditto, zonse in questa terra uno secretario dil re Ferando

da Napoli, _licet_ vi fusse do ambassadori, chiamato....; et, fo

divulgato, _cum amplo mandato_ dil Re. Poi, a dì 16 Dezembrio, venne

uno ambassador di esso Re, nominato domino Hieronimo de Totavilla,

et alozoe a San Polo, et venne incognito et non con alchuna pompa.

El qual, prima venisse qui, fo a Milan; se judica a pregar el Ducha

non fusse contrario. Poi venne in questa terra per acordar che la

Signoria volesse mandar el soccorso al suo Re, senza il qual non potria

mantegnirsse nel Regno. Quello seguirà forse, _lector, scies_. Et in

questo medemo zorno, a dì 16 Dezembrio, se partì... a Napoli, Antonio

di Zenari. _Etiam_ venne Alvise Ripol, era a Roma, stè tre zorni, poi

se partì. In questi zorni tornò le galie di viazi, primo Baruto, poi

trafego et Alexandria, cariche di mercadantie et senza danno.

Domente queste cosse a Venexia si fanno, non voglio restar scriver

quello acadete in Fiorenza, che, volendo pur al tutto ritornar nel

stato Piero de Medici, el qual con zente era a li confini; el qual, sì

come ho scritto nel primo libro, questa caxa di Medici per la venuta

de Carlo Re de Franza.... e non per errori che lui, Piero, havesse

comesso contra el stato, _unde_ Fiorentini deliberorno, da poi la

privation sua, in questi zorni, che l'anno sequente, _eodem die_ che

fu scazato, si congregorno tutti i mercenarii, el popul in piaza et

li... di Fiorenza in su la renga. Et uno de dicti signori declamoe

Piero di Medici per usurpator et per tiranno, commemorando come quel

zorno proprio fu scazato quello, mediante el qual con soi antecessori

el proprio dil comune era andato zerca anni 60 in oblivione, dicendo

che la plebe dovesse exclamar al cielo tre volte, ringratiando il

motor dil cielo che quel zorno compiva l'anno, zoè a dì 6 Novembrio,

la liberation di la libertà de la Republica, et perhò haveano decreto

dover quel zorno celebrar in tal memoria. El qual per non haver facta

niuna... nominata, lo dovesseno chiamar la festa de San Caza Pietro,

et che tutti dovesseno far festa, facendo molti convivij et grande

jucundità. Alcuni altri de li seguazi, non dil populo ma più presto de

la casa de' Medici, vedendo el mondo non esser stabile, se la ridevano

di tal cossa, andorono in alchuni colloquij tra lhoro, dicendo questi

pronosticavano la festa di Pietro deve ritornare nel stato. Et vedendo

Fiorentini poi che Pietro procedeva, e veniva con zente contra, feceno

di lo stado di dieci di la guerra, primo Filipo Pandolfini et Paulo

Antonio Soderini, i qualli erano di seguazi di esso Pietro. Et questo

feceno _non sine causa_; o vero perchè questi si contentasse di esser

dil stado, e più non favorizasse Pietro; o vero che non vi havesendo

questi huomeni primarii, aproximandosi Pietro a la terra, non si

sublevasse el populo, et non intravenisse qualche novità; _ergo etc_.

In questo mezo, Guido Guerra da Bagno, assa' nominato di sopra, et

cupido di nove mutatione in Romagna, non li bastando di quello havea

fatto _sæpius_ in Cesena, che _etiam_ contra l'arzivescovo nostro di

Ravenna volsse mostrar il poter suo, benchè male li advenisse. Et

un zorno dimandoe alchune zente al sig. Pandolfo di Rimano, nostro

soldato, non dicendo quello voleva far; et venne a un loco di la

jurisditione di ditto arzivescovo, nel territorio de Ravena, chiamato

Castel Nuovo, et quello prese et aquistoe, perchè era senza custodia.

Et inteso ditto arcivescovo, che _tunc_ se ritrovava ai soi castelli,

questo, scrisse ad Andrea Zancani, podestà et capetanio de Ravenna,

dolendossi non tanto de Guido Guerra, che lo cognosceva suo nimico, ma

di la zente dil signor di Rimano; et _etiam_ si dolse a la Signoria

nostra, la qual hebbe molto a mal che, con le zente nostro medeme,

fosse seguito tal inconvenienti. Et scrisse al signor de Rimano che

si dolevano molto di questo, et facesse provisione fosse reso ditto

castello, et dimostrar a Guido Guerra havia facto assa' dispiacer a

la Signoria a far questo. Et zonte ditte lettere a Rimano, el signor

deliberoe monstrar la fideltà havia, et mandò a chiamar ditto Guido

Guerra venisse a parlar. Et zonto ivi in castello, li fo ditto come era

presone de la Signoria. Et esso Guido disse: Non so haver facto cossa

alcuna contra di Soa Serenità, et al manco habbi questa gratia che li

parli. Ma, _indubitante Senatu_, senza dir altro, a dì 13 Novembrio fo

strangolato, et cussì finite la sua vita dolorosamente, et messe fine

a tanti mali, quanti havia commesso. Era _tamen_ valentissimo homo et

di gran cuor, et favorizava le cosse franzese; _unde_, questa morte

non _solum_ a la Signoria nostra, ma _etiam_ al summo Pontifice...,

per le molestie deva a Ravena, terra di la Chiesia, come di questo di

sopra ho assa' scritto. Et morto che 'l fu, madona di Forlì, fo moglie

dil conte Hieronimo, femina quasi _virago_, crudelissima et di gran

animo, mandoe alcuni fanti a questo Castel Nuovo, et vi mandoe Achiles,

capetanio di le soe zente ivi, et tolse ditto castello. Et benchè la

Signoria scrivesse fusse renduto, per esser cossa del territorio di

Ravena, et lei diceva esser di Forlì; _unde_ fo necessario scriver al

signor di Rimano vi mandasse alchune zente, et a Bernardo Contarini,

provedador de Stratioti, era con 850 stratioti a Ravena, che

_statim_ andar dovesse a recuperar ditto castello, et far sì ch'el si

havesse; et scritto a Andrea Zancani, podestà de Ravena, facesse ogni

provisione. Et _statim_ questo receuto, Bernardo Contarini, _licet_

non fusse ancora ben risanato dil mal acutissimo havia habudo, pur

disposto di metter la vita per questa Republica, a dì 28 Novembrio

partì con stratioti et fanterie di Ravena, et con lui vi era Jacomo

da Veniexia, Jacomo da Tarsia et Antonio di Fabri, capi di fantarie.

Et la sera, a hore 24, arivono a Mendula, loco dil signor di Rimano,

ordinato per lozamento lhoro. Et non havendo quelli facto alchuna

preparation per espugnar Castello Nuovo, tutta quella notte nostri

steteno in exercitio, in far far scale et far preparar 4 spingardele;

et fo facto 30 scale. Et a dì 25 a l'alba, montoe ditto provedador a

cavallo con li stratioti, et aviate le fanterie avanti, a hore 17 si

presentò atorno ditto Castello Nuovo, et dismontoe a piedi, e con tutti

li stratioti, per esser mal loco su quel monte a cavallo; et mandò el

suo trombeta con Jacomazo, capetanio di le fantarie preditto, el qual

fusse a parlamento con el castellano, e notificharli era venuto ivi

per haver ditto castello o per amor o per forza; prometandoli che,

si aspettasseno la bataia, tutti sariano tagliati a pezi, et le sue

robbe messe a saco. Li quali risposeno, volentier parleriano col suo

Provedador. El qual, visto esser richiesto, andoe e si presentoe a

l'incontro di la porta. Et el castellan disse, come ditto castello era

tolto e tenuto per la Chiesia, et che facesseno venir el governador

di Cesena, che li comandasse che desse el castello, che lo daria

volentieri. Et per el Provedador li fo risposto, che tal parole non era

a proposito; et che se intendeva bene, Achiles capetanio di le zente

de madona de Forlì havea preso ditto castello, et quello si teniva

ad instantia de madona; et che li deva termine do hore li dovesse

consignar le chiave, altramente lo daria a sacomano. Et li dimandò el

castellano li desse termene tutto doman, per poter mandar a Cesena,

et per intender el parer dil governador. Et visto el Provedador le

artilarie non esser zonte, _ita_ che li huomeni non potevano dar la

bataia, fo contento darli tutto ozi termine. Si tolse una chiesia a

presso le mure, et lì fece alozar el capetanio et tutta la fantaria,

et lì volleva metter le artilarie. Et esso Provedador scrisse a la

Signoria, come la mattina li volleva dar la bataia, non si rendendo.

Et cussì Stratioti alozoe a uno loco se chiama el Monte dil Vescovo,

circondato da molte neve. Et a dì 28 Novembrio, in lo borgo di Mendula,

le nostre fantarie fonno a le man tra loro; et fo amazato uno de'

provisionati de Antonio di Fabri; et questo per cridar: Favri! Favri!

e Tarsia! Tarsia! El Provedador, adunata la matina la fantaria, fece

far una crida, pena de la forcha, che niuno chiamasse altro che: Marco!

Et poi a dì 30 ditto, da matina, a hore 13 de notte, fo compito de

far uno poco de riparo, dove erano alozati a l'incontro di la porta

dil castello. Et a questa hora andò el Provedador, con tutti li capi

de Stratioti, a piedi, un poco di arzer a canto le mure dil castello,

et stavano coperti da bombarde. Et la caxon andoe avanti zorno, fo

perchè le bombarde et archibusi bateva tutta la strada dove nostri

haveano ad andar. Et messo le poste, el Provedador con li stratioti

et Antonio di Fabri da una banda, et il resto da l'altra, et havendo

promesso aspetar fino la matina, et come fo levato el sol, mandoe

ditto Provedador missier Zorzi Paleologo et Nicolò da Nona, capi de

Stratioti, con Antonio di Fabri, contestabelle, a notifichar che li

daria la battaia, sì come li haveva promesso. Et questi apresentadi

fonno salutati di molti sassi, et, nel levar dil sol, fo deserato

una bombarda e le spingarde tutte a le difese. Mettendosi in hordene

nostri per darli la bataia, li contadini, che erano dentro, fece

segnal soprastesse, dicendo volleva dar la terra, la qual era per loro

guardata, con condition fusseno salvi l'haver et le persone, et che

daria ogni aiuto per haver _etiam_ la rocha et la torre. El Provedador

mandoe ditto Zorzi et Nicolò da Nona et Antonio Fabri con 50 fanti

dentro la terra, i qualli gridò: Marco! Marco! Quelli di la rocha et di

la torre comenzono a trar a li ditti di fora et di dentro; et Bernardo

provedador, considerato el poco numero di zente vi era dentro, in tutto

numero 25, et per nome di la Madona de Forlì, et 50 contadini, volse

intrar im persona in la terra con stratioti e fanti numero 100, con la

bandiera de San Marco protetor nostro; et quella fece metter sopra la

torre con molte alegrezze. Et quelli contadini subito si poseno a li

piedi, dicendo volevano morir per San Marco. Poi el Provedador fece

adunar gran numero di fassine, et tutti con li... andono versso ditta

rocha, mostrando voler brusarla. Et quelli di la terra li salutono con

sassi. Et stando in questa scaramuza, quelli di la rocha dimandoe pacti

di darsi, salvo l'haver et le persone. Et el Provedador fo contento. Et

aperta la porta di la rocha, introno nostri dentro, et fo a parlamento

con quei di la torre, la qual era inexpugnabelle, havendo vittuarie:

et li persuase volesse render, altramente li daria la bataia, et li

faria segar vivi. Et steno per un quarto d'ora a risponder. Et poi uno

si fece a una fenestra grande, li saria vergogna renderse; et che, per

suo honor, a ciò Madona non li facesse apichar, dovesseno nostri trar

tutte le artilarie. Cussì fo trato do colpi de bombarda, et a la terza

l'andò in pezzi. Et cussì, dimandato si rendesseno, fonno contenti, et

veneno tutti zoso, _excepto_ do, li quali pregò di gratia el Provedador

li desse quelle spingarde de Madona. Et cussì le donò, et andono via.

Et el Provedador messe do caporali con 25 compagni de Antonio di Fabri,

et ne la rocha et torre lassoe ditto capetanio con fanti 100, al qual

consignoe le chiave, et comandò le dovesse custodir a instantia di

la Signoria nostra, per far quello comanderà. Et adunato contadini,

raccomandoe a ditto contestabile, et feze far una cria, a son de

tromba, che sotto pena di la forca niuno, provisionato o fante, posto

in ditta custodia, non ardisca torre alchuna cossa, riservato pane et

vino per suo viver; et se a li contadini niuno li fazesse oltrazo, se

venghi a doler a Ravena, li sarà fatto rason. Et a hore 15 se partì

ditto Provedador con li stratioti, et venne ad alozar quella sera a

Mendula, et scrisse a la Signoria quello havia fatto, et el sito dil

Castello Nuovo, el qual è posto sopra un monte distante da Cesena mia

8, et di la terra Romea mia 3, dall'altro canto, versso Forlì, mia 6,

et al passo de Fiorenza mia 3, et è la chiave de tutti i castelli fo de

Guido Guerra, et tutti li altri castelli, che è circonstanti, sì come

de la Chiesia, come di l'arzivescovo di Ravena, che sono sotto a questi

monti. _Conclusive_, è sito molto excellente, e degno, e si tenia con

pochissima spesa. Et poi el zorno sequente, lo primo Dezembrio, esso

Bernardo Contarini con questa vittoria ritornoe in Ravena, con li

stratioti et fanterie.

_Dil romper guerra el Re et Raina de Spagna col Re de Franza juxta li

capituli di la liga._

Domente queste cosse in Italia intravengono, la Majestà dil Re et

Raina di Spagna, essendo sollicitati da Francesco Capello, cavalier,

et Marin Zorzi, dotor, oratori di la Signoria nostra, _etiam_ da li

do oratori dil duca de Milan, che dovesse romper guerra in Franza,

a ciò per questo el Re lassasse l'impresa de Italia, et convegnisse

ritornar in Franza a difender el suo regno, el qual pur da' monti in

qua se ritrovava, sì come ho scritto di sopra; _unde_ el Re et Raina

di Spagna, ordinato grande exercito per tutti i suoi regni, mandoe

assa' zente a la volta de Perpignan, capetanio zeneral uno castigliano,

chiamaro Enriques de Gusman. Et _etiam_ el Re ditto se partì di Burgos,

come più avanti difusamente sarà scritto. Et più volte a Venetia fo

divulgato, che 'l Re de Spagna havia rotto; _tamen_ la verità non se

intendeva, perchè non vegniva lettere da li oratori de Spagna, ni,

da 4... in qua, di lhoro se havia inteso alchuna cossa. Et a dì 4 di

Dezembrio, per lettere di Roma di... Zorzi, cavalier, orator nostro,

date a dì 30 Novembre, s'intese come don Gracilasso de la Vega,

orator yspano a Roma, havia notifichato a la Santità di Nostro Signor,

Alexandro Sexto Pontifice, che havia habudo lettere dil Re suo, per

la via de Sicilia, et capitate a Napoli, come era rotto su quel de

Franza, et fatto per Spagnoli gran danni vicino a Perpignan; et cussì

_etiam_ certificoe ditto orator nostro. El qual expedite subito lettere

a la Signoria de questo, et quasi certificoe esser la verità, _licet_

prima avanti più volte fusse stà divulgato questo romper, et niuna

fermeza poi si havea. Et ancora domino Lorenzo Soares de Figarola,

horator yspano a la Signoria nostra, andoe in questa matina in colegio,

notifichando che 'l suo Re et Raina dil certo havia rotto in la Franza,

et che lui di questo havia lettere. El qual romper fo principiato

a dì XV Octubrio, sì come per una lettera data a esso ambassador

di Spagna, la qual sarà qui sotto scritta, chiaro il tutto si vede.

_Tamen_, da' nostri oratori in Spagna non era lettere, che molto ognuno

se meravigliava; et questo perchè la Signoria havia expedito diese

corrieri, et niuno era ritornato. _Tamen_, et per lettere da Roma, et

per parole de questo orator, nostri crete dil romper, et con desiderio

aspettavano lettere de li oratori nostri.

Così finisce nel nostro manoscritto la cronaca. Seguono alcune

pagine, le quali evidentemente appartengono al primo libro,

raccontando gli avvenimenti degli ultimi mesi del 1494.

A dì 29 (_Ottobre 1494_) el campo aragonese essendo a Castrocaro,

et le fantarie si partiva per zornata, et per li tempi cattivi erano

morti et morivano assa' cavalli, et stevano mal de vittuarie, quelli

de Castrocaro non li volse lassar intrar in la terra, ma ben li dava di

fuora le vituarie.

In Cesena li citadini erano in diverse openione, ........., per dubito

di campi; vedeva prosperar el Re di Franza, stevano con guardie,

provedevano de marteletti et ripari, mandava fuora di la città le

persone inutile.

Et uno Marti, el campo ditto aragonese se levò da Castrocaro et vene a

Bertonoro, territorio de Cesena, mia 5 distante di Cesena, et el Duca

de Calavria ordinò fusse vendute le sue biave si ritrovava in Cesena,

et il consejo di Cesena per questo terminò non darli vittuarie.

El campo franzese in questo zorno, parte di lhoro, zoè Italiani et

Franzesi, se partino da Mordano et andono a Codigniola, Lugo et

Bagnacavallo et Traversara, per restaurarse lhoro et li cavalli;

un'altra parte andò verso Faenza; et molti ammalati se partiva de

campo, altri per non haver danari. Homeni d'arme italiani et franzesi

se portava mal, volendo esser superiori.

A dì 30, el sig. de Faenza si offerse, per non haver danno, de darli

vituarie, et passò per tre zorni; morivano assa' cavalli _etiam_

de questo campo per li desasij portati; et se partì de campo alcuni

cavalli lizieri di la guardia dil sig. Lodovico, et andò a trovar esso

signor fatto Ducha de Milan.

In questo zorno, venne uno trombeta de Franzesi a Ravena al Podestà,

con lettere de mons. de Obegnì suo capetanio, per le qual dimandava,

essendo el suo Re in amicitia con la Signoria, li volesse mandar

vituarie nel suo campo. A la qual lettera Andrea da Leze, podestà,

li rescrisse, excusandosse etc., et che se quelli di Ravena volevano

portar vituarie, era contentissimo. Et subito mandò ditta lettera a la

Signoria, a ciò comandasse quello li piaceva facesseno ditti cittadini

di Ravena.

El campo franzese, benchè havesse quella offerta dal sig. de Faenza,

non li bastono; ma andò a Granarolo, luntan de Faenza mia 5, li messe

atorno molte artilarie, et la notte li tolse l'aqua di le fosse; quelli

dentro si rese, volevano andar a Solarolo. Quello seguirà sarà scritto.

El campo aragonese venuto sotto Cesena, quelli di la terra non li

lassono intrar niuno dentro; et, a dì 29 Ottubrio, el Duca de Calavria

con il conte de Petigliano volseno intrar. Quelli cittadini non li

volseno lassar intrar, nè li volevano dar vittuarie; pur in quella

sera et ozi li deteno un poco di pan, et si partì di questo campo.

El fio dil magnifico Joanne Bentivoj passò per Ravena, et ritornò a

Bologna; et cussì per zornata molti altri condutieri, capi di squadra

et homeni d'arme se partivano, e in bona parte comenzava questo campo a

disciolversi. Et è da saper che, benchè questa levata di sotto Faenza

di sora descrissi, pur voglio notar quanti infortunij venne a questo

misero campo a uno tempo. El qual, essendo sotto Faenza, non potendo

più haver vittuarie da' Faventini, si levò di notte con pioza et

scurità, et passò el fiume dil Roncho a guazo per andar a Castrocaro;

et in nel passar, ditto fiume se ingrossò per le pioze, nel qual se

anegò assa' persone, et _maxime_ ragazzi con li cavali, et perseno

assa' cariazi, et, per li tempi cativissimi, cavali apena vuodi poteva

caminar. Et poi per li villani di la Val di Lamon, havendo notitia di

questo, detono in le coaze, et ricolse assa' eariazi et cavali, sì che

hebeno gran danno.

A dì 1 Novembrio, havendo habuto Franzesi Granarolo, loco di Faenza,

messe in la terra in guardia Jacomo Albanese, contestabele, et nella

rocca intrò mons. Juliano, franzese, et volevano andar a Solarolo et

Russi, ma li antiani de Faenza veneno in campo per adatar le cosse; ma

Franzesi volevano la rocca di Faenza in sua potestà, et Faventini non

volevano; et cossì steteno in queste pratiche.

El campo Aragonese _totaliter_ se disciolse, et in questo zorno el

Duca de Calavria se partì et andò verso Santo Arcanzolo, loco di la

Chiesia, et quelli di la terra non lo volseno accettar ne la terra, ma

li promesse di darli vittuarie stagando di fuora. Et cussì el povero

Duca convenne far. El Duca d'Urbin _etiam_ andò a caxa sua a Ugubio;

el signor de Pexaro ritornò a Pexaro; Zuam Jacomo de Traulzi et el

conte de Petigliano seguiteno el Duca de Calavria; et rimase _solum_ X

squadre dil Papa con Alvise Becheto in Cesena, et in quella sera intrò

in la terra con volontà di cittadini, alozono sotto li portici. Ma poi,

a dì 2 da matina, el populo se messono in arme, et con rumor li cazono

fuora; le qual squadre partite, se aviono verso Roma.

A dì 2, la Domenega de notte, el Governador de Cesena, per nome dil

Papa, tolse dentro di la muraja el conte de Petigliano et el Marchese

de Peschara con 700 fanti: et l'altra notte seguente, che fo a dì 3,

ditti soldati veneno fuora de ditta muraja, andono per la terra, et

amazò alcuni, facendo danno assà'.

Ma, il zorno seguente, li cittadini chiamono Guido Guerra dentro,

el qual è uno valentissimo partesano, el qual alcuni castelli ivi

vicino domina, chiamati Giazolo etc. Or, intrato in la terra questo

Guido Guerra, perchè li cittadini tenivano le chiave di le porte, fo

a le man con el conte di Petigliano, et si portò molto strenuamente,

et di sua mano ne amazò alcuni, et fo morti zerca 40 di quelli dil

conte, et Guido Guerra prese ditto conte, et tennelo per ore cinque

prexon nel palazo de li Signori, aspettando soccorso de Franzesi, el

qual non venne sì presto; ma soprazonse soccorso al ditto Conte, per

modo che li fo forzo a Guido Guerra ussir con li soi di la terra, el

qual era intrato con zerca 50 cavali lizieri et alcuni fanti. Questo

era acordato col Re de Franza, havia 40 homeni d'arme, 50 cavali

lizieri et 200 fanti; et se li cittadini lo havesseno seguitato,

come era l'ordine, _sine dubio_ saria seguito gran scandalo; ma niun

de li cittadini si mosseno, per non descompiacer al Pontifice. Et

continuamente el governador metteva zente in la terra da driedo per la

porta dil castello; le qual zente era mandate per el Duca de Calavria,

era a Santo Arcanzolo. Ma, ussito, Guido Guerra andò verso il campo

franzese, et trovò mia 3 lontan di Cesena, a..... loco di Bertenoro,

el sig. Fracasso di San Severino, che con 500 cavalli lizieri et

alcuni fanti veniva in suo ajuto; et visto esser venuto tardi, ambi

ritornorono indriedo. Ma partito Guido Guerra de Cesena, el Conte

de Petigliano tolse le chiave di la terra da man de li cittadini, et

quella custodiva, et za era intrato squadre X et 1000 fanti. Et è da

saper che 4 caxe di quelli cittadini fonno messe a sacco, et ne restò

molti feriti in la baruffa soprascritta.

A dì 3. El campo franzese in questa mattina si levò per andar a

Villafranca, passò vicino a li confini di Ravena, et havendo noticia

i nemici haver condutto bestiame su quel di Ravena la sera, a dì 4, da

matina, corseno in la villa de.... et altre ville, hanno tolto bestiame

et fatto qualche danno. Et subito, inteso questo, el pretor de Ravena,

era pur Andrea di Leze soprannominato, el qual dil tutto el seguito di

questi campi teniva benissimo advisato la Signoria, et benissimo si

portò, mandò tre di quelli cittadini nel ditto campo; i qualli fonno

Zuan Filippo, collateral, Piero Grasso, cavalier, et Stefano Dolzigno,

con lettere directive al conte di Cajazo et mons. di Obegnì, dolendosi

di tal movesta. Et zonti, referita la loro commissione, quelli dimostrò

haver molto molesto, excusandosi non esser di mente soa, ma che

l'aveano fatto forsi per disaio de viver, promettendo restituir. Et poi

disseno, essendo cosse da viver era da soportar. Et pur mons. di Obegnì

preditto, montato a cavalo, fè provisione; ricuperando quello poteno,

che non era consumato, et restituite. Et, a dì 6, poi relaxò li vilani

che haveano prexoni; pur volevano vittuarie da Ravena; et el podestà

comandò a tutti dovesseno redur el suo dentro la terra, a ciò fusseno

più securi.

Intesa la nuova de Cesena, parte de ditto exercito se levò et passò il

ponte dil Ronco per andar alozar a Folimpuovolo et Bertonoro, per esser

vicini a Cesena.

A dì 4. In questo zorno el sig. di Faenza rimase d'acordo con Franzesi

et Milan, che Granarolo romagnisse in le man de Franzesi, el resto al

Signor. El qual ha ducati X milia a l'anno, è ubligato tenir 80 homeni

d'arme, et 20 balestrieri, si obbliga dar alozamenti al campo ogni

volta li farà bisogno, et li dè per caution et ostaso 4 cittadini di

Faenza, de li primi de la Valle di Lamon.

A dì 6 li capi franzesi feceno consiglio nel loro campo, el Duca di

Calavria essendo in Cesena. El conte de Petigliano, partito di Santo

Arcanzolo, in questo zorno entrò in Cesena con squadre X, et poi ne

venne di le altre, _ita_ che era con squadre 30; et el Duca de Urbin

e Signor di Pesaro rimaseno a Santo Arcanzolo, et poi andono a loro

stantie per aproximarse l'inverno. Et esso Duca, con li soi cavalieri,

alozò in le caxe di cittadini, et mandò fuora di la terra molte zente

inutele, le qual se reduseno su quel de Cervia; et fece fortificar la

terra et condur gran quantità di formento. Ne la qual citade el so

exercito fo alquanto restaurato, havendo patiti tanti incomodi, et

questa terra era molto grassa, abondante de ogni cossa; ma poco vi

stete, che convenne andar verso Roma, come dirò più avanti. Et è da

saper, _licet_ non habi scritto, che Fiorentini revocò le so zente, le

qual tornono a Pisa et Fiorenza.

In questo zorno zonse a Ravenna Jaba, locotenente dil Marchexe di

Salucie, con uno mastro Francesco, phisico, con cavali 50, come orator

de mons. de Obegnì, con lettere di credenza. Diceva haver provisto

a la restitution dil danno fatto su quel territorio, et che dovendo

dimorar de lì, tanto havesse risposta dal Re, che come amici li

volesseno farli parte de vittuarie, secondo la possibilità dil paese,

de strami et biave da cavali sopra tutto, per li soi danari; et che,

non dagando, saria difficil cossa, essendo cussì vicini, tenir Franzesi

non facesse qualche danno. _Unde_ el podestà de Ravena li honorò assai,

et feceli uno conveniente presente per carezarli, et rispose saria

con li cittadini et li risponderia, et che de feni et biave ne faria

parte, per la bona amicitia dil Re con la ill.ma Signoria soa. Et poi,

per voler far el pretio, ditti oratori disseno che fusse mandati do di

Ravena con loro dal suo Signor; et cussì, a dì 7 da matina, ritornono

in campo. Et zonti, mons. di Obegnì disse non bisognava più, perchè si

voleano levar, et che manderia do de li soi a ringratiar a Ravena. Et

in ditto zorno ditto capetanio et Fracasso fè impicar do Italiani et do

Franzesi, per el desordene fece su el territorio de Ravena; _tamen_ è

da creder fusse per altro.

A dì 8 el podestà de Ravena mandò do cittadini in campo, a star a le

spalle de quelli Signori, a ciò non facesseno danno su ditto Ravenese:

et questo fo molto a proposito.

A dì 9 el campo franzese si levò, et andò ad alozar a San Martin,

mia do lontan da Forlì, 4 da Bertonoro et 9 da Cesena. Et li Italiani

alozò verso el confin de Ravena, come promesse de far mons. de Obegnì;

et la note avanti el Duca de Calavria fece brusar tutti li strami se

ritrovavano sotto Bertonoro; et _etiam_ el grano, era in magazen al

porto Cesenatico di esso Duca, fece condur a Rimano et lì discargar in

uno navilio.

A dì X Novembrio da mattina, Franzesi andono in campo a Bertonoro,

terra di la Chiesia, et quello comenzò a bombardar. La terra, per

esser situada in montagna, se difese virilmente; et mandono a dir che

mai si pensasse che per volontà si rendesseno, ma che andasse col

campo a Cesena, et _ex nunc_ erano contenti et promettevano de far

quello faranno Cesena, ch'era mia 5 distante. Ma prima tolseno termene

3 zorni; et vedendo Franzesi non poter haverla, ne volseno andar a

Cesena; ma, habuto precepto regio, si andono Franzesi a conzonzer

col campo dil Re, che si apropinquava a Fiorenza. Et, sopravenendo

l'inverno, Italiani andono a le stantie in Milanese, et el conte de

Cajazo tornò a Milan. Et questo non voglio restar de scriver, che

questo anno fo lo inverno bonissimo, non piogie, venti, nè fredi

secondo il consueto, _adeo_ tutti se meravigliava, et dicevano era

volontà di Dio el prosperar de questo Re, et che li cieli lo volevano

adjutar, et che le prophetie venivano vere. Ma ad altro seguitamo el

scriver.

_Quello seguite a Roma._

Colonnesi essendo potenti su le arme, in questo mezo dannizava molto

Roma; erano a Frascato con squadre 35 et fanti 4000; eravi ancora el

cardinal Ascanio, vice-cancellier, el cardinal Savello et el cardinal

Colonna. _Unde_ el Pontifice, havendo molto a mal che questi dannizasse

et facesse tal danni, non potendo resister con forze, a dì 7 Ottubrio

fece far uno proclama che, termene sie zorni, tutti dovesse venir a

Roma a soa obedientia, sì seculari come ecclesiastici che ivi dintorno

se ritrovava, sotto pena di rebellion et privation di le facoltà

loro, officij et beneficij di la Chiesia Romana; et, venendo, li fusse

perdonato; _aliter_ excomunicati fusse _etiam_ etc. Era con questi,

ditti di sopra, Hieronimo de Totavilla, che fo figlio dil cardinal

Roan, che fu ricchissimo cardinal, et morite del 1483. Or per questo

tal proclama niun si mosse, imo feceno più danno a Roma che prima.

Et a dì 15 el Pontifice in Roma fè ruinar 4 palazzi bellissimi do dil

Sig. Prospero et Fabricio Colonna, uno vicino di uno Colonnese, et uno

altro di Hieronimo di Totavilla; et molto si dubitava, vedendo el Re de

Franza che veniva di longo, et _etiam_ che la fortuna era contraria a

re Alphonso, et che Fiorentini volea voltar.

_Ussita ultima di l'armata dil Re di Franza di Zenoa et dove andò._

L'armada dil Re di Franza, che era a Zenoa, essendo instruttissima sì

de zente _quam_ de artelarie, et molti Franzesi vi era; sollicitandola

dovesse ussir el cardinal San Piero _in Vincula_, per andar verso Pisa,

a ciò Fiorentini voltasse, come feceno; et a dì 16 Octubrio partì de

Zenoa una nave, chiamata Salvaza, de botte 3000, et do barze, per andar

a le Specie, ch'è verso Pisa, terra grossa et una cittadella molto

forte; su le qual nave era fanti 2000, artelarie et farine assa'. Et

poi, in quel zorno medemo, ussite l'armada granda, zoè nave grosse 3,

galie 27, galeaze 1, galioni 6 et barze 5: in tutto vele 42, con fanti

et provisionati zerca 4000, et cavali 700. Et San Piero _in Vincula_

restò a Zenoa. Capetanio mons. di Mompensier, che za avanti el Re era

venuto di qua da' monti. Et ditta armada zonse in Porto Venere de'

Zenoesi, ch'è castello forte, con la terra a presso la marina, dove

è bonissimo porto; et poi andò verso Roma, et intrò parte nel Tevere,

et messe zente in Hostia, non ostante l'armada aragonese, era ancora

potente sul mar. Poi ditta armada ritornò a Zenoa a disarmar, et poco

fu operato.

_Quello seguite al Re di Franza da Casal fino a l'intrar in Fiorenza._

Di sopra scrissi come el Re andò a Casal, a visitation di la marchesana

di Monferà, che fo a dì 7 Ottubrio, se partì di Aste. Hor, zonto

a Casal, _honorifice_ fo ricevuto. Stato alquanto in piacer et

consolation, a dì 10 se partì, et venne a disnar a Chozo; fece poi

la via per boschi, et venne cazando fino a Mortara, ch'è dil Duca de

Milan, mia 7 luntan da Vegevane, dove dormite quella note; dove volse

fusse serato le porte dil castello la note per sua securtà, che prima

non si serava ni de dì ni de notte. La soa guardia steva armada, come

ho scritto de sopra. Za el sig. Ludovico con soa moglie era venuto a

Vegevane, a far preparar per la venuta dil Re, et cussì l'ambassador

venetiano venne a...., poi a Vegevane.

In questo mezzo el sig. Ludovico fè far uno ponte su Po, per mezo

Piasenza, per passar Franzesi et cavalcar in Parmesana; el qual non fo

adoperato.

A dì 2 Ottubrio el Re intrò in Vegevane, li andò contra el sig.

Ludovico con li ambassadori, et fo molto honorato. Vegevane ha uno

palazzo bellissimo dil sig. Ludovico, zoè dil Duca de Milan, mia 20 da

Milan, et per esso sig. Ludovico adornato, per esser in sito bellissimo

et ameno, comodo a ogni piacer et cazasone, dove è fatto una forteza;

et, el più dil tempo, ditto sig. Ludovico sta in questo loco, el qual

è il forzo fabricato di novo. Or, zonto il Re, li volse le chiave

di le porte, le qual li fo apresentade; et visto una porta serata,

volse _etiam_ di quella le chiave; la qual porta non si adoperava. Et

la notte mandò a torno, dapoi fatto serar il castello, a veder si le

porte erano serate. Vedendo la Signoria che le cosse andava da vero, in

questi zorni scrisse a Zorzi Pisani, ambassador, dovesse dir al sig.

Ludovico facesse tornar el Re indriedo, a ciò non seguisse danno et

ruina in Italia. Et cussì ditto ambassador expose al sig. Ludovico. El

qual rispose: Non posso; vedete che vuol fino le chiave di le forteze.

Et esso Re partite a dì ditto da Vegevane, et non vuolse andar a Milan

per non perder tempo, ma a dretura con le sue zente, in compagnia dil

sig. Ludovico, se ne venne a Pavia, terra de Milan, et intrò a dì 14.

Tutte le strade di la città erano coperte di panni; li chierici et

cittadini li venne contra, et con grandissima pompa li fu preparato

per la Soa Majestà in castello, dove vi si ritrovava amalato el duca

Zuan Galiazo de Milan. Et avanti el Re intrasse in castello, dimandò

le chiave de quello, le qual ge fu date. Et intrato, messe custodia

de li soi a le porte, et in una parte alozò lui, in l'altra era il

Duca amalato, come ho ditto. Et la notte medema andò a visitar madona

Bona, era lì in castello, madre dil Duca de Savoja, chiamato Ludovico

secondo, che fo fiolo di Amedeo et padre di Amedeo 3.º, el qual del

1462 a Lion morite, havendo regnato anni 31. Questo ebbe 3 figliole:

una fo maridata a Ludovico re de Franza, di la qual è nassuto questo

Carlo re; l'altra fo questa madona Bona, nel duca Galeazo de Milan,

padre de questo Duca; et la terza in Guielmo marchexe de Monferà, di

la qual non vi naque niuno. Et have uno figlio, come ho ditto, chiamato

Amedeo, el qual have per moglie la sorella dil prefato Re de Franza, et

have do figlioli: Philiberto et Carlo, et regnò 13 anni. Et Philiberto,

da poi la morte dil padre, dominò, et, morto giovineto, successe Carlo

suo fratello, che _adhuc_ domina. Adoncha questa madona Bona è sorella

di la madre dil Re, et per conseguente el Duca de Milan vien ad esser

suo zerman cosino, et sono di una etade; et poi ditta madona Bona partì

di Pavia et andò a Milan.

A dì 15 el Re andò a visitar el Duca, el qual era in letto amalato;

et andato dentro el Re, li usò parole acomodate. Et lui rispose:

Christianissimo Re, molto mi doglio di esser in termene de non haver

potuto venir a honorar la Majestà Vostra, come era el mio debito

et voler, et merito di la Celsitudine Vostra, et presentarvi el mio

stato. Et non havendo da darvi se non città, le qual tutte era de Soa

Majestà, et za per avanti offerte, per il sangue et benivolentia era

tra loro; ma che _solum_ li restava a far uno presente di la più cara

cossa che havea, che era il so fiul primo genito. Et cussì quello

presentò in dono a Soa Majestà, et ge lo dette in brazo; el qual era

de anni cinque. Et el Re lo tolse et abrazò et basò, recevendolo per

fiul, rengratiando el Duca de tal offerta. Et tolto combiato, se partì

et andò a la sua stantia. Quivi col Duca era madona Isabella, moglie

di esso Duca et fia dil re Alphonso. Questa, considerando che questo

Re andava a la destrution de suo padre, mai si volse venir a tocarli

le man nè venirli davanti. _Imo_, exhortata dal sig. Ludovico et

sig. Galeazo di San Severino, che dovesse venir a tocar la man al Re,

rispose mai vi vegniria. Et tolse uno cortello in man, et disse: Prima

mi amazerò mi medesima, che mai vadi a la sua presentia de chi va a

la ruina dil Re mio padre. Era qui in Pavia Lorenzo Spinelli, che feva

le facende a Lion di Lorenzo de Medici, et praticava acordo col Re et

Fiorentini.

A dì 16 el Re andò a disnar a la Zertosa di Pavia, ch'è uno monasterio

de Zertosini de li belli che sia in Italia.

A dì 17 si partì con lo suo exercito et el sig. Ludovico, che lo

seguitava per honorarlo fino fuora el territorio de Milan, et venne a

Castel San Zuane, mia 12 lontan da Pavia.

A dì 18, a hore 22, el Re intrò in Piasenza, terra grossa pur dil Duca

de Milan, et intrò con pioza. Li fo fatto grande honor da' Piasentini;

alozò in palazo, et la matina volse andar aldir messa a San Sisto,

dove è una capella regia, dove ha dil corpo de Santa Barbara, che fo

di nacione franzese, et è monaci di l'ordine di la Congregatione de

Santa Justina. Questo Re havia con la sua persona prima lanze 600, che

son cavali 3600, balestrieri 200, arzieri 400 et 200 zentilhomeni in

guardia soa; in tutto 7800 cavali: le qual zente el forzo se aviò a la

volta de Parmesana. Seguiva el campo molte donne meretrice franzesi;

et oltra di questo assa' persone inutile. Havea carete de artilarie

n.º 40, menate con sè de Franza, et passavolanti che butavano balote di

ferro di....... l'una, fabri, marangoni, maestri di bombarde, inzegneri

et altre arte assa'; Sguizari, gran numero: _conclusive_, tutto era

preparato a dover haver vittoria. Era ivi di molte generatione, come

ho ditto di sopra. Et el Re cavalcava con gran pompa, et a le volte si

faceva menar a una careta, tirata da corsieri bellissimi et di gran

precio; et è torniato de molti, ch'è la sua guardia. Non cavalcava

la domenega, per devotione. Veste di negro; et quelli di la sua corte

porta uno signal a questo modo: zoè C A, che vuol dir Carlo re et Anna

rezina sua moglie. Li suoi stendardi erano tre zii (_gigli_) in campo

azuro, con la corona granda di sopra; et, _ut plurimum_, di zendà

bianco. Fo ditto alcuni erano con lettere: _Voluntas Dei_; et altri:

_Missus a Deo_. Havia molti chariazi per le arme, et mons. di Samallo

et mons. di Beucher erano li principali a presso la soa persona,

_ut_ conseieri a questa impresa; _etiam_ Filippo mons. di Savoja. Et

havia uno so cuxin, chiamato mons. de Lignì, el qual dormiva con lui.

Franzesi sono zente molto superba, fortissimi et gaiardi; nel combatter

non perdona la vita, ma trano a la gorza (_gorge, gola_); portano gran

pantoffe in piedi et molto, in questo tempo, large; et le sue stafe di

le selle de li cavali sono longissime; portano li stivali di sopra le

schiniere, et cappelli grandi in testa; habiti curti con manege large;

sono condoti a luxuria, et manzano et bevono voluntiera: _conclusive_,

sono zente assa' disordinata. Seguite fino qui a Pavia l'ambassador

dil Re de Spagna, nominato di sopra; et el Re li dete licentia, et si

partì, et tornò a Zenoa, _demum_ in Spagna, dolendose molto di questo

Re.

Venne uno ambassador di la Raina di Napoli, che fo moglie di Re

Ferdinando, sorella dil Re di Spagna, in Piasenza dal Re preditto,

insieme con uno fra Zuane de Monlion, di l'ordine di San Francesco di

l'Observantia, di natione franzese, el qual fo causa et mediator de

pacificar le cosse con questo Re et il Re de Spagna, quando li rese el

conta' di Rossiglione. Questi, a dì primo Octubrio partino di Roma, et

a dì 17 zonse a Piasenza, et fonno a parlamento con el Re, per voler

conzar le cosse con Re Alphonxo; ma non poteno.

El Pontefice, vedendo el Re seguitava di venir di longo, deliberò

de interponerse, per veder si poteva conzar le cosse, et che 'l non

venisse più avanti; et volse mandar legato el cardinal Monreal, suo

nepote. Ma el Re non volse parlarli, per causa lui fo quello incoronò

el re Alphonso, come è scritto de sopra.

A dì 19 Octubrio l'ambassador di la Signoria andò a parlar al Re; era

il sig. Lodovico. Expose et lexe la lettera dil conte Bernardin de

Frangipani et dil retor de Raspurch, zerca a le cosse di Turchi. Et el

Re ringratiò la Signoria, et disse: Provederemo ben tutto.

In questo mezo che 'l Re dimorava a Piasenza, dove vi stete zorni 6,

et aspettava do ambassadori lucchesi, et è da saper che za era venuto

da Soa Majestà Lorenzin de Medici, el qual era confinato mia 3 da

Fiorenza, et appropinquandose el Re in Italia ruppe li confini, et

andò dal Re dicendo: Sacra Majestà, io, per honorar li toi ambassadori

et alozarli in caxa, son stà da' Fiorentini mandato in exilio; _unde_

al presente son venuto a inchinarmi a Toa Christianissima Majestà,

facendoli bon animo la vengi; et si da' Fiorentini non haverà quella

il passo, li offerisco di sopra, per la via di mio cugnado, sig. di

Piombino, el qual è dedito a Toa Majestà. Et il Re lo vete volentiera,

et molto lo carezò, et tenelo a presso de sè molto stimato.

Ma el Duca de Milan, da poi partito el Re, comenzò a pezorar di la

egritudine havea, et, di hora in hora, di questo el sig. Lodovico era

advisato. Hor, come piaque a Dio, esso Duca a dì 21 Octubrio, de Marti,

a hore 8 di notte, in castello morite: la qual morte soto sora a tutti

fo gran meraviglia, et si judicò fusse stà tossicato. Lassò el fiul

Francesco, primogenito, di anni 5 et unico; et do figliole, una di anni

3, l'altra de mexi 9 in X; et la moglie graveda: la qual poi parturite

una figlia.

Questo Duca era de età de anni 27; però che, amazato el padre da Andrea

de Lampugnano, milanese, el zorno de San Stefano, in chiesia de San

Stefano a Milan, del 1476, essendo di anni 9, comenzò a dominar sotto

il governo di la madre, et di uno Cecho di Calavria, primo del Consejo

secreto dil padre; el qual, ne l'anno 1479, chiamò al governo di quel

Stado el Sig. Ludovico, barba paterno, et fradello dil duca Galeazo

morto. El qual da esso Cecho prima fo mandato in exilio, ma ritornato

a Milan Ludovico, et preso el governo di quel Stado di man di madona

Bona, madre di esso Duca, fino questo zorno sempre ha governato,

reto et ministrato; et fece taiar la testa a ditto Cecho nel 1480, 19

Ottubrio, ne la piaza de Milan, oponendoli havea fatto contra el Stado.

Adoncha, questo Duca regnò al modo ditto di sopra, sotto questo

governo, anni 17; era Duca,_ tamen_ Ludovico disponeva. Ma inteso el

sig. Ludovico, era col Re a Piasenza, in quel zorno medemo, in hore

pochissime, tal nuova, senza andar altrove, chavalcò di longo a Milan,

ch'era mia 40 de lì lontano; et lì a Milan era madona Bona, quando

suo fiul morì. Et zonto che 'l fu, che fo molto veloce, in questa sera

medema de dì 21 Octubrio, fece dar danari a tutti li soi provisionati,

et deliberò di farsi lui Duca; et cussì si fece, come dirò.

A dì 22, la matina, za era divulgato per tutto Milan la morte dil Duca,

et venuta dil sig. Ludovico in castello; et tra loro molto mormoravano

quello havesse a seguir, o se 'l faria lui sig. Ludovico, o pur volesse

levar el putino, fio dil Duca, a cui _de jure_ aspettava el Ducato.

Hor ditto sig. Ludovico a bona hora mandò per tutti li zentilhomeni

primarii di la terra, li qual venisseno in rocca a parlarli; et cussì

veneno zerca 200. I qualli venuti, li usò queste parole: Citadini miei,

havendo piaciuto a l'eterno Iddio de privarne di la Excelentia dil Duca

nostro et mio nepote, essendo io stato sempre quello che ho governato

questo Stado, difeso da molti, et augumentado ne l'esser che vedete,

che tutto el mondo lo aprecia, et, chi non l'havesse custodito, saria

sta dilaniato, come fo al tempo dil duca Philippo Maria Anglo, mio

avo materno, che, morto che 'l fu, parte dil suo Stado da soi vicini

fo dilaniato e tolto; et a hora, benchè vi sia rimasto uno fiul dil

Duca, che a pena è fuora di fasse, parmi per il meglio, con el nome

de Christo et voler vostro, prender questo dominio et governo per

ben vostro; et che voleva correr et cavalcar la terra. _Unde_ quelli

citadini, essendo dove erano, non potendo far nè dir altro, risposeno

esser contentissimi, et desideravano che Soa Excelentia havesse tal

dominio, perchè si potea dir, da poi la morte dil duca Galeazo non

haveano habuto altro Duca che lui. Et queste parole et molte altre

risposeno Galeazo Visconte, ch'è di le prime case de Milan; però che

in Milan sono do caxade principale: Visconti, el qual cognome hanno

li Duchi di Milan, et Traulzi, che sono gelfi. Et cussì a hore 17,

la qual hora esso sig. Ludovico volse elezer et cernir per optima dal

suo maistro Ambrosio Astrologo, et fo di Mercore, 22 Octubrio, montò

a cavallo, vestito d'oro, con la spada portata davanti per Galeazo

Visconte, vestito _etiam_ de pano d'oro, cridando: Duca! Duca! Moro!

Moro! Andò prima a Santo Ambrosio, protetor de Milan, dove giace el

suo corpo; poi cavalcò per la terra. El populo era admirato; niun

non dimostrava letitia, se non li soi di la corte; et, ritornato in

castelo, fo trato colpi di bombarde, sonate le campane, et fece serar

le botege di la città.

L'ambassador di la Signoria...... da Piasenza _etiam_ lui ritornò a

Milan, ma non potè venir sì presto; et a Marignan, mia 10 lontan di

Milan, intese el correr di la terra havia fatto el Duca; et subito

spazò a la Signoria, la qual nova venne prestissima. Et la sera medema

che si fece Duca, zonto l'ambassador a Milan, ditto signor, al presente

Duca, venne in persona da l'ambassador, con el qual conferite insieme;

dicendo era certissimo, la Signoria haveria grandissimo piacer di tal

sua creatione, offerendose etc. Et poi, el zorno driedo, mandò el conte

Zuan Boromeo et Piero di Galera, sei consejeri, per ditto ambassador,

et lo menò in rocca dal Duca, el qual era stato a Santa Maria di le

Gratie, vestito con uno mantello da coroto, longo insino a terra; et

qui l'ambassador si dolse di la morte dil Duca.

A dì 22 ditto, la notte fo conduto in Milan el corpo dil Duca, et

portato al Domo con 300 torze, con tutti preti et frati de Milan,

fo posto in mezo a presso l'altar grando sopra uno soler, vestito

damaschin bianco fodrà de varo, con un zupon d'oro, con la bareta ducal

di panno d'oro, con uno revoltin de varo; in la man destra uno baston

inarzentado, in la sinistra una spada, et li speroni roversi in piedi.

Et poi che fo tenuto tre zorni sopra la terra, fo lì in domo sepulto,

a presso li soi progenitori Duchi, i quali sono tutti in casse coverte

d'oro lì a l'altar grando; et sopra di la cassa del deposito fo trovato

tal epigramma.

_Epigramma sepulchro Ducis Mediolani affixum:_

_Dux pater ense perit, rapuit me dira veneni_

_Sorbitio, qua dux tertius arte cadit._

_Debuerat natus Ligurum succedere sceptro;_

_Comprimat exardens hoc Jovis ira nefas._

_Aliud in eodem sepulchro:_

_Dux Ligurum pater, hic ferro, natusque veneno:_

_Morsque reum sequitur primum, mox fata secundum._

Et el Duca mandò 4 consejeri per la duchessa et fiul, erano a Pavia, et

condurli a Milan; li quali fonno el conte Zuan Rusca, Gaspar Visconte,

Branda da Castiglion et Battista Sfondrà. Et a dì 25 ditto zonse a

Milan, et fo messa ditta duchessa ad habitar in la rocca, in una stanza

contigua a quella di madona Bona, et lì stetene con gran coroto; et da

quelli vi andono, era gran oscurità a veder.

A dì 23, col Duca preditto, l'ambassador de Ferrara et quello do

Bologna, et Antonio Maria di San Severino, el qual lo fece a la guarda

di la soa persona, con 60 balestrieri armati a cavallo, et le menò

con lui quando tornò dal Re; et la matina seguente ditto Duca venne

a visitar a caxa l'ambassador di la Signoria. Et con Soa Excellentia

ditto ambassador, _nomine Dominij_, se allegrò sumamente; et el Duca

scrisse a la Signoria dil successo et creation sua, sottoscrivendo:

_Ludovicus Maria Sforcia Vicecomes Dux etc._; et confermò l'ambassador

era a Venetia, stato za anni 4, chiamato Thadio de Vicomercà, el qual

al tempo di la liga, fatta con il Pontifice et Duca de Milan,......

fo dal Prencipe fatto cavalier et vestito d'oro, donatoli le insegne

de San Marco nel petto. Et è da saper che ditto ambassador dil Duca,

or andato in Collegio vestito con panni lugubri, presentò le ditte

lettere, et offerse el Duca suo a questa Signoria.

Ancora esso sig. Duca, sì al re de Franza, _quam_ a Roma al Pontifice,

et ad altri potentati de Italia mandò a notificar la soa creatione;

et in questo zorno expedite uno suo secretario, chiamato Maffio de

Pirogno, con cavalli 12, al serenissimo Maximiliano re di Romani

electo imperador, el qual era in Fiandra. Et è da saper che ditto Re

di Romani ha per moglie madona Bianca, sorella che fo del Duca de Milan

nuovamente defunto, et nezza di esso signor Ludovico, al presente Duca.

La qual con grandissima pompa de Milan, in questo anno, fu mandata

a marito, et datoli dote di ducati 300 millia; et zonta a Yspruch da

Sigismondo d'Austria, _olim_ Archiduca, el qual poco avanti, per esser

in decrepita età dette el Stato suo et renonciò al prefato Maximilian

suo nepote et figlio de l'Imperator suo fratello, et si tolse una vita

quieta, et ha provisione. Questo ha una bellissima moglie et giovane,

figlia di uno di Duchi de Saxonia, la qual con gran jubilo ricevette

questa, che doveva esser imperatrice. Et pur alquanto quivi dimorò,

perchè molti di Baroni di Elemagna non volevano esso Massimiliano

per niun mondo sposasse tal donna, dicendo non era conveniente uno

Imperator tolesse la fia di uno Duca suo subdito, però che Milan è

Camera de Imperio. Queste noze adoncha fo concluse, subito morto el

padre Federigo terzo Imperator, el qual del 1493, a dì 19 Avosto,

expirò. _Unde et tamdem_ ditto Maximilian vuolse torla per moglie;

et cussì ivi venuto, in questo medemo anno 1494, di quaresima, habuto

licentia dal Pontifice di consumar in quel tempo el matrimonio, ch'è

zorni che la Chiesia non vuol che si sposi alcuna donna, pur in una

città chiamata Ala, mia 5 di là de Ispruch, sposò questa madona Bianca;

et volendo ritornar in Fiandra, lei volse sempre seguitarlo, et cussì

va seguitando, et è carissima moglie.

La spedizione di Carlo VIII in Italia · 第 44 / 49 题