Sono passati quattordici mesi dalla caduta.
Mi sono alzato, ho zoppicato, sono stato due volte nell'estate ad
Abano. È un paese squallido: gli stabilimenti immensi e deserti
aspettavano invano i soliti forestieri, che la paura del cholera
scorrazzante per la provincia ha dispersi. Vi ho fatto novanta fanghi
in quarantacinque giorni, conquistando l'ammirazione di tutti
gl'inservienti, che non ricordavano d'alcun altro tale follia.
E come tutte le follie è stata inutile.
Ora sono di nuovo a letto per un mese, ma il mio amico Loreta,
l'illustre clinico bolognese, mi ha giurato sul suo onore di
gentiluomo che fra non molto guarirò perfettamente.
E sia.
Intanto i vescicatorii applicati sul ginocchio mi costringono da
quindici giorni alla più dolorosa immobilità.
Nelle _Assemblee del sabato_ Boguet narra di una contadina, che
recandosi ad una di quelle tragiche veglie, nelle quali tutto il
popolo raccolto intorno ad una congrega di streghe invocava da Satana
la consolazione della vita invano redenta da Cristo, si fermò a lungo
considerando una pietra solitaria. Era di notte; la luna alta nel
cielo inondava di melanconico splendore la campagna. I boschi
tacevano. Per la distesa dei prati un silenzio d'ineffabile stanchezza
si dilatava fino alle più remote lontananze, che sembravano naufragare
in una tenebria trasparente.
Era il secolo XV. La lunga tragedia medioevale aveva esaurito perfino
il dolore nella coscienza popolare. Tutto aveva pesato sul popolo, le
invasioni, le crociate, le feudalità, l'impero, la chiesa: ogni
miseria aveva avuto il proprio sopravvento ed era stata soprafatta da
un'altra: tutte le speranze erano morte nelle anime cristiane. I campi
abbandonati non producevano più le messi necessarie alla esistenza
umana: le case non riparavano più gli abitanti, sui quali il signore
poteva sempre stendere la mano per strappare loro il primo fiore o
l'ultimo frutto della vita.
L'antica passione pagana, che alla decadenza di Atene e di Roma aveva
spinto il popolo alle feste dionisiache, restava sola negli spiriti
cristiani: Satana, l'eterno nemico sconfitto da Cristo sul Golgota, si
drizzava dal fondo di tutti i cuori con un sorriso di dolorosa
simpatia. No, non era vero che egli fosse il malvagio. Il paradiso
terrestre non aveva mai esistito, perchè Dio non aveva mai amato
l'uomo condannato da tutta l'eternità a lavorare per vivere, a far
soffrire la propria madre per nascere. Dio che puniva i bambini delle
colpe dei padri era stato in ogni tempo coi potenti, coi crudeli che
spremevano dai dolori del popolo i piaceri della ricchezza e del
comando; e s'era fatto fabbricare chiese dorate, mentre il popolo non
aveva nemmeno capanne, voleva le gemme per gli altari, la seta per gli
addobbi, le decime per i preti, la servitù verso i signori. Dio era il
nemico, che nessun dolore aveva mai impietosito, nessuna preghiera
commosso, nemmeno quella di suo figlio morente sulla croce per espiare
la condanna dei popoli che dovevano ancora nascere.
E Satana, il grande ribelle precipitato dal cielo perchè non aveva
voluto adorarvi il tiranno, diventava l'amico del popolo, il suo eroe
più antico, non fiaccato nemmeno dalla onnipotenza di Dio. Egli solo
poteva ancora offrire qualche consolazione agli infelici, liberandoli
da tutti gli scrupoli del peccato che toglievano loro perfino l'uso
delle proprie carni; egli solo, che non s'era curvato al Signore del
cielo, poteva rialzare la fronte del popolo troppo piegata davanti ai
padroni della terra.
La passione di Cristo non era nulla in faccia a quella di Satana
condannato al fuoco eterno: la passione di Cristo non aveva consolato
nessun dolore, tolta nessuna miseria.
Il mondo era sempre così, i poveri sempre poveri.
E allora tutti i cuori si volgevano al più antico infelice, che non
aveva mai ricevuto conforto, che aveva sorriso sdegnosamente della
redenzione di Cristo e lo invocavano, lui il dannato che li aspettava
nell'inferno, chiedendogli un atomo di felicità, un atomo di gioia.
Anche la terra era ammalata di dolore: d'inverno soffriva il freddo
come i poveri, aveva tutte le loro malattie e tutta la loro fame.
Adesso non produceva più. La grandine e il fulmine non cadevano sopra
di essa che dal cielo.
Dio lontano, in alto, superbo ed insensibile, non domandava che
incensi, non esigeva che ringraziamenti.
La demenza tragica delle antiche orgie dionisiache scoppiava in tutti
gli spiriti travolgendovi misteri e riti cristiani; si chiamava
Satana, si volevano i suoi miracoli, la sua incarnazione di un momento
nella strega, l'emancipazione di tutta la vita e di tutta la natura
dalle leggi di Dio. Era la rivolta della debolezza costretta a
sfogarsi nella empietà.
Le feste si facevano di notte perchè il sole era di Dio. La luna
abbandonata e fredda poteva sola comprendere l'abbandono della terra.
Era come il delirio doloroso di tutti quei lavoratori che per
generazioni di generazioni si erano estenuati a fecondarla e vedendola
estenuata com'essi volevano consolarla. Sentivano i suoi lamenti nei
boschi, il suo silenzio disperato nei prati, il suo pianto lento nelle
rugiade.
La terra piangeva, la terra soffriva. Il suo destino era come quello
del lavoratore: i signori le calpestavano nelle guerre e nelle sue
caccie le poche messi, le abbattevano le quercie per i loro castelli,
le uccidevano i più miti animali per allevare i più infesti.
La terra pativa immobile, chissà da quanti secoli.
E quella contadina sorpresa da una angoscia di pietà guardava la
pietra solitaria, che il sole e il ghiaccio avevano tanto bruciata:
quante grandini, quante pioggie l'avevano sferzata! La pietra non
poteva muoversi. La sua faccia pallida in quel lume di luna era tutta
corrosa, bucherata come quella dei poveri vaiuolosi, con una lebbra
arida che solo il vento di quando in quando spazzava.
Quella pietra era lì abbandonata senza speranza, senza consolazione.
Ella si chinò.
--Che cosa fai?
--La volto.
L'altra contadina, che era con lei, ebbe un tristo sorriso.
--Povera pietra! come dev'essere stanca di stare sempre sul medesimo
lato.
Come sono stanco io pure di stare sempre immobile!
*
* *
Stamane è venuto il mio editore per chiedermi un libro nuovo; gli ho
mostrato il manoscritto sul tavolo da notte.
--Già finito?
--Libri come questi lo sono sempre.
Lo ha preso e se n'è andato sorridendo:
--Appena il libro sarà stampato ella sarà guarito.
--Accetto l'augurio e possa fare il libro migliore strada della mia.