Li homeni d'arme 800 a do cavalli per homo d'arme N. 1600
Arcieri a cavallo » 1000
Arcieri a piedi » 6000
Cavalli per l'artegliarie » 300
Summa cavalli N. 2900
» a piedi » 6000
_Cavalli de Francesi passati per lo Novarese guidati dal conte Borella._
Monsig. di Pienes cavalli N. 400
Monsig. de Smoda » 350
Monsig. de Mompensier cavalli » 350
Zente dil principe di Orangia » 50
_Questi altri è passati per lo Alexandrino guidati da Scaramuzza
Visconte._
Monsig. Doyson cavalli N. 460
Monsig. della Tramoglia cavalli » 300
Monsig. de Guisa cavalli » 300
Monsig. lo Gran Scudier cavalli » 300
Monsig. de Vienon cavalli » 300
Monsig. don Zuliano cavalli » 920
Summa a tutti N. 2580
Summa summarum, tutti cavalli N. 7160
a piedi » 6000
La qual poliza fo mandata per quei de Milano, _tamen_ non fo vera, come
più avanti a la descrittione di tutto lo exercito di esso Re, habuta la
verità, sarà scritto.
_Questi sono li nomi de molti capitanij et Gran Maestri venuti col Re
in Italia, i quali tutti è stà nominati per lettere in diversi tempi._
Monsig. di San Malo, _nunc_ fatto Cardinal.
Monsig. di Biocher, cam.º dil Re (o vero de Beucher).
Monsig. de Brexe, zoè Felippo, monsig. di Savoja, barba dil Re.
Monsig. Maraschalco de Giae.
Monsig. Maraschalco de Bertagna.
Lo Gran batardo Matio de Borbon.
Lo batardo Charles de Borbon.
Louys monsig. de Lussemburg, cuxin zerman dil Re et conte di Lignì.
Monsig. di Mompensier, di la caxa di Borbon.
Monsig. de Obegnì, cap.º di 100 scozzesi di la guarda.
Monsig. di la Trimoglia, cam.º dil Re.
Monsig. de Miolano, cam.º dil Re et cap.º di 100 zentilhomeni di
la guarda dil Re (o ver de Miolans).
Francesco monsig. de Lussemburg, di caxa di Elemagna.
Monsig. de Biamonte, de Polignachi.
Monsig. de Fois.
Monsig. lo Grande scudier, sig. d'Urfè.
Monsig. lo Preosto de Paris.
Ludovico monsig. di Vadoma, di la caxa de Borbon.
Monsig. lo Presidente de Paris.
Monsig. lo Presidente de Garnopoli.
Monsig. Angilbert, conte di Neversa, fratel dil duca de Cleves.
Monsig. de la Palissa.
Monsig. de la Spara.
Monsig. di Arzenton.
Monsig. di Citem.
Monsig. di San Perus.
Monsig. di Corsol (_Cresol_) cap.º di 200 arcieri di la guarda.
Monsig. lo Vidame de Ciartes, cap.º di 100 homeni d'arme di la
caxa dil Re, e di 100 ballestrieri.
Monsig. de la Ruota.
Monsig. Presidente dil Dolphinà.
Monsig. General di Bertagna, Ioam Frances. Cathelam.
Monsig. lo Preosto de Marisal, sopra tutte le zente d'arme dil Re.
Monsig. Peron di Basser, era scudier di scuria dil Re.
Monsig. Robertet, cancellier dil Re.
Monsig. de Biamonte di Normandia, in Livorno.
Monsig. de Piennes.
Lo General de Linguadocha, fratello de monsig. da Mallo.
Sariach, quello guardava il castello di Perpignan, è a Pisa.
D. Claudio de la Cintra.
D. Gratiano de Guerra, cavalier.
D. M.... de Guerra suo fratello, cap.º di Hostia.
Felippo de Molins.
Joch de Silgi, capitano.
Don Cabriel de Monfalcon.
Monsig. lo Episcopo de....
Monsig. di Zoia Monte.
Monsig. de Guisa.
Monsig. Dandreges, che fo lassato cap.º in Pisa per el Re.
Monsig. Gisam de Gias (_Jean de la Grange_), Gran Maestro di
le artegliarie dil Roy.
Monsig. de Persì.
Monsig. de Lignì.
El Re zonto a Pontremolo deliberoe di andar più di longo, et zà le sue
zente, redute su quel de Fiorentini, facevano de gran danni, come più
avanti sarà scritto. Et andò a uno castello dei marchexi Malaspina,
recomandati al Stato de Milan, chiamato l'Aulla, mia X distante da
Serzana, loco de Fiorentini, el qual el Re mostrava di voler acquistar.
Et el sig. Ludovico duca di Milano, zonto a Villafranca vicino dove era
il Re, adi 31 Ottubrio andò a visitar Sua Maestà, et usò le parole li
parse. Fatto li secreti consegli, ritornò ad allozar la sera pur nel
ditto castello de Villafranca, et poi andò a Fornovo, et qui stette
alcuni zorni visitando spesso el Re. Et adi 13 Novembrio ritornò a
Milano con l'ambassador nostro, essendo stato col Re zorni tre, et
avanti partisse di Pontremolo fè zurar a quelli dil loco fedeltà, et
receverlo per suo signore et duca.
Adi ultimo Ottubrio passò per Pontremolo 1000 Sguizzari dil Re, et
andava in campo, et per le sue insolentie la terra fo in arme, ne
ammazzorno 18, feriti assai, li expulseno di la terra; et questo perchè
volevano metter a sacco quel loco, ma quando fo il ritorno dil Re
in Franza feceno le loro vendette, come nel terzo libro sarà scritto
ordinatamente.
Le zente dil Re, andate scorsizando su quel de Fiorentini, preseno
le infrascritte castelle n.º 24, zoè: la Rocca Sigillina, Bagnone,
Castiglione (_del Terziere_), castelli fortissimi; Corvarola, Furnolo,
Pastina, Caprigliola, Navola, Capo de Ponte, Monzone, Agello, Equi,
et questi tutti si reseno a Franzesi a patti, et levono le insegne dil
Re; Albiano, Falcinella, La Verrucola, Fivizzano, Lamone, Montecharo,
Gropo San Piero, questi sono messi a sacco, et fatto presoni perchè
non si volseno render; Castelnuovo bruzò et sacchizoe, el qual facea
fuoghi 150; Ortonuovo, Pietrasanta, Serzana et Serzanella poi have come
dirò di sotto. Et d'indi Franzesi si comenzono a inrichirsi, et fece
prede de valor de ducati 40 in 50 milia, come scrisse l'ambassador de
Milan era a Fiorenza, per la descrittion fatta al suo Duca. Era con il
Re, come per lettere di Zorzi Pisani ambassador a Milan Venitiani fo
certificati, su quel de Fiorentini, Franzesi X milia, Sguizzari 5000,
bocche da fuogo 900.
Adi 7 Novembrio el conte de Maza ambassador dil Re Maximiliano venne
con cavalli 14 dal Re di Franza a Pontremolo. Zonse in questo zorno,
parlato col duca Ludovico, expose al Re la imbassata dil suo Re di
Romani.
Fiorentini, domente tal cose si fanno, considerando il fatto loro, et
come il Re li haria mandato a dimandar di novo passo et vittuarie, et
che le haveano denegate et altre volte promesse; vedendo Franzesi in
gran reputatione, et che de li soi castelli gran numero erano stati
presi, sacchizzati, et malmenati li habitanti; et pensandosi che
sopra di loro el fatto andava, et erano li primi tocchi, havendo zà a
Piasenza mandato Anzolo Niccolini loro ambassador et Piero Alemanni
stravestidi per esser in colloquio col Re, et non havevano potuto
operar alcuna cosa; et che Lorencin de Medici, che havea rotto el
confino, era molto honorato apresso Sua Maestà; et che Senesi, Lucchesi
et altre comunità erano disposte di darli passo et ogni altra cosa;
che 'l campo dil re Alphonso già era disciolto; et ultimo, che bona
parte di le sue mercadantie erano a Lion et altri luogi de Franza, et
che lì in Franza Fiorentini sempre fevano bene li fatti loro; et molte
altre ragione che tra loro fonno consultate: deliberono adi 2 Dezembre
nel Conseglio di 300 di mandar 8 ambassadori al Re preditto di Franza,
li nomi di quali è qui sotto scritti. Tra i quali volseno vi andasse
Piero de Medici, che _tunc_ in Fiorenza era primario, et quasi quella
terra, _licet_ fusse cittadino privato, governava, facendo in effetto
il tutto. Et la Signoria, che sono otto, et uno confalonier, nove,
niuna cosa expediva senza saputa sua. Come in diversi tempi questa
caxa de Medici lì in Fiorenza havea habuto tal potere, del 1432 in
qua, che Medici fonno revocati, che erano fora ussiti, Cosma suo avo
nominato in molte historie et ricchissimo, et sopra di la sua sepultura
è tal epitafio: _Cosma Medices, Pater patriae_. Poi successe Piero suo
fiol, che have gran potere; _demum_ ne li nostri tempi Lorenzo padre
di questo Piero, et Juliano, et Joanne di la Romana Chiesa cardinal
fatto per Innocentio pontifice. El qual Lorenzo novamente del 1492 era
mancato di la presente vita. Questo Lorenzo varentoe la Republica al
tempo di la guerra di Toscana del 1488, quando Ferdinando re vi voleva
poner le mano, et Sixto pontifice li erano contra; _tamen_ la Signoria
de Venetia et Stado de Milano li deteno gran favore. _Sei de his
hactenus_. Li ambassadori electi fonno questi: Angelo Nicolini dottor,
Domenego Bongi dottor, Piero Alemanni cavalier, Juliano Salviati,
Piero Soderini, Francesco Valori, Brazo Martelli et Piero de Lorenzo de
Medici. El qual volse prima lui partirse da Fiorenza, et andar dal Re
di Franza, et adattar le cose; et accordò poi che questi li venisseno
driedo, et confirmasseno ogni accordo fatto per lui. Et cussì fonno
Fiorentini contenti, perchè Piero li prometteva de conzar con honor e
ben loro. Et cussì ditti ambassadori partino di Fiorenza, dimorando a
Pisa, et Piero de Medici venne avanti a trovar il Re.
Adi 8 Novembrio adoncha, esso Piero zonse dal Re preditto, el qual
era a una badia mia do lontan de Serzana, et voleva metter campo
a ditta Serzana, et al tutto ottenirla. Et zonto Piero de Medici,
fatta riverentia come a tal Re si richiedeva, visto la sua potentia,
_non solum_ li seppe nè volse contradir, _ymo_ aderite ad ogni
suo voler; et inzenocchiato davanti el Re, li presentò Serzana,
Serzanella, Pietrasanta, el porto di Livorno et Pisa in le sue man,
a sua discretione, dicendo: Vostra Maestà mandi con mi, che tal luogi
haverà in suo dominio. La qual cosa non havea in commissione di far da
Fiorentini; et fu molto accetta al Re. Et poi che le sue zente introe
in Serzana, essendo cussì el voler di Piero, esso Piero disse al Re
volea tornar in Fiorenza, a poner ordine di la sua felice intrata. Ma
li altri ambassadori li venivano driedo, inteso questo accordo havea
fatto Piero, havendolo molto a mal, ritornono a Fiorenza, et non
volseno andar di longo.
Adi 9 tornato Piero in Fiorenza, et zà lo suo palazzo era preparato
di molte tapezzarie per la posada dil (_Re_), benissimo in hordine.
Ma Fiorentini ebbeno a mal quello havea fatto Piero contra il voler
loro, et erano molto sdegnati contra di lui, et volendo andar Piero al
palazzo di la Signoria per riferire tal accordo, el qual zà si sapeva,
con alcuni provisionati secondo il consueto, et Piero si havea armato,
sentendo il mormorar di la terra, _tamen_ di sopra si puose el suo
mantello di coroto portava per il padre ancora; et credendo andar di
longo in palazzo li soi provisionati, come erano assueti di andarvi
senza diponer le spade haveano, trovano a la porta dil palazzo predetto
Jacomo di Nerli cittadino, fratello di Bortolomio de Nerli, che a
Venetia è gran mercante et ha gran fatti. Or questo Jacomo per esser
deputato, volendo intrar uno provisionato di Piero avanti in palazzo,
li disse: metti zoso (_giù_) le arme. El qual volendo contrastar, li
bastò l'animo di metter man su la spada, perchè li non era tolta, et
disse: tu non vi entrarai. Et Piero meravigliandosi di questo, esso
Jacomo li disse certe parole, per le qual Piero cognobbe la Signoria
esser sdegnata contra de lui, et che lì in palazzo vi era custodia;
_unde_ deliberoe di andar attorno la terra, cridando: _Libertà!_
per veder come il populo si moveva. Zà su le porte di Fiorenza suo
cugnato sig. Paulo Orsini, el qual era soldato de Fiorentini, et
havea 500 cavalli, veniva in suo ajuto. Et cussì andato attorno la
città, cridando lui et li soi come ho ditto: _Libertà! Libertà!_ ma il
populo era admirato di questo, et ritornò a casa, dove li soi facevano
gran festa, butando confettioni, acciò il populo li fusse amico. Ma
la Signoria, visto questo, sonò una campana che di raro si sona, se
non quando intravien qualche gran cosa, come fo questa, di andar uno
privato cittadin attorno la terra; per la qual cosa tutta Fiorenza si
levono in arme, et correno su la piazza. Ma li amici et partesani de
Piero preditto lo consigliono, perchè il populo li era molto contrario,
che per il meglio dovesse subito partirsi; havendo visto quando andò
attorno la città cridando, che niuno fece segno alcuno in suo favore.
_Unde_ esso Piero con li do fradelli, Zuane cardinal, _tituli Sanctae
Mariae in Dominica_, et Juliano, _etiam_ el sig. Paulo Orsini preditto
suo cugnato, vestiti incogniti se ne partiteno di Fiorenza, et veneno
a Bologna, lassando alcuni de soi che dovesse tuor quello potevano di
l'aver sottil, _maxime_ alcune medaie d'oro et zoje, le qual medaie era
di gran precio et le prime cose de Italia, che fu di Lorenzo suo padre,
et che li dovesseno venir driedo. La moglie, chiamata Alfonsina di
Orsini, rimase lì in Fiorenza. Et zonti a Bologna, el cardinal rimase
nel monasterio de San Domenego: Piero, Juliano et Paulo Orsini veneno
a Venetia, come dirò sotto. Ma in questo mezzo la Signoria de Fiorenza,
chiamato el consiglio, inteso el ditto fuzer, feceno molte provisione,
detteno taglia a Piero et Juliano de Medici, che chi li presentasseno
vivi havesse ducati 4000, et 3000 morti; et alcuni corseno al suo
palazzo volendo metterlo a sacco, el qual era, come ho scritto,
preparato di molte tapezzarie per la venuta dil Re. Et a ciò non fusse
disconciato, vi andò alcuni deputati per la Signoria a custodia, et non
lassò di sopra fusse toccato alcuna cosa: ma ben di sotto, zoè vini de
le soe caneve, formenti et altre cose fonno sacchizzate. Et Fiorentini,
consultato quello dovesseno far, perchè il Re si approximava, elexeno
quattro ambassadori, i quali insieme con uno frate, Hieronimo di
Ferrara, di l'ordine di San Marco, frate predicatore, homo molto
religioso et di gran sanctimonia, el qual lì in Fiorenza era adorato
per santo, et, come Fiorentini dicevano, questo havea preditto la
venuta dil Re et tal confusione: et a questi cinque commesseno che
andasseno dal Re, et si accordasseno con gli miglior patti potevano.
Et inteso questa nuova a Venetia, Antonio Soderini, era ambassador de
Fiorentini a questa Signoria, essendo il Consejo de Pregadi suso, battè
a la porta, et tolse licentia da la Signoria, _et statim_ partite, et
ritornò a Fiorenza.
Ritorniamo al Re di Franza, el qual habuto la fortezza di Serzana,
vi messe a custodia monsig. de Citem, che fo a Venetia ambassador, et
li commesse quello loco governasse, et fece levar le sue insegne. In
Livorno mandò monsig. di Biamonte di Normandia; et partito di Serzana
intrò in Pietrasanta, dove vi messe uno altro suo barone in governo,
et pur fece levar le bandiere di Franza. Qui venne _etiam_ Lucchesi,
che con desiderio aspettavano la sua intrata: onde il Re terminò, prima
andasse a Pisa, di andarvi a Lucca.
El Re di Franza adonca, adi.... Novembrio, intrò in Lucca, dove
_honorifice_ fu ricevuto. Li venne contra alcuni cittadini vestiti di
bianco, con l'arma dil Re nel petto, et intrò sotto uno baldacchino: in
summa li fo fatto grandissimo honor da Lucchesi. Allozò nel vescovado.
Et quivi stette un zorno et mezzo. Lucca è città antichissima in
Toscana, da Greci edificata: fu colonia de Romani, et, come scrive
Strabone nel quinto libro di le molte cose, et Livio nel duodecimo. Et
da poi Paulo Guinigio che del 1400 _tyrannice_ Lucca governava. El qual
in questo anno, essendo Lucchese, con favore di Galeazzo duca de Milano
si fece totalmente signore, et regnò anni 30; et edificoe ivi uno
palazzo degno et superbo, et poi, per ordinatione de Fiorentini et soi
cittadini, fo preso et menato a Milano in prigione al duca Philippo con
li figlioli; el qual sì lo confinò in perpetua carcere: et cussì perse
el dominio di Lucca et grandissime ricchezze che havea. Ma poi Lucchesi
che hebbeno tal tiranno scacciato, si redusseno in libertà, et fino al
presente stanno governandosi a populo, facendo il suo governo tra loro.
Di Lucca vi fue Lucio pontifice maximo, et zà Lucchesi ottenero da
Federico imperatore che in Toscana non fusse lecito usare altra moneta
che lucchese, con certi segni de l'imperio; et Lucio pontifice concesse
privilegio a Canonici de San Martino, che è la chiesa cattedrale, che
potesseno portare in coro le mitre ad uso di vescovo. Ancora Alexandro
Secundo pontifice fo lucchese. Questa città, dicono alcuni, fu chiamata
Lucca dagli scudi d'oro i quali rilucevano essendo in su le torre
de ditta città altissime, li quali vi sono stati molti tempi. Et la
ymagine dil Volto Santo, cussì da loro chiamato, ch'è uno crucifixo
vestito, el qual havea scarpe d'oro, una di le qual dette a uno povero
che era molto calamitoso, et d'indi è posto una lezenda di sotto questo
pè è senza scarpa. Et meteno tal ymagine nelle loro monete et ducati, è
in gran veneratione, et fa molti miracoli. Et questo el Re volse veder.
Et essendo el Re qui a Lucca, zonse el Cardinal di Siena, homo de gran
reputatione et dottrina, el qual da Alexandro pontifice era stà mandato
a esso Re per legato, per veder si poteva adattar le cose con el re
Alphonso. Et volendo aver audientia dal Re, quello non li volse parlar,
perchè fo nepote di papa Pio, che a la bona memoria dil Re suo padre
fu contrario, et coronò Ferdinando dil Reame di Napoli, come ho scritto
di sopra. Et li mandò a dir a Sua Signoria per alcuni suoi baroni, che
come Cardinal lo havea in gran reverentia, ma come legato non li voleva
dar audientia. Et habuto tal risposta, se ne tornò a Siena, et ivi
stette fino el Re vi entrò. Questo partì di Roma adi 17 Ottubrio.
Venne qui a Lucca tre ambassadori de Senesi, i quali fonno Nicolò
Burgese cavalier, Bortolomio Sozino dottor famoso, et...... ......... a
congratularsi con el Re di la sua venuta, offrirgli el Stato de Senesi,
et che l'aspettavano volentieri, promettendo passo et vittuarie, i
quali fonno ricevuti molto volentieri dal Re, et fattoli bona cera. Et
el Sozino andò a Milano et zonse adi 22 Novembrio, per congratularsi
col sig. Ludovico di la sua creatione, come dirò di poi, scrivendo de
Milano.
Li ambassadori de Fiorentini nominati di sopra zonseno dal Re et
exposeno la loro imbassada, et che Fiorentini erano contenti di la soa
venuta, et che Sua Maestà non si maravigliasse di quello haveano fatto
a Piero e fradelli de Medici, perchè sempre contra la soa Republica mal
si havea portato, concludendo volevano conzar li capitoli in miglior
forma. Et el Re li respose che non era venuto per far alcun danno
a Fiorentini, et che si meravigliava di questo, et che avanti loro
dovea venir a darli il passo et ogni altra cosa necessaria, come zà al
principio di questa impresa li haveano promesso: et che voleva intrar
in Fiorenza dove conzeria li capitoli. Et questi partiti, ritornono a
Fiorenza, essendo stati dal Re.
Et el Re volse da Lucchesi imprestedo ducati 20 milia, et cussì li
fonno presentati; et ancora volse la fortezza di Montegioso in le sue
mano, et Lucchesi gela detteno, dove messe custodia de soi Franzesi.
Qui in Lucca Franzesi feceno molte violentie a donne, però che sono
zente molto lussuriose, et fino hora erano stati su quel di Milano, et
non havea osato far nulla per l'amicitia havea el Re. Ma quivi, come
fo ditto, feceno assà disonestà, et tra le altre el Re, piacendogli una
donna......... bellissima, la qual era, _ut dicitur_, de Guastalla, sì
la mandò a tuor, et habuto el suo desiderio, la lassoe qui; _tamen_ poi
che zonse in Napoli per ditta mandò, et appresso Sua Maestà tenne.
Adi 8 ditto, essendo el Re partito da Lucca a hore zerca 24, introe
in la città de Pisa. Li andoe contra el suffraganeo Arciepiscopo, el
qual era vicegerente dil cardinal San Zorzi e arcivescovo di Pisa, et
con tutta la chieresia apparata, Francesco Secco, nominato di sopra,
che ivi stanciava, et Annibal Bentivoj, figlio dil magnifico Joanne,
era soldati de Fiorentini, et el sig. Francesco Cibo, fo fiol di papa
Innocentio, el qual _etiam_ lui havea soldo da Fiorentini: et cussì
riceveteno el Re dentro la terra; benchè Pisani poco honor li potesse
far, perchè era supposti a Fiorentini. Questo Re era vestito di veludo
negro, con uno cappello in testa: li và da presso sempre cavalcando
monsig. de Brexe et monsig. de Lignì so cusini, di una età de anni
24, et sempre dormiva con Sua Maestà: _etiam_ do episcopi monsig.
de Angier et uno altro. Monsig. episcopo di Samallo et monsig. di
Beucher erano governadori apresso la sua persona de l'impresa, come ho
scritto di sopra. Et ne l'intrar in Pisa havea 500 arcieri attorno,
et 200 zentilhomeni franzesi li va dintorno, et lui in mezzo, per la
sua guardia. Monsig. di Mompensier, ch'è capitano a tal impresa, è
il primo di andar con le sue zente in le terre, avanti vi entra la
persona dil Re. Et el Re allozò in la caxa di Piero de Medici, dove
li era preparato. Et è da saper che qui in Pisa, entrato monsig. di
Mompensier, volendo visitar Francesco Secco, che era suo barba, per sua
moglie ch'è sorella dil marchese di Mantoa, zoè di ditto Mompensier,
non volse parlarli per esser stato rebello dil suo cugnato, _ymo_
più che alcuni de li soi. Partito che fu Francesco Secco di Pisa, et
venuto a Lucca, dove havea mandato il bon et miglior dil suo, per dubio
di quello l'intravenne, Franzesi andono alla caxa sua per metterla
a sacco, et cussì la messe di quello trovono, che furon vittuarie et
poche robbe. Annibal Bentivoj andò a Fiorenza, et el sig. Franceschetto
a Zenoa.
La Domenega, fo 9 dil mexe, andò per la terra il Re, vedendo le do
cittadelle, el Domo, el Campo Santo, el sito di la terra, et ogni altra
cosa; sempre a cavallo. Et per seguir il mio consueto, alcuna cosa di
Pisa qui voglio scriver.
Pisa è città in Toscana dignissima, et zerca 1700 anni avanti lo
advenimento di Christo fo edificata da Greci, i quali veneno da
Pisa de Archadia, come (_dice_) Strabone; et edificono questa Pisa
in Italia. Et zà fu potentissima, non a tempo de Romani, ma poi che
Populonia et Luna città furono guaste, comincioe, et in tempo di
Carlomagno imperadore havea sotto il suo dominio molte isole et la
cittade de Jerusalem. Ma poi per soe discordie nel 1400 da Fiorentini
soi emuli fue sottoposta, et d'indi fino al presente sempre è stata.
Et Fiorentini, per trattato di uno Joanne Gambacurta, essendo col
campo attorno stati gran tempo, el zorno de Santo Dionixio, ch'è adi 9
Ottubrio, intrò; nel qual zorno ogni anno in Fiorenza si fa sollemnità
grandissima, dannosi pecunia deputata, vestissi _duodecim_ giovenette
povere, si fà processione, et ciò in memoria di tanto beneficio et
vittoria, et si corre uno bellissimo palio. Or qui in Pisa la chiesa
cathedral di Santa Maria è bellissima, il cimiterio chiamato Campo
Santo, dove è di quella terra di Jerusalem, et ivi è posti li corpi
de morti, et in termine di tre zorni non vi si trova più ossi, e tutti
vanno in polvere.
Pisani, desiderando molto la libertà, per la subietione havevano da
Fiorentini, deliberono provar si potevano ridursi in libertà, et prima
praticato con li sig. Gran Maestri et Baroni dil Re allozati in diverse
caxe, dove li patroni de ditte caxe exortaveno quelli li dovesseno
esser propicii, et _etiam_ col sig. Galiazzo di Sanseverino, che poi
tornato dal Re mai si partì da Sua Maestà, et steva quasi come ostaso
di la fede dil sig. Ludovico; et ancora praticò con Don Alphonso fiol
dil Duca di Ferrara primario, che, zonto el Re propinquo a Pontremolo,
venne da Sua Maestà, et con quello andava verso Roma, et_ etiam_ con
suo fratello don Ferrante, che stava in corte di esso Re.
Ma lasciamo questi Pisani praticar, et quello successe questo zorno
scriviamo.
Adi 12 ditto, Fiorentini mandò 4 ambassadori al Re, i quali fonno lo
episcopo di Volterra, Francesco Soderini, lo prothonotario Capponi et
do altri lo nome di qual a mi è incognito; et venuti dal Re a Pisa
li exposeno quattro cose. La prima li apresentò el fio, fo dil sig.
Carlo di Faenza. La secunda per ricercar la liberation di Marino
Tomaselli, orator dil re Alphonso, el qual era stato lì a Fiorenza
gran tempo, et in questi zorni con la fede de Fiorentini publica era
uscito de Fiorenza, et stava in uno castello, et Franzesi lo prese et
menò dal Re, taia ducati 400. Questo fevano Fiorentini per dubito,
Alphonso non facesse questo medemo al loro ambassador si ritrovava
a Napoli, et _etiam_ per le mercadantie havevano in Reame. Et tertio
per sollicitar la sua intrata in Fiorenza, et satisfar il desiderio
dil populo, advisando Sua Maestà di la carestia di vittuarie vi era.
Quarto et ultimo, perchè si provvedesse a li danni et disordini nel
paese fatti. A le qual richieste el Re rispose: primo quanto al sig.
Carlo li era molto a grato, et voleva per suo; secondo poteva tenir
Marino Tomaselli, per esser orator dil suo inimico, appresso di lui,
per haverlo preso fuora di la terra di Fiorenza; tertio che l'entreria
presto; et quarto che daria remedio a li desordini. Et cussì, habuto
tal risposta, ditti ambassadori ritornò a Fiorenza.
Ancora zonse 4 ambassadori di Zenoesi al Re, venuti per la
reintegration di le terre sue teniva Fiorentini, le qual era ne le man
dil Re. Ai quali fo deputati li auditori, et expediti ritornono da poi
a Zenoa.
A dì 10 Fiorentini bandite la caxa di Orsini, et svalisono la compagnia
dil sig. Paulo Orsini nominato di sopra.
Ma Pisani, che erano pur vigilanti al fatto loro, la Domenega de sera,
che fo 9 Novembrio, li principal cittadini andono a caxa a trovar il
Re; et uno di loro fece le parole, pregando Sua Maestà Christianissima
li volesse difender et cavarli de man de Fiorentini, dimostrando
la subietion havevano: concludendo, volevano esser in libertà, et
che dovea bastar a Fiorentini del 1406 in qua haver quella povera
terra posseduta, et che volevano esser sempre suposti a soa regal
corona. _Unde_ el Re, mosso a compassione, exhortato da li soi che lo
consigliava, fo contento di farli quanto domandava; et cussì tutti
li Pisani in quell'hora medema, che erano molti reduti per udir la
voluntà dil Re, comenzono a cridar: Franza! Franza! facendo per la
terra grandissimi rumori in quella notte, et luminarie de fuogi, et
corseno al ponte vecchio, ch'è uno dei tre ponti è sora l'Arno, ch'è
uno fiume nominatissimo passa per Fiorenza, et qui mette in mar, et
rumpeteno una colonna sopra la qual era uno marzocco di pietra, ch'è
la insegna de Fiorentini, et quello rotto di la colonna, lo ligono con
corde et strassinò per la città, et poi fense de brusarlo mettendovi
fuogo intorno; _demum_ lo buttò ne l'Arno, et cussì molti marzocchi per
Pisa ruinorono et spegazono, et era uno bellissimo veder l'allegrezza
dimostravano Pisani, sì donne come homeni. Ancora quella notte,
davanti la casa dove era il Re, fo fatto grandissime feste et fuogi
pareva zorno. Et il Re stava a la finestra, et ne havea grande piacer.
Et il capitano de Fiorentini era lì in Pisa, chiamato Serristorio
de Serristori, et li tre consoli fiorentini, i quali devano ragion,
fonno discacciati, et andono via con il resto de li custodi dil Stato
Fiorentino. Et _conclusive_ si reduseno in libertà, et mandono a tuor
a Lucca li soi ordini, per governarse come facevano Lucchesi. Et da
poi che il Re fo partito di Pisa, el zorno medemo che fo 10 Novembrio,
Pisani si redusseno in consiglio, et fece 6 signori antiani, et X
signori di la Balia et il Confaloniero: mandò compitamente fuora le
gente de Fiorentini, _tamen_ fece uno edito quelli rimaseno per il
Re al governo di Pisa, che nominerò di sotto, che a Fiorentini nè a
loro nè al suo haver fusse fatto alcun dispiacer; ma _libere_ dovesse
andar et uscire di la cittade. Et ancora in Pisa dove era marzocco di
piera, al ponte ditto di sopra, messeno una bandiera con l'arma dil
Re di Franza; et _etiam_ a la gabella dove si levava il stendardo con
el zio (_giglio_), ch'è l'arma de Fiorentini, levono l'arma dil Re
con tre zii (_gigli_) et di sopra la corona. Qui in Pisa el Re lassò
do commessarii franzesi, chiamati uno monsig. Zuan Rabot, uno di
signori dil Parlamento de Garnoboli, et monsig. Zuan Fier dottor in
leze, suo consier; et ancora volse el Re tenir la cittadella nuova,
ch'è la più forte, et Pisani tenisseno la vecchia, et ivi lassò uno
de soi capitani, chiamato Sariachi, che fu quello vardava el castello
di Perpignano, al qual commise fusse capitano de Pisa, de Livorno et
Pietrasanta, dove _etiam_ era alcuni franzesi in governo de quelli
lochi.
Et essendo stato el Re uno zorno et do notte in Pisa, el luni da
mattina montò a cavallo e partite per Fiorenza, et andò ad allozar a
Empole, mia 25 lontan de Fiorenza, poi a Ponte Segna, mia 20 lontano,
dove stette 6 zorni, zoè fino a l'altro luni, che fo a dì 17 Novembrio,
che intrò in Fiorenza: questo perchè voleva aspettar che 'l suo
esercito si ponesse in hordine, et che armati intrasseno in la terra
per più magnificentia. Et el zorno da poi partì el Re di Pisa, vi
gionse in Pisa, partito di l'armata di Zenoa, el cardinal San Piero
_in Vincula_, che veniva a trovar el Re. Et come per lettere di Zenoa
se intese, questo a dì primo Novembrio partì di Zenoa con do galie, et
venne a trovar el Re. _Etiam_ el Principe de Salerno a dì 3 partite,
et venne a parlar con Soa Maestà, et subito tornò a Zenoa per montar
su alcune nave si preparava, et andar a dismontar in Reame. Or questo
Cardinal, per haver le gotte, si faceva portar da quattro persone,
allozò in Pisa al monasterio di San Michiel, poi andò a trovar el Re a
Ponte Segna, et con lui intrò in Fiorenza, et seguitollo fino che 'l Re
intrò in Napoli. Et mentre che el Re dimorava lì a Ponte Segna, Pisani
li mandono alcuni ambassadori, pregando Soa Maestà volesse confirmar
el Studio in Pisa, cussì come prima era et Fiorentini lo tenevano, et
dil suo pagavano li dottori lezenti. _Unde_, mancando il dominio loro,
_ex consequenti_ mancò el lezer et stipendio di dottori: la qual cosa
per honor suo Pisani volevano pagar loro, a ciò vi fosse il Studio. Ma
el Re, per esser implicito di altre faccende, allora non deliberò cosa
alcuna. Et è da saper che quivi veneno li quattro ambassadori ultimi
de Fiorentini, li quali scrissi di sopra che andono dal Re a Pisa, ma
la verità è che fonno qui a Ponte Segna. Ma lassiamo qui el Re, et a le
cose intervenute in questo tempo in altre parte de Italia scriveremo.
_Quello seguite a Roma in questo mezzo._
A Roma el Pontifice, vedendo el prosperar dil Re, era molto di mala
voglia; l'armada di Zenoa si approximava al Tevere, come dirò di sotto;
terminò di far alcuni fanti per custodia di Roma; et vedendo Fiorentini
li davano passo, et quello seguiva in Toscana, non sapeva che farsi:
et però cum Paulo Pisani ambassador veneto spesso consultava, pregando
scrivesse a la Signoria non lo volesse abbandonar. Molto dubitava di
esser privato dil Papato, o ver da li cardinali teniva dal Re fusse
eletto uno altro Papa, et seguir scisma, come in diversi tempi in la
chiesia sono state, per numero 23, dal 234 fin 1444, secondo si leze
ne le historie: et però feva il tutto per haver li cardinali con lui,
et con monsig. Ascanio vice cancellier spesso lo mandava ad exortar
volesse ritornar a Roma, et cussì esso Ascanio deliberoe venir in
Roma, ad abboccarsi col Pontifice, et veder si poteva conzar le cose,
che desse il passo al Re di Franza. Et venuto a Marino, castello de
Colonnesi, mia X da Roma, per ostaso el cardinal Valenza, nepote dil
Papa, Ascanio a dì 2 Novembrio intrò in Roma di sera. Li andò contra
el cardinal Monreal, nepote _etiam_ dil Pontifice, et la fameia di
Sua Beatitudine, et andato dal Papa stette in colloquio fino a mezza
notte, poi il zorno driedo andò in concistoro, et, _statim_ disciolto,
si partì et tornò a Marino, havendo dormito quella notte in palazzo
dil Papa. Et qui a Marino erano le zente de Colonnesi redate, et
aspettavano Antonello Vitelli soldato dil Roy con squadre dodexe.
In questi zorni lì a Roma el banco de Medici fallite per ducati
100 millia, et fo dapoi el cazzar Piero di Fiorenza. El cardinal di
Siena fra i altri have botta di ducati undese millia; et el Papa fece
salvoconduto a Medici per mexi 6.
_Come l'armada dil Re di Franza andò nel Tevere a Hostia et ritornò a
disarmar._
Sì come scrissi di sopra, l'armada dil Re di Franza era uscita di
Zenoa, et, in questo mezzo che 'l Re prosperava in Toscana, venuta a
Neptuno, da la longa si veteno (_videro_) con quella dil re Alphonso,
_tamen_ non si volseno apizar (_attaccare_) dubitando forsi una di
l'altra. Et questa dil re Alphonso prese do galie de Franzesi, come
dirò scrivendo quello faceva el Re preditto, et andò in porto a
Gaeta. Ma quella di Franza, per lettere di Roma di primo Novembrio,
se intese esser zonta a San Severo, fra Civitavecchia et Hostia,
dove dovea metter le zente in terra: et poi, per lettere di 3, ditta
armada si divise in tre parte: galie 18 intrò nel Tevere fino nelle
fosse di Hostia, et ivi messe zente nova franzese, _adeo_ che fo perso
la speranza di rehaver Hostia più indriedo; _etiam_ altre zente per
terra andò a trovar el campo de Colonnesi. L'altra parte, che era 4
nave grosse, rimase a Monte Arzenton. El resto a uno porto vecchio,
lontan de Neptuno mia 4. Et di gran zente de ditta armada dismontò
in terra, et a dì 4 Novembrio la nave Salvega, con le altre do nave
che, come di sopra è scripto, andono alle Specie, ritornono a Zenoa,
dove si preparava 7 nave per il Principe di Salerno. El qual a dì 11
ditto montò su ditte nave con fanti 3500, e verso Calavria navigò,
perchè era molto amato da tutta quella riviera, et li soi di Salerno
lo aspettavano con gran iubilo: et poi a dì 17 Dezembrio ditta armada
ritornò a Zenoa et disarmò, nè restò in mar salvo le nave andate in
Calavria con el Principe di Salerno, tra le qual la nave Salvega che
era grandissima di botte....
_Cose seguite a Milano da poi la tornata dil Duca dil mexe di Novembrio
1494._
Et a Milano essendo ritornato el Duca, è da saper che a dì 9 Novembrio
el Pontifice li scrisse do brievi, congratulandosi di la sua creatione,
dolendosi di la morte dil nepote; et cussì scrisse prima al cardinal
Ascanio, vice cancellier, dolendosi et allegrandosi dil fratello,
esortandolo volesse scriverli che fosse quello mettesse paxe in Italia.
_Item_ cardinali molti li scrisseno al Duca lettere congratulatorie,
et a dì 11 el re Alphonso li scrisse, date in campo a Mola, si dolse
_etiam_ di la morte di suo zenero, et si congratuloe dicendo volea
mandar suo ambassador di brieve.
A dì 17, a hore 17, el ditto sig. Ludovico duca, per hora astrologica
habuta dal suo maistro Ambrosio, scrisse di sua mano el titolo volea
li fosse dato et subscritto nelle lettere, el qual diceva: _Ludovicus
Maria Sforcia Anglus Dux Mediolani Papiae Angleriaeque comes ac
Genuae et Cremonae dominus_. Et è da saper che in questo titolo
variò di quello faceva li altri, et suo padre duca Francesco, suo
fratello Galeazzo et il nepote Zuan Galeazzo; però che questi tutti se
intitulono _vicecomes_ et non _anglus_, zoè di la caxa de Viceconti. Ma
questo Duca, volendo imitar el titolo del duca Filippo suo avo materno,
si chiamò Anglo. Di dove vien tal nome di Anglo, saria longo qui
descriver; pur a ciò el tutto se intenda, scriverò una epistola venuta
de Milano, la qual tal cosa dilucida assà bene.
_Epistola Caroli Barbavarae Mediolanensis ad Bernardinum Figinum
Veneciis commorantem._
Scribis eleganti epistola, quam ab te hodie accepi, fuisse non
paucos ex patriciis Venetis, a quibus es interrogatus quid causae
sit, cur novus Princeps noster excellentissimus Ludovicus, suppresso
Vicecomitis familiae nomine, Anglum se appellet; et Unde dictio illa
emanet, tibique propterea gratissimum fore, si quod in ea re a nobis
sentiatur literis aperuerimus, ut amicorum postulationibus, cumulatius
quam forte hactenus egeris, facere satis queas. Tibi primum debeo non
mediocriter, qui ex tui in me amoris magnitudine multo magis quam par
sit mihi deferendum existimes; non ego enim ex parte vel minima is
sum quem tu opinaris, et esse non dubito pro bonitate tua cuperes,
quia quicquid essem, tuo semper nomini affectissimum, sicut virtus
egregia qua praestas exposcit, offenderes. De re autem quam intelligere
expetis, etsi certi nihil tam apud nos non dilucide magis quam apud
vos scribi possit, tamen quid in hominum corona de re ipsa loquencium
dici hactenus diversis judiciis audiverim, tibi nequaquam reticendum
puto. Quod Anglum se appellet Princeps noster, facta nominis familiae
Vicecomitis soppressione, ea est ratio communi omnium opinione, quod
in hoc ducem Philippum emulari, qui et Anglum se appellabat, nulla
familiae Vicecomitis facta mentione, decreverit. Qua autem de causa
Anglum Princeps ille se vocaverit, alii aliud pro cujusque ingenio
et rerum cognitione sentiunt. Sunt enim qui dicant in Anglia regione
oppidum Anglum nomine per comites nonnullos olim possessum, cuius
regimini nequeuntes ipsi aliis rebus impliciti vacare, aliis vices
suas in eo regimine demandabant, ac propterea eos non Anglos solum,
sed Vicecomites etiam tamquam vicarium comitum gerentes in loco illo
appellari se curasse, ex quibus postea majores ducis Philippi natalem
traxerunt. Alii ducem Philippum ex eo Anglum appellatum autumant,
quod vel Princeps ipse vel ejus praedecessores cum Rege tum Angliae
imperanti affinitatem contraxissent, ac propterea in eius rei memoriam
Angli cognomen illis retinere visum est. Quidam vero longo secum
dissentientes, ajunt cum Antenore qui ex Trojae excidio in Italiam
concedens, Patavium condidit, quemdam Anglium nomine virum clarissimum
ad partes has quoque profectum extruxisse Angleriam locum, a quo tum
comites, qui Mediolanensium duces fuere, appellati sunt, voluisse
ex eo ducem Philippum se Anglum nuncupari. Quorum omnium opinionem
neque laudandam neque improbandam mihi censeo, etsi nulla earum
digna ratione inniti videatur. Sed ubi tu vel patricii isti aliquam
ex illis non rejiciendam prorsus censueritis, ex parte aliqua satis
vobis fecisse, postquam veritas rei ex nullis litterarum monumentis
quae extant intelligi potest, plurimum gaudebo. Ad haec illud tibi
quoque declarare nequaquam omittendum sum ratus, ut quicquid in re fit
teneas, non defuisse ex plebeis nostris aliquos temere et non ratione
ut nosti dicere quicquid velint solitos, qui principem nostrum ex eo
se Anglum appellari velle, supresso vice comite, asserant, quod non
tanto illos posthac quanto hactenus sit facturas. Verum, quid dicant,
tanquam prorsus delirantes, nesciunt. Nam ex quo ad Ducatum hunc et
imperium promotus est, Vicecomites nonnullos et senatoria dignitate
et magistratibus aliis decoravit. Adeo quod eos ab illius Excellentia
non minores fieri quam antea perspicuo pateat. Vale. Ex Mediolano
X Decembris 1494. Vester Carolus Barbavara. _A tergo._ Venerabili
decretorum doctori honor. Domino Bernardino Figino, dentur Venetiis.
A dì 17 Novembrio el Duca di Ferrara, essendo stato 17 giorni in
Milano, tornato el zenero dal Re è stato con lui 4 zorni, havendo fatto
far a maistro Zanin, fiol dil _quondam_ maistro Albergeto, tre modelli
de passavolanti, uno al modo franzese et do a diversi modi; habuto
in dono dal Duca 100 miera de metallo, el qual era sta comprà per
construir el cavallo in memoria dil duca Francesco, el ditto rame fece
condur a Pavia, poi per Po a Ferrara, et_ etiam_ ditto maistro Zanin,
vi andò con lui per far artegliarie, se partì de Milano, et ritornò
a Ferrara per Po nella sua ganzara. Ma non pretermetterò di scriver,
_licet_ non sia in proposito, quello a dì 18 ditto a Ferrara accadete:
che la notte in la loza, dove el Vicedomino di la Signoria (per antichi
capitoli, confirmati da novo da poi la guerra have con ditta Signoria)
dà ragione, et è uno San Marco depento, et alcuni scapestri vi andò
dentro ditta loza, cavò li occhi a ditta imagine di San Marco, et fece
alcune altre poltronerie, dimostrando el cattivo animo avea verso la
Signoria. Ma la mattina inteso questo da Zuan Francesco Pasqualigo
dottor et cavalier vicedomino era lì in Ferrara, si andò a doler al
sig. Sigismondo fratello dil Duca, che _tunc_ in Ferrara era rimasto
governator. El qual mostrando haver a mal, ordinò fusse fatto una crida
e dato di taglia ducati 25 a quelli accuserà li malfattori. _Tamen_
non se intese. Et zonto el Duca a Ferrara, a ditto vicedomino fece gran
dimostratione di benivolentia, che era cosa mirabile; et questo faceva
vedendo che 'l Re non li havea atteso a le promesse, però che sperava
far qualche novità et rihaver el Polesene.
A dì 18 ditto a Milano fo fatto le exequie dil Duca morto, però che ivi
è tal consuetudine, et uno si fa nel settimo, l'altro nel XXX zorno. Vi
fu el marchexe Hermes suo fratello con li oratori et consieri dil Duca,
et tutti cittadini de Milano.
A dì 19 Novembrio zonse in Milano el tesorier di Bertagna, ambassador
dil Re di Franza, con cavalli 14: fo judicato venisse per danari dal
Duca, li qual è da creder che li fusse dati.
A dì 20 venne Bernardo Rucellai ambassador de Fiorentini a Milano a
congratularsi col Duca, et poi ritornò a Fiorenza.
A dì 23 venne el sig. Constantin Arniti con tre altri ambassadori dil
Marchexe di Monferà a congratularsi con ditto Duca.
A dì 22 venne Anzolo Serragli, secretario de Fiorentini, et con el Duca
parlato lungamente _etiam_ ritornoe a Fiorenza.
A dì 25 zonse un fio del magnifico Zuan Bentivoi da Bologna a Milano
per congratularse, sì per nome dil padre _quam_ per Bolognesi.
A dì 24 in Milano arrivò madonna Chiara di Gonzaga, sorella di questo
marchexe di Mantoa et moglie di monsig. di Mompensier, con cavalli
50; veniva da Lion per venir a Mantoa. Allozò in castello, fo molto
honorata dal Duca et Duchessa; et poi, partita, andò a Mantoa, sì per
starvi _quam_ per esortar el fratello fusse cum el Re de Franza, el
qual era al soldo di la Signoria za anni avanti, et havea ducati 30
millia a l'anno, come sarà scritto di sotto scrivendo di lui. Questa
stette sempre a Mantoa honorata assà dal fratello, et el marito seguiva
l'impresa di Napoli. Quello di lei seguirà scriverò poi.
_Quello faceva re Alphonso in questo tempo._
El re Alphonso, come ho scritto di sopra, andava per Reame promettendo
privilegii, facendo concessione, carezzando li populi, et provvedendo a
li passi necessarii. Et essendo a Trajetto a dì 15 Novembrio si partì
con l'ambassador di la Signoria pur in compagnia, et andò a Gaeta,
essendoli venuto nova che don Fedrigo con la sua armata di 40 galie
esser ivi arrivato, havendo preso do galie franzese che stevano forte
per mezzo una rocca de Colonnesi; qual erano scorse lì per fortuna.
Fo tratto gran colpi di bombarde di la rocca et di ditte galie, ma li
nemici si butono a l'acqua e nudarono in terra, et le galie fonno prese
vacue de homeni, salvo cerca 25 che erano rimasti per non saper nudare.
Or ne l'intrar dil re Alphonso in Gaeta, li venne contra don Fedrigo
do mia fuora di la terra, et ne l'intrar fo tratto assà bombarde di le
galie era nel porto: le qual allora era galie 38, fuste 3, arbatoza una
et do galie disarmate prese da i nemici, et Villamarino corsaro homo
dil Papa con tre galie. Et qui el Re stette 6 zorni.
A dì 21 el ditto se partì di Gaeta e tornò a Trajetto. El zorno
sequente fo gran fortuna, si ruppe nel porto di Gaeta do galie
et andono a fondi; et in quel dì _etiam_ per disgratia se impizzò
(_accese_) fuogo in la polvere di bombarda di una altra galia, et
quella brusò con zerca 40 homeni tra quelli erano in ferri e sotto
coverta: il resto si butò a l'acqua, et scapolono la vita. Et la
furia dil fuogo durò zerca mezza hora. Fu cosa miserabel et di gran
compassione et gran augurio al povero re Alphonso. Et in breve zorni
ditta armada disarmò.
A dì 26 uno ambassador dil Turco, homo di gran reputation, intrò in
Trajetto, dove era el Re, con 40 cavalli et 10 zentilhomeni turchi
tutti vestiti di seda a fiori d'oro, benissimo in ordine. Li andò
contra l'ambassador de Venitiani, con molti baroni dil Re et tutta
la corte, uno mio fuora. Questo era dismontato però che passò da la
Valona, et a cavallo venne che fo una maraviglia. Et exposto la sua
imbassada come il suo Signor li voleva dar ajuto, et che stesse di bona
voia. _Tamen_ il soccorso non venne mai, perchè Turchi non se fidava
de passar in Italia. Et fo divulgato el re Alphonso li voleva dar ne
le mani Otranto et Brandizo. Or ditto ambassador andò di longo poi a
Napoli, dove stette qualche zorno fino have risposta dil suo Signor.
A dì 30 el Re si partì di Trajetto, passò el Garigliano, poi per rocca
de Monte Ragon (_Mondragone_), venne a Castellamar del Volturno mia
20 da Trajetto, et a dì 1 Decembrio partì de qui et andò a disnar a
Patria, dove è uno passo con uno ponte longo de legnami e una torre,
et è ditto il lago di la Patria. Et a dì do andò a Cime mia 8, poi a
Pozzuol dove sono li bagni assà nominatissimi, et andò per barca mia 3
a veder una fortezza feva far el Re in cima de uno monte, come di sopra
ho scritto; poi per la Grotta ritornò in Napoli, dove questo tempo era
rimasto al governo uno Vicerè, essendo stato fuora do mexi compiti.
A dì 5 Decembrio el cardinal di Zenoa Paulo de Campofregoso venne a
Napoli contra el Re. Questo era stato su l'armada, et poi a Roma, et
stette in Napoli sin a la intrata dil Re di Franza, et poi con esso Re
si fece benivolo.
In questo tempo el re Alphonso fece far una fortezza sopra el monte
San Martino, et cavar le mure si aggiongeva a Napoli, qual abbrazavano
tutto el monte de San Martino sino al Castel novo: gran cavamenti et
muraglie fece far in pochissimi zorni.
_A Venetia quello seguite._
Gionse a Venetia a dì 18 Novembrio Piero et Juliano de Medici, et el
sig. Paulo Orsini cugnato di Piero, vestiti incogniti con curacine
indosso. Arrivò in casa di Lippomani dal Banco patricii veneti, con
i qual havevano gran amicitia: et la sera andono in palazzo dal
Serenissimo Principe, con el qual conferito, dimandò licentia di
poter menar con loro X armati per caxon di la taja havevano su le
loro persone, la qual ancora non era stà levata, come fo di poi a
requisitione dil Re, et cussì per el Consiglio di Diese fo concessa
licentia. _Unde_ si vestirono in habito assà honesto, con veste curte
di zambeloto negro et cape paonazze, con capironi di velluto di sopra,
berrette in testa et la spada cadaun sotto, et cerca X provvisionati
soi fidatissimi con spade driedoli. Et a dì 20 ditto da mattina andono
in Collegio da la Signoria, dove, secondo el consueto di quella,
fonno ben visti et carezzati. _Demum_ volseno venir a veder el Gran
Conseglio, et venneno con li soi armati, et loro con le spade sotto
sentono presso el Principe su el mastabè. Or zonto ditto Piero qui,
subito monsig. di Arzenton, ambassador dil Re di Franza, lo andò
a trovar a caxa di Lippomani, col qual conferite molte cose. Li fo
portato da soi ancora assà zoje, danari et alcune medaje d'oro, le qual
lui molto stima. Et _etiam_ vi zonse una baila con uno puttin de anni
do, fiol de ditto Piero, el qual fo trasforato de Fiorenza; _tamen_ la
madre era lì in uno monasterio, et non molto da poi el Re li mandò uno
de soi fino a qui a trovarlo, et notificarli dovesse andar a trovar Soa
Maestà con lettere di salvocondutto, et cussì da poi alcuni zorni esso
Piero partite di Venetia con il cugnato, et andò a trovar el Re presso
Roma, et Juliano restò a Venetia, come dirò di sotto, et poi lo andò a
trovar.
Vedendo Venetiani questo Re di Franza prosperar felicemente, et
che Fiorentini erano accordati, et havea gran exercito, li padri
dil Collegio se ridusevano diuturnamente, et nel Conseglio di Diese
tramavano gran cose, et per vedere si potevano pacificare le cose
et operarsi in metter paxe in Italia, come voleva pur el Pontifice.
Terminono a dì 20 Ottubrio, et elexeno nel Conseglio di Pregadi do
ambassadori a ditto Re, et che andasseno con lui fino a Roma: i quali
fonno Antonio Loredan cavalier, che za _alias_ a suo padre re et a
tempo di la sua incoronatione in Franza vi si trovò ambassador, et
ricevette da questo Carlo re le insegne de la militia. L'altro fu
Domenego Trevixan cavalier, i quali, benchè fusseno dil Consiglio
di Diese et si potevano excusare, pur per servire la Republica
_libentissime_ acceptono, et fu decreto nel Conseglio di Diese non
menasseno niun patricio con loro, et de lì a zorni IX partiti, fatto la
via di Ferrara dove dal Duca li fo fatto grande honor, erano cavalli
40, et Francesco da la Zuecca secretario, et zonseno a Fiorenza dove
era el Re a li 21 Novembrio; nel qual zorno lì in Fiorenza seguite
certa commotione dil populo, et però non fonno ne l'intrar honorati,
come dirò di sotto.
Ancora deliberorono di mandar do solenni ambassadori al Duca de Milano,
sì per allegrarsi di la sua creatione, _quam_ per conferire con lui
in secreto alcune cose, et operar quello poi uno di loro operono. Et
a li 13 Novembrio nel Conseglio di Pregadi elexeno Battista Trevisan,
era Avogador di Comun, et Sebastian Badoer cavalier, era Savio dil
Conseglio, patricii di gran reputatione et dottrina: i quali a uno
tempo a la gubernatione di la città patavina fonno rectori integerrimi.
Et partiti a dì 21 ditto, zonseno a Milano a dì 7 Decembrio, et dal
Duca preditto fonno molto honorati. Li venne contra et li allozono in
Castello, dove era benissimo preparato: ai quali fonno presentate le
chiavi dil castello, offerendo el Duca et tutto el Stato a comandi
della illustrissima Signoria. Et poi, data grata audientia, el Duca
partì et andò a Vegevene, et ditti ambassadori restono a Milano;
_tamen_ Zorzi Negro loro segretario andava da Milano a Vegevene a
conferir con el Duca, fino che 'l ritornò in Milano, come scriverò
più avanti. Ma Zorzi Pisani dottor et cavalier era lì a Milano prima
ambassador, habuto licentia de ripatriar, ritornò per Po a Venetia, et
zonse a dì 20 ditto, et espose quello in la sua legatione havea fatto,
oltre le publiche lettere _continue_ scritte di quello succedeva. Et
Battista Trevisan preditto, di uno catarro che li discese, in breve
hore si soffegoe, et a dì 24 de ditto mese di Decembrio, a Milano,
morite in hore 10, che fo la vezilia de Nadal, et fo fatto le esequie,
come dirò più diffusamente al loco suo. Et il corpo poi fo mandato
a Venetia a San Stephano. Adoncha rimase solo ambassador Sebastian
Badoer, el qual benissimo si portò, _ita_ che reduse el Duca a far
quello volse la Signoria.
Oltra di questo, a dì 14 Novembrio, nel Conseglio di Pregadi messeno
quattro decime: do al Monte vecchio, le qual son donate a la Republica;
et do al Monte novo, et di queste si ha ducati 5 per cento a la camera
d'imprestidi de utilità a l'anno, fina sia restituido el capitale,
secondo el consueto. Et fo astretto fusse pagate una dil Monte vecchio
et una dil Monte novo per tutto el mese presente; le altre do per tutto
el mese di Decembrio, et, passado el termine, quelli non havesseno
pagado dovesseno pagar con pena di X per cento. Et cussì fonno ritradi
assà danari, li quali fonno posti a le Procuratie di San Marco, per
spender a li bisogni. Questo è uno ordene se observa per trovar danari
a Venetia da li soi cittadini, senza toccar le publiche intrade: zoè
pagano la decima di la intrata che hanno, et quelle decime dil Monte
novo non sono perse ma hanno utilità, et con tempo li soi danari se
restituiscono, et questo cavedal si puol vender et vendesi 90 et più
ducati el cento, et hora più et hora manco secondo li tempi. Et za è
stà visto con decime sole poste haver sostenuto guerra contra molti,
_maxime_ quella del 1482 col Duca di Ferrara aiutato da tutta Italia,
che durò tre anni; nel qual tempo fo poste decime: come tutto ne la
ferrarese guerra per mi descritta et intitulata al Serenissimo Principe
Jo. Mocenigo nostro, chiaro el tutto se vede.
Ancora feceno molte provvisione per recuperar danari; le qual per non
esser in proposito pretermetterò de scriver. Et fo preso di augumentar
al tempo nuovo l'armada marittima era fuora, capitano Antonio Grimani,
et armar XV galie sottil, zoè X in Candia, una a Retimo, una alla
Cania et tre a Corfu; _etiam_ nave grosse di Comun et altre vele. Et
preseno di far 2000 stratioti, et commesseno al zeneral li scrivesse in
la Morea, dove sono gran copia; et li fo mandati danari. Fo ordinato
a li patroni di l'arsenal dovesseno preparar li arsilii per mandarli
a tuor; oltra di questo preseno di far 3000 cavalli, per augumentar
fino al numero de X millia cavalli, et fo scritto in diverse parte per
assoldar zente. Et fo scritto a li capitanei di le terre dovesseno far
con Hieronimo de Monte vice collateral zeneral, el qual da poi la morte
de Mariotto suo padre exercita tal officio, le mostre a li soldati
allozati in quelli territorii: et cussì inteseno la verità dil numero
di cavalli havevano la Signoria; et fo preso di crescer uno piatto per
lanza, che prima era tre soli cavalli per homo d'arme. Le sovvention
fonno date, come ho scritto di sopra: a quelli mancava cavallo grosso
ducati 60, et per li piatti ducati 25 per uno. Mandono li Savii di
terra ferma in diversi luoghi in terra todesca a comprar cavalli, per
dar a nostri condottieri. Oltra di queste provvisione, feceno pratiche
per condur qualche valente homo per capitan zeneral, Zuan Jacomo di
Triulzi o el Conte di Petigliano. Alcuni patricii voleva altri: uno
maior Blas ongaro, che fo gran capitano dil re Matthias di Ongaria,
et _etiam_ uno so fiol de ditto re Matthias, chiamato el bastardo
de Ongaria, homo illustre et de grandissimo inzegno et dal Governo
in exercitii bellici _saepius_ experimentado in quelle parte contra
Turchi: ma non fo concluso nulla. _Tamen_ condusseno el conte Antonio,
fiol dil duca Federico de Urbin, natural, de anni cerca 45, con cavalli
400 et 40 balestrieri a cavallo, et uno altro chiamato Zulian de
Carpi, _etiam_ homo di età, con cavalli 400. Questi Signori da Carpi
_alias_ fonno per soi meriti creati nel numero del Mazor Conseglio de
Venitiani. Hor questi do condottieri, habuto la conduta et danari, si
messeno in ordine, et fece zente per tempo novo, et venneno ad allozar
in Brexana.
In questo mexe di Novembrio a dì 21 zonse a Venetia uno ambassador
del sig. Bayzeth, Gran turco, el qual a dì 27 andato in collegio al
Prencipe presentò alcuni presenti mandava el suo Signor a la Signoria,
zoè panni d'oro alla turchesca, de li qual fo fatto paramenti di
preti et panni di altar a San Marco. Et expose, da poi presentato la
lettera di credenza, come era stà mandà dal so Signor per visitar la
Signoria, come so buon amico, et per intender la verità di questo Re
di Franza, et che al so Signor era stà referito che non solamente
veniva in Italia contra el Re de Napoli, ma poi per venir contra
di lui, benchè poco lo stimava, et simile parole usò. _Unde_ li fo
risposto sapientissimamente per el Principe; et poi lo vestiteno d'oro,
donatoli altre veste di seda, et la sua famiglia vestita di scarlatto
secondo il consueto, si partì et ritornò a la Porta dil suo Signor
a Constantinopoli. Questo ambassador partì et venne insieme con do
altri ambassadori dil suo Signor: uno che andò al re Alphonso, come
ho scritto di sopra; et l'altro al Papa, a portarli il tributo li
mandava ogni anno, ch'eran ducati 40 millia d'oro venitiani, per causa
el tenisse con custodia suo fratello Gem, el qual da li soi populi
era molto desiderato, per esser huomo bellicoso imitante le vestigie
paterne. Or ditto ambassador, insieme con Zorzi Buzardo orator dil
Pontifice era stato al Turco, smontato in Ancona per andar per terra
a Roma, a presso Senegaja, adi 20 Novembrio, dal prefetto di Roma,
fratello dil cardinal San Piero _in Vincula_, el qual era a soldo di
la Signoria con cavalli 400, fo assaltato et toltoli li ditti ducati
40 millia, et alcune lettere trovò in le man dil preditto Buzardo, el
qual _etiam_ lui fo preso, et _conclusive_ fece un bon butino. Ma ditto
ambassador dil Turco, per esser ben a cavallo, fuzite et ritornò in
Ancona, et scrisse a la Signoria et a Roma quello li era intravenuto.
Ma el sig. Francesco di Gonzaga marchese di Mantoa per esser molto so
amico, zoè del sig. Turco, et _etiam_ spesso l'uno et l'altro si manda
presenti, et la insegna di esso Marchexe è uno turco, et fa cridar a
li soi: Turco! Turco! ancora che in specialità con ditto orator havea
grande benivolentia, mandò uno di suoi a tuorlo fino in Ancona et
menarlo a Mantoa, dove stette alcuni zorni et honorato assà; fattoli
bellissimi presenti, venne a Venetia et ritornò dal suo Signor, come
dirò di sotto. Ma questo intendendo Venitiani, haveno molto a mal
che quelli fusse a loro soldo facesse tal cose, sì per el tributo
aspettante a la Santità dil nostro signor Pontifice, _quam_ per la
paxe hanno col signor Turco: et li scrisseno in bona forma volesse
restituir ditti danari. _Etiam_ mandò a ditto prefetto Alvise Sagundino
secretario, a veder si poteva operar. Ma il prefetto rispose prima
che, come suo soldato, non havea preso alcuna cosa, ma come signor che
era di Senegaja, fatto per Sixto pontifice, et che dovea haver ditta
quantità dal Pontifice per suo stipendio li avanzava, et che mai non
havea potuto haverli; concludendo non volevano restituir cosa alcuna;
ma che el suo Stado et la sua persona era a comandi di la Illustrissima
Signoria. Et inteso questa risposta, Venitiani lo cassoe di la conduta
havea, la qual zà era quasi finita et no volsero più havesse loro
soldo. Et ditto prefetto si accordò con el Re di Franza, et, fatto
zente lì in Romagna, fo fatto capitano di l'Apruzo, et andò con le
sue zente, et fu causa lì in l'Apruzo di far rebellar molte terre
a re Alphonso. Et per questa via si trovò la lettera _etiam_ che el
Pontifice mandavi al Turco, o vero instrutione, la quale è scritta di
sopra, verificata per mano dil Buzardo sopra nominato.
A Venetia per queste guerre venne gran carestia de biave, _unde_ per
li Provedador a le biave, erano Lorenzo de Priuli, Nicolò da Molin et
Hieronimo Capello, fo fatto alcune provvisione. Mandono a tuor formenti
in Turchia, et ebbeno le tratte dal Signor, et di stera 100 millia;
_etiam_ have dal re Alphonso di poter trar di la Puia, et cussì mandono
navilii a tuorlo, et poco da poi fo grande abbondantia. Et è da saper,
come a dì 9 Novembrio in fontego de la farina mandata la poliza _juxta_
l'editto in Collegio, fo visto non esser più di stera 5000 farine, et a
Mestre el zorno avanti si havea venduto lire 7 el ster; _unde_ li padri
di Collegio li parse molto di novo, cercando di far ogni provvision
acciò ne fusse abbondantia in la terra. Et a caso re Alphonso scrisse
al suo ambassador, el qual andato in Collegio offerse a la Signoria la
tratta di stera 60 millia di formento di le terre di la Puia, et per
questo subito li formenti padovani, valevano ducati uno il ster, calò
a lire 5 e soldi 12, et cussì la farina in fontego; _ita_ che da poi fo
assà più abbondantia.
A dì 3 Novembrio fo preso nel Consiglio di Pregadi di desarmar 8 galie
di Candia, do di Corfù, et quelle de Nicola da cha da Pexaro provedador
de l'armada: in tutto numero 12, per essere stato assà fuora. _Etiam_
la nave di Comun, patron Pangrati Zustignan, armata, di botte 1500,
e questo per esserli brusado l'alboro da la saetta. _Item_ la barza
di Andrea Loredan capitanio di la nave di botte 400, et la barza di
Quarner di botte 500, capitano Piero Malipiero. _Ergo_ restava in mar
el capitanio zeneral, Antonio Grimani, con 19 galie sole; et cussì
fonno disarmate. Et a dì 14 Decembrio Piero Malipiero sopra detto zonse
qui, et a dì 17 Nicolò da cha da Pexaro sopra nominato. Et da poi, al
primo di Decembrio fo decreto di dar ducati 1000 per uno di sovventione
a le galie vecchie erano venute a disarmar, et che si tornasseno in
armada, perchè pur era bisogno di armada per queste cose dil Re di
Franza, che assà prosperava. Ancora in questo mese nel Conseglio di
Pregadi fo preso di condur zente d'arme, et haver a tempo novo cavalli
XV millia, et stratioti 2000, come dirò di sotto, et pedoni 10000.
El Re de Franza è da saper havea a la guardia sua sopra carrete 6
falconi, pesava lire 1000 l'uno et trazeva ballotte de lire 8 l'una. Et
nel suo exercito havea su carri 20 falconi, et 8 serpentini: et cannon
de peso de 7 miara trazeva lire 50 di ferro. _Item_ colovrine 12 di
lunghezza piè 4, trazeva lire 32 di ferro. In tutto havea 40 carrette.
A Castelcaro era 22 pezzi di artegliaria su 22 carri, zoè 12 falconi,
5 cortaldi et 5 colovrine et ivi era per el Re..... fameio di Michiel
Vasier, chiamato controllore et uno Basilio da la Scola vicentino et il
gran maestro di l'artegliarie dil Roy etc.
CLARISSIMO ET PRAESTANTISSIMO VIRO ANTONIO GRIMANI PROCURATORI
SANCTI MARCI ET CLASSIS VENETAE GENERALI IMPERATORI MERITISSIMO
MARINUS SANUTUS LEONARDI FILIUS PATRICIUS VENETUS SALUTEM.
Havendo più volte considerato a cui queste nostre lucubratione dovesse
dedicar, et pensandomi di le conditione et qualità tue, _clarissime
Senator_, ho voluto antiponerte ad ogni altro nostro patricio, et el
secondo libro di questa gallica historia intitolarti, _potissimum_
per doi rispetti. L'uno perchè in questi tempi al governo di la
classe marittima sei stato generale capitano et operasti in augumento
di la Republica, _maxime_ nel combatter et acquistar la città di
Monopoli in Puia, che era in le mani de Franzesi; dal qual principio
seguite a nui per ben de Italia la degna vittoria contra di loro.
El secondo rispetto è stato per le dote di Toa Magnificentia, perchè
non manco honore mi sarà di haver tal fauctore, che _libenti animo_
legga l'opre mie, _quam_ di haver insudato con grandissima fatica nel
componere di questa, _licet_ in lingua materna sia. Et quando mi penso
quello sei, non posso star che non dichi qualcosa, a ciò memoria sia
sempiterna. Tu primario senator et di età a pena sexagenario, tu a la
procuratione di San Marco, tu al governo di la Republica, Savio dil
Consiglio sempre in Collegio sei stato, tu in mar Generale Capitano;
_ergo, terra marique_ sei operato; tu ditissimo di facultà, la qual
cosa _istis temporibus_ sopra ogni altra cosa è extimata; tu padre di
quattro figliuoli, che cadauno imita le vestigie paterne; _praecipue_
il maggiore, reverendissimo Dominico, cardinal di la Romana Chiesia,
_tituli Sancti Nicolai inter Imagines_, nuncupato cardinal Grimano; el
qual _licet_ zovene sia, _non solum in ecclesia_ è stà honorato, ma
_etiam_ in la nostra Republica, sì ne li consigli secreti _quam_ in
legatione alla cesarea maestà di Federico terzo imperatore, dal qual
ricevette la militia: et essendo dottissimo et _non immerito in urbe
patavina_ a le insegne dottoral in una et l'altra scientia assumpto. et
in gratia _non parum_ de nostri patricii, volse più presto darsi a la
Chiesia, andato a Roma, dove potesse il cristianesimo et la patria sua
_juvare in omni eventu_. Adoncha, quanto gloriar ti dei haver generato
questo honore di la zente Grimana, el qual, si Dio li dona vita, spero
vederlo nel grado sublime, _quod Deus oro id faciat_. Degli altri,
Vicentio, Hieronimo et Piero non mi extenderò in lodarli, perchè sono
conossute loro optime conditione. _Quid plura dicam? Experti_ siamo
dil tuo sapientissimo governo in questa pretura marittima, di l'animo
grande, volonteroso esponer la vita per honor di la Republica et patria
tua. Teste è Monopoli, et chi fu in armata, di quello Toa Magnificentia
in quella impresa si operò, come in questo libro _etiam_ lezendo si
vedrà. Et se Iddio havesse voluto, come non volse, che nel principio
quando in Puia con l'armata a Brandizo ti transferisti, havesti habuto
mandato dil Senato di rompere guerra contra Franzesi per la quiete et
ben de Italia, come da poi ti fo mandato, _sine dubio_, con l'armata
havevi, con la optima voluntà tua, aresti recuperato _brevi tempore_
tutta quella provincia, con occisione de quegli che contra si fussero
opposti. _Unde_ Ferrandino non seria tanto occupato in reacquistare
il suo regno. Concludendo adoncha, et pretermettendo più lode di Toa
Magnificentia, che in vero longo saria si tutte volesse explicarle,
questa nostra veramente fatica di la gallica hystoria, partita in
cinque libri, uno di qual a Toa Magnificentia ho dedicato, receverai
et lezendo vedrai varie cose et novità seguite in Italia, domente
al governo marittimo ti ritrovavi; et sopra tutto la verità senza
alcuna adulatione. Longa materia et più longo il descriver, benchè
habbi cercato abbreviarla quanto mi è stato possibile. Et si l'opera
a Toa Magnificentia piacerà, tanto più mi accrescerà il desiderio di
continuar, mentre sarò in vita, quello _fortasse_ da poi questa ne
li tempi futuri succederà. Et per non tediare più quella nel leggere
questa mia inornata epistola, a Toa Magnificentia infinite volte mi
recomando, pregando Iddio vedere a uno tempo, tu a l'ultimo grado
nostro, dil qual sei propinquissimo, et il Reverendissimo figliol alla
Sede Apostolica, perchè io per la affinità è fra noi _etiam_ degli
honori preditti ne parteciparia. _Vale, vir clarissime, et me ama, si
tuo amore me dignum esse censes. Venetiis, in aedibus, ultimo Decembris
M CCCC LXXXXV._
MARINI SANUTI LEONARDI FILII PATRICII VENETI DE ADVENTU CAROLI REGIS
FRANCORUM IN ITALIAM ADVERSUS REGEM NEAPOLITANUM. INCIPIT LIBER
SECUNDUS FELICITER.
Fiorentini havendo el Re di Franza ordinato el zorno che 'l voleva
intrar in la terra, feceno grandissimi apparati, butoe le porte di
legno a terra con le sarazinesche, et a compiacentia dil Re butono
una parte di muro appresso la porta di San Friano et atterrono ivi la
fossa. Intrò de Luni a dì 17 Novembrio: il modo et ordine sarà scritto
di sotto. Et Fiorentini fece questo ordine, che per tutta la terra
volseno che in ogni casa fusse preparato per allozar Franzesi, et
dove che Franzesi andavano, zoè da prima quando introno in Fiorenza,
et in qual caxa volevano, vi poteva habitar, perchè di tutto li era
provisto, de vituarie et ogni altra cosa, da li patroni di le caxe:
_tamen_ Franzesi pagavano il viver loro. Le donne veramente fiorentine,
con le lor robe di valuta, andono a star ne li monasterii di donne
religiose. Questo a ciò non si mescolasseno con Franzesi, timide di
quello era successo a Lucca. Ma essendo assà zente con el Re, parte
fonno mandate cussì come intravano in la terra, fuora per l'altra
porta, di comandamento dil Re, verso Siena; et cussì si sparpagnò per
quella Toscana. Fiorenza adoncha città in Toscana nobilissima et prima,
fo edificata avanti lo advenimento di Cristo anni 90, da gli homeni
d'arme de Sylla romano, perchè Sylla preditto li assignò quel paese
per sua habitatione; et questi habitono a presso el fiume di l'Arno,
et edificono un castello chiamato _Fluentia_, come scrive Plinio.
Dopo, venendo Totila re de Gothi, la prese et totalmente la disfece et
guastò. Dopo la prese Carlo Magno, et per memoria la fece rehedificare
et ampliare di circuito di mure, et volse la fusse libera con molti
privilegii, et concesse a loro legge et gli magistrati. Et poi del
1024 fu molto ampliata per spoglie di la città de Fiesole, perchè
quel popolo fo costretto venirvi ad habitare: del 1071 fu accressuta
di mure, oltra la chiesia di Santo Laurentio, come è al presente. Et
morto Federico imperatore, loro inimicissimo, successe Rodolpho, al
qual Fiorentini detteno ducati 6000, et li restituite ne la pristina
libertà, et loro ordinono 12 anciani. Et poco da poi mutorono, et ne
fecero 8 chiamati Priori di l'arte et uno Confaloniero di justitia, i
quali stanno fermi nel palazzo. Per mezzo di questa vi passa el fiume
di l'Arno, el qual per la ferocità di le acque è innavigabile. È un
bellissimo tempio di San Zuan Battista, dove è il suo digito che mostrò
_Ecce Agnus Dei_, et qui solamente è di tutta la città el Battesimo:
et le porte, che son tre, sono di ferro bronzo, historiate dil
vecchio et nuovo Testamento. Ancora v'è el tempio edificato con arte
incredibile, grandissimo, con una volta nel mezzo et la chiamano la
cupola, edificata con inzegno più presto divino che humano, et tutto di
fuora coperto di marmoro variato, et sempre vi si lavora, et si chiama
Santa Maria la Nonciata, et ha una torre stupenda, tutta di marmoro,
per campaniele, altissima. Questa città in poco tempo arse do volte, et
fo del 1176. Ha habuto molti adversarii per tuorli la libertà, Pisani,
Senesi, et altri in Italia, poi Henrico VII imperatore, poi Castruccio,
ancora Lanzilò re di Puja, Galeazzo Maria, primo duca di Milano, et
innanzi a lui Joanne archivescovo de Milano, et duca Felippo _etiam_
duca de Milano, re Alphonso et Ferdinando so fiol ultimamente; _tamen_
sempre se difese. Di questa città vi fu Francesco Petrarca, el qual
nacque in uno castello chiamato la 'Ncisa in Val d'Arno, 12 miglia
di sopra Fiorenza; Dante Aldighieri, Accursio jurisconsulto, Lunardo
Aretino ben fusse di Arezzo, et altri assae, _maxime_ Cosma de Medici
ricchissimo, Pallade Strozzi cavalier, in greco et latin dottissimo,
Angelo Acciauli capo dottissimo in greco. Or Fiorenza zira attorno mia
cinque e un terzo; le porte di la terra 13; sopra el fiume di l'Arno è
4 ponti, uno de li qual ha botteghe 40, l'altro X; su l'Arno è molini
numero 54 da masenar ne la terra. Ha d'intrada Fiorenza ducati 350
milia; la chiesia cathedral è Santa Liberata, e parrocchie 52, priorie
12, oratorii 16. Ha spedali 38, 4 da infermi, 2 de ammorbati, 2 de
bastardi, 26 de pellegrini, uno de preti per zorni 8, uno de frati
per zorni 8. Monasterii de frati numero 21, zoè 9 di l'ordine di San
Battista, uno de San Basejo, uno de San Hieronimo, 3 di Santo Agustin,
uno di Carmelitani, do di San Francesco, do de San Domenego frati
predicatori, uno de Umiliati et uno di Santo Antonio. Monasterii di
donne 44: 12 di San Battista, 9 di Santo Agustin, 5 di Santo Domenego,
6 Carmelitani, 2 di San Zuan in Hierusalem et do altri; in tutto 44 de
li ordeni sopra scritti, ma sotto diversi nomi de Santi. Frati et preti
et monache vi sono numero 5000, de li quali 3000 ne sono Mendicanti.
Caxe 18 milia et 400. Fa anime 128 milia, forestieri 15 milia. È in
Fiorenza strade 258, torre et campanieli 284, piazze 24, loze dove
se reducono li cittadini 18, botteghe di seda 120, telari 3000, tra i
qual 400 de brocati d'oro et d'arzento lavorano. Botteghe di lana 280,
lavorano panni 10000. Battiori numero 263 da depentori per dorar, et
da filar numero 23. Spiziarie 95, barbarie 120, oresi 37, banchi de
monede grosse et piccole 33, librari 28, sartori botteghe 18, fa calze
64. Consuma de farina al zorno moza 150, ch'è 3600 a l'anno; consuma de
vino al zorno 900 barile, ch'è 3500 barile a l'anno et X barile fa una
botta. Fiorentini consuma di oio a l'anno barile 55 milia. Di fuora di
la terra è caxe et palacii de cittadini X milia fra mia 5; et zirando
fra mia X, numero 14 case de cittadini hanno tentorie di seta et lana
47, chiovere da tirar panni numero 8. El palazzo di la Signoria val
di spesa a l'anno ducati 24 milia, tra manzar et salarii: _videlizet_
manzano bocche 47. Et il domo è di piere divisate, con il campaniel
simile alla chiesa. Casamenti et palazzi bellissimi. Or li Signori soi,
che sono 8, et il Confalonier 9, stanno do mexi et non più. Et questa
descriptione ho voluto qui scriver, benchè non sia in proposito, pur
a ciò di ogni cosa, lezendo questa, se ne habbi cognitione, ho voluto
brevemente qui scriverla. Ma a la intrata dil Re veniamo.
_Questo è il modo de l'intrar dil Re di Franza in Fiorenza a dì 17
Novembrio._
Imprimamente giongendo la Maestà dil Re a Monticelli, fuor di la porta
di San Friano, se fermò qui aspettando l'ordine dato. Ivi gionse
la Signoria di Fiorenza, et posesi a sedere in su uno balcone, con
le sedie come sono in piazza, su la ringhiera molto ornata, con uno
sopracielo de panno azzurro, con le arme dil Comun di Fiorenza, et
con certi scudi di qua et di là per la porta, et per l'andito di la
porta medesimamente, con le armi dil Re. Et sedendo la Signoria in
sul balchetto, se era ordinata una bella processione con ornatissime
pianete, come si usa per San Joanni, ma incominciato a piover alcune
gozole, i frati se messeno le pianete a roverso per non le guastare,
per la qual cosa non poteva proceder la processione. Et pur ancora
comenzava venir de molti cavalli, sì de quei de cittadini che andavano
incontra al Re, sì _etiam_ de quelli de li homeni d'arme; in modo
che i frati furono sbaragliati di qua et di là, e chi correva per
uno viottolo, et chi per uno altro. Incominciando adoncha la intrada
dil Re, venne avanti 200 coppie de zoveni fiorentini, molto belli,
bene a cavallo et vestiti tutti alla franzosa, con ricchissime
veste et con maneghe molto larghe. Innanzi a tutti era Lorenzo de
Piero Francesco, con squadrone di zoveni a cavallo ben in ordine,
che battendo cavalcavano per andar a far certi provvedimenti et
apparecchi per el Re. Da poi lui seguite ditti zoveni molto ornati,
et driedo loro seguitava forsi 100 coppie de homeni de tempo, pur
fiorentini, molto ben vestiti et ben a cavallo. Et cavalcando via,
stando cussì uno puoco, comenzò a venir la zente dil Re, et innanzi
a tutti 4 tamburini con 4 tamburazzi grandissimi, che parevano 4
tinele, et sonavano con tutte due le mani, et havevano duo da lati
che sonavano zuffoli, et fazevano sì grande el strepito che 'l pareva
ruinasse quella via dove i passavano. Et driedo a loro 7 caporali, che
andavano al pari, in modo che i tenevano quanta era larga quella via,
armati benissimo con certe curazze scoperte et maglie, et le braze è
bellissime, salde di finissime maglie, con certe arme a uso di ronca
inorate et molto lustrate: parevano arme disconze al portare, ma erano
più atte a tagliare uno usso (_uscio_). Et havevano uno cappellazzo
in capo per uno, et sopra la curazza una zornea tutta frappata de
zambelloto. E driedo loro parecchi altri con quelle mannaie. Et da
poi questi, forsi 200 balestrieri con forsi 800 arcieri a piedi, et
loro 4 tamburazzi, con forse 2000 schioppettieri. Innanzi a tutti
era uno homazone, con una arma in mano lustrata, a uso di spedo da
porco, fitta in uno querculo grosso e torto: cosa assà goffa; et poi
questi 4 tamburazzi che sonavano con tutte due le mani, che pareva gli
avesseno a far una vendita. Et da poi questi veniva molti Sguizzari
con zerti lanzoni molto curti et grossi come travexeli, con uno certo
ferrazzo curto a uso di una ponta de partesana, et andavano a sette a
sette tutti insieme, et durono uno gran pezzo a passare, in modo che
fo stimato esser più di diecemilia, et driedo a questi venne certe
banderuole, et dopo loro erano altri schioppettieri et balestrieri
et arzieri, con una squadruzza con quelle mannaie, come ho ditto di
sopra. Da poi questa veniva uno trombetta, con una tromba longa, con
una bandiera, con uno squadrone de forsi 60 homeni d'arme, con li
più diversi et grossi cavalli che mai fusse visti, con sopravveste
mezze di brocato d'oro et mezze divise, e con bellissimi pennacchi e
con una mazza ferrata per uno in sulla cossa, et il stocco a lato. Et
da poi questi venivano quelli che portavano le lanze inclinate come
se le volesseno imberciare. Et dopo questi venne pochi balestrieri a
cavallo, ma una grandissima moltudine de arzieri a cavallo. Et dopo
questi uno altro squadrone, medesimamente armati tanto riccamente che
tutti doveano esser o conti o signori, et era zente molto fiorita. Et
cussì avanti che venisse el Re, venne 8 o ver 10 squadroni, come ho
ditto; poi veniva tutti i trombetti di la Signoria di Fiorenza, vestiti
a la devisa dil Re, zoè bianco e vermiglio, con certe gabanuzze di
zambelloto, et con una moltitudine de trombetti dil Re; et driedo a
loro uno bellissimo squadrone de homeni d'arme, tutta fiorita zente.
Veniva prima li signori dil sangue, tra i quali vi era do italiani:
el sig. Galeazzo di Sanseverino et don Ferrante fiol dil Duca di
Ferrara, a uno insieme con loro. Et po questi uno baldacchino portato
da quattro dottori in la terra Fiorentini, sotto el quale era el Re
a cavallo, in su uno bello cavallo, et havea indosso una gabanella
de broccato d'oro tirato, et di sopra una sbernia di raxo azzurro et
uno cappellazzo bianco sottile in capo, che non parea fusse niente su
quello cavallo se non uno capo per la grandezza dil cappellazzo: uno
homicino aliegro in viso, con uno grandissimo naso, et il viso longo,
con fanti a piedi intorno, che era una bella cosa a veder. Et driedo
al Re era assà baroni, con veste de broccato d'oro che toccavano per
fino in terra. Et dopo loro venne parecchi squadroni de homeni d'arme,
come quelli da prima, che mai si vide la più mirabil cosa. Et intrato
in la terra, sonando tutte le campane, li fu fatto riverentia a Sua
Maestà da la Signoria era sentada lì a la porta di San Friano, come
ho ditto di sopra. Era _tunc temporis_ confalonier di justitia uno
Francesco di Martino Scarfi. Et giongendo al ponte di Santa Trinità
dove era uno carro con uno edificio con molti razi (_arazzi_) quando
fo annonciata Nostra Donna, che parve cosa bella al Re; et seguitando
el cammin passò per borgo San Jacomo et passò el Ponte Vecchio, et
venne zoso per Ponte Santa Maria, el qual era tutto coperto di quella
tela vi sogliono metter i botteghieri per rispetto del sole; et
zonzendo in piazza, lì era uno carro triumphale, con uno grandissimo
zio (_giglio_), et di sopra una corona di palme inarzentade, con rami
de olive; et eravi su giovani con diversi instrumenti, che sonavano
et cantavano, et salutorono el Re dicendo: ben vegna el liberator
et restaurator de la libertà! et molte altre cose in laude dil Re.
Et procedendo passò da casa de Zulian Gondi, passò via dal canto di
Pazzi, et zonzendo in Santa Liberata smontò da cavallo et intrò in
chiesia. Et zonzendo a la porta, quivi era el Vescovo con tutto el
clero de preti; et menollo a l'altar grando, et ivi ringratiò Dio che
lo havea condutto a salvamento, et da tanta zente che era, si durava
fatica zonzer perfin a mezzo la chiesia. Et quivi sopra l'hostia in
man di l'Arcivescovo solemnemente zurò de observare li capitoli, li
qual saranno di sotto scritti, et mantegnirave Fiorenza in libertà,
restituendole le sue terre; et volse che, _versa vice_, la Signoria
di Fiorenza, _nomine illius Comunitatis_, li zurasseno sempre saranno
fideli a sua corona et a la caxa di Franza. Et poi ritornato con gran
furia fu messo a cavallo, per esser piccolissimo, et fu menato in la
via larga, perchè era sì grande la calca, che non si poteva seguitarlo,
et era notte, et dismontò da cavallo. A la caxa de Piero de Medici era
apparato per Soa Maestà con tante zentilezze, che mai più si vide tale,
dicono i Fiorentini. Primamente era coperta tutta la via de mantegli
de roversi azzurri con zigli zali, et con uno cornisone con le arme
dil Comune et dil Re, et cussì sopra lo usso (_uscio_) che usciva
a la scala con festoni acconci ornatamente, et cussì sopra la loza
dentro, più degnamente che non si potrebbe contare, con tanti zigli
e con tele zale. La camera tutta conzà di broccato d'oro. Et il simel
in caxa de Piero Francesco pur de Medici, con uno tondo in su lo usso
(_uscio_), messo a oro con le arme dil Re, et con festoni pendenti da
lati, con penne inarzentade conze degnamente, et di sopra con uno vaso
inarzentado et con uno lauro in ditto vaso, pur inarzentado, et in caxa
benissimo aconzo, con panni d'oro per coperte di letto, cose bellissime
d'ornamenti, et una lettiera de avolio con le casse de avolio. Et in
questo mezzo si era fatto notte, et la Signoria fè metter uno bando,
che ognuno mettesse lume a le finestre per fina a le 5 hore, sotto pena
di la disgratia loro: et cussì fo fatto per poter allozar Franzesi,
et pareva zorno, tanta luce vi era. Et subito zonto el Re, dimandò
di le medaie, cammei et porzellane di Piero, che erano cose di grande
estimatione, però che Lorenzo suo padre molto si deletava; ma perchè
erano sta strafurate da li soi, et scose in li monasterii, non le potè
haver. Et Fiorentini li presentò la caxa preditta di Piero, ma lui non
la volse accettar, et molto instigava la tornata di Piero, facendoci
tutto a ciò ritornasse: _tamen_ Fiorentini mai volseno consentir, _imo_
li chiesero una gratia, che tutte le arme de Medici, erano depente per
la terra et nel palazzo, fusseno dispegazate, a ciò non vi restasse
memoria di loro, et che la parte seguiva Piero fusse cazzata dil
governo; et levono alcune caxe antiche, le quale un tempo erano stà
basse, et da Medici subposte. Francesco de Medici nominato di sopra, a
ciò non fusse più chiamato de caxa de Medici, essendo ditta caxa venuta
tanto in odio a Fiorentini, volle che _de caetero_ fusse chiamato di
la caxa de populani, et mutò l'arma che prima era sie balle rosse in
campo zalo, et una a questo modo come è qui pinta, et al presente levò
l'arma, zoè una rosa in campo bianco, ch'è l'arma di la Comunità. Et
questo intrò al governo di la città, et ogni exilio et confiscatione
per sè stessa era levata col governo di Piero. Adoncha per il scaziar
de Medici niuna caxada di quelle lo seguiva fo mandate fuora de
Fiorenza, ma ben _quodammodo_ private, zoè che non erano elette al
governo di la Republica, benchè _etiam_ fino li soi medesimi fonno
contrarii a esso Piero. Et questa Signoria, che era al presente 8 et
il confaloniero di justitia, i quali habitano in palazzo, era di quelli
pur fatti mentre Piero era in Fiorenza, et compiteno li do mexi di loro
dignità. Ma, compiti, fonno refati de altri, et fatto uno nuovo ordene,
secondo come di sotto il tutto chiaro sarà scritto.
_Capitoli conclusi tra il Cristianissimo Re di Franza et Comune di
Fiorenza a dì... Novembrio 1494 in Fiorenza, firmati[105]._
_Oratio Marsilii Ficini Florentini ad Carolum Gallorum regem
habita...... Acta Florentiae die... Novembris 1494. Dixi[106]._
_Protesta Regis Franciae ad Alexandrum pontificem et universis et
singulis[107]._
Questo protesto fo mandato ad Alexandro Papa et Collegio de
reverendissimi Cardinali, el qual poi a ciò tutti lo vedesse et potesse
ben leggerlo a suo piacere, fu butado in stampa, latino et vulgare, et
venduto per tutte le città de Italia.
_Quello seguite in Fiorenza mentre el Re vi stette et in Toscana._
A dì 21 de Novembrio zonseno in Fiorenza, dove era el Re, Domenego
Trivixan et Antonio Loredan cavalieri, ambassadori di la Signoria
di Venetia, deputati a esso Re di Franza, et senza altro honor se ne
andono con la sua brigata a dismontar al hostaria. Questo perchè in
quel zorno medemo fu certa novità di populo ivi, _adeo_ che quasi
tutto el populo armato era corso a la piazza, per caxon di alcune
presomptione havea usato certi baroni franzesi. Però che Fiorentini si
haveano redutto in conseglio per consultare li fatti loro, et _etiam_
per trovar danari che il Re dimandava, _iuxta_ la forma di capitoli. Et
mentre erano Fiorentini a tal consultatione, questi Franzesi dubitando
quello voleva dir questo star tanto in conseglio, volseno intrar in
palazzo et _etiam_ nel ditto conseglio, dicendo volevano intender
la cagione stevano tanto serrati a consultar. Et li fo risposto
consultavano el fatto loro, et che non volevano che ditti baroni
intrasse nel loro conseglio. _Unde_ uno di quelli franzesi desnuò
uno pugnal verso il portinaro, volendo al tutto intrar: per la qual
cosa la Signoria fece sonar campana a martello, _unde_ tutta Fiorenza
si messeno in arme, et si pur uno havesse principiato, _sine dubio_
tutti li franzesi che ivi si trovavano sarebbe stati tagliati a pezzi,
perchè in Fiorenza è un gran populo, et, come fo ditto, era appresso
persone XV milia da fatti su la piazza. Et el Re meravigliandosi di
questo, benchè le sue zente erano volonterose di far qualche movesta,
per haver causa de metter la terra a sacco, ma considerando el pericolo
havea a seguir, a mettersi a _furore populorum_, ordinò a le sue zente
stesseno in pase, et cercò di adattar le cose. Et mandò a dimandar
a la Signoria quello havea voluto dir questo, et intesa la cagione,
al meglio si potè fo a ditti fiorentini fatto diponer zoso le arme,
et la Signoria medema venne ad excusarsi alla Maiestà dil Re, con la
qual fra Hieronimo di S. Marco di l'ordine di San Domenego, reputato
in Fiorenza santo, come ho scritto di sopra. Et disseno Sua Maestà
non se dovesse meravigliar, perchè quel populo era di tal sorte che,
a uno segno, tutti se redusevano armati a la piazza ad aspettar il
mandato di la Signoria, per conservation de loro libertà; et _etiam_
perchè pur intendevano che quella voleva promover el ritorno de Piero
de Medici, la qual cosa el populo non la poteva sopportar, per le
tirannie havea quella caxa fatto. Et come vidi una lettera venuda
di Fiorenza, che el Re _protulit haec verba_: li cieli et le stelle
voleva che noi desfassemo Fiorenzai et nui li volemo obstarli. _Etiam_
è da saper che Fiorentini antivedendo a molte cose, havendo a vegnir
questo Re in Fiorenza, ordinono un bel modo di adunar zente in la terra
a li bisogni, et elexono XXX commissarii, i quali andasseno per le
ville, castelli et terre vicine dil suo territorio, et far che quando
sentivano sonar la campana dil palazzo di la Signoria, la qual di raro
_vel numquam_ si sona a campana e martello, se non quando intravviene
qualche novità grande: et fo sonata al tempo che Piero de Medici andò
attorno la terra, come ho scritto di sopra, cussì _etiam_ li campanelli
di le chiesie dil contado de Fiorenza dovesseno sonar, nè mai restar se
quella prima di la città non restasse; et che tutti, a tanti per caxa,
dovesseno correr armati come meglio potevano a Fiorenza a ubidientia
di la Signoria. Questo feceno a ciò el Re non li venisse voglia di
far qualche movesta, essendo con cerca X milia persone allozato in
la terra: ancora secretamente feceno intrar molti del contado armati
in Fiorenza, i quali stevano occulti, a ciò _in omni eventu_ fusseno
presto preparati. Et questo fu la causa che nè Fiorentini poteno mandar
contra li ditti ambassadori, nè _etiam_ uno de primi baroni dil Re,
al qual era stà commesso dovesse venirli contra et honorarli. Et zonti
ditti oratori, sedate le cose, Fiorentini si venneno ad excusar, et li
consignono una caxa _honorifice_ preparata, et cussì _etiam ex parte
Regis_ venneno ad receverli, narrando la cagione che non erano venuti
contra. Et poi andono a la presentia dil Re, dal qual fonno _benigne_
ricevuti; et exposeno a dì 25 la loro imbassata, sì publica _quam_
privata, et con el Re andò per fino a Roma et _deinde_ a Napoli, come
tutto scriverò di sotto.
Et Pontifice Romano, come capo di la Christianità, essendo suo ufficio
di veder pacificar le cose, _maxime_ in Italia, vedendo che el Re non
havea voluto parlar a Lucca al Cardinal di Siena legato suo; et vedendo
che el cardinal Curcense, _tituli Sanctae Mariae in Cosmedin_, di
natione franzese, el qual _noviter_, a riquisitione dil re Maximiliano,
da questo Pontifice fu creato insieme con XI altri cardinali ne l'anno
1493 di Dicembre, voleva venir a trovar il Re a Fiorenza, li commesse
alcune cose dovesse dir a Sua Maestà et detteli zerca quella legatione,
zoè veder di adattar, potendo. Ma non potè far nulla, nè _etiam_
molto si scaldò, per esser franzese. Ma pur el Papa terminò di star
constante, et al tutto metter sue forze in ajuto dil re Alphonso, al
qual concesse tutti li passi de entrar in Reame che era di la Chiesa, a
ciò li fortificasse et mettesse custodia, come ho scritto di sopra. Ma
Colonnesi non restava di far a Romani il pezo potevano.
El cardinal Farnese, fatto legato in Patrimonio, volendo intrar in
Montefiascone, loco di la Chiesia, non fu accettato; ma Franzesi poi
intrò zerca 4000 a dì 26 Novembrio, come dirò di sotto.
Ritorniamo a Pisani. I quali, partido el Re di Pisa, cerca XXV zoveni
figlioli de principali cittadini andono alla cazza et preseno molte
selvadesine, et cussì tutti vestiti a uno modo de turchino, con l'arma
et insegna dil Re nel petto, venneno a trovar el Re a Fiorenza, et
presentarli quello havevano cazzato. La qual cosa fo al Re molto
accetta. _Unde_ questi fonno con bel modo da Fiorentini retenuti,
benchè el Re l'havesse molto a mal, et però volse mantenir Pisani in
libertà, et zerca Pisa non servar li capitoli a Fiorentini. Et ancora
Pisani intendendo che 'l Re havea fatto uno capitolo con Fiorentini
zerca loro, per el qual pareva non dovesseno esser (come erano) reduti
in libertà, mandono al Re soi ambassadori, i quali fonno Bernardin
de Lagnolo cavalier, Simon Francesco de Orlandi et Piero Griffo _jur.
doct_., a ciò ottenesseno da Soa Maestà la libertà. Et questi da poi
che alcuni stetteno seguitando el Re, da poi il suo partir de Viterbo,
ottenneno carta et privilegio rimanesseno in libertà con alcuni
capitoli: _tamen_ che dovesseno _pro nunc_ levar le insegne sue, et
esser sotto li soi do governadori et capitano ivi lasciato. Et cussì
ditti oratori ritornono a Pisa.
Ma è da saper che Pisa è camera de imperio, et _ex consequenti_ ditto
Re non ha alcuna jurisditione, _nisi in armis_, de redurli in libertà.
Ma el Re de Franza preditto, essendo stato in Fiorenza zorni XI, habuto
danari da Fiorentini, zoè ducati 50 milia, havendo visto la terra,
però che tal hora vi andò a cavallo quella vedendo, fo a messa a S.
Johanne et Santa Liberata; et ritrovandosi ivi ambassadori de Senesi,
che l'aspettavano per compagnarlo in Siena, li dava passo et vittuarie,
offerendoli la terra, come sempre havevano fatto, per la devotione
portavano a la casa di Franza, i quali fonno Zuan Antonio Saracini
et Bartholomio di Carlo franzoso. Questi pregono Sua Maestà che con
più poca zente potesse dovesse intrar in la città. Za era venuti a la
presentia dil Re li cittadini fora ussiti di Siena, i quali del 1487
fonno discacciati da la parte contraria, pregando el Re volesse farli
ritornar in Siena. Et cussì el Re cercò di farlo, benchè non potesse
ottenir questo da Senesi, come dirò di sotto. Et el Re lasciato do
soi ambassadori o vero commessarii in Fiorenza, secondo la forma di
capitoli, i quali fonno monsig. di la Mota, el qual non molto da poi
fo mandato ambassador a Milano, et ne successe uno altro chiamato
Gian Francesco general di Bertagna catelano; et l'altro pur lassato
in questo tempo fu el presidente dil Delphinà. Et a dì 28 Novembrio
da po disnar partì de Fiorenza, et andò mia 3 a uno monasterio di la
Certosa, dove è una bellissima et forte fortezza, cussì è fabbricato
ditto monasterio, et quivi se puose. Insieme vi seguiva li ambassadori
de Venitiani; et Fiorentini _etiam_ vi mandò fino a Siena, et do che
dovesse seguir Sua Maestà sempre, zoè Francesco Soderini episcopo di
Volterra, et Neri Capponi. Ma lasciamo qui el Re, et quello in questo
mezzo seguite scriviamo.
Za le sue zente erano andate parte avanti avviato verso Siena, et anche
su quel di la Chiesia, facendo corrarie et prendendo alcuni castelli
per caxon di haver vittuarie. Et mentre che el Re era in Siena mandò
monsig. di Mompensier con 3500 cavalli avanti in Siena: el qual havendo
intelligentia con quei de Acquapendente, ch'è una terra dil Papa, mandò
1500 cavalli, i quali ivi presentati ebbeno subito la terra. Et cussì
si andavano sparpagnando per quelli castelli vicini di la Chiesia,
et dannizavano, benchè, dove andava, subito li era portate le chiave,
come fu Orvieto, Montefiascone et altri luoghi, i quali non accade qui
descriverli.
In questi zorni accadette di una preda fatta per Franzesi, la qual
non voglio lassar di scriver, ch'è una madonna Julia di Fieschi,
moglie dil sig. Ursino sig. di Brassanello, ch'è uno castello appresso
Viterbo, et sorella dil cardinal romano chiamato Farnesio, novamente
da questo Pontifice creato cardinal, et era favorita dil Pontifice,
di età giovine et bellissima, savia, accorta et mansueta, la qual era
venuta de Roma a uno sponsalicio de alcuni soi parenti, et partita di
uno castello a presso Montefiascone o vero Acquapendente, ivi ne la
strada con zerca cavalli 40, et molti di quelli era in sua compagnia,
de la fameglia dil cardinal preditto, el qual non era stà accettato in
Montefiascone, et era ritornato a Viterbo legato. Or da uno monsig. di
Alegra fo presa, et poi menata a Viterbo, come dirò di sotto: et inteso
chi la era, dette taglia ducati 3000, et scrisse al Re di questa presa,
el qual non la volse veder. Ma lei scritto a Roma come era benissimo
trattata, et che li fusse mandato la taglia, essendo stata alcuni zorni
lei con le sue donzelle con Franzesi a Viterbo, habuto la taglia,
benchè altri dicono per liberalità di quel che la prese non volse
taglia niuna, ma _libere_ con 400 Franzesi foe accompagnata fino a le
porte di Roma, et _ita fuit_.
Ma el Re, partito di la Certosa, venne de sera a San Cassano, et ad
allozar a Poggibonzi, lochi di Fiorentini, _demum_ intrò in Siena. Ma
prima che descriva el modo et ordine et quello fece in Siena, voglio di
Fiorentini scriver alcuna cosa.
_Successo a Fiorenza da poi la partita dil Re._
Fiorentini, benchè havesseno conclusi li capitoli con el Re, che li
fosse reso li soi luochi, pur per più securtà esso Re volse tenir
Serzana, Serzanello, Pietrasanta, el forte de Livorno, et si pol dir di
Pisa, et in Fiorenza lassò li do sopra nominati. _Tamen_ non mosse in
ditti luoghi le insegne de Fiorentini, ma ben li custodi, et vi puose
de suoi franzesi.
Ma, partito el Re, deliberorono di far li loro ufficii, essendo
tempo de li do mesi di mutar Signoria, et cussì elesseno una parte de
cittadini in palazzo di signori, et tra loro questi ufficii i quali
parte, _maxime_ li accoppiatori, dovesseno durar uno anno, li nomi
di quali qui sotto saranno scritti. Ma el populo, inteso questo modo
novo, non volendo tollerar, si levono a rumor, et corseno tutti sopra
la piazza, _unde_ fo deliberato a far a questo modo, compito el tempo
de questi deputati che era uno anno, di governarsi secondo el costume
vecchio, zoè che tutti quelli di Fiorenza potesseno venir a consiglio
compiti anni XXX, essendo stato però o loro, o il padre, o suo avo,
intro uno di questi tre officii, o vero di signori, o confalonieri,
o di collegio; et non vi essendo stati, come è ditto di sopra, non
se intenda dil loro consiglio. Dove, questo numero reduto, dovesseno
deliberar el modo de li officii haveano a far, _maxime_ la Signoria,
come cussì feceno, qual intenderete lezendo più avanti. _Tamen pro
nunc_ quelli officii fatti restasseno, et cussì fo sedato el popolo
fiorentino.
_Questi sono XX accoppiatori creati per uno anno._
Santo Spirito:
D. Domenego Bonsi cavalier
Tanai de Nerli
Ridolfo di Pagnozo Ridolfi
Piero di Gino Capponi
Antonio di Sasso per la minore
Santa Crose:
Barbo Corsi
Nichol Sacchetti
Borth.º Guinigi
Giulian Salviati
Jacomo del Zacharia per la minore
Santa Maria Novella:
D. Guido Anton Vespuci cavalier
Francesco de Martino Scarfi
Piero Popoleschi
Bernardo Rucellai
Andrea di Manetto per la minore
Santo Johanne:
Francesco Valori
Gulielmo de Pazi
Bracio Martelli
Lorenzo di Pier Francesco _olim_ de Medici
_nunc_ de populani
Francesco Rontoli per la minore
_X Conservatori di la libertà._
Paulo Anton Soderini
Piero Vetori
Piero Corsini
Piero Guiciardini
Piero Pieri
Lorenzo Moregli
Lorenzo Lenzi
Lorenzo Benintendi
Jacomo Pandolfini
Franceschino degli Albici
_8 di guardia di balia._
Santo Spirito:
Guido Manelli
Mauro Fantoni
Santa †:
Marco Nardi
Salveto Salveti
Santa Maria Novella:
Andrea de Carlo Strozi
Carlo Rucellai
Santo Johanne:
Piero Gerardini
Barth.º Thedalti
Et non molto da poi provedendo a poner buon governo al stato loro, dil
mexe di.... uno Antonio di Miniato cittadino pur di Fiorenza, che per
consulti di la terra era eletto perpetuo official di monte, al qual
se depositava tutte le intrate de Fiorenza. Questo, quando Lorenzo de
Medici da poi la guerra con el re Ferrando andò a Napoli, et ritornato
messe una parte che necessitava donar molti danari et presenti a
Signori occultamente per conservar la libertà di Fiorenza, et el populo
che vedeva che el re Ferrando l'havea rimandato con maggior autorità
che prima, dubitando disseno tutti esser contenti, et per Lorenzo
fo eletto questo Antonio de Miniato et confirmato dal populo, o vero
consiglier a tal administration di l'entrade, come ho ditto, et da po'
_etiam_, morto Lorenzo, sotto Piero vi restò; ma, seguita la ribellione
di Piero, ditto Antonio in questo tempo da Signori fiorentini fo preso,
et fugli domandato l'administratione di anni 16, che tanto tempo havea
scosso le intrade di Fiorenza. Rispose haver dato a la caxa de Medici
un milion e 500 miera de fiorini, senza i altri lui havea speso per
conto e comandamento di Lorenzo et Piero. _Unde_ fo terminato che
'l fusse decapitato su la porta dil palazzo dil Papa, et che tutti i
soi beni andasseno in Comune, et altri parenti in exilio complici; i
quali anche loro havevano participato in questo scelere, di tuor li
danari publici. Et fugli trovato in caxa di ditto Antonio miera 40
fiorini, scosi sotto el soler dil fuogo, li qual lui a poco a poco li
accumulava, stimando che mai per alcun tempo non se ne sapesse, et pur
fonno trovati.
_Intrata dil Re di Franza in Siena adi do Dezembrio 1494._
Intrò el Re di Franza in Siena con grandissimo triumpho, li andò
contra la Signoria di Siena et assà cittadini. Fo fatto alcuni archi
triumphali a le porte, gioso di qual discendevano alcuni angeli, et li
presentò le chiave di la cittade. Et intrò a dì do Dezembrio di marti
a hore 23, et a la prima porta de Camolia fo fatto uno arco triumphal
con queste lettere: _Sena vetus civitas Virginis_. A la seconda porta
fo fatto una lupa, ch'è la insegna de Senesi, a li piedi di la qual
erano queste parole: _Venisti tandem, rex Christianissime, cui nostrae
ultro patent januae_. Et a la terza porta era uno arco triumphale
con do homeni, uno di qual representava Carlo Magno, et havea queste
lettere: _Italiae, ecclesiaeque romanae liberator, christianaeque fidei
ampliator sanctissimus_; l'altro rappresentava questo Re presente,
con questo verso: _Carolus octavus Francorum rex, ad idem divino
missus numine_. Et era preparato il suo allozamento bellissimo de
ogni sorte tapezzarie, panni d'oro _etiam_ nel Vescovado, el qual per
Pio pontifice, per esser Senese, quando vi stette fo fabbricato molto
degnamente, et sopra la porta de ditto Vescovado era scritto: _Salve,
dive Carole, Francorum gloria, Italiae praesidium, Africae terror_.
Fonno poi cantati li infrascritti versi, _quibus beata Virgo Francorum
regem alloquitur_:
Inclite francorum rex, invictissime regum,
Unica christicolae spes et fiducia gentis,
Ingredere et felix subeas mea tecta, secundis
Auspiciis, nam re ipsa libens vultuque sereno
Urbe mea accipio, felicibus annue ceptis,
Committoque tibi veteres mea moenia Senas,
Senas Gallorum Senonum de nomine dictas.
Siena adoncha è città seconda in Toscana de potentia et ricchezze, et
come scrive Policarpo nel VI suo libro di le _Croniche_ fo edificata
più de 300 anni avanti l'avvenimento di Cristo da Franzesi Sennonesi
per habitatione de loro homeni antichi; ma al presente si può numerare
fra le altre moderne, perchè in quella non è alcun segno de antiquità
ma tutta degnamente rinnovata. Altri vol fusse edificata da Carlo
Martello, ma Biondi foroliviense historico scrive esser stà edificata
da Iohanne XVIII, et da sei plebatichi a quella assignati fo chiamata
Siena, de quali fo el primo de Perosa, de Chiusi, de Rezzo, Fiesole,
Fiorenza et Volterra. Questa città è in su un colle, ha intorno ripe
de tufi, ma nella parte superiore de questa città sono paesi plani,
con molti giardini, et è molto coltivata. Vi sono molti superbi et
degni edificii et studio publico in ogni facultà, una piazza degnissima
con palazzi di Signori ed altri privati superbissimi, uno hospitale
ricchissimo et piatoso con un degno governo, et ha grande intrata.
Per la città sono torre altissime et forte. El suo territorio è paese
fertilissimo in ciascuna cosa a l'humana vita necessaria. È mia 80
discosta da Roma. In questa alcuna religione ebbe principio: come
fu Monte Oliveto quello descoperto numerato fra Canonici regulari di
Santo Augustino, de gli Iesuati et quasi quello di Santo Francesco per
San Bernardino che fu di Siena. Quivi del 1058 fu fatto el Concilio,
et Nicolao II creato pontifice. Di questa città vi fu Alexandro III
che sostenne molti mali da Federigo Barbarossa et alla fine aiutato
da Venitiani: _etiam_ Pio secundo, Santa Catharina di Siena del terzo
ordine di Santo Domenego, Ugo Benzi medico summo, et molti altri li
quali numerare sarebbe perder il tempo.
Or il Re intrò in Siena con 4000 cavalli, dove era il Cardinal di
Siena nominato di sopra _tituli Sancti Eustachii_, el qual è episcopo
di quella città. Or el Re, visto non li haver voluto parlar a Lucca
come legato, quivi essendo persona privata et non _nomine Pontificis_,
li fece le debite accoglienze, dimandando perdono si a Lucca non li
havea parlato, perchè sì come Cardinal o vero per nome de Senesi fusse
venuto, _libentissime_ li arebbe dato audientia, ma non volse come
legato dil Papa, et cussì al presente li fece bona ciera, per esser
degno prelato. È da sapere che la prima cosa che fece el Re quando
intrò in Siena, fu che andò di longo al Domo. Ivi fece l'oratione,
seguendo quel ditto di Christo: _Primum quaerite regnum Dei_, et poi
dimandò a la Signoria, però che Siena si governava come Fiorenza fanno.
Li Signori et Confalonier stanno in palazzo, et portano certi signali
a le barette per esser conosciuti. Li chiamano et sottoscrivonsi
alle lettere: _Priores, gubernatores comunis et cap. populi civitatis
Senarum_. Et cussì come a Fiorenza è confalonier, cussì qui è capitano
dil populo. Or el Re dimandò 4 cose: _Primo_, che li fora ussiti
dovessero esser lassati intrar, et li fosse perdonato. _Secundo_, che
li fusse prestati certa quantità de danari. _Tertio_, che li desseno
formenti, promettendo di pagarli. _Quarto_, potesse haver il passo
aperto. A le qual richieste, fatto le debite consultatione, risposeno:
prima non voler più li fora ussiti, _tamen_ che vederebbeno di adattar,
come cussì fo. Che danari non havevano, ma che formenti erano contenti
di dar a Sua Maestà moza mille, che valevano ducati 4000, di quali
volevano li danari. _Tamen_ ebbe promesse et mai fo satisfatti. Oltra
di questo per liberalità di Senesi, li appresentono in dono altri mille
moza de formenti. Et cussì seguite le cose con Senesi.
Viene qui a Siena dal Re el Cardinal di Sanseverino, el qual _licet_
fusse da la parte di Ascanio, _tamen_ era in Roma, et per esser
episcopo maleacense (_di Malaga_) et stato qualche tempo in Franza,
parse al Pontifice di mandarlo per legato, et con lui uno ambassador di
re Alphonso, per veder si potevano conzar che non venisse più di longo,
mediante li ambassadori venitiani, et darli qualche tributo etc. Ma el
Re dato audientia a ditto legato, et dittoli come al tutto voleva esser
a Roma, et ritrovarsi far le feste di Nadal ivi con la Beatitudine dil
Pontifice, dove el vederia di conzar e far quello si havesse a far. Et
ditto cardinal, havendo tal risposta, in uno zorno et mezzo ritornò da
Siena a Roma, ch'è mia 100.
Quelli di Viterbo, in questo mezzo, ch'è una città dil Pontifice mia 40
da Siena et 60 da Roma, la qual dil 1193 per Celestino III pontifice
fu denominata città, et ordinò in quella la dignità episcopal, el cui
vescovo fusse similmente pastore di Toscanella et di Centocelle, et
terra bella, grandissime chiese et torrazze assai et fontane, circonda
mia 3 et si dice Viterbo. È loco di 4 città piccole, et già dil 1493,
perchè a Roma vi era la peste grande, questo Pontifice con molti
Cardinali et la corte qui in Viterbo vi stette. Or appropinquandosi
el Re, el Pontifice era contento che 'l sig. Virginio Orsini a
compiacentia dil re Alphonso con alcune squadre de cavalli et assà
fanti dovesse intrar a custodia di Viterbo, et _etiam_ se divulgava el
Re preditto Alphonso havea scritto a suo fiol duca di Calavria, venuto
di Santo Arcangelo, dove era stato fino hora, più propinquo a Roma con
le sue zente, et conte di Petigliano, che dovesse entrar lì in Viterbo
a ciò Franzesi non tegnisseno quella terra. Ma Viterbesi non volendo
guerra sopra il suo, mandò a notificar al Re, che ancora era quivi a
Siena, dovesse mandar zente che le metteriano in la terra avanti che
giongesse el presidio aragonese, offerendosi loro et la terra sua a Sua
Maestà. Per la qual cosa el Re vi mandò monsignor di Alegra nominato
di sopra, et poi _immediate_ venne monsignor di Monpensier con 4000
Franzesi et introno in Viterbo. Ma alcuni custodi dil Pontifice intrò
in la rocca, _tamen etiam_ di subito si rese.
_De l'intrata dil Re di Franza in Viterbo et successo fin l'intrar in
Roma._
Vedendo el re di Franza prosperar le sue cose felicemente et esser
in gran reputatione in Italia, che 'l suo exercito augumentava però
che per ogni luogo dove el passava zente paesane lo seguiva per andar
al vadagno, havendo visto che dove si appresentava le chiave erano
portate, et _licet_ fusse inverno, tempi da star a li alozzamenti, pur
franzesi li piaceva guerrizar, et li pareva istade, per esser sotto
un altro clima. Et a dì 4 Dezembrio a hore 18 partì di Siena, essendo
stà molto honorato da quella comunità, con do Cardinali San Piero _in
Vincula_ et Curcense, essendo stato tre zorni in Siena. Venne allozar
la sera a Bonconvento, loco de Senesi, et passato a Montepulzano, a
dì 7 ad Acquapendente terra di la Chiesa novamente da li soi d'accordo
acquistata, et qui si reposò, per esser Domenega inassueto a cavalcar,
per devotione. Et a dì 8 ditto intrò in Viterbo con molte di le sue
zente, et non vi potendo capir, la terra _licet_ fusse grande, mandono
fuori di la città gli homeni di le lor caxe, et li franzesi rimaseno
ivi ad alozar. Et mandò a dir al Papa che li volesse dar passo et
vittuarie, però che erano nel suo campo gran carestie, come _etiam_ era
il vero, qual per lettere di ambassadori nostri se intese. Et el conte
di Cajazzo col conte Carlo di Belzojoso, i quali havevano seguito el
Re fino a Viterbo, a dì 6 Dezembrio tornono a Milano et a Vegevene dal
Duca.