XII. [Dogali]

Pur troppo è vero!

Il 26 Gennaio Ras Alula ha sorpreso la colonna De Cristoforis,

spiccata da Monkullo per soccorrere il maggiore Boretti assediato in

Saati, e l'ha distrutta sulle alture di Dogali. Tutti i giornali sono

frementi della truce novella: la Camera ha tumultuato, il popolo si è

scosso per le piazze all'odore del sangue. È parso come un vento

infocato del deserto che passi per la frigida e grigia atmosfera del

nostro inverno, sulle nostre coscienze, che dopo le vampe luminose

della epopea garibaldina si erano adagiate nel crepuscolo secolare

della nostra vita di servitù.

L'impresa d'Africa, se pur merita questo nome, nacque secretamente fra

le file diradate del partito, che Cavour aveva con temerità pari alla

destrezza condotto alla doppia vittoria sull'Austria e sulla

rivoluzione. L'audace statista, che aveva arrischiato la spedizione di

Crimea, non sospettò forse, morendo, che i suoi epigoni sarebbero

costretti a ritentarne la caricatura sulle coste africane memori

ancora del nome romano. Nessuno in paese e alla Camera dubitò sulle

prime della cosa: si parlava di una striscia di lido comprata sul Mar

Rosso, di una specie di rada, nella quale le future navi del nostro

futuro commercio coll'Oriente avrebbero potuto riparare. Di sbarco, di

guerra, di conquista neppure una parola; quella sabbia se valeva poco

costava anche meno.

Poche capanne vi formavano un villaggio: selvaggi mendichi respinti da

guerre interne, o indefinibili mercanti, o avventurieri abbandonati

dalle navi di tutto il mondo, vi formavano una popolazione senza

fisonomia e senza passato.

Quando si seppe che il Governo vi aveva spedito una brigata di

carabinieri, fu per tutto uno scoppio di lazzi; le caricature

fioccarono nei giornali, si rideva allegramente di una meschinità che

avrebbe dovuto impensierire. Poi vi furono compromessi coll'Egitto,

fortilizi abbandonati dalle sue truppe alle nostre: quindi Massaua di

villaggio si mutò improvvisamente in capitale senza contrada nè

popolo; si discusse di una diga che ne allacciasse l'isoletta al

continente, di fortificazioni che dovevano proteggerla da nemici

allora insupponibili.

E la gente rideva ancora.

Poscia si aperse l'Esposizione di Torino, mercato delle poche

ricchezze dell'arte italiana, nella quale un villaggio medioevale

costrutto colle leggi prospettiche di un scenario, col suo castello

medioevale in fondo, improvvisato, falso, più meschino di un balocco,

più ridicolo ancora dell'idea d'onde era nato, più labile forse dello

stesso scopo cui era destinato, fu la sovrana meraviglia e il vanto

più orgoglioso. Gli affreschi vi erano dipinti sulla tela, ma i

camerieri vi portavano le assise degli antichi servi. Il castello,

invece di sorgere sui monti armonizzando con essi la propria

architettura, era nascosto nel fondo di una pianura oltre il Po; le

case che vi conducevano non avevano che la facciata, ma in compenso

nelle loro botteghe imitatamente vetuste artieri moderni abbigliati

all'antica vi facevano per la curiosità dei passanti, addottrinati da

appositi ciceroni, le stoviglie di un tempo. Era una mascherata nella

quale arte e scienza, storia e patria facevano la più umiliante delle

figure.

E parve alla stampa che giammai il genio italiano avesse avuto più

nobile e meravigliosa fantasia.

A quel castello, nel quale alcuni illustri sedotti da tutte le

amabilità della lode, dovevano tenere conferenze sulla vita spirituale

e storica del quattrocento, capitarono non meno vilmente e

ipocritamente mascherati alcuni indigeni di Massaua, una specie di

regina con un paio di guerrieri. Era il Ministero, che imitando per

profondi concetti politici la profondità concettosa del Comitato della

Esposizione, il quale fabbricava in fondo ad un vicolo di Torino un

castello alpigiano nelle proporzioni di un ninnolo per iniziare i

borghesi del nostro secolo ai segreti del quattrocento, mandava in

giro per le grosse città italiane tutta la dinastia e tutto il popolo

della sua nuova compra massauina vestiti come i pagliacci che girano

per le fiere nei carrettoni; ma dinastia e popolo non erano ancora

abbastanza numerosi per riempirne uno solo.

Allora la gente non rise più, si compiacque. Si cominciò a credere che

la costa comprata fosse più che una costa; nelle fantasie si accrebbe

il numero degli armati speditivi dal Governo: l'antico orgoglio delle

conquiste sopravissuto nella rettorica di tutti i nostri secoli, si

levò nuovamente per affermare che il Ministero, malgrado le meschine

apparenze da lui date all'impresa d'Africa, fosse composto di grandi

uomini intorno ad una grande idea.

Intanto l'Africa aumentava di anno in anno il proprio fascino sulla

coscienza italiana. Le sue notizie correvano attraverso quelle del

resto del mondo, respingendole, per entrare prime nello spirito di

tutti. L'ultimo dei Napoleonidi, fanciullo infelice ed imbecille, era

andato a morire, coscritto inglese, all'estremo capo dell'Africa

contro una popolazione superba e feroce che l'aveva trucidato.

L'immensa epopea del primo impero, depravata in lurido dramma dal

secondo imperatore, finiva in un meschino e sanguinoso aneddoto entro

un lago d'erba nell'interno dell'Africa. Il primo Napoleone era morto

alto sull'Oceano nel cospetto del mondo; l'ultimo soccombeva sotto le

zagaglie di pochi selvaggi, perchè cavallerizzo timido ed inesperto

non era riuscito ad inforcare la sella del proprio cavallo fuggente.

Poi Gambetta, il Dittatore che colla gloria delle proprie sconfitte

aveva riparata l'infamia della resa di Sèdan, ritentava l'esperimento

delle armi francesi contro i Crumiri oltre i confini dell'Algeria: la

Spagna vegliava sul Marocco, l'Inghilterra stava fisa all'Egitto colla

mano fremente sulla corda dei propri cannoni. L'Olanda minacciava di

voler risottomettere i suoi Boeri, la Francia risaliva il Senegal, il

Belgio con abilità di mercante e sapienza di scienziato si preparava

alla conquista del Congo, accodando il proprio re al più intrepido dei

viaggiatori del secolo, l'americano Stanley.

Mentre il Governo italiano comprava qualche chilometro di arene lungo

il Mar Rosso e menava per le piazze le mascherate de' suoi nuovi

cinque sudditi, ogni mattina i giornali italiani levavano l'inno

augurale a giovani viaggiatori che partivano per l'Africa. Nessuno

prima li conosceva e in un attimo diventavano celebri. Una gloria

improvvisa e malinconica circondava il loro nome, un interesse tragico

rendeva prontamente noti tutti i particolari della loro spedizione.

Nessuno sapeva bene a che cosa intendessero, arrischiando così le loro

floride vite, ma ognuno si sentiva lusingato dalla intrepidezza dei

loro propositi, sperando non so che da questi viaggi senza ritorno nel

cuore dell'Africa rimasto sempre chiuso a tutti gli sforzi della

civiltà mondiale. E nullameno non erano nuovi nè l'idea nè il fatto di

tali spedizioni. Anche trascurando quelle continue dei missionarii,

che hanno tanto arricchito in questo secolo le scienze archeologiche,

vi furono audaci in ogni tempo, che malati della nostalgia dell'ignoto

esularono verso tutte le contrade inesplorate e vi soccombettero o ne

ritornarono senza destare nell'anima della nazione la profonda

emozione appresavi dall'addio dei nuovi viaggiatori.

Qualche cosa era dunque avvenuto fra l'anima europea e africana che,

riavvicinandole, le predisponeva ad innamorarsi l'una dell'altra. La

separazione storica dei continenti già vinta dalle religioni, dai

commerci, dalle immigrazioni, dalla scienza aveva dunque cessato

coll'apertura del canale di Suez. L'Africa, diventando un'isola, si

riuniva all'Europa, giacchè dalle sponde del nuovo canale l'espansione

europea si sarebbe allargata, oltre i suoi immensi deserti, fin sopra

i suoi favolosi altipiani. Dopo aver tagliato il suo istmo l'Europa

risalirebbe i suoi fiumi, e forse fra non molto congiungendo con un

altro canale le fonti non troppo discoste dello Zambese e del Congo la

spezzerebbe in due grandi isole per irradiarla della propria civiltà

da tutto il littorale e dal centro. Un immenso progetto allaga già il

deserto di Sahara e convertendolo in mare vi crea sulle sponde

fecondate una cintura di città pari a quella del Mediterraneo; le

ferrovie cingono fin d'ora tutte le coste africane con un monile di

ferro, entro il quale l'Africa prigioniera della civiltà non può

ricusarne più i beneficii.

Ma l'Africa antica, quale appariva alla sbigottita fantasia europea di

pochi secoli fa, non è ancora tutta vinta. Il suo clima è una vampa,

il suo deserto un infinito, la sua aridità una maledizione: oltre i

suoi deserti un baluardo d'inaccesse montagne, sulle quali echeggia il

ruggito del leoni, ne fende il centro, che la vecchia geografia

chiamava Nigrizia. Che cosa vi era dunque in questo centro? Le

fantasie dell'arte e della scienza vi si sbizzarrirono nelle più

orribili ipotesi, nei sogni più spaventevoli. La civiltà dell'Egitto

non era stata africana ma mediterranea, fecondata dall'acqua, solcata

dal Nilo e aperta sul mare: la Nigrizia, aggravandovisi, aveva

sinistramente atteggiato la sua così spirituale religione. Ora si sa

che oltre quei monti vi sono territorii incantevoli, sui quali vive la

più feroce razza che forse il sole abbia annerito. Una feudalità

selvaggia vi sminuzza l'impero in minime tirannie, una sanguinaria

incoscienza vi fa della guerra l'unica industria e della strage il

supremo divertimento: i suoi monumenti sono ancora di teschi, le sue

vie segnate da ossa. L'antica favola delle Amazzoni vi è ancora una

verità nell'impero del Bahomey, che ha il proprio esercito composto di

donne: i sacrifici di Moloch, nausea e spavento dell'antico mondo, vi

si celebrano ancora ai funerali dei re, nei quali si trucidano

migliaia di mogli e di servi.

L'Africa, che ha avuto una civiltà propria sulle coste oggi ancora

efficace nella civiltà mondiale, giacchè senza Tebe ed Alessandria la

storia è impossibile; che da molti secoli ospita l'Europa sui proprii

lidi ripetendovi in molte città la gloria solitaria di Cartagine; che

si è lasciata penetrare dai due massimi sforzi religiosi,

cristianesimo e maomettanismo; difesa nel centro da monti e deserti

egualmente inaccessibili, vive ancora nella più atroce preistoria. Per

essa tutto quanto avvenne nella storia del mondo non è avvenuto: i

nomi dei più vasti imperi, degli eroi più sublimi, tutte le glorie di

tutti i popoli, tutte le creazioni di tutti i pensieri è come se non

siano state. La sua vita è ancora nel suo sole che brucia il sangue e

dissecca nell'anima tutti i sentimenti; il suo popolo vive nudo come i

suoi deserti e con una coscienza arida del pari. Nascere, uccidere,

morire, ecco tutta la sua vita. Cielo e terra non hanno poesia di

misteri per lei: Dio è il sole, la terra eterna, che divora quanto

produce, la sua religione. La forza è il diritto, il fatto la sola

verità. Quanti miliardi di vittime in quante migliaia di anni ha

consumato la preistoria africana, che immobile nelle proprie idee

rudimentarie si ripete colla disperata monotonia di un vagito e di un

rantolo, di un bambino che nasce e di un uomo che è ucciso?

Finchè la storia ignorava la preistoria, questa poteva durare fra le

bellezze della natura e l'incendio del sole come uno dei tanti alberi

mostruosi del suo clima o delle troppe fiere della sua fauna; ma

quando la storia dilatandosi irresistibilmente verrebbe a battere

colle proprie onde al suo confine, la preistoria incapace di aprirsi

volontariamente, doveva essere sfondata e allagata. Storia e

preistoria si batterono ovunque, sempre colla vittoria della prima. Le

armi della storia erano infinite; quelle dell'altra solamente due, la

freccia che vola e la mazza che schiaccia. La storia è un esercito e

la preistoria una massa immobile e tempestosa nel medesimo tempo,

senz'altra forza che il suo peso e il suo urto. Mentre quella si

avanza per esploratori, poeti della redenzione che si inoltrano alla

scoperta dei bruti umani, questi alla repentina presenza dei loro

scopritori o li adorano o li scannano: ma dietro al missionario, che

sperava convertirli, arrivano l'industria ed il commercio che li

sopprimono. Il frate in cerca di anime pel cielo diventa così il

segugio del colono, che ha bisogno di uccidere il selvaggio per

fecondarne il terreno colla propria civiltà.

L'Europa, che quattro secoli or sono discendeva dalla vecchia

caravella di Cristoforo Colombo all'America per costringerla ad

entrare nell'orbita storica, decisa a distruggervi quanto il suo

contatto non vi potrebbe rinnovare, assedia oggi l'Africa per tutte le

coste, sulle quali ha già improvvisato miracolosamente molte città. Ma

se una volta all'avanguardia del suo esercito non v'erano che

missionarii anelanti a piantare la croce del loro Dio su tutte le

terre, oggi la sua conoscenza storica più adulta manda viaggiatori

egualmente intrepidi a scoprire nuovi paesi per le storie future.

L'attrazione è universale ed irresistibile. Tutto l'istinto poetico

delle nuove generazioni si volge verso nuovi mondi. Mentre la scienza

e l'arte ricostruiscono quello antico, la vita aspira ad un mondo

futuro: l'Europa centro della storia è piccola agli europei. I popoli,

che vi si sono costituiti e vi si stanno esaurendo nei loro periodi,

sono spinti a cercare una rinnovazione sopra terre vergini; la

preistoria deve cedere alla storia tutte le contrade, nelle quali la

natura consenta a ricevere il quadro storico.

Oggi, che sono tracciati tutti i suoi confini e ritratte tutte le sue

fisonomie, il mondo è troppo angusto perchè la preistoria possa ancora

occuparne tanta parte: rispettarvela, suppunendola uguale alla storia,

sarebbe un negare la legittimità dell'origine e dello sviluppo di

questa.

L'Italia fu la prima ad esercitare una grande influenza sull'Africa.

L'antichissima civiltà egiziana non aveva avuto scopo africano, ma

cresciuta sul Mediterraneo e sul Mar Rosso era una stazione, dalla

quale l'oriente per immensa curva saliva verso l'Europa. Dopo l'Egitto

venne la Palestina, poi la Grecia, poi Roma. Roma fu il centro del

mondo; l'Egitto vi aveva mirato come l'India, come la Persia, come la

Grecia. Roma ritornò dappertutto restituendo nella unità del proprio

pensiero il concetto frammentario a lei venuto da ogni parte. Infatti

il Cristianesimo vi si fermò suggellandovi l'universalità per tutta la

durata della storia.

Roma distrasse Cartagine, ma fecondò Alessandria; ridusse l'Egitto a

provincia romana attirando l'Africa nella storia universale. D'allora,

l'azione italica sull'Africa fu continua: tutto il commercio africano

fu coll'Italia, il Cristianesimo vi ebbe Santi Padri e concilii, vi

mandò crociate, vi si battè coll'Islamismo, e unito con lui penetrò

nei deserti. L'Africa ebbe quindi due centri fuori di sè stessa, Roma

e la Mecca; il suo Egitto risorse meno africano dell'antico; i suoi

imperi litoranei fiorirono guardando oltre il mare all'Europa.

Dopo le antiche barche fenicie le prime flotte che cinsero l'Africa

furono italiane: i pennoni di Amalfi e di Pisa, di Genova e di

Venezia, di Roma e di Firenze si gonfiarono superbamente ai venti dei

deserti. Primi i Veneziani nel secolo XV offersero ad un sultano di

tagliare l'istmo di Suez, miracolo di audacia allora, miracolo di

scienza oggi e che senza forse si sarebbe avverato anche allora.

Mentre Colombo e Vespucci scendono in America, Cadamosto, veneto,

penetra nel Senegal e nella Gambia: la conquista saracena respinta

dall'Europa è proseguita in Africa. Ma se l'Islamismo vi si

immobilizza, il Cristianesimo vi si inoltra; la civiltà sorpassa il

primo, urge il secondo, gli centuplica le forze, gli slarga il

programma, gli concretizza l'ideale.

Poi il movimento italico s'arresta, mentre l'Europa prosegue. Inglesi,

portoghesi, francesi passano pel solco segnato dagl'italiani; gli

ultimi barbareschi sono distrutti, la tratta degli schiavi negata: il

segreto del Nilo è rivelato, i viaggiatori s'incrociano nei deserti e

si salutano con un grido di trionfo; prima di morire, l'uno affida

all'altro le proprie scoperte. L'Africa è vinta, l'Europa ne ha la

carta. Conoscere il campo del nemico non è già averlo preso?

Napoleone, l'ultimo Cesare dell'Europa, all'indomani della grande

rivoluzione francese che dilata la rivoluzione cristiana, discende in

Egitto, mostra ai proprii soldati le Piramidi di Sesostri, e alla loro

ombra sconfigge gli ultimi soldati dell'Islamismo, che incapace di più

espandersi voleva mutarsi in barriera. L'Egitto passa dalla Turchia,

ultima forma dell'oriente, all'occidente: l'Asia, che l'aveva difesa

per migliaia d'anni, abbandona per sempre l'Africa all'Europa.

Una dinastia macedonica s'improvvisa un trono in Egitto con barbarica

imitazione della monarchia napoleonica, ma non vi dura se non il tempo

necessario all'Europa per la soluzione del grande problema dell'istmo,

tagliato il quale soccombe nella più ignobile delle sconfitte.

Intanto l'Italia, che sta per sorgere, prosegue coll'Egitto l'antico

commercio e le sapienti relazioni: Rosellini ne disegna forse le

tavole migliori, Belzoni e Caviglia penetrano nelle Piramidi e

scoprono le tombe degli antichi re: Servolini, un mio compatriota,

succede a Champollion e tenta superarlo nella interpretazione dei

geroglifici. Passalaqua riporta a Torino la prima mummia: ieri un

altro italiano, l'illustre Maspero, disseppelliva quella del grande

Sesostri, il conquistatore centenario, e ne leggeva nelle fascie

l'iscrizione al mondo meravigliato. Ad Alessandria e al Cairo la

colonia italiana se non la più numerosa è la più importante: oltre

l'Egitto altri italiani s'inoltrano. Piaggia, Antinori, Gessi

risalgono il Nilo e origliano e stringono le ciglia verso il centro

dell'Africa. Ma la gloria di traversarla sarà divisa fra Stanley e

Pellegrino Matteucci, il mio eroico e mite compagno di scuola.

Stanley ha raccontato con epica e superba sobrietà il proprio viaggio;

Matteucci invece ne è morto a Londra, mentre si disponeva a ritornare

trionfante in Italia, forse per scriverlo. Solo con un compagno, quasi

senza aiuti, egli, intraprese questa spedizione, per la quale il suo

avversario americano non aveva nulla risparmiato. Matteucci non aveva

ancora trent'anni. Era stato prima verso la terra dei Gallas e il sole

gli aveva annerito il viso, accendendogli così l'anima che in Europa

si sentiva straniero.

Il deserto lo attirava, immenso, mobile, biondo, pieno di abbarbagli

come il mare, ma senza la sua trasparenza che è un inganno e la sua

schiuma che pare una malattia. Il silenzio del mare è un tumulto

paragonato a quello del deserto. Mentre il cielo sotto le vampe del

sole s'arroventa come il metallo e diviene quasi bianco, il deserto

assume tutti i toni dell'oro, liquido e vaporante dove il vento agita

lieve le sabbie lontane, unito e caldo nelle distese inerti, opaco nei

seni delle ondulazioni, vecchio addirittura entro l'orma stampata

dall'ambio del camello o dai salti del leone. Essere solo nel deserto,

del quale non si conosce la carta e pel quale forse nessuno è ancora

passato, neppure dai selvaggi che errano a' suoi confini! Essere il

primo uomo per gli animali, che vi scorrazzano e che ignorano l'uomo

come i selvaggi ignorano la civiltà!

Appena si entra nel deserto tutto il mondo della nostra memoria e del

nostro sentimento dilegua. In alto mare il vascello, sul quale si

naviga, è ancora quel mondo che abbiamo abbandonato: tutte le sue

gerarchie, le sue scienze, le sue industrie, le sue miserie, le sue

glorie vi si trovano condensate, e quindi più vive e vibranti. Per

essere veramente soli in mare bisogna naufragarvi, altrimenti la barca

è un compagno. Solamente nel deserto si è soli. Là bisogna camminare,

vincere, esaurire l'immensità di quello spazio: si ritorna come al

primo giorno della creazione, si procede inermi ed intrepidi: tutto è

luce e fiamma, e il pensiero brilla e fiammeggia.

Matteucci, che aveva visto il deserto nel primo viaggio, n'era rimasto

fatalmente innamorato.

Ripartì superbo e malinconico.

Qualche cosa forse lo avvertiva che quello era il viaggio della morte.

Ne' suoi occhi, che all'abbarbaglio del sole africano avevano

acquistato una vivezza per noi strana, passavano dei lampi; la sua

fronte era minacciosa, il suo gesto aveva talvolta delle ampiezze, che

a noi le nostre città e le nostre campagne egualmente rasserrate non

consentono. Ci disse addio con uno squillo nella voce che a me parve

un appello. Matteucci era un cristiano dei primi tempi, che aveva

potuto traversare con noi l'università senza che la sua fede

trepidasse un momento. Forse s'era innamorato del deserto perchè nella

sua sfolgorante immensità sentiva meglio Dio.

Il deserto lo ha ucciso.

Un anno intero è durata la lotta del viaggiatore col deserto,

dell'atomo coll'infinito. Non sappiamo nulla di questa epopea e non la

sapremo mai, nè possiamo colla temeraria fantasia riprodurcela. Che

cosa è un giorno nel deserto con quell'arena, con quel sole, con quel

cielo, quando nessuno ci vede e nessuno ci ascolta, quando si può

ridivenire vili senza avvilirsi ad alcun occhio; quando si può

piangere ed è inutile, o si può essere ancora impassibili e

quest'eroismo pel quale la gloria non esiste può rimanere sopraffatto

istantaneamente dal primo leone che passa o dal primo insetto che

vola? E la notte col terribile freddo della evaporazione quando le

sabbie nelle quali si è coricato si assiderano e non si ha che lo

stesso mantello che al meriggio ci riparava dal sole, e le stelle si

affacciano nel cielo diventato di un sereno vitreo, e il deserto è

ancora biondo ma percosso da urli di animali vaganti per la notte in

caccia? Dove sarà l'Oasis? Dove ci coglieranno le febbri, giacchè la

febbre sale il giorno dalle sabbie fra i baleni e vi ridiscende la

notte colla rugiada!?

Un anno durò quella marcia, e il deserto si esaurì e le sue Oasis si

perdettero in lontananza e apparvero fiumi, territori fertili, valli

di paradiso. Tutta la preistoria fu attraversata e il deserto

ricomparve, i monti si drizzarono vergini ed inaccessibili, i laghi si

distesero immensi come mari non ancora solcati dall'uomo, tutte le

fiere passavano fuggendo dinanzi agli occhi del viaggiatore. Uccelli

strani dai colori incredibili e dalle immense ali si libravano

attoniti sulla sua testa, le nuvole degli insetti urtavano nel suo

volto, le serpi scivolavano sotto ai suoi piedi. E avanti avanti: la

febbre entrata nel sangue dell'intrepido viaggiatore glielo bruciava

la notte e glielo gelava il giorno. Ma la marcia proseguiva sempre. Le

centinaia e le migliaia di chilometri restavano dietro a lui; il

centro era oltrepassato, un'altra spiaggia e un altro oceano lo

attendevano. L'Africa era vinta, la gloria conquistata, L'Italia aveva

scoperto un nuovo mondo. Il viaggiatore, che si sentiva morire, voleva

vivere; l'anima gli raddoppiava le forze. Le ultime tappe furono senza

dubbio sublimi di eroismo. Lacero, sfinito, marciava sempre; adesso

contava i giorni, e la distanza scemando sembrava aumentare alla sua

impazienza. Morire allora sarebbe stata una indegnità da parte di Dio,

ma il credente era sicuro e Dio non lo abbandonò.

Toccò la spiaggia, una nave francese raccolse lo sconosciuto e lo

sbarcò a Londra. Quando il mondo seppe della sua traversata si alzò un

urlo di ammirazione: l'indomani ne scoppiava un altro di dolore.

Pellegrino Matteucci era morto delle febbri prese nel deserto.

L'Italia si scosse e fece un glorioso funerale alle spoglie del

Pellegrino; ma Pellegrino Matteucci aveva avuto compagno nella

traversata il tenente Massari, che l'Italia dimenticò presto avendolo

prima scarsamente applaudito. Adesso il nome di Matteucci è scritto

sopra una linea rossa che traversa il continente africano e si chiama

via di Pellegrino Matteucci; tutta la sua gloria e la sua opera è in

questa riga rossa, che i ragazzi guarderanno indifferenti nei loro

atlanti, ma che resterà sull'Africa come la cintura onde è avvinta

alla storia.

La morte di Pellegrino Matteucci non fu sola nè inutile. Altri si

slanciarono sulle sue orme e quasi tutti perirono; Chiarini Giulietti,

Bianchi, Porro furono trucidati. Cecchi più fortunato mutò l'epopea in

romanzo cavalleresco e rimase cinque anni prigioniero amato dalla

regina di Ghera, preparando pei poeti dell'avvenire uno di quegli

ammirabili temi che ebbero nell'antichità i poeti della Persia e della

Grecia.

Ma intanto che gli eroi morivano, il Parlamento e il Governo come

inconsapevoli di questa tragica e storica attrazione dell'Africa

sull'Italia sembravano persino dimentichi della loro compra massanina,

o interpellati da qualche generoso negavano ogni solidarietà colla

morte di quei precursori.

Quindi la nazione sembrò sollevarsi così sdegnosa che il Governo

credette di passare dalla compra alla conquista.

La vendetta della strage di Bianchi ne fu il pretesto: non si ebbe,

non si volle, non si osò avere alcuna idea. Eppure il momento era

storicamente solenne. Dopo secoli e secoli la bandiera italiana

tornava minacciando sui mari che sembravano averla dimenticata, e non

era la bandiera di Venezia o di Genova che aveva scoperta l'America e

salite le mura di Costantinopoli, non la bandiera di Roma papale che

aveva annichiliti i Turchi a Lepanto, ma la bandiera d'Italia che

sventolando sull'asta delle antiche aquile romane riprendeva la loro

via. Dacchè le aquile romane erano state uccise dallo stormo degli

sparvieri nordici, il mondo non ne aveva viste altre, e nullameno

eternamente memore del loro volo le aveva eternamente cercate sulla

cima di tutti i pennoni e di tutti i vessilli, che lo percorrevano

trionfando. Il nuovo stendardo italiano portava nell'iride dei più

espressivi colori il simbolo redentore della croce.

Tutti gli sforzi millenari dell'Italia per costituirsi in nazione, il

sangue de' suoi eroismi e le tragedie del suo genio non miravano che a

questo giorno nel quale rientrando, attrice immortale, nella storia

dopo essersi circoscritta nei confini del proprio diritto,

veleggerebbe un'altra volta sui mari portatrice di nuova civiltà.

Il popolo sentì, senza dubbio, la grande ora quando fremente

d'inesprimibile emozione si accalcò sul porto salutando con epico

orgoglio i soldati che tornavano in Africa. Sì, tornavano in Africa,

perchè da tremill'anni durava la lotta fra l'Africa e l'Italia, e

l'Italia vi aveva già vinto Annibale, imprigionato Giugurta,

sottomessi i Tolomei, vinti i Saraceni, dissipati i Barbareschi;

perchè l'Italia, altra volta sintetizzando tutta l'Europa e

profetandone l'avvenire, vi si era battuta contro tutto lo sforzo

dell'Oriente e aveva vinto. La guerra ricominciava. Poichè l'Europa

stava per aprire tutta l'Africa, l'Italia risorta non poteva, non

doveva mancare all'impresa. I suoi soldati avrebbero ancora ritrovato

su quelle arene le orme degli antichi padri: l'Africa destinata alla

civiltà era quindi votata alla sconfitta.

Ma Parlamento e Governo, l'uno più meschino dell'altro, non compresero

nulla dell'immenso significato dell'impresa: il Governo intese a

sminuirla dandole aspetto di rappresaglia contro pochi ladroni;

l'opposizione non vi scorse che uno sperpero di pochi milioni, e guaì

le solite doglianze sulle miserie del popolo. L'ingresso trionfante

dell'Italia nella storia mondiale contemporanea si mutò in una entrata

di soppiatto, senza coscienza di sè medesima e con troppa coscienza

de' suoi più grossi vicini che la spiavano.

Il momento della gloria si cangiò in un momento di vergogna.

Garibaldi, Mazzini e tutte le coscienze eroiche della rivoluzione

erano morti; una volgare democrazia snaturava la grandezza del loro

genio e del loro carattere nelle più miserevoli interpretazioni; non

si voleva nessuna guerra coll'Africa riconoscendole lo stesso diritto

nazionale dell'Italia; si confondevano storia e preistoria, si

pareggiavano le loro diverse epoche e le loro contradditorie

personalità. Si dimenticava che se i più civili non avessero sempre

conquistato i più barbari, la civiltà non sarebbe mai cresciuta: che

se Alessandro non avesse invaso l'Asia, la fusione fra Oriente e

Occidente non sarebbe avvenuta: che se Roma non avesse assoggettato

tutto il mondo, lo spirito greco non l'avrebbe penetrato e la sua

unità non si sarebbe costituita: che se il Cristianesimo non avesse

debellato tutte le idolatrie, non si sarebbe stabilito: che se i

barbari non avessero invaso l'impero romano, il medioevo non si

sarebbe avverato: che se le crociate non avessero assalito

l'Islamismo, l'Europa feudale vi sarebbe soggiaciuta: che se la Spagna

e l'Inghilterra avessero rispettata la nazionalità degli indigeni

americani, adesso l'America non sarebbe quasi pari all'Europa e la

scoperta di Colombo non le avrebbe giovato più che l'essere già stata

tanti secoli prima scoperta dai groenlandesi, dai giapponesi e

dagl'indiani. Nutrita del principio di eguaglianza morale e politica,

la democrazia non comprendeva che tale alta verità diventava falsa

applicata fuori del proprio periodo storico a popoli barbari: che il

loro contatto cogli inciviliti, reso oggi inevitabile, doveva

costringerli alla guerra come a un saggio della loro potenzialità. O

resisterebbero all'urto, difendendo la loro nazionalità

coll'assimilarsi rapidamente le nostre industrie e le nostre scienze,

o perirebbero. La storia, anzichè consacrare l'intangibilità di nessun

popolo, ha sempre distrutti tutti quelli, che non potevano entrare nel

suo disegno.

La redenzione dell'Africa non è già quella degli africani attuali, ma

la sostituzione di una più alta vita alla loro: che se essi non

possono raggiungerla hanno vissuto fin troppo vivendo inutilmente.

Per penetrare nel centro dell'Africa bisogna quindi conquistare tutti

i suoi imperi litoranei; l'Europa e più particolarmente le sue nazioni

adagiate sul Mediterraneo non hanno altra missione. L'Europa, che non

lo fu mai, non può essere oggi scopo a sè stessa. Se la terribilità di

questo processo storico iniziantesi fatalmente colla guerra e colla

distruzione irrita l'ammalata sensibilità di quei recenti cultori del

diritto, che sognano la diffusione della civiltà con mezzi

esclusivamente pacifici, giudicando popoli circoscritti da migliaia di

anni nell'inferiorità della propria razza siccome capaci d'intenderli

e di mutarvisi così da poter servire nei periodi storici che

succederanno al nostro; questa terribilità è antica e fatale quanto la

storia stessa. L'Europa che per tre secoli si è rovesciata

sull'America creandola, ora preme sull'Africa e punta sull'Asia per

aprirle. La razza bianca disputa il terreno alle razze inferiori

chiamandole alla propria civiltà: quelle che non rispondono sono

condannate, quelle che resistono saranno distrutte.

L'Italia, stata due volte il centro del mondo e risorta oggi nazione,

non può sottrarsi a quest'opera d'incivilimento universale, di cui le

tragedie per essere inevitabili diventano incolpevoli. La storia segue

la stessa morale e lo stesso diritto della natura nel trionfo della

forma più perfetta e dell'idea più alta: e poichè vincitori e vinti

saranno pareggiati dalla stessa morte, la disparità del loro

trattamento scompare nella idealità conquistata.

L'odierna democrazia, che negando ogni impresa come quella d'Africa,

vorrebbe che Francia, Inghilterra e Russia abbandonassero a sè

medesimi i popoli conquistati, lasciandoli ricadere nella immobilità

del loro stato storico, invece di ritenerli forzatamente nella mobile

orbita della storia mondiale e costringendo quelli incapaci di mutarsi

o troppo numerosi per essere prontamente distrutti a contribuire colle

loro ricchezze allo sviluppo della civiltà europea, non si è certo

chiesto il perchè della terza resurrezione italica. Evidentemente la

storia non può averla consentita nel solo interesse degli Italiani

dopo averla negata a tanti altri popoli che come noi soccombettero in

altre epoche. Se l'Italia è ridivenuta nazione, il secreto di questo

fenomeno storico sta nella necessità che la storia mondiale può avere

della sua opera e nella facoltà del nostro popolo a prestarla.

Ma se la democrazia abbandonata dal grande spirito rivoluzionario non

capì l'impresa d'Africa, impigliandosi nelle contraddizioni del

diritto politico col diritto storico, non meno inetti si mostrarono

coloro che accettandola le imposero i brevi calcoli dell'interesse

industriale e, facendo pompa di scienza nell'analisi de' suoi

possibili vantaggi, conclusero a rigettarla perchè nel nuovo libro

mastro l'entrata non sarebbe stata pari all'uscita. E rifecero quindi

la critica delle colonie provando come tutte costassero più di quanto

rendessero, ma dimenticando di chiedersi come mai tutte le nazioni

fossero potute tanto facilmente cadere in un errore di semplice

aritmetica. Nessuno di loro sospettò nemmeno che l'interesse

industriale e commerciale fosse una illusione necessaria nella storia

per produrre il fatto delle colonie, le quali, come modo di

propagazione civile avevano per iscopo non già lo sviluppo di una

nazione ma la creazione di un'altra. Le colonie piantate ad immense

distanze non furono mai e non sono ancora che stazioni e fari

facilitanti alla storia la sua marcia pel mondo. Nemmeno i recenti

luminosi esempi moderni parvero bastare. Quindi si affermò che le

colonie non andavano fondate perchè appena grandi si emancipavano,

come oramai ha fatto tutta l'America, quasi che la trasformazione

trionfante di questa in popolo originale non fosse lo scopo recondito

e il premio supremo delle sue prime colonie. Non si sa ancora

abbastanza che la storia di ogni paese è non solo coordinata, ma

soggetta alla storia universale, e che ogni impresa vi oltrepassa

sempre l'interesse di chi la compie, lasciandogli per sola grandezza

quella di adempierla bene.

L'impresa d'Africa per l'Italia era la prima conseguenza del suo

risorgimento. Potenza storicamente e geograficamente mediterranea,

uscendo di sè stessa non poteva agire che in Africa; alla politica de'

suoi uomini di Stato scegliere il momento più opportuno, il lido più

adatto a discendervi colla più sapiente preparazione.

Ma l'Italia, scivolata dopo la morte di Cavour nelle mani di uomini

meschinamente parlamentari, dovette eseguire il proprio ingresso in

Africa con Agostino Depretis, volgare rivoluzionario costituzionale,

che aveva contrastato accanitamente nella Camera Subalpina la

spedizione di Crimea al grande statista. Giammai il corso storico

esercitò sopra un individuo più crudele ironia: colui che aveva negato

al Piemonte di diventare Italia, associandosi colle maggiori nazioni

nella guerra contro la Russia, dovette vecchio spingere l'Italia in

Africa associandola alle grandi potenze mondiali.

La sua vita politica tutta circoscritta nel Parlamento aveva limitato

fatalmente il suo ingegno, rendendogli più malleabile il carattere e

instancabile il temperamento. Fra i capitani di Alessandro, come

Giuseppe Ferrari chiamò con sdegnosa ironia i successori politici del

conte di Cavour, egli non ebbe dapprima importanza. Il giacobinismo,

che rimase sempre la parte più nobile del suo spirito, lo rendeva

sospetto e inadatto in quei momenti tanto difficili per la monarchia,

nei quali bisognava esautorare la rivoluzione attirando con ogni

favore nell'orbita costituzionale la grossa maggioranza retriva del

paese. Il Cavour, che aveva iniziata l'opera con meravigliosa

destrezza, era morto troppo presto, ma i suoi migliori scolari la

perseguirono credendola meno un espediente necessario alla

consolidazione del fatto rivoluzionario che una vera legittimità del

principio monarchico più alto della rivoluzione medesima.

La tradizione politica e moderata, nella quale il Cavour aveva agito

slargandola, era ancora viva nel nuovo partito costituzionale, che

considerava come nemici i rivoluzionari. Depretis rimase dunque

sospettato e subalterno: la sua indiscutibile abilità parlamentare non

gli permise di stare a paro con Minghetti e con Ricasoli, il miglior

borghese e il miglior aristocratico del nuovo governo, nè di abbinarsi

col Rattazzi, che solo aveva potuto rivaleggiare col Cavour e in

alcune qualità forse lo superava.

Ministro a più riprese, possibile in tutti i gabinetti di mezzo

carattere, capace di disimpegnare qualunque funzione come a reggere

ogni portafoglio, insinuante, indifferente sui mezzi politici e

privatamente onesto, avido di attività più che di azione, ambizioso di

potenza meglio che di gloria, si destreggiò per quindici anni fra i

successori del Cavour, abili partigiani, che istintivamente retrivi

avrebbero voluto immobilizzare la rivoluzione nei propri sentimenti.

Ministro della Marina nel 1866 per una di quelle fantasie della nostra

infanzia costituzionale, che prendendo i portafogli per balocchi se li

distribuiva al di fuori di ogni tecnica capacità, subì se non preparò

colla propria imperizia il disastro di Lissa; prima sconfitta che una

flotta veramente italiana patisse dopo migliaia di anni. Inattivo

durante la intrepida e profonda combinazione di Mentana tentata dal

Rattazzi, arrivò a Roma lasciando a Quintino Sella, ultimo giunto

nella fazione moderata e migliore di quanti v'erano rimasti, la gloria

di spingere il Ministero reluttante su per la breccia di porta Pia. A

Roma il partito costituzionale, che con Cavour aveva assunto di

disciplinare la rivoluzione entro le forme parlamentari,

italianizzando la monarchia piemontese coll'insediarla in Firenze e

nazionalizzandola col sollevarla sino al Campidoglio, doveva

esaurirsi.

La sua transazione storica, iniziata nel Parlamento piemontese e

proseguita in quello nazionale, aveva raggiunto il proprio scopo

logorando ogni varietà di uomini e d'ingegni. Del vecchio mondo

italico nelle nuove generazioni non restava più nemmeno il ricordo;

tutte quelle necessità di accomodamento e di concessioni, spesso

trascorse oltre il ridicolo o discese troppo spesso fino sotto la

viltà, erano non solo cessate, ma diventate inintelligibili alla nuova

critica non giustificavano più nè la bassezza di certi metodi nè

l'ignominia di parecchi risultati. La monarchia accettata dalla

maggioranza come una forma ancora idonea alla vita nazionale, non era

più venerata per tradizioni domestiche o considerata per pregiudizi di

educazione come unico rifugio contro le ferocie ribalde della

rivoluzione. Il nuovo re doveva conquistare personalmente l'adesione

dei propri sudditi per regnare, o accontentarsi altrimenti di essere

tollerato come una forma poco nociva per la nazione sino al momento

opportuno per sostituirla.

Con Roma capitale l'Italia era organicamente e storicamente perfetta.

Se qualche lembo de' suoi confini stava ancora fra le mani

dell'Austria, secolare nemica, alla prima bufera che ne minacciasse

l'impero eteroclito, l'Italia saprebbe abilmente e valorosamente

riconquistarlo.

La lotta dello Stato colla Chiesa passava colla conquista di Roma

dalla politica alla scienza, giacchè il diritto nazionale, ormai

invincibile sul Campidoglio, avrebbe rispettato e imposto rispetto al

diritto religioso.

La politica del Governo entrando in Roma doveva dunque murarsi, poichè

la stessa rivoluzione dalla forma filosofica di Mazzini e epica di

Garibaldi scendeva ad un'altra più precisamente politica ad impararvi

i metodi parlamentari e a ricorreggervisi con studio più calmo nelle

scienze. Tutti i rappresentanti del vecchio partito moderato erano

caduti lungo la via, o caddero toccando Roma. La loro fine fu triste.

Malgrado gli eminenti servigi resi e la gloria del tempo nel quale

avevano operato, il paese li dimenticò vivi, non li curò moribondi,

non li compianse morti. Il difetto della loro opera, maggiore nelle

intenzioni che nei risultati, giustificò l'indifferenza della nazione;

la quale sentiva come tutti quegl'illustri avessero meno lavorato per

lei che per la monarchia, mentre lo spirito dell'avvenire stava ancora

nella rivoluzione lasciatasi generosamente immolare alla gloria e

all'utilità della monarchia. La morte di Garibaldi e di Mazzini lacerò

tutte le coscienze, quella prematura di Cavour le aveva sbigottite: la

morte de' suoi successori così varii di ingegno, alcuni così egregi di

carattere, tutti così benemeriti di lavoro, non destò nè paure nè

rimpianti. La nazione sicura di sè medesima non poteva turbarsi per la

morte di uomini, che non avevano voluto fondersi con lei. Mentre la

piazza rimaneva calma, forse la corte diventava pensosa.

Agostino Depretis, superstite di tutti quei morti, fu il loro erede

universale.

Ma nel troppo lungo arringo parlamentare, il giacobinismo del suo

spirito e della sua prima educazione si era logorato. L'immensa

eredità della politica monarchica avviluppò il suo ingegno e schiacciò

il suo carattere. Così iniziando la sua ultima carriera di statista

con largo programma di riforme, alle quali venne gradatamente

fallendo, non vi pose dentro alcun nuovo concetto, e non comprese

quanto la monarchia di re Umberto fosse diversa da quella di Vittorio

Emanuele. Eppure a nessuno dei successori di Cavour era toccata la

fortuna di aprire un nuovo periodo nella storia italiana. La terza

Roma entrava nel mondo con Agostino Depretis. L'epopea e la tragedia

del risorgimento erano conchiuse, tutte le contraddizioni conciliate,

tutte le differenze etnografiche e storiche fuse: un'altra Italia con

nuova coscienza, con diverso aspetto, alzandosi sulle Alpi guardava

l'Europa.

Mentre la Francia trascinata dall'ultima forma del cesarismo

napoleonico a combattere l'unificazione della Germania per un falso

ricordo della politica di Richelieu e di Luigi XIV, sostenendo il

papato e rinnegando nella propria tradizione lo spirito

rivoluzionario, era stata schiacciata dal maggiore dei disastri, e

dibattendosi convulsamente fra le insidie degli ultimi legittimisti e

le violenze dei recenti anarchici abbandonava la direzione della

politica europea per costituire la propria repubblica; mentre la

Germania, avendo d'uopo ancora per unificarsi della più arcaica forma

imperiale, doveva tergiversare a ogni ora in ogni questione, smentendo

ed usando tutti i principii al coordinamento politico del proprio

fatto; mentre l'Austria minata dal germanesimo e dal panslavismo,

povera, eterogenea, battuta, non aveva conservato altra unità che la

dinastica e altra forza che la tradizione: mentre la Russia si educava

nell'immenso duello fra nichilismo e assolutismo, e l'Inghilterra

rientrata nella propria isola scemava la propria azione europea per

accrescerne la propria attività cosmopolita; era il momento per

l'Italia, giovane, forte, figlia ed erede della rivoluzione francese,

di entrare in Europa capitanando i diritti e le aspirazioni dei

popoli. Ella sola, non vincolata da tradizioni, con una storia più

lunga e gloriosa di ogni altra, poteva mettersi al centro della

rivoluzione francese maturandola in Europa.

L'Italia, necessaria per ragioni d'equilibrio, era invincibile:

nessuno avrebbe potuto attaccarla senza suscitare una guerra europea.

Appoggiata sulla Francia, colla Spagna di dietro, banditrice della

rivoluzione, avrebbe avuto tutti i popoli con sè; la sua influenza, la

sua potenza sarebbero miracolosamente cresciute. Bismark preso fra la

Francia e la Russia, poco aiutato dall'Austria, non sarebbe più stato

onnipotente; la sua immensa opera germanica, ancora poco compatta e

troppo combattuta fra la tradizione imperiale e lo spirito

rivoluzionario, fra il particolarismo dell'antica feudalità e

l'antagonismo delle religioni cristiane, gli avrebbe impedito di

occuparsi tanto dell'Europa.

Era il grande momento dell'Italia! Cavour lo avrebbe compreso,

Rattazzi l'avrebbe osato; Depretis non comprese e non osò.

La sua politica estera, ammalata di monarchismo, osteggiò la Francia

perchè repubblicana, appoggiandosi a Bismark, mentre questi aveva

bisogno d'appoggi; trascinò il re a Vienna per ottenergli lo sfregio

di una visita non restituita. E questo insulto dovremo pur vendicarlo!

Al congresso di Berlino si presentò come subalterno e mendico, e fu

accettato per tale. All'interno tutta la sua politica mirò alla

disorganizzazione suprema dei partiti, i quali naturalmente

disorganizzati dal nuovo momento storico, nel quale avevano a

ricomporsi mutando base e metodo, si disciolsero. Fu il regno della

confusione e dell'atomismo. Maggioranze e minoranze si addensarono e

si rarefecero non lasciando nuclei; le migliori tradizioni

rivoluzionarie, i più alti sentimenti politici s'infransero: abilità

suprema fu il trionfo nelle votazioni, ultimo scopo la durata del

Ministero. E in esso, con triste novità d'esempio, passò e ripassò una

folla di uomini mediocri che venivano ad annullarvisi, mentre Depretis

solo durava, Proteo indefinibile ed inafferrabile, che tutti

condannavano e nessuno poteva colpire; politicante monarchico, che

comprometteva la monarchia opponendola alla rivoluzione e

sacrificandole le glorie e gl'interessi della patria.

Nullameno l'Italia doveva agire. Questa necessità, facendosi a mano a

mano più intensa, forzò la politica di Depretis: Bianchi era stato

trucidato, la spedizione d'Africa fu risoluta. Ma se la Francia,

insignorendosi di Tunisi, era stata rapida e sicura; l'Inghilterra,

conquistando l'Egitto, violenta e superba: l'Italia fu depressa e

timida. Non si osò parlare, si temette di provveder troppo, si

lesinarono i denari più necessari, si negarono le truppe, si

economizzarono i bastimenti. Non era l'Italia, non una grande nazione

che agiva: parve si aspettassero permessi, si cercasse di non essere

avvertiti, non si volesse essere giudicati.

A dirigere l'impresa Depretis con servile cinismo aveva chiamato il

conte di Robilant, soldato mutilato e diplomatico peggio che

impotente, il quale, ambasciatore a Vienna, aveva procurato al Re lo

sfregio di visitare come un vassallo, al quale non si rendono le

visite, l'imperatore d'Austria. Mentre occorreva un uomo di Stato

forte ed abile, l'Italia non ebbe che un parlamentare logoro e un

diplomatico monco.

Un immenso palpito di passione e di orgoglio sollevò tutti i cuori

italiani, quando salparono i primi bastimenti. Il mare era bello, il

cielo sereno; Napoli sublime, distesa sovra i suoi colli, salutava

augurando i vascelli che s'allontanavano, fisa al fumo delle vaporiere

come al fumo d'imminenti vittorie. Finalmente! L'Italia, che dopo le

umilianti sconfitte di Custoza e di Lissa si era con immensi sforzi

d'economia e d'ingegno ricostituita una marina e un esercito, li

avventava sull'Africa.

Urràh! marinaio, tu porti la fortuna d'Italia! Urràh, marinaio! Le

navi sparirono all'orizzonte e tutto ricadde nel silenzio.

Solo di quando in quando si avevano notizie di minimi fortilizi

costrutti, di brevi acquedotti scavati, di capanne nelle quali i

soldati basivano dal caldo. Erano pochi, stavano inerti. Il Governo,

per sapiente economia, non aveva nemmeno allacciato il teatro della

guerra con un cavo sottomarino a qualcuno delle grandi stazioni

telegrafiche.

Intanto la democrazia riprendendo il cicaleccio femminile

s'impietosiva sulla sorte dei soldati, o spropositava sul diritto dei

selvaggi; il Governo inoperoso dimenticava l'impresa pel quotidiano

dibattito parlamentare. Bande nomadi, racimolate dal più feroce e dal

più abile dei generali abissini, scorazzavano minacciose sui confini

del nostro campo, marcato da fortilizi sprovveduti, mal difeso da

truppe così scarse, che non potevano nemmeno comunicare fra loro senza

pericolo.

Invece di vendicare l'eccidio di Bianchi, il nostro piccolo esercito

assisteva inerte alla nuova strage della spedizione del Porro, che il

Ministero non osò considerare italiana, e alla cattura dell'ultima

missione Piano e Salimbeni, mandata secretamente dal Governo stesso.

Una immensa malinconia di una viltà nè voluta nè meritata si aggravava

sulla nazione: le antiche diffidenze lasciate dai disastri di Custoza

e di Lissa risorgevano nella coscienza popolare; si dubitava

dell'esercito regio, s'invocava il nome di Garibaldi morto, ma più

vivo e grande che mai nello spirito di tutti. Dov'erano adesso i suoi

garibaldini di Montevideo e di S. Pancrazio, di Marsala e di Digione?

Dov'era morto Nino Bixio, tigre fra i leoni, così violento che solo

Garibaldi poteva frenarlo, e così intrepido che egli stesso lo

guardava ammirando? Dov'era Alfonso Lamarmora, ultimo cavaliere del

Conte Rosso, che con diecimila Piemontesi aveva resistito a

ottantamila Russi, strappando eroici applausi ai primi soldati del

mondo, i Francesi che avevano sempre vinto, e gl'Inglesi che non

avevano mai perduto?

Depretis in quello stesso momento strangolava con pessimo contratto le

ferrovie italiane, e Robilant mandava le navi dell'Italia risorta a

minacciare la Grecia, che aveva dato un balzo sotto il calcagno del

Sultano.

Poi, ieri, improvvisa come una bufera calda di sangue e di sole,

arrivava la truce novella: la nazione agitata da funesti

presentimenti, che la scipita e bugiarda parola del conte di Robilant

aveva avvelenato tentando quetarli, si drizzò convulsamente come

ferita al cuore, il Parlamento parve destarsi; il Ministero allibì. Un

telegramma di sconfitta, che i giornali inglesi avevano già avuto, era

giunto finalmente a Roma.

Depretis, pallido, lo lesse balbettando alla Camera.

Massaua, 23 Gennaio 1887.

Perin, 31 Gennaio 1887.

Il 24 Ras Alula lasciò Ghinda accampandosi a Sud-Est di Saati, che

attaccò il 25, ma fu respinto dopo tre ore di combattimento. Nostre

perdite, quattro feriti e cinque morti. Le perdite degli abissini sono

sconosciute.

Il 26 tre compagnie e cinquanta irregolari partiti da Monkullo per

vettovagliare Saati, furono attaccate a mezza via. Dopo parecchie ore

di combattimento, la colonna fu distrutta. Novanta feriti sono già

ricoverati all'ospedale di Massaua. Mi riserbo spedire particolari

esatti circa le perdite e i feriti.

Causa l'eccessiva estensione della nostra linea, ho richiamato i posti

di Saati, Wuà e Arafali. Ras Alula sembra essere rientrato a Ghinda,

causa le gravi perdite e i numerosi feriti, e probabilmente anche per

attendere l'arrivo del Negus, che si dice essere in marcia.

Il Maggior Generale

GENÈ

Una battaglia era dunque scoppiata, nella quale tutti gli italiani

erano periti. Un nugolo di abissini, impetuoso come il vento dei loro

deserti, aveva sorvolato le aride montagne del nostro confine

militare, travolgendo, rovesciando una delle nostre colonne, spiccata

da Monkullo a difesa di Saati, avamposto assalito il giorno prima da

Ras Alula.

La guidava il tenente colonnello De-Cristoforis, e si componeva di tre

compagnie distaccate da varii reggimenti; in tutto forse un

cinquecento uomini. Non avendo potuto trovare i cammelli necessarii al

trasporto delle munizioni chieste dal comandante di Saati, non era

potuta partire che alle 5 antimeridiane. Per unica artiglieria

scortava due mitragliere. La marcia era rapida.

I soldati, consapevoli dell'attacco di Saati, camminavano fieri e

guardinghi; erano tutti giovani di venti anni, usciti ieri dalle case

paterne, che non avevano mai provato il fuoco. Il silenzio solenne del

pericolo, la prima emozione dell'eroismo stringevano le loro

coscienze. Avevano lasciato Monkullo; sarebbero giunti a Saati?

Le due compagnie rimaste a Monkullo attendevano: un eguale pericolo le

minacciava. Ras Alula dov'era? Dove sarebbe piombato dopo la ritirata

di Saati? Le sue forze erano relativamente immense, i suoi soldati

feroci. Tutti sapevano che il maggiore generale Genè, da molti mesi

chiedeva invano rinforzi al Ministero impigliato entro un ignobile

dibattito parlamentare.

Alle 11 antimeridiane il capitano Tanturi riceveva due biglietti dal

colonnello De-Cristoforis, il primo, datato ore 8,30, diceva: che

giunto presso Dogali aveva cominciato il fuoco contro il nemico

immensamente superiore di numero, e che le mitragliatrici si erano

spezzate; il secondo, datato ore 9,30, dichiarava: che senza un aiuto

di uomini e di cannoni non poteva più muoversi.

Dalle nove alle undici la tragedia doveva essersi compita.

Il capitano prese una mitragliatrice, una compagnia, e partì. A che

scopo? Con quale idea? Se Ras Alula aveva attaccato la colonna

De-Cristoforis, a quell'ora doveva già averla distrutta. Una compagnia

e una mitragliatrice non potevano certo ristorare le sorti della

battaglia. Partì: Mohamed Nur, che doveva seguirlo coi basci-buzuc, vi

si ricusò naturalmente; otto soli fra essi s'accompagnarono

coll'interprete Raduc.

Era una marcia verso la morte.

Lasciamola raccontare a lui.

«..... Poco dopo le tombe di Dogali vidi una cassa di mitraglia senza

polvere e spolette, e quasi nel medesimo tempo i basci-buzuc, che

erano in esplorazione, segnalavano la presenza del nemico.

L'interprete, interrogati due indigeni, mi disse che tutti i nostri

erano stati massacrati, e che gli abissini erano ancora numerosissimi

ed in posizione.

«Ciò mi sembrò esagerato, come di fatto (essendo l'interprete poco

dopo fuggito pieno di paura), e proseguii la marcia. Giunto là dove la

valle si allarga di un poco, gli esploratori tornarono di corsa

avvisandomi che si avanzavano cavalieri abissini. Presi immediatamente

posizione facendo staccare la mitragliera e formando la compagnia in

quadrato. Nello stesso tempo mandai tre soldati nella direzione ove

era stato segnalato il nemico. In questo mentre l'interprete e parte

dei basci-buzuc scomparvero. I soldati tornarono presto dicendomi che

non avevano visto altro che tre o quattro cavalieri abissini correre

velocemente verso Saati. Per essere più sicuro mandai il tenente

Sartoro con una piccola pattuglia sulla mia destra, e questi ritornò

riferendomi che non vi erano nemici, ma che aveva visto basti da

cammello, un cammello morto, casse di cartuccie vuote, scatolette di

carne, ecc. Nello stesso tempo feci arrestare un pastore Saortino che

si trovava ivi presso nascosto.

«Questi, interrogato, alla meglio mi fece capire che gli abissini

avevano attaccato i nostri, indicandomi anche la posizione da questi

occupata. Immediatamente feci riattaccare la mitragliera e mi diressi

a quella volta. Nessun segno lungo il cammino oltre quelli citati di

uno scontro: solo cinque o sei tombe scavate di fresco indicatemi dal

Saortino come quelle di abissini morti poche ore innanzi. Sul primo

monticello, prima posizione occupata dai nostri, vidi un soldato

ferito che mi disse trovarsi i nostri poco più su e tutti morti. Non

credei alla funesta notizia e corsi con la compagnia sul sito

indicatomi. Dietro la cresta del monticello superiore vidi l'immensa

catastrofe. Tutti giacevano in ordine come fossero allineati!»

Capitano, questa frase resterà immortale come la battaglia.

Tutti giacevano in ordine, allineati, morti sulla grigia altura, dalla

quale avevano resistito tre ore senza volgersi indietro. Erano vestiti

di bianco, insanguinati. Il sole alto sull'angusta vallata dardeggiava

impassibile infiammando i loro cadaveri col calore e col colore della

vita, ma nessuna voce turbava il superbo silenzio della loro morte. La

storia Italiana doveva trovarli là, allineati sulla soglia

dell'Africa, nell'eroismo di un atteggiamento che il nemico stesso non

aveva osato scomporre fuggendo dopo la strage; e così resteranno

eternamente nella gloria della poesia! Il primo capitolo della nuova

storia mondiale d'Italia doveva essere un canto epico.

L'Africa è vinta. La Persia invadendo la Grecia trovò alle Termopili

Leonida coi trecento Spartani, li schiacciò, ma fu respinta: il

coraggio è di tutti i popoli, ma l'eroismo è solo di quelli che

debbono vincere; l'eroismo di De-Cristoforis assicura la vittoria

all'Italia, Non si muore così, quando non si è che un soldato e la

bandiera, intorno alla quale si è raccolti, può indietreggiare o

essere strappata senza lacerare la coscienza nazionale. L'eroismo è

una rivelazione improvvisa, che illumina le anime nell'ora della morte

e ne toglie ogni paura, ogni desiderio mondano.

Urrah, colonnello! Lo ha raccontato qualcuno dei feriti, che voi,

ultimo a cadere, credeste già morto. La battaglia, nella quale Dio

solo vi guardava, è già passata nella storia: tutto è noto; la vostra

estrema parola, il vostro saluto prima di morire ai fratelli morti è

stato raccolto da tutto il mondo.

Fu un agguato imprevedibile, inevitabile. La vallata era angusta; vi

ritraeste sul colle. Gli abissini sorgevano da ogni banda, volanti su

cavalli sfrenati. Le loro urla sembravano venire dai deserti; erano

confusi come il turbine. Un abbarbaglio di fiamme bianche vampeggiava

sulle pelli dei loro scudi e sul ferro delle loro armi. Non era

possibile contarli; erano troppi per essere battuti, troppi ancora per

non sopraffarvi. Erano l'Africa selvaggia, nuda e nera nel sole, che

sitibonda di sangue uccide quando perde, uccide quando trionfa, perchè

la morte è il suo solo pensiero e la sua unica sensazione. Il suo

ruggito, circondandovi, era come quello de' suoi leoni, quando

sentendosi sicuri della preda drizzano la bruna criniera coll'occhio

metallico scintillante al raggio del sole.

Bisognava morire! La battaglia era impossibile, altrimenti la vittoria

sarebbe stata sicura.

Alto sul colle, col vostro drappello allineato come i gladiatori sotto

il palco del Cesare romano e salutanti prima di trucidarsi, voi

guardaste oltre il nemico, attraverso l'Africa, al di là delle sue

montagne e de' suoi deserti, che i viaggiatori italiani avevano

bagnato di sangue, ma pei quali un giorno passeranno fischiando le

vaporiere.

L'Africa, prigioniera delle proprie coste, si difendeva invano

assalendovi.

I soldati sono pallidi, l'ombra della morte è passata sotto quel sole

che da molti mesi non conosce le nubi e ha scolorato i loro volti.

Nessun testimonio, nessuna speranza. La morte sola, orribile come

l'aspetto di quella moltitudine turbitante, che si solleva da ogni

parte e armata di pochi fucili rapiti in altre carneficine avventa già

le prime palle. Sul drappello bianco il silenzio si stende come una

tenebra.

Morire! L'Italia lontana non sa nulla di questo momento, l'Africa

presente non lo comprende: solo la storia, che lo ha voluto, dovrà

raccoglierlo; ma essa pure, divina memoria della vita, non potrà

narrarne lo schianto del supremo ed improvviso dolore, mentre nessuno

sopravviverà per confessarlo. Quel colle, arido e grigio, non è che un

immenso altare, sul quale il sole africano chi sa da quanti secoli

aspettava immobile ì vapori dell'imminente olocausto. Una reminiscenza

indistinta dei più grandi sacrifici della storia si alza da tutte le

coscienze, vacillando come le ombre di un crepuscolo oltre il quale

fiammeggia la luce insolita di un altro giorno; uno spasimo di minime

ed irresistibili contrazioni stringe i cuori che stanno per perdere

tutti gli affetti e le memorie della vita.

Urrah! colonnello, fuoco!

Il drappello alto, allineato tuona: non è una battaglia, ma una

tragedia. Gli eroi sono pallidi, bianchi come le statue e fermi del

pari; il fumo della moschetteria che li avvolge sventola sulle loro

teste come un'immensa bandiera, attraverso la quale il sole accende

capricciosamente le iridi di tutti i vessilli del mondo. I loro

movimenti sono ritmici, giacchè nella loro impassibilità l'orgoglio è

succeduto alla speranza. Siccome non possono arrendersi, resistono con

quel forte sentimento della morte che scoppia in ogni uomo, quando

sente che la sua vita è già conchiusa e non difende più che la propria

personalità.

E il fiotto nero dell'Africa si addensa, discende da tutti i colli,

ondeggia e rugge. I cavalli vi nuotano furiosamente nitrendo, o vi

scorrazzano invasati dinanzi come sulla ripa di un torrente che

dilaghi. Un orribile tumulto vi copre il gemito supremo dei morenti e

le strida dei feriti. Infatti, da tutti i suoi lembi si veggono uomini

fuggire con altri uomini morti o moribondi sulle spalle, come

naufraghi strappati ai suoi vortici, entro i quali terribili figure di

donne infuriano confusamente tra il lampeggiamento delle armi e lo

scintillio dei colori sventolanti su tutto quel nero. Non vi si

distingue nè ordine nè forma: non è un esercito, non è un'orda, ma una

moltitudine in una caccia, che l'agguato ha preparato e la strage deve

compire. Hanno poche armi da fuoco e si avanzano carponi, balzando

come le tigri, strisciando come i serpenti dietro ogni asperità del

terreno, evitando il fuoco della moschetteria, che cade sovra di essi

come una grandine regolare ma sempre più rada. Colla destrezza

meravigliosa dei selvaggi, senza guida di capitani hanno largamente

circuito quel colle e attendono che l'eroico manipolo abbia finito le

cartuccie per slanciarsi all'assalto. Sarà come un soffio del Simoun,

uno schianto d'uragano. La sicurezza della vittoria centuplica la

ferocia della loro attesa, guardando quel drappello ancora allineato,

bianco sul colle grigio, immobile sotto il sole e davanti alla morte.

Ma il fumo della moschetteria, giacchè le mitragliatrici si sono

infrante ai primi tiri, non è più che un velo leggero sulla loro

fronte rotto qua e là e macchiato di sangue.

Il terribile momento passa entro tutte le anime come un freddo di un

altro mondo: sono inermi. I pochi che bruciano ancora le ultime

cartuccie, sembrano con esse gettare un appello disperato ai compagni

abbandonati come essi nei radi fortilizi di quel confine, o inerti a

Massaua spiando sul mare il sorriso di una vela o di una bandiera

italiana. Ma l'Italia è troppo lontana, oltre due mari, nell'incanto

della sua eterna bellezza che le fa dimenticare persino i soldati

morenti per lei sul primo lembo del deserto africano.

--Italia, Italia! è la loro suprema invocazione fu il grido supremo di

sfida, col quale risposero all'immenso ruggito abissinio.

E disparvero.

Quel turbine nero li urtò aggravandosi sopra di loro come una nuvola,

entro la quale non si distinse più nulla, ma nella quale l'ultimo

gruppo che difendeva il colonnello, udì ancora il suo ultimo comando

di salutare quelli che erano già morti:

--Presentate le armi!

Le presentarono e caddero con esse intorno a lui, che aveva trovato

per tutti una di quelle parole, che traversano i secoli come una

meteora lasciandovi una traccia inestinguibile.

Quando quella nuvola si dileguò, tutti giacevano in ordine come

fossero allineati.

Era tempo.

L'Italia, troppo facilmente schiacciata nei moti del 21 e del 31,

battuta per tutte le sue città e le sue campagne nel 48, scarsa

vincitrice nel 59 a lato della Francia che la risollevava nel cospetto

della storia, sconfitta miserevolmente nel 66 sulla fatale pianura di

Custoza e nelle acque di Lissa; l'Italia, alla quale Garibaldi non

aveva potuto infondere li cuore, Mazzini il genio, Cavour il senno;

che entrata nel 70 a Roma di sorpresa mentre l'Europa preoccupata

dell'immane duello franco-germanico non le badava e l'impero

napoleonico, protettore del papato, ruinava nella ignominia di Sedan,

da sedici anni stava china davanti a tutte le potenze, quasi

vergognosa di aver compito la propria unità stracciando un trattato

che la coscienza di nazione avrebbe dovuto vietarle di firmare;

l'Italia trascinata a Vienna come damigella dell'impero austriaco,

accettata a Berlino come una riserva dell'impero germanico, irrisa dal

papato, mal rappresentata dal Parlamento, peggio governata dai

Ministeri, aveva d'uopo di un eroismo nazionale che risollevandole la

fronte le riassicurasse la coscienza. Vissuta, prima di risorgere

nazione, nella servitù di ogni forte e nella gloria di un passato al

quale nessun presente o futuro di popolo potrà mai somigliare;

cresciuta accattando aiuti e dispregi e tremando della propria

rivoluzione, perfino sotto la corazza degli ultimi re di Savoia ai

quali si sottometteva per incorreggibile abitudine di servitù; discesa

ipocritamente da Torino a Firenze per salire trepidamente a Roma;

sospinta dalla legge storica dell'Europa all'impresa africana senza

comprenderne nè il carattere nè volerne la grandezza, aveva d'uopo che

un drappello de' suoi soldati trasformandosi in eroi le provasse che

nelle vene del suo popolo ferveva ancora il sangue latino e che la

rivoluzione, per la quale era rinata e dalla quale aveva rifuggito,

proseguiva nell'impresa d'Africa sospingendola col proprio soffio.

Quei cinquecento soldati, che prigionieri di un'immensa moltitudine

non avevano nemmeno rivolto il capo per cercare istintivamente il lido

lontano di Massaua, erano l'Italia nuova. Parlamento, Ministero,

Monarchia, tutto disparve in loro, davanti a quest'Africa selvaggia

che voleva respingerli, e sorpresi si disponeva a trucidarli.

Indietreggiare era sottomettere la loro coscienza all'istinto di quei

selvaggi, che si battevano per non diventare uomini.

Non bastava morire, poichè la morte era inevitabile, ma bisognava

morire colla impassibilità di un orgoglio nel quale la morte non è più

una sconfitta, con un valore che provasse ai nemici quanti africani

valesse un solo soldato d'Italia.

L'Africa antica incatenava le proprie legioni per impedire loro di

fuggire: l'Africa moderna, ancora uguale all'antica, vedrebbe un

manipolo più compatto che se stretto di catene resisterle tre ore e

cadere simultaneamente conservando nella morte l'allineamento della

battaglia, simbolo dell'ordine superiore della loro vita. Questo

eroismo non aveva uguale e non poteva averlo come inizio di epoca

nuova. Leonida difendendo le Termopili non ebbe che l'eroismo della

passione; i Maccabei non superarono Leonida, i Fabii non sorpassarono

i Maccabei. In tutti gli eroismi immortalati dalle cronache o

consacrati dai poemi la passione è l'anima quando la disperazione non

è tutta la forza; nei cinquecento di Dogali l'immobilità della

battaglia e della morte provano una coscienza sollevata al di sopra

della vita da una di quelle rivelazioni improvvise, che la storia fa

nell'anima di un popolo.

Si sentirono grandi, e lo furono.

Il loro colonnello, crivellato di ferite, ravvolto nell'immenso

turbine africano, riassunse morendo tutto il loro orgoglio per gettar

loro un saluto, che nè Rama nè Achille, nè Sigfried nè Orlando

avrebbero compreso.

--Presentate le armi!

e gl'ultimi feriti, forse poveri contadini degli Abruzzi o della

Sicilia, lo compresero e presentarono le armi ai loro morti,

offrendosi inermi agli ultimi colpi dei sacrificatori.

La poesia immortale ha protetto la vita di uno di quegli oscuri eroi

per salvare dall'oblio quella parola che nessuno de' suoi più grandi

poeti, da Valmiki a Firdusi, da Omero a Dante, da Shakespeare a Hugo

nelle più fervide ispirazioni del genio avevano saputo trovare, e che

l'eroico colonnello pronunciò davanti ai proprii morti nell'oblio del

mondo, per la civiltà del quale moriva.

E nell'Italia, istupidita nelle viltà privilegiate della sua borghesia

costituzionale, vi fu chi non credendo a questa parola l'analizzò per

giudicarla inventata. Da chi? Dal povero soldato che avrebbe mentito

per la gloria del proprio colonnello morto. Ebbene: dite a Carducci

che ceda a quel ferito il proprio posto di primo poeta d'Italia,

perchè se quel soldato ha mentito è molto maggior poeta di lui. Andate

a Caprera e ripetetela sulla tomba di Garibaldi: egli la crederà e

perdonerà forse all'Italia che, lui morto, ha ancora dei

De-Cristoforis, di aver negato per riguardi cortigiani e vaticani il

rogo al suo cadavere.

Ma la tragica solennità di Dogali non ha potuto sollevare la nazione

dal fango della sua vita politica. Mentre i superstiti, sui quali la

ferocia degli abissini si abbandonò alla più selvaggia demenza di

sangue, erano trasportati a Massaua, tagliuzzati evirati, deformati,

il Parlamento s'imbrogliava nella procedura contro il Governo non

osando cacciarlo. Depretis è ancora presidente del Consiglio, il conte

di Robilant dimissionario è adulato perchè non se ne vada, Ricotti

ministro della guerra, politicante insidioso quanto inetto generale,

più d'ogni altro colpevole della catastrofe di Dogali, rimane ancora

alla testa dell'esercito, che avrebbe costretto al disonore d'una

sconfitta se l'eroismo della morte non l'avesse trasformata in gloria

immortale.

Il generale Genè da lui costretto ad allargare la linea militare del

confine, assottigliandone fino all'assurdo la difesa, ha richiamato

gli avamposti e si trincera in Massaua. Dopo aver romanamente risposto

a Ras Alula minacciante con barbara iattanza di trucidare la

spedizione Salimbeni catturata prima della battaglia, se tutta

l'Africa non fosse immediatamente sgombra d'italiani: che considerava

morti i prigionieri e s'affretterebbe a vendicarli; dietro ordini del

Ministero, adesso impaurito da un probabile scoppio di ira popolare

all'annunzio di altre vittime, ha dovuto mancare alla propria parola e

mercanteggiare col barbaro e consegnargli un migliaio di fucili

sequestrati ad un suo mercante e cedergli cinque capi di tribù

assaortine a lui nemici e riparati nel nostro campo sotto la

protezione dell'onore italiano.

E Ras Alula li ha fatti immediatamente massacrare, e dei nostri tre

prigionieri riscattati con tanto sacrificio d'infamia, non ne ha

liberato che due.

Ora i giornali annunziano che Depretis accoglie nel ministero

Francesco Crispi, l'audace rivoluzionario che preparò la spedizione di

Marsala, e senza dimettersi, giacchè morente di troppo lunga malattia,

gli consegna la direzione del potere. La sua implacabile vanità di

parlamentare non gli permette dunque di morire semplice cittadino come

Lamarmora che vinse alla Cernaia, Garibaldi che trionfò dappertutto,

Lanza che entrò sulla breccia di Porta Pia. E così morrà. I funerali

splendidi di tutti gli onori dovuti al presidente dei ministri saranno

la sua ultima compiacenza di moribondo: tutte le rappresentanze della

Camera, del Senato e della Corte accerchieranno la sua bara, ma la

nazione severamente impassibile non avrà un palpito per l'ultimo e il

peggiore dei politici, cui in difficili momenti dovette affidare le

proprie sorti, mentre i reggimenti allineati lungo la via al comando:

--Presentate le armi,

crederanno di udire la voce del colonnello De-Cristoforis morto sulle

alture di Dogali, e imitando il suo eroismo le presenteranno.

Fino a Dogali · 第 30 / 41 题