XIII. [Ex Imo]

Sono passati quattordici mesi dalla caduta.

Mi sono alzato, ho zoppicato, sono stato due volte nell'estate ad

Abano. È un paese squallido: gli stabilimenti immensi e deserti

aspettavano invano i soliti forestieri, che la paura del cholera

scorrazzante per la provincia ha dispersi. Vi ho fatto novanta fanghi

in quarantacinque giorni, conquistando l'ammirazione di tutti

gl'inservienti, che non ricordavano d'alcun altro tale follia.

E come tutte le follie è stata inutile.

Ora sono di nuovo a letto per un mese, ma il mio amico Loreta,

l'illustre clinico bolognese, mi ha giurato sul suo onore di

gentiluomo che fra non molto guarirò perfettamente.

E sia.

Intanto i vescicatorii applicati sul ginocchio mi costringono da

quindici giorni alla più dolorosa immobilità.

Nelle _Assemblee del sabato_ Boguet narra di una contadina, che

recandosi ad una di quelle tragiche veglie, nelle quali tutto il

popolo raccolto intorno ad una congrega di streghe invocava da Satana

la consolazione della vita invano redenta da Cristo, si fermò a lungo

considerando una pietra solitaria. Era di notte; la luna alta nel

cielo inondava di melanconico splendore la campagna. I boschi

tacevano. Per la distesa dei prati un silenzio d'ineffabile stanchezza

si dilatava fino alle più remote lontananze, che sembravano naufragare

in una tenebria trasparente.

Era il secolo XV. La lunga tragedia medioevale aveva esaurito perfino

il dolore nella coscienza popolare. Tutto aveva pesato sul popolo, le

invasioni, le crociate, le feudalità, l'impero, la chiesa: ogni

miseria aveva avuto il proprio sopravvento ed era stata soprafatta da

un'altra: tutte le speranze erano morte nelle anime cristiane. I campi

abbandonati non producevano più le messi necessarie alla esistenza

umana: le case non riparavano più gli abitanti, sui quali il signore

poteva sempre stendere la mano per strappare loro il primo fiore o

l'ultimo frutto della vita.

L'antica passione pagana, che alla decadenza di Atene e di Roma aveva

spinto il popolo alle feste dionisiache, restava sola negli spiriti

cristiani: Satana, l'eterno nemico sconfitto da Cristo sul Golgota, si

drizzava dal fondo di tutti i cuori con un sorriso di dolorosa

simpatia. No, non era vero che egli fosse il malvagio. Il paradiso

terrestre non aveva mai esistito, perchè Dio non aveva mai amato

l'uomo condannato da tutta l'eternità a lavorare per vivere, a far

soffrire la propria madre per nascere. Dio che puniva i bambini delle

colpe dei padri era stato in ogni tempo coi potenti, coi crudeli che

spremevano dai dolori del popolo i piaceri della ricchezza e del

comando; e s'era fatto fabbricare chiese dorate, mentre il popolo non

aveva nemmeno capanne, voleva le gemme per gli altari, la seta per gli

addobbi, le decime per i preti, la servitù verso i signori. Dio era il

nemico, che nessun dolore aveva mai impietosito, nessuna preghiera

commosso, nemmeno quella di suo figlio morente sulla croce per espiare

la condanna dei popoli che dovevano ancora nascere.

E Satana, il grande ribelle precipitato dal cielo perchè non aveva

voluto adorarvi il tiranno, diventava l'amico del popolo, il suo eroe

più antico, non fiaccato nemmeno dalla onnipotenza di Dio. Egli solo

poteva ancora offrire qualche consolazione agli infelici, liberandoli

da tutti gli scrupoli del peccato che toglievano loro perfino l'uso

delle proprie carni; egli solo, che non s'era curvato al Signore del

cielo, poteva rialzare la fronte del popolo troppo piegata davanti ai

padroni della terra.

La passione di Cristo non era nulla in faccia a quella di Satana

condannato al fuoco eterno: la passione di Cristo non aveva consolato

nessun dolore, tolta nessuna miseria.

Il mondo era sempre così, i poveri sempre poveri.

E allora tutti i cuori si volgevano al più antico infelice, che non

aveva mai ricevuto conforto, che aveva sorriso sdegnosamente della

redenzione di Cristo e lo invocavano, lui il dannato che li aspettava

nell'inferno, chiedendogli un atomo di felicità, un atomo di gioia.

Anche la terra era ammalata di dolore: d'inverno soffriva il freddo

come i poveri, aveva tutte le loro malattie e tutta la loro fame.

Adesso non produceva più. La grandine e il fulmine non cadevano sopra

di essa che dal cielo.

Dio lontano, in alto, superbo ed insensibile, non domandava che

incensi, non esigeva che ringraziamenti.

La demenza tragica delle antiche orgie dionisiache scoppiava in tutti

gli spiriti travolgendovi misteri e riti cristiani; si chiamava

Satana, si volevano i suoi miracoli, la sua incarnazione di un momento

nella strega, l'emancipazione di tutta la vita e di tutta la natura

dalle leggi di Dio. Era la rivolta della debolezza costretta a

sfogarsi nella empietà.

Le feste si facevano di notte perchè il sole era di Dio. La luna

abbandonata e fredda poteva sola comprendere l'abbandono della terra.

Era come il delirio doloroso di tutti quei lavoratori che per

generazioni di generazioni si erano estenuati a fecondarla e vedendola

estenuata com'essi volevano consolarla. Sentivano i suoi lamenti nei

boschi, il suo silenzio disperato nei prati, il suo pianto lento nelle

rugiade.

La terra piangeva, la terra soffriva. Il suo destino era come quello

del lavoratore: i signori le calpestavano nelle guerre e nelle sue

caccie le poche messi, le abbattevano le quercie per i loro castelli,

le uccidevano i più miti animali per allevare i più infesti.

La terra pativa immobile, chissà da quanti secoli.

E quella contadina sorpresa da una angoscia di pietà guardava la

pietra solitaria, che il sole e il ghiaccio avevano tanto bruciata:

quante grandini, quante pioggie l'avevano sferzata! La pietra non

poteva muoversi. La sua faccia pallida in quel lume di luna era tutta

corrosa, bucherata come quella dei poveri vaiuolosi, con una lebbra

arida che solo il vento di quando in quando spazzava.

Quella pietra era lì abbandonata senza speranza, senza consolazione.

Ella si chinò.

--Che cosa fai?

--La volto.

L'altra contadina, che era con lei, ebbe un tristo sorriso.

--Povera pietra! come dev'essere stanca di stare sempre sul medesimo

lato.

Come sono stanco io pure di stare sempre immobile!

*

* *

Stamane è venuto il mio editore per chiedermi un libro nuovo; gli ho

mostrato il manoscritto sul tavolo da notte.

--Già finito?

--Libri come questi lo sono sempre.

Lo ha preso e se n'è andato sorridendo:

--Appena il libro sarà stampato ella sarà guarito.

--Accetto l'augurio e possa fare il libro migliore strada della mia.

Fino a Dogali · 第 31 / 41 题