--Che cosa pensi tu dunque del Macchiavelli? Mi ha chiesto
improvvisamente Berti, volgendomisi dal caminetto con le molle in mano
e guardandomi con quella sua aria intelligente e curiosa. Quindi senza
darmi tempo di cominciare una qualsiasi frase di risposta, si è alzato
e prendendo di sul tavolo da notte uno dei tre volumi del Villari, ha
soggiunto:
--Li ho letti anch'io: è un lavoro largo e minuto. Tutta la critica
moderna lo ha encomiato; Macchiavelli vi è seguíto giorno per giorno,
passo per passo. La sua vita vi è esplorata collo scandaglio,
commentata colla finezza di un avvocato e qualche volta colla
penetrazione di un romanziere: il disegno dei tempi, nei quali passa
ed opera, è sicuro. Pare che tutto vi sia detto; un volume descrive
l'ambiente nel quale Macchiavelli sta per entrare, due altri quello
che vi pensa e fa.
E arrestandosi improvvisamente, colpito da una idea più concisa per
esprimere il tumulto di tutte le altre che il richiamo di quei libri
gli aveva destato:
--Sai che cosa mi è risultato dalla lettura attenta dell'opera del
Villari? Mi pare di aver sempre vissuto con Macchiavelli e di non
averlo capito.
--Ah! ho esclamato.
--Che te ne sembra?
--La stessa impressione che ne ho ricevuto io. L'opera del Villari ha
tutti i pregi e i difetti della scuola positivista alla quale
appartiene. La vita dell'uomo non può mai spiegare interamente la vita
del pensatore e dell'artista, come il quadro del tempo non rivela mai
tutto il mistero dell'individuo. Il Taine, ben più potente del
Villari, nella storia della letteratura inglese, servendosi dello
stesso metodo, ha fallito in faccia a Shakespeare tentando di
ricostruirlo. Ricostruire, ecco il motto della scuola positivista;
Michelet invece aveva detto: la storia è una resurrezione. Hai letto
lo Shakespeare di Victor Hugo? No, non importa. Victor Hugo falsa
Shakespeare col proprio riflesso, ma penetra nella sua anima. Taine
riunisce con dotta e sicura analisi tutte le sue opere, come un
anatomico riunirebbe saldandole con fili di ottone le sue ossa, per
dirvi: questo è Shakespeare.
--E non sarebbe che il suo cadavere.
Un gruppo di amici è sopravvenuto deviando la nostra conversazione.
--Studii? mi ha chiesto Fossa.
--No.
--Scrivi?
--Nemmeno.
--Non lo credo: è un pretesto per non dirci a che cosa lavori o per
non mostrarcelo. Macchiavelli! ha soggiunto pigliando dal tavolo lo
stesso volume preso da Berti. Sentiamo, sentite, si è rivolto con
scherzosa ironia agli amici: che cosa pensi tu del Macchiavelli?
--O del Villari? ho risposto barattando un'occhiata col Berti.
--Che m'importa del Villari! Il giudizio di un giudizio è come il
racconto di un racconto, il secondo è sempre peggiore del primo; non
vi è che il terzo che essendo addirittura insopportabile ci possa
consolare dell'averli ascoltati tutte due. Dimmi tu, piuttosto, che
cosa pensi del Macchiavelli. Io non l'ho mai letto, ma l'ho visto nel
mio viaggio a Firenze, in Santa Croce: mi è parso una vecchia testina
di monello intelligente. Intelligente e monello lo era di certo, ma
forse qualcos'altro ancora. Che cosa pensi tu del Macchiavelli?
L'insistenza di questa domanda cominciava a turbarmi.
--Napoleone avrebbe già risposto, ha replicato Fossa sorridendo al
sorriso degli amici, coi quali a ogni proposito cita sempre Napoleone
I.
--E Napoleone I avrebbe risposto in due parole? ha interrotto Berti.
--Già! e una sarebbe di più se ogni fatto non è che un'idea.
--Ohè! filosofo....
--E Napoleone avrebbe detto giusto?
--Già.
--T'inganni, mio caro: nel Memoriale Sant'Elena Napoleone ha giudicato
Macchiavelli, in un periodo di molto imperfettamente.
--Io non l'ho letto e non lo leggerò mai; non ammetto Napoleone che
scrive.
--E così che cosa pensi tu del Macchiavelli?
--Troppo per potertelo dire qui.
--Allora sei nel mio caso, che non ne penso nulla e non ne posso
parlare affatto: parliamo dunque di Napoleone I.
Un urrah di sdegno allegro ha coperto quest'ultima minaccia di Fossa,
che sedendo si è messo invece a parlare dei propri cavalli. Fuori
nevicava. Malgrado che le fiamme brillino da tre mesi nel caminetto,
la camera non è molto calda e gli amici debbono a ogni visita far
crocchio intorno al fuoco. Io seguiva coll'avidità di un infermo, da
quasi quattro mesi segregato dalla società, il loro cicaleccio che
raccontava forse per la centesima volta una storiella del teatro.
Poi se ne sono andati tutti insieme, ma Fossa rimasto ultimo colla
maniglia dell'uscio in mano, mi si è rivolto e:
--Che cosa pensi tu del Macchiavelli? Mi ha ripetuto burlescamente.
Bada che al mio ritorno mi dovrai una risposta; ti concedo di restare
a letto tutti questi giorni per scriverla se ciò te la renda più
facile.
Ed è fuggito ridendo.
Che cosa penso io dunque del Macchiavelli, di questa sfinge intorno
alla quale si affatica da tanto tempo il pensiero dei dotti, e che
mutata in simbolo sinistro esprime pei volghi quanto di più
profondamente perfido e serenamente cinico possa essere la natura
umana? Che cosa vi è di vero nella parola macchiavellismo per
Macchiavelli? Quale fu il suo pensiero nel pensiero del suo secolo,
nello spirito della storia? Ha egli meritato l'iscrizione
ampollosamente semplice che in Santa Croce lo dice superiore ai due
più grandi uomini dell'Italia, Dante e Michelangelo--_Tanto nomini
nullum par elogium_?--La sua azione nel mondo fu uguale alla loro, e
le sue scoperte ne mutarono il concetto come quelle di Galileo, che
gli è modestamente accanto nel medesimo tempio?
Certo che di lui possa chiedersi questo è già tale complimento che
vale poco meno dell'epitaffio fattogli dal Ferroni, oggi ancora citato
fra i più belli della letteratura lapidaria.
Le vicende della vita e della fama del Macchiavelli si rassomigliano
molto. Entrambe furono contrastate dal tempo, aspreggiate dalla
miseria, quasi soffocate nell'oblio. Le sue opere maggiori stampate,
lui morto, non ottennero subito troppa stima; il pensiero non ne fu
giudicato grande, la forma perfetta. Solo il Principe colpì lo spirito
del pubblico, e mantenendovisi come nello spasimo di un problema,
parve salvare da una probabile dimenticanza il nome di Macchiavelli. I
pochi contemporanei amici del Macchiavelli che l'avevano letto, non
gli dettero, quantunque apprezzandolo, un briciolo dell'importanza che
doveva poi acquistare: l'autore stesso non lo stimò mai tanto e non
avrebbe osato ripromettersene la celebrità fino ad oggi triste ma
universale.
La battaglia, che contro questo libro incominciarono primi i gesuiti,
mutata presto in guerra, ne ebbe ogni vicenda gloriosa ed infame.
Tutti vi entrarono, grandi e piccoli; uomini lo spirito dei quali
doveva morire con essi, e uomini dei quali l'anima è rimasta nella
storia mondiale. Poichè la politica è il motore e l'involucro della
vita sociale, ognuno sentì il bisogno di decidersi in faccia al
problema del Principe. Ma il suo concetto era vero nella politica
umana? Il governo dell'uomo non essendo che l'azione del suo spirito
collettivo sul suo spirito individuale, che debbono essere uguali
sotto pena di essere inconciliabili, gli aforismi della politica
possono davvero non essere che aforismi di psicologia?
La battaglia che il Principe ha sostenuto e sostiene ancora contro
tutti, decideva dell'onore dell'umanità: il Principe la dichiarava
naturalmente cattiva, essa si affermava naturalmente buona.
La durata della guerra è in favore del Principe, benchè la vittoria
debba restare fatalmente all'umanità.
Il Macchiavelli nacque nel secolo forse più ricco d'ingegni per
Firenze. I tempi erano grossi politicamente, la repubblica in continuo
pericolo: la forma politica del Comune stava per tramontare in quella
più larga e più alta degli Stati nazionali. La Spagna aveva già
compito la propria unificazione, l'opera di Luigi XI in Francia era
già sicura, Lutero preparava colla Riforma la grande costituzione
dell'Alemagna. In Italia l'equilibrio studiato e ottenuto da Lorenzo
il Magnifico, altrettanto fino politico che poeta, era cessato: i
Francesi l'avevano invasa e non se n'erano andati che per ritornare.
Pisa ribelle a Firenze si avvicinava ad un'agonia senza gloria,
profetando nella propria fine quella di tutti i municipii ancora
liberi nei vecchi ordini, o indipendenti per le armi di qualche
signorotto isolato nella disgregazione del sistema feudale. Genova era
in preda alle ultime fazioni famigliali osteggiantisi per la
supremazia: Venezia erede della universalità e del governo romano era
cosmopolita nel commercio e aristocratica nel patriziato, palladio e
tiranno della sua vita più ampia che nei regni recentemente riuniti,
più florida che nei comuni meglio dotati, più duratura che nelle
stesse monarchie destinate a prendere il posto delle repubbliche. La
Romagna, la Marca e l'Umbria lacerate dagli ultimi feudatari
conniventi o contrastanti coi papi vivevano nella miseria e nei
massacri. Milano dopo il dramma astuto e infelice del Moro si
accorgeva di non avere ormai più signore indigeno, e si preparava alla
gloria umiliante di un vicereame conservando nella nuova tendenza alla
servitù la cupidigia conquistatrice, che l'aveva resa nemica di
Venezia e per un momento quasi arbitra d'Italia. Al di sopra
dell'Italia oltre le Alpi si alzava l'ombra del sacro romano impero,
autorità mistica e brutale, che pesava ancora sulla coscienza italica
come un dogma, e discendeva tratto tratto su tutti i governi della
penisola come una rapina.
La Francia più piccola ma più unitaria della Germania, nella quale la
putrefazione della feudalità e il disgregamento dei Comuni impediva
quasi ogni coesione di Stato, ricordava contro di essa le pretensioni
imperiali di Carlo Magno, studiando intenta l'Italia come futuro campo
delle battaglie che dovevano decidere quale sarebbe il primo popolo
d'Europa. La Spagna sbarcata a Napoli sconfiggendovi gli ultimi
Angioini e sovrapponendo la propria dominazione alla loro, vi aveva
fondato una monarchia, la quale malgrado l'ostacolo di Roma immobile e
invincibile nel mezzo d'Italia, non rinunciava alla brama di
allargarsi in reame italiano. Al nord di Genova tra le Alpi, alla
testa di montanari indomiti quanto astuti, poveri e capaci di tutto
per arricchire, la casa di Savoia piccola, poco pregiata, male
conosciuta, chiamata per disprezzo portinaia d'Italia, spiava notte e
giorno colla passione instancabile del cacciatore l'occasione
d'impossessarsi di qualche stanza nel palazzo che era pronta ad aprire
a tutti gli stranieri.
Non vi era nazionalità, non stato, non governo, non politica italiana.
Il papato solo poteva tratto tratto sollevarsi e parlare d'Italia o di
giustizia, ma oltrecchè essendo universale per istinto non avrebbe
potuto costringersi nella storia italiana senza annullarsi, i suoi
istinti e le sue necessità di regno lo costringevano a maggiori
contraddizioni e a più inintelligibili mostruosità. Talvolta il
pontefice non era che il re di Roma, usufruttuario di un regno per lui
intangibile come un fidecommesso; tal'altra un dinasta, che non
potendo trasmetterlo alla propria dinastia tentava d'ingrandirlo per
cederne così le accessioni. Poi il papa era pontefice capo della
cristianità minacciata ora dal solo scisma che dovesse restare davvero
importante nella sua storia.
Intanto il cinquecento si avanzava brillando. Tutte le arti rinate con
Dante, il più grande artista dell'umanità, divenute adulte, si
riunivano a Michelangelo quasi per finire come avevano cominciato;
l'erudizione aveva disseppellito pressochè tutto il mondo classico e
cominciava ad intenderlo; Colombo scopriva l'America, Copernico dava
il moto alla terra, Lutero la libertà alla coscienza, Raffaello
l'ultima bellezza alla forma, Ariosto l'ultimo poema alla poesia;
Giulio II era l'ultimo guerriero del papato, Firenze doveva essere
l'ultimo Comune italiano.
La coscienza italiana era vuota e torbida al tempo stesso; nessuna
dignità di popolo o tradizione o ideale. Roma antica, straniera
all'intelletto e al cuore, non viveva più che nelle memorie e nelle
immaginazioni dei letterati e del volgo; la religione, divenuta
superstizione in basso, traffico ed impero in alto, mescolata di
magia, ignorante e scostumata, nata di una tragedia sul Golgota,
sembrava finire in un carnevale che era un'altra tragedia per l'Italia
e per la coscienza umana. La filosofia ospitata dalla religione nella
bufera del medio evo n'era tuttavia la serva: San Tomaso guidato da
Aristotile la signoreggiava; la scienza, senza vero passato, non
accennava ancora a un sicuro avvenire. Però Copernico, Guttemberg,
Colombo, sconosciuti l'uno all'altro, si erano misteriosamente intesi
per guarantirla: la storia si dibatteva invano fra le fascie della
cronaca, la lirica morta nei giardini di Lorenzo il Magnifico era già
dimenticata, l'ultima epopea della cavalleria era più che mezza
satira, la prima tragedia e la prima commedia non sarebbero state
vitali.
Il rinascimento è un soldato, ha detto poeticamente il Michelet: il
rinascimento è un assassino, non ha osato dire il Ferrari pur
lasciandolo intendere, ma quando il Macchiavelli entrò nella vita, gli
assassinii erano ancora frequenti e i grandi condottieri usciti dalla
scuola braccesca e forzesca quasi finiti. I venturieri esteri avevano
già preso il sopravvento. Nessuna figura di principe folgorava nelle
armi, nessun generale proseguiva la gloria di Niccolò Piccinino;
l'ultimo soldato d'Italia e il suo ultimo eroe, Giovanni Dei Medici e
Francesco Ferruccio erano ancora sconosciuti.
Ma l'Italia era nullameno l'unico paese nel quale brillassero la
civiltà e la ricchezza. Oltre le Alpi molte fiaccole s'andavano
accendendo per la tenebra medioevale senza che il loro chiarore
potesse vincerne la notte: al di qua delle Alpi invece il sole
dell'antica Grecia illuminava capolavori che avrebbero fatto dubitare
di sè stessa la coscienza greca. I fieri feudatari mutati ora in
pomposi signori riunivano la ferocia della barbarie alla crudeltà
della decadenza, mentre il popolo, piuttosto cliente che vassallo,
parteggiava per loro meglio che non li servisse, e le classi sociali
distinte come nel resto d'Europa erano ravvicinate dal commercio più
vivo che altrove, dall'industria più progredita, dall'arte passione di
tutti, dalla religione complice delle passioni di ognuno.
La lingua, l'arte, il papato, l'antichità romana, il progresso
presente, la stessa mancanza di stato in tutti i governi della
penisola e la condanna che pesava sopra ognuno di essi di non potere
unificare l'Italia nè fondersi con altre nazioni; Dante, Michelangelo
e Colombo, ecco le glorie e le ragioni della ideale unità della vita
italiana, mentre la storia delle altre grandi nazioni europee aveva
già raggiunto o stava per raggiungere l'unità politica.
Dante aveva conchiuso il medio-evo, Michelangelo riassumeva il
risorgimento, Colombo apriva l'avvenire: tutto il mondo si accodava a
questi tre italiani. L'Italia, palestra dell'Europa, non doveva
chiudersi in nazione per non negarle la propria civiltà.
Macchiavelli, è stato detto, fu la coscienza italiana che nelle
proprie contraddizioni meglio riflettè ed espresse le antitesi di tale
posizione storica.
Niccolò Macchiavelli nacque, come si direbbe oggi, di buona famiglia:
la casa non era ricca, il padre morì presto. Non si hanno del giovine
le solite notizie profetanti un grande avvenire; fu educato assai bene
come usavasi allora che la coltura era al tempo stesso distinzione e
passione di classe. Michelangelo a ventinove anni aveva già compito
parecchi capolavori, Macchiavelli invece, non distintosi in Firenze
tutta piena d'ingegni, che fra un cerchio abbastanza ristretto
d'amici, ottenne a stento fra quattro concorrenti l'ufficio di
segretario col titolo di cancelliere della seconda cancelleria del
comune. Il posto era meno che grande, il grado non illustre, ed egli
l'illustrò. Marcello Virgilio Adriani, umanista importante, allora
segretario di Stato, lo predilesse: era gonfaloniere Piero Soderini,
onesta mediocrità che posta fra due tragedie, la cacciata e il ritorno
dei Medici, finì per sembrare comica a tutti.
La politica minuta, abile e feroce, di tutti i piccoli Stati italiani
era allora nella massima attività. Ogni avvenimento non preveduto o
mal calcolato poteva decidere dell'esistenza dello Stato. Firenze
divisa fra le parti pallesca e piagnone viveva di ringhii; i nobili
quasi tutti nemici della repubblica o nemici dei Medici solo per
rivalità; la plebe delle piccole arti ancora memore delle lautezze
medicee ne agognava il ritorno; le grosse arti rappresentate dalla
borghesia propendevano a libertà che per loro era naturalmente impero
nel comune.
Nessuna milizia, molte ricchezze, commercio incredibile, arte quale i
secoli posteriori più non videro e forse non vedranno; poi
Massimiliano imperatore di Alemagna, signore titolare del comune,
sempre pronto alla minaccia e a quietarsi per danaro, Ferrara preda
agognata da tutti e quindi pomo di discordia, Pisa ribelle e
guerreggiata, Alessandro Borgia a Roma, Francia sulle mosse per calare
in Italia, la Romagna contrastata fra i Veneziani e il Papa, i Medici
espulsi che mestavano in ogni imbroglio diplomatico e in ogni diverbio
cittadino.
Questa la condizione delle cose.
Il Macchiavelli giovane, agile nell'ingegno e nei modi, senza orgoglio
di classe o di carattere, libero da preoccupazioni di studi o di
gloria, assetato di azione per abbondanza di vita, fu presto
adoperato. Era adatto a tutto, nulla gli ripugnava. Non si mostrò
ambizioso nel profondo senso della parola, e non lo era: non parve a
nessuno uomo vero di parte, si accontentava di essere usato osservando
intorno a sè le cose e gli uomini. Non aveva che una passione, la
politica. Letterato non era e non fu mai, come intendevasi allora; non
aveva imparato il greco, passione di tutti gli eruditi del tempo,
sapeva il latino come ogni persona colta, ma i forti latinisti
d'allora avrebbero potuto sostenere che lo sapeva male.
In Firenze tutta piena di artisti, tra un popolo di statue e un
sorgere quasi per incanto di palazzi e di chiese, era forse quegli che
se ne occupava meno; in tutte le sue opere non si trova un periodo per
le arti figurative, che costituivano allora la pompa e dovevano restar
la più alta gloria, la vera originalità del secolo già decadente. I
negozi politici attiravano tutta la sua attenzione snodandogli lo
spirito; ma per sè stesso non faceva nulla. Eccellente impiegato,
arguto nella conversazione e sagace nelle pratiche, era senza
passioni: non si prescelse un partito, non aspirava a comando.
Preparare un disegno, scoprirne un altro, calcolare le eventualità
cittadine e italiane; comprendere e dell'aver compreso una volta
servirsi per comprendere ancora estraendone regole, astraendo dal
fatto e dalle persone per stabilire una massima, avendo messo nello
studio dell'una e dell'altra la maggiore esattezza e il più vivo
piacere: ecco il Macchiavelli dei primi tempi.
Amava l'azione o per dir meglio l'esercizio, ma non era uomo d'azione
nel significato che si dà oggi a questa parola. Se fosse stato
altrimenti, nato non in alto, corto a danari quanto proclive allo
spendere e senza forti parentadi, avrebbe presto dovuto comprendere
che per salire davvero bisognava attaccarsi a qualcuno che fosse al
potere o stesse per giungervi, servendolo da complice per diventare
poi suo padrone. Non solo Firenze, ma tutta l'Italia era allora piena
di cotesti ambiziosi, che tramavano pel principato, e osavano tutto
per conquistarlo o conservarlo.
Guicciardini, di lui più giovane e meglio nato, rinunciò non ancora
trentenne a una dote relativamente grossa per imparentarsi coi
Salviati, famiglia potente, creandosi aderenze. Ma Guicciardini era
aristocratico e Macchiavelli democratico, l'uno sentiva come un
gentiluomo, l'altro si lasciava spesso andare a modi e vizii plebei:
entrambi osservatori eccellenti. Nel primo il calcolo personale
vegliava sempre, e una equazione involontaria del proprio interesse
con ogni avvenimento o disegno si formava in tutti i giudizi; nel
secondo il calcolo personale non sorpassava mai lo stipendio e non si
destava che a qualche maggiore ristrettezza economica, mentre il suo
pensiero si alzava sulle osservazioni per ordinarle in serie e
formarne un codice.
Quest'uomo, che quasi tutta l'umanità doveva condannare come il
teorico della immoralità, è un moralista: non inculca il bene ma
studia il male, pessimista come tutti i moralisti veri. La sua
passione suprema è l'analisi, il suo trionfo la formula: un caso per
lui non è bello se non perchè è un problema, non è utile se non perchè
sciolto può preparare la soluzione di un altro. Un disinteresse
d'artista e di scienziato lo distingue da tutti coloro che operano e
studiano con lui. Egli s'oblia nella osservazione.
Del resto ha i costumi del suo tempo; non è ateo ma irreligioso,
prende le donne come un balocco; solo gli affari gli paiono
importanti, perchè allora gli affari decidevano spesso della vita.
Nella politica del secolo la frode e l'assassinio erano mezzi talmente
comuni, che la coscienza pubblica riconoscendoli malvagi, non vi
trovava più nulla di anormale, e Macchiavelli li accetta. Il mondo
andava così. Ma il cinquecento era, e si vide bene nelle arti, una
reazione del realismo sul misticismo, nella quale la realtà diventava
la sola verità. Politicamente l'unico ideale possibile era la gloria
del proprio Comune, e Macchiavelli fonde con essa la propria passione
politica, alzandola così da poter scrivere per essa le più belle
pagine della letteratura nazionale, slargandola fino a fantasticare
un'Italia intera, servendosene come di una soluzione morale alle
osservazioni che le cose e gli uomini gl'imponevano fatalmente
all'ingegno.
Poichè la realtà della vita era così e non si poteva cangiarla, il
miglior modo di purificarla stava nel renderla utile alla patria,
entro la quale solamente gl'individui per natura malvagi possono
mutare sè stessi fondendo il proprio nel suo interesse generale. Ma in
lui questa conclusione derivava piuttosto da un accordo spontaneo
d'istinti, che da un processo tragico della sua anima respinta
duramente dalla realtà e costretta a conciliarla in sè medesima per
vivervi.
Allora Macchiavelli non meditava ancora sè stesso, come più tardi
nella disgrazia del ritorno mediceo, quando scrisse per commissione
del cardinale Clemente le storie; e s'abbandonava alla spontaneità
della propria natura con tutta la foga di una gioventù, che vizii e
passioni non avevano ancora domato.
Le sue legazioni incominciate presto non gli dettero mai vero
carattere di legato. La piccolezza della sua condizione che lo
impediva allora, non crebbe mai abbastanza per la stima che il
pubblico facesse del suo ingegno, da meritargli grado di ambasciatore
di Firenze.
La prima fu a Forlì presso Caterina Sforza, la seconda presso il duca
Valentino ad Imola. La forte e astuta donna, della quale riveggo ora
nella memoria lo stupendo ritratto del Palmezzani conservato a Forlì
nella biblioteca, battè il giovane e forse presuntuoso diplomatico,
che in una lettera dovette confessare, e questa è una prova di forza,
di essere stato tenuto a bada per otto giorni senza nulla indovinare o
sorprendere. Il duca Valentino l'affascinò e diede la propria forma
agl'incerti fantasmi che si agitavano nel suo ingegno di pittore della
politica. Perchè Macchiavelli non fu mai veramente altro.
Forse questa affermazione sconcerterà il volgo delle persone colte e
farà sorridere più di un dotto; nullameno, dall'attento esame delle
opere del Macchiavelli interpretate colla sua vita, tale verità esce
raggiante.
Non so se il duca Valentino fosse allora bello come lo dipinse
Raffaello al ritorno di Francia in costume di gentiluomo francese, e
quale nel divino ritratto posseduto dal principe Borghese a Roma è
tuttora. Oggi dopo quasi vent'anni risento ancora la prima impressione
del suo incontro, giacchè nel ritratto è vivo e vi guarda e pensa. Ero
solo in una delle immense sale della pinacoteca Borghese: l'aria era
umida e la luce si velava. Una figura pallida attirò il mio sguardo da
una parete. Sembrava staccarsene ed inoltrare. Avevo in mano la
tabella dei nomi dei quadri e l'occhio mi cadde proprio sul numero di
quel ritratto; il duca Valentino. Diedi un balzo. Avevo letto il
volgare romanzo del D'Azeglio, e la brutta figura fisica e morale che
egli vi fa del Valentino m'era rimasta nell'animo; ero ancora un
ragazzo. Raffaello m'illuminò.
Quello era il ritratto di un grand'uomo: non ho più veduto fisonomia
così nobile, romantica e grande. Il ritratto è a mezza figura colla
faccia di tre quarti, un berretto rotondo gli copre il capo: ha il
giustacuore a righe, le maniche e i calzoncini a piccoli sbuffi, ma si
notano appena. Il suo viso affascina. Un pallore che forse il tempo ha
dato al quadro gl'imbianca tutto il volto immobile in un pensiero che
rende più grande l'abituale superbia dei lineamenti: la fronte
s'aggronda sugli occhi ma liscia e impenetrabile quanto il marmo, il
naso leggermente arcuato fa pensare a quello di Napoleone I, le labbra
strette, più rosse, sembrerebbero una cicatrice: il mento è quadro. I
suoi occhi grandi hanno l'immobilità dell'occhio degli uccelli rapaci,
ma quella immobilità è un effetto dell'anima. Tutta la sua fisonomia
esprime la volontà appena dissimulata dalla bellezza, resa simpatica
dall'ingegno.
Il duca Valentino ebbe comune coll'Aretino il fascino dell'ascendente,
e la metà delle sue imprese e della vita d'entrambi rimane
inesplicabile; ma sopra tutto fu il personaggio più complesso del suo
secolo. Suo padre, Alessandro VI, era uomo di molto ingegno e politico
non volgare, per quanto i vizii della vita fra le necessità della
famiglia e nell'indole dei tempi gli facessero mutare troppo spesso i
disegni e impiegarvi mezzi eccessivamente ribaldi.
Il duca Valentino avrebbe potuto menare la vita più pomposa ed
epicurea del secolo, ma invece era dissoluto come Catilina, bruciato
dall'ambizione come Cesare. La sua natura aveva impeti di tigre e
lentezze di serpente, esigeva il comando, aspirava alla gloria.
Gentiluomo perfetto, fu l'ammirazione della Corte francese;
comprendeva le arti, viveva nella politica. Giovane capì subito i
vizii di quella del padre e si affrettò a giovarsi del suo pontificato
per costituirsi un regno. Essendogli fallito il matrimonio di Milano
colla principessa Carlotta, il suo occhio di uomo di Stato non lo rese
dubbio nella scelta: la Romagna sola, sempre agognata dai papi, poteva
essere conquistata; ma per questo bisognava diventar capitano,
destreggiarsi fra Firenze e Venezia raggirando i migliori diplomatici
del tempo, giovarsi della Francia, tener l'occhio a Ferrara, non
fallare un'occasione, mutar disegno ad ogni evento, calcolare
l'impreveduto e fronteggiare l'imprevedibile.
Il cinquecento riassumeva, disfacendolo, il medioevo. Dal Municipio
alla Signoria e al Regno tutte le combinazioni della libertà popolare
di fronte ai nobili e al re si amalgamavano contrastando nell'Italia:
gl'istinti e le vicende della nobiltà contro il popolo e la regalità
si agitavano ancora; la mancanza di unità politica nella nazione
deformava ogni ordine politico: il frazionamento degl'interessi che il
commercio divideva meglio che non unisse, rendeva instabili tutte le
relazioni; la tirannia straniera poteva aprir l'adito a tutti i
disegni preparando con eguale facilità l'apoteosi e la decapitazione.
L'Italia era inerme. Per la troppo frequente sovrapposizione dei
domimii barbari e la loro fugacità e la mistura che ne era risultata,
il popolo sempre servo da secoli non era stato armato: la forma della
feudalità italiana, per essere l'impero lontano e il papato suo nemico
presente, non aveva potuto prodursi veramente militare come al nord
dell'Europa; poi l'Italia, agone sempre aperto di guerre che
oltrepassavano i suoi destini, non v'era intervenuta che parzialmente,
seguendo sempre il più forte e costituendosi in varie provincie che di
vittorie non proprie approfittavano per ampliarsi. Così fra le
battaglie di una guerra sempre diversa di nome e di guerrieri e pur
sempre la stessa, l'Italia era rimasta perennemente ingombra di
soldataglie, le quali disciplinandosi in bande avevano cangiato la
guerra in mestiere.
Era una nuova forma di oppressione per il popolo agricolo ed industre,
che non volle e non potè reagire. Il comune e la feudalità dovettero
quindi usare l'uno contro l'altra queste bande, giacchè il nuovo
armamento e la maniera del combattere rendeva il popolo nullo in una
guerra, nella quale cento uomini d'arme bastavano a prendere una
città. Allora sorse il condottiero, che fu il tipo più originale e
complesso nel medio evo. La supremazia militare sopra un popolo inerme
gli permise di far tutto e di arrivare a tutto; egli solo aveva il
monopolio del coraggio e della forza, e riunendo tutti i problemi
della diffidenza universale poteva ad ogni istante essere l'arbitro di
tutti. Principi che non volevano armare nè il popolo nè la nobiltà,
repubbliche sempre in sospetto di una dittatura militare, aristocrazie
gelose della popolarità di un loro vincitore, tutti reciprocamente
disarmati avevano dovuto reciprocamente accettare il condottiero.
Allora sulla volontaria umiliazione di tutti, questi si eresse
gigante. La scure che troncò il capo al Carmagnola non potè impedire a
Francesco Sforza di farsi signore di Milano: poco dopo Lodovico il
Moro era tradito da' suoi mercenari, e Firenze condannava invano Paolo
Vitelli, per finire tradita dal Malatesta. La politica informandosi
dal condottiero divenne vile, mentre principi e diplomatici, lontani
dal campo di battaglia, dovendo anzi tutto assicurarsi di chi vinceva
o perdeva per loro, finivano fatalmente per correre più volontieri i
rischii delle congiure che quelli della guerra.
Il Valentino, mettendosi principe fra i condottieri, volle diventarlo
per conto proprio. Il suo problema a distanza di secoli impicciolito
nelle proporzioni storiche dell'Italia d'allora, ricordò quello di
Annibale: costituirsi un esercito per impadronirsi dell'Italia. Se la
famosa frase del carciofo non fu vera, basta alla gloria, del
Valentino che gli sia attribuita. Ma incalcolabilmente superiore ai
condottieri del tempo, che dagli splendori di Francesco Sforza e di
Niccolò Piccinino precipitavano all'ultima decadenza, egli fu un
politico profondo come i migliori veneziani, efferato come tutti i
tirannelli di allora. Non bisogna dimenticare che gli Aragonesi, gli
Estensi, i Riario, i Bentivoglio, gli Sforza, i Comuni, i Pontefici,
le Repubbliche, tutti erano egualmente subdoli e feroci. Il pugnale e
il veleno erano in fondo a tutti gli amori e a tutte le diplomazie.
Il Macchiavelli mandato dalla Signoria al Valentino nella più
difficile crisi della sua conquista in Romagna potè studiarlo. Tutti i
condottieri gli si erano ribellati; egli temporeggiò, li ingannò, li
uccise tutti: era fatale, era morte per morte. L'impresa della Romagna
lo esigeva, l'Italia politica approvò, Macchiavelli ammirò il coraggio
e la destrezza di quel processo. Il duca Valentino gli si ingigantì
nel pensiero. Infatti, quel figlio di papa gittato nella tormenta
della politica d'allora senz'altro appoggio che quello precario del
pontefice, e nullameno così forte da pretendere a un regno; parato ad
ogni fine, capace d'ogni mezzo, gran signore, impenetrabile, romantico
al punto da mescolare imprese galanti a tragedie di guerra, non
obbliandosi mai: sobrio e dissoluto, spezzando impassibile i proprii
migliori strumenti come Don Ramiro appena gli si appesantissero nella
mano, era bene la più gagliarda figura italiana del secolo. L'orrore
che adesso in noi desta il solo suo nome era allora quasi tolto dai
costumi del tempo; solo la sua idea e la tragica costanza nel seguirla
restavano grandi. Involontariamente il Machiavelli lo paragonò a
parecchi eroi dell'antichità e il Valentino uscì trionfante dal
paragone: Agatocle non era certo nè maggiore nè migliore di lui.
La relazione mandata dal Machiavelli alla Signoria sulla strage di
Sinigallia pare scritta sul marmo, tanto freddo ne spira; mentre il
suo disprezzo per Vitellozzo e Oliverotto, che non sanno
coraggiosamente morire, rivela più che ogni altra frase, l'ammirazione
inspiratagli dal Valentino impassibile nella buona come nell'avversa
fortuna.
La figura del duca dominò quindi tutta la vita del Machiavelli, che la
pratica della politica veniva riconfermando nella necessità dei mezzi
da lui adoperati. Lo studio di Roma antica colla sua virtù puramente
politica e la gloria universale lo attirava invece nel sogno di una
nuova Italia libera e grande.
Ritornato a Firenze, la titubanza della Signoria e la timida
insufficienza del Soderini dovettero ancora fargli sentire più
vivamente quello che avrebbe potuto diventare il Valentino signore di
Firenze. Quindi ebbe altre cariche; provvide all'ordinanza della
milizia e vi accudì al punto di fanatizzarsene e farne la base di
tutto un sogno politico, la ricostituzione dell'Italia mediante la
costituzione di una milizia nazionale. Poi fu mandato a Siena incontro
al Cardinale di Santa Croce legato del papa all'imperatore
Massimiliano, che minacciava di scendere in Italia a cíngere la corona
imperiale. L'incarico del Machiavelli era d'indovinare possibilmente
dal legato quale potesse essere l'animo dell'imperatore. Allora la
Francia colla sanguinosa repressione di Genova risorgeva in potenza, e
Massimiliano naturalmente suo rivale era una testa così bizzarra da
pretendere qualche volta di farsi persino papa; ma la Dieta,
lesinandogli uomini e danari, gli impediva anche quelle imprese che
sembrava consentirgli.
Massimiliano aveva chiesto a Firenze in nome dell'impero 500,000
fiorini. I Fiorentini che non potevano pagare così grossa somma,
temevano di negarla, e non avrebbero osato concederla per non perdere
l'amicizia francese.
Si pensò a mandare ambasciatori a Massimiliano, ma parve finezza farli
precedere da qualcuno che saggiasse il terreno. Il Soderini nominò
Machiavelli; ma questi era un subalterno. L'orgoglio fiorentino
protestò; fu mandato il Vettori. Il Macchiavelli non era dunque
arrivato, dopo parecchi anni di ufficio, questi che doveva passare ai
posteri per il più furbo dei politici, a conquistare in Firenze
nemmeno l'importanza di un Vettori, volgare letterato e politicante,
che solo la sua amicizia con lui ha salvato dall'oblio.
Finalmente dopo molto armeggio il Soderini, che lo proteggeva, riuscì
a mandarlo al Vettori come corriere apportatore di uno schema di
accordo coll'imperatore, che il Vettori solamente doveva giudicare se
presentabile o meno. Dalle lettere del Macchiavelli risulta che quel
tenere a bada l'imperatore dilazionando il pagamento, gli pareva
altrettanto inutile che pericoloso; ma i fatti gli diedero torto,
poichè la tregua concordata nel Giugno 1508 fra Massimiliano e Venezia
salvò i Fiorentini dal pagamento.
Il Machiavelli scrisse su questo viaggio nella Svizzera ai confini di
Alemagna un rapporto, nel quale si è voluto vedere una grande
profondità politica, I Tedeschi ne sono andati lieti per i complimenti
alla Germania, gl'Italiani come di una scoperta fatta da uno dei loro.
Fra i primi il Gervinus, solito ad ingannarsi sui letterati italiani,
come nei giudizi sul Foscolo e sull'Alfieri, giudicò, cedendo al
fascino del patriottismo, questo rapporto del Macchiavelli come un
capolavoro di analisi sul governo tedesco e sull'imperatore; mentre il
Mundt con più fine accorgimento vi notò l'influenza della _Germania_
di Tacito; fra i secondi il Villari facile ad ammirare il
Macchiavelli, deve pur confessare che le relazioni dell'ambasciatore
veneto Quirini sono anche più acute, e che il Guicciardini a parità di
caso è sempre più sicuro. La meraviglia davvero singolare di questo
rapporto è invece l'oblio della rivoluzione religiosa e politica che
agitava allora la Germania. Il Macchiavelli non sembra nemmeno
sospettare che la Germania sia in preda a una delle più grandi
rivoluzioni del mondo.
Le sue osservazioni sulle costituzioni svizzere e tedesche non
oltrepassano le forme militari e politiche apparenti: raccoglie dati
statistici, s'impressiona alla differenza del costume nordico, robusto
perchè feroce, coll'italiano corrotto per troppa coltura, e ne fa un
idillio di virtù nazionale che la Germania era ben lungi dall'avere in
quel tempo. I libri stessi di Lutero, e lo studio fatto ora della
grande riforma lo hanno largamente confermato. In questo primo
rapporto si scopre già l'errore scientifico che informerà tutta
l'opera del Macchiavelli, il barattare sempre il Governo per lo Stato,
isolando le forme politiche dalle grandi ragioni sociali. La questione
religiosa d'allora, che conteneva tutta l'odierna civiltà, gli sfugge
quanto il cinquecento italiano collo immenso movimento artistico, nel
quale viveva. In quel rapporto da lui parecchie volte rimaneggiato non
fa alcun accenno alla storia tedesca; senza dubbio l'ignora, ma
trascurandola del tutto sembra giudicarla inutile alla conoscenza del
presente. Tutte le sue osservazioni sono sulla superficie; della
coscienza del popolo, delle idee che compongono la sua civiltà, de'
suoi bisogni spirituali, de' suoi ideali nessuna preoccupazione.
Vessel e Huss non gli richiamano al pensiero Savonarola. Il Cantone
svizzero non gli ispira alcun vero confronto col Comune italiano, la
feudalità teutonica e italica per essere egualmente ostili al comune
non hanno per lui essenziali differenze. Se gli Svizzeri e i Tedeschi
sono militarmente superiori agli Italiani, egli spiega volgarmente
tale inferiorità nazionale colla corruzione del popolo e l'insipienza
dei governanti, senza sospettare che una causa più profonda, debba
produrre questi effetti che gli paiono cause.
Così nei Ritratti delle cose di Francia non avverte il moto religioso
che già vi fermentava e non analizza l'opera compita da Luigi XI: nota
il Parlamento ma non l'esamina, coglie a volo la devozione e
l'accentramento prodotto dall'eccessiva unità di comando,
contentandosi di ripetere sul carattere francese le osservazioni di
Giulio Cesare.
In questo torno il Machiavelli nominato commissario al campo di Pisa
intese quasi esclusivamente all'ordinanza della milizia, confermandosi
nelle idee che doveva poi esporre nei _Dialoghi dell'Arte della
guerra_; e siccome finalmente Pisa gli si arrese, potè per la prima
volta dopo molti anni di pratiche politiche, sfruttando l'opera
dell'illustre e sfortunato Giacomini, acquistare in Firenze una certa
importanza, la quale nè durò nè crebbe. A traverso tutte le
conflagrazioni italiche d'allora il governo repubblicano del Soderini
si approssimava fatalmente alla morte. Infatti, dopo la battaglia di
Ravenna il cardinale Giovanni de' Medici, che doveva poi diventare
Leone X, l'assalì: il Macchiavelli si illuse sulla vitalità del
governo e sulla stabilità della propria ordinanza, che a Prato fu
ridevolmente sbaragliata dal primo assalto degli Spagnuoli. I Medici
rientrarono in Firenze, e il Macchiavelli, impiegato subalterno ma
fedele del governo vinto, fu licenziato.
Questo, che fu il maggiore avvenimento della sua vita, rivela il suo
carattere e il suo ingegno politico.
Democratico per istinto, Macchiavelli non aveva certo tempra
repubblicana; pittore della politica, non era politico vero, giacchè a
nessuno, anche minore di lui nell'ingegno, poteva o doveva sfuggire
l'inanità del governo del Soderini e la forza crescente del partito
dei Medici. Il Macchiavelli che disprezzava il Soderini, e morto lo
colpì col migliore dei proprii epigrammi, lo sostenne sino all'ultimo
per rivolgersi, appena lui caduto, ai Medici chiamandoli bassamente
padroni. Voleva così ottenere da loro la riconferma nell'impiego, che
invece gli fu tolto in quelle prime ore della diffidenza. La sua
condotta non fu quindi nè abile nè forte: impiegato ligio al governo e
senza fede ne' suoi uomini si limitò, egli che poco dopo doveva
scrivere il _Principe_ per consigliare ad un Medici l'arte d'imporsi
con qualsiasi mezzo, a conservare in quel trambusto che decideva della
fortuna e della vita di molti, il posto povero e inferiore di
segretario; e ne fallì persino il modo. La fedeltà nel suo caso non
poteva essere che eroica o volgare: politico del cinquecento, doveva
tradire la repubblica condannata irremissibilmente a morte e cacciarsi
nelle file dei Medici nuovamente arbitri dell'Italia; repubblicano,
doveva cadere colla repubblica rinunciando all'impiego per esulare o
congiurare. Invece sorpreso come Soderini dagli avvenimenti, non si
mostrò che impiegato devoto a ogni padrone e preoccupato anzitutto
dello stipendio.
Ma per Macchiavelli, come per la maggior parte degli artisti, scienza,
religione, politica e filosofia, tutti hanno i proprii, la fibra del
carattere non corrisponde sempre all'ingegno, mentre il suo ingegno
stesso per essere speculativo si smarrisce nel tumulto dell'azione,
alla quale poi ripensando rifà così facilmente il processo. Che cosa
avrebbe detto il duca Valentino del diplomatico, che doveva diventare
il suo storico, vedendolo in così triste arnese e con sì magra figura
in mezzo ad avvenimenti tanto facili a prevedersi e a sfruttarsi?
Macchiavelli decaduto dall'impiego rimase povero e sospettato. Il suo
ingegno si offuscò, la sua abilità venne meno. Incapace di trovare
adito ai nuovi padroni, dei quali non aveva saputo attirarsi
l'attenzione nè col tradimento nè colla resistenza, ripiombava
nell'oscurità e nella miseria con tutta la famiglia. Ma la sua era
meno l'amarezza di una grande ambizione delusa che l'umiliazione di un
gran disastro borghese. Le necessità della vita quotidiana sopratutto
lo esasperavano, togliendogli di meditare un qualunque espediente per
uscire di quella povertà, ora che il cardinale Giovanni diventato
Leone X spiegava un fasto, che doveva poi restar celebre nella storia.
Tutti correvano a Roma, venturieri, letterati, artisti, intriganti di
ogni risma e capacità. Il nuovo papa, politicante come tutti i Medici
quantunque troppo inferiore a Giulio II, tramestava moltissimi
disegni. Una folla di segretari lo circondava; i letterati arrivavano
a sciami. Il Macchiavelli che sentiva di non esserlo non osò muoversi,
giacchè in Vaticano fra il Bembo e il Sadoleto sarebbe parso un
ignorante. Si limitò quindi ad insistere presso il Vettori, legato a
Roma, perchè gli ottenesse la grazia di un qualsiasi impiego dai
Medici.
Ma a ciò faceva ostacolo sopratutto l'ultima congiura del Boscoli e
del Capponi, infelicemente troppo simile a quella dell'Olgiati in
Milano e nella quale il Macchiavelli era stato compromesso. Non già
che egli avesse congiurato; il suo animo non era da tanto, ma come
fautore del Governo caduto, il suo nome da quei giovani eroicamente
sventati era stato scritto sopra una lista di persone che speravano
aderenti. Il Capponi e il Boscoli morirono stoicamente; il
Macchiavelli ricevette quattro o sei tratti di corda, e riconosciuto
innocente fu rilasciato.
Su questo imprigionamento e sulla tortura patita le fantasie
patriottiche, specialmente italiane della prima metà di questo secolo,
hanno tessuto tutta una storia di martirio, facendo del Macchiavelli
non solo un rivoluzionario moderno nato per eccessiva precocità nel
quattrocento, ma un eroe. Il vero è che quasi all'indomani, poichè la
lettera è del 13 Marzo e le prime carcerazioni dei congiurati erano
avvenute il 18 Febbraio, il Macchiavelli scriveva al Vettori
lagnandosi del tristo accidente e scongiurandolo ancora di ottenergli
qualche impiego dai Medici; il vero si è, e molto brutto questa volta,
che in prigione compose tre sonetti indirizzati a Giuliano de' Medici,
in uno dei quali descrivendo il supplizio de' suoi compagni di corda e
la tragica attesa dei condannati a morte, egli già sicuro di esserne
fuori, usciva in questi versi pochissimo belli anche letterariamente:
Quel che mi fè più guerra
Fu che dormendo presso l'aurora
Cantando sentii dire: per voi s'òra
Or vadano in malora,
Purchè vostra pietà ver me si voglia,
Buon padre, e questi rei lacciuol ne scioglia
Il cinico egoismo di questa suprema imprecazione ai condannati
repubblicani che l'avevano compromesso, e l'umile preghiera al buon
padre Giuliano onde lo sciolga dai lacci, rivelano nel Macchiavelli
l'uomo incapace di forti azioni e di eroici sentimenti, che piombato
dalla nuova miseria in una impreveduta tragedia insultava e pregava,
calcolando magari che l'insulto ai compagni sarebbe presso il tiranno
più efficace della preghiera.
Ma qui finisce la vita politica del Macchiavelli e incomincia la
letteraria. Nella prima non fu certo un politico, e i Signori che
l'adoperarono e i contemporanei che lo conobbero, gli concessero ben
poca importanza: non previde e non diresse avvenimenti, non fu di
nessun partito e non se ne creò uno, cadde travolto nello sfacelo del
governo come tutti i servitori che non sanno nè prevedere nè dividere
nè profittare della ruina del padrone. L'attività politica non poteva
avergli insegnato molto, giacchè non era mai riuscito ad applicare
idee proprie, e non s'impara davvero che governando: aveva molto
viaggiato, osservato, conversato, poco letto. Nella seconda elaborò
quanto aveva raccolto e vi aggiunse quanto di latente si agitava nel
suo spirito.