In tutta la mia vita di trentaquattr'anni non ero mai rimasto a letto
un giorno solo; adesso sono già tre mesi che non me ne alzo, e il
medico non osa rispondermi allorchè lo interrogo febbrilmente:
--E così, quando mi fai uscire?
Il peggio della cura è superato: ho sopportato venti giorni e venti
notti un chilogramma di ghiaccio sul ginocchio, stando immobile come
un cadavere. Il freddo che si produceva sotto le lenzuola era così
intenso che la pelle mi è rimasta accaponata per tutti quei venti
giorni. Mangiare non era possibile, per riscaldarsi o stordirsi il
bere non bastava. Non ho potuto nè leggere nè scrivere. Gli amici
venivano e ritornavano nelle varie ore del giorno; la mia vecchia
cameriera mi si affannava talmente intorno non sapendo più che cosa
fare per lenirmi la esasperazione del dolore, che mi toccava sgridarla
quando piangeva.
Povera Lucia!
L'ho intesa più volte lagnarsi che la disgrazia non sia toccata a lei.
--Io sono donna; noi donne possiamo restare in casa o a letto quanto
ci pare.
In questo slancio di bontà vi era una profonda osservazione
filosofica, giacchè sento che l'inazione, alla quale sono costretto,
mi pesa assai più del ghiaccio che allora m'intormentiva il ginocchio.
Sopra tutto mi dispera il dubbio di rimanere a letto chissà ancora
quanti mesi, e zoppo per tutta la vita. Ah! trovare un ostacolo ad
ogni passo, sentire ad ogni moto la propria deformità, non poter
discendere una scala, accompagnare un uomo, raggiungere una donna,
afferrare un cavallo; impotente, smezzato, contemplando da una sedia
la campagna come un prigioniero dalla inferriata... ma il prigioniero
può sperare di segarla e fuggire....
Gli amici che mi confortano sembrano poco persuasi delle loro frasi.
Solo la Lucia è sicura che guarirò perfettamente, ma non ha altra
ragione a questo che un'affezione di trent'anni; sono quasi suo
figlio. Se restassi zoppo, ella sosterrebbe con tutti che non è vero.
Quando mi vide arrivare nel cortile, solo, colle gruccie sul
carrettino, guidando lo stesso cavallo che mi aveva rovesciato, gettò
un urlo. Aveva saputo della disgrazia, ma non la temeva così grave.
Avevo voluto discendere solo dalla villa, arrischiando così impotente
ad ogni moto di pericolare lungo la strada, non so bene il perchè. Era
una reazione della vanità offesa dalla caduta che si cimentava contro
l'oscura possibilità di altri pericoli, o il bisogno di fermarmi solo
a contemplare il luogo del mio disastro? Infatti, mi vi arrestai.
La giornata era nebbiosa, il vento aveva già disciolta la prima neve
caduta. Mancavano due giorni al Natale. La strada gremita di biroccie
era quasi impraticabile per la ghiaia distesavi di fresco; i passeri
volavano sulle siepi davanti al mio cavallo, o sfiancando
improvvisamente si cacciavano in un pagliaio o sotto un fascio di viti
abbandonate ai piedi degli alberi. Qualche pettirosso balzava dal
fossato sopra un paracarro guardandomi venire con due occhietti umidi
e brillanti, mentre la bavarina aranciata arruffandoglisi faceva
sembrare le sue zampine quasi troppo sottili. Ma d'un tratto schizzava
via, e posandosi sopra uno stecco salutava e spariva.
A mezza strada un impeto forsennato di collera mi fece frustare il
cavallo, che si slanciò alla carriera; perdetti quasi una gruccia.
Giunsi alla via Emilia!
Cominciava il tramonto. Lontano sulle ultime vette una muraglia di
nuvole nere si perdeva nel cielo frastagliandosi, quasi confine e
baluardo di sconosciute tempeste. Una tristezza umida si aggravava
nell'aria. Gli alberi dei campi già sfogliati dai contadini avevano la
desolata nudità del grande inverno, mentre le quercie rimaste sui
limiti fra podere e podere lasciavano cadere le ultime foglie
ingiallite. La via Emilia in quell'ora e in quel giorno non votato ai
mercati dei paesi vicini, era quasi deserta: il suo largo piano,
diritto e stupendamente conservato, allora senza ghiaia, aveva un'aria
di pulitezza e di abbandono che impensieriva. Ero trascorso oltre
Castel Bolognese e proseguivo al passo verso Faenza. I passanti erano
pochi, scarse e fievoli le voci che arrivavano dai campi. Riparati per
dormire nei cipressi e nelle edere sempre verdi delle ville
abbandonate, i passeri non si mostravano più; solo qualche pettirosso
s'affacciava ancora fra le siepi nella eleganza signorile dei propri
colori e con moti di delicatezza raffinata fino alla civetteria. La
sera si appressava velando sui campi il grano sorto da poco; qualche
lume appariva già alle finestre, molte scintille sfuggivano dai
camini.
La maggior parte dei lavoratori cominciava già a ritornare nelle case,
che si disponevano a riceverli colla letizia del fuoco e della cena.
Involontariamente abbassai la testa e rattenni il cavallo.
Il paesaggio era solenne, l'ora severa.
In quel momento nessuno passava per la strada.
Un tumulto di memorie, di pensieri, di sentimenti mi sopraffece. La
via Emilia immensa e vuota mi si allungava davanti: non un rumore
passava nella sera, non una forma saliva dai campi. Il cielo plumbeo
sembrava aver perduto persino il ricordo degli astri, sulla terra
bruna erano cessati tutti i colori ed i moti della vita. Una inerzia
crepuscolare copriva la natura arrestandone l'infinita instancabile
varietà; e la via Emilia aperta per essa da una storia di quasi tre
mill'anni, altrettanto nuda e deserta, pareva annunciare che anche la
storia era finita. Una stessa sera conchiudeva le date dello spirito e
i giorni della materia, le epoche della terra e i secoli della
civiltà.
Ero solo, ero l'ultimo.
Quanti popoli, quanti individui, quante vicende erano passate per
quella strada! Quanti mutamenti di natura intorno ad essa e nullameno
quanta immutabilità nel paesaggio, dacchè il primo sguardo lo consegnò
alla prima memoria! I colli erano sempre gli stessi: la natura vi si
era destata nella primavera ai medesimi venti, ornandosi dei medesimi
fiori; vi aveva soffocato nell'estate fra i raggi del sole e le vampe
più cocenti di una fecondazione maturante ad ogni minuto, vi si era
assopita nelle malinconie lagrimose degli autunni, aveva simulato di
morirvi sotto il bianco lenzuolo di tutti gl'inverni. Dietro ai primi
colli rugati da minimi ruscelli se ne alzavano altri più uniformi di
colore, e dietro altri ancora violacei e trasparenti a certe ore, in
altre rigidi ed acuti sul cielo grigio ed unito. E le stesse vette da
tremill'anni attiravano lo sguardo di tutti i viandanti, mentre la
stessa voluttà nelle curve, la stessa improvvisa arguzia nei
distacchi, la stessa soavità d'inclinazioni producevano le medesime
sensazioni e le medesime idee. Le esclamazioni dei passeggieri si
erano alternate in una rapida e tumultuosa vicenda di lingue, ma
significando sempre la stessa cosa: tutti trascorrendo sul facile
piano della strada avevano guardato quei colli, sui quali le case sole
mutavano in mezzo alla eterna bellezza della natura.
Non erano romani, ma galli, i primi che da quei colli videro la
pianura rigarsi di una larga striscia bianca. Era la nuova strada
Emilia, che staccandosi dalla via Flaminia alla sua estrema punta di
Rimini, la più antica colonia romana, proseguiva verso le più recenti
per Bologna sino a Piacenza. Allora la pianura, che dai colli
discendeva verso il mare, era ben più stretta di ora e si arrestava al
labbro della immensa palude Padusa entro la quale Ravenna, antico
villaggio lacustre, aspettava nella calma della ignoranza di succedere
a Roma come capitale dell'occidente. I più floridi paesi della romagna
non esistevano ancora; un'acqua torbida ed inerte, tratto tratto
percossa da innumeri tuffi di uccelli vallivi, evaporava lentamente al
sole avvelenando nell'aria ogni alito di vita; il mare lontano, cerulo
sotto l'argento delle sue spume, la chiudeva come in un immenso monile
niellato. La palude serpeggiava avanzandosi verso i colli o
indietreggiando verso il mare a seconda dell'impeto dei fiumi che vi
si cacciavano, sempre più intricata da vegetazioni acquatiche, nelle
quali s'impigliavano i remi dei piccoli canotti. Oggi nel medesimo
luogo i mietitori ripetono negli stornelli le canzoni di quei primi
pescatori, che la storia non conobbe o invitò pei campi,
trasformandoli sino d'allora in agricoltori o in mercanti.
Allora la strada era un margine alto sui campi e sulla palude, pel
quale Roma mandava le proprie legioni a frenare i popoli vinti o non
ancora fusi dalla sua civiltà. Alcuni fra essi, come i galli Senoni,
furono distrutti o cacciati; la maggior parte degli altri rimasero, e
quella lunga linea bianca, che li univa a Roma, li persuase ad altra
vita; l'agricoltura successe alla pastorizia, il commercio raddoppiò
l'agricoltura, dietro le legioni passarono i cittadini di Roma, i
barbari li seguirono, e Roma crebbe trasformandosi da città vincitrice
in capitale d'Italia, da capitale d'Italia in centro del mondo.
La strada costrutta nell'anno 567 dal console M. Emilio Lepido
quindici anni dopo la battaglia di Zama, nella quale la mediocrità
vanitosa di Scipione sopraffece il più gran genio militare apparso
nella storia, era destinata ad allacciare la naturale frontiera del Po
a Roma, vertice del grande triangolo della via Flaminia e Aretina
riunite a Bologna per la via Cassia. Al di qua del Po prevaleva la
costituzione civile degli Italioti, al di là la costituzione cantonale
dei Celti.
D'allora quanti popoli, quanti individui, quante vicende sono passate
per la via Emilia!
Sollevazioni di popoli soggetti, invasioni di popoli stranieri,
eserciti fuggenti nelle sconfitte, legioni taciturne nelle marcie
forzate di una riscossa o chiassose nel ritorno di un trionfo,
legionari mutati in coloni e pellegrini verso le terre loro assegnate
dal Senato, carovane di mercanti e di pastori; Galli ed Etruschi,
Celti e Veneti, Liguri ed Allobrogi, Insubri e Germani montati su
cavalli addestrati nelle guerre o selvaggi ancora della vita libera
delle foreste, sopra traini rotolanti su cilindri o carri falcati di
battaglia o bighe leggiere o plaustri dipinti trasportanti merci o
masserizie, famiglie e tribù, armati ed inermi, uomini e donne;
cacciati tutti dall'istinto inconscio della storia, forti, deboli,
morenti e morti, tutto è passato per questa strada verso Roma e da
Roma verso tutta l'Europa superiore. L'orma forcuta degli armenti vi
si è calcata sull'orma di tutte le cavallerie, il passo unito delle
falangi vi ha coperto le pedate disordinate dei viandanti, il solco
delle rotaie ha subíto il taglio di tutte le ruote e non ne ha
conservato alcuno. A ogni vento a ogni pioggia a ogni raggio di sole,
tutto era cancellato; il sandalo si sovrapponeva al coturno, i piedi
scalzi più larghi e più numerosi appianavano ogni rilievo pestando
colla stessa indifferenza la traccia lasciata nella polvere dal manto
del trionfatore o dal fieno spiovente sui carri, da una zampa di
elefante o da una coda di lucertola.
Per quanto cupa la notte e il sole cocente il passaggio non si è mai
arrestato sulla strada. I campi a certe ore sono deserti, ma la strada
non lo è mai, giacchè i mutamenti più terribili e subitanei della
natura vi sono senza efficacia e ogni temporale è sempre sicuro di
trovarvi qualche infelice su cui aggravarsi. Gli acquazzoni sono rari,
il fiotto umano incessante. Nulla può fermarlo. La cavalleria degli
eserciti intoppa lungo la strada nell'asinello del contadino o nei
porci del mandriano: mentre i soldati pensano alla battaglia
imminente, le fanciulle che ritornano dai villaggi li guardano tra
curiose e sbigottite e appena passati ripigliano il filo dei cicalecci
domestici; sulla stessa pietra miliare si sono sedute tutte le umane
varietà dal mendicante all'imperatore, dal fanciullo folleggiante al
vecchio estenuato, e tutti hanno consultata la sua cifra
interpretandola d'infiniti significati.
I campi che circondano la strada mutano padrone e coltura, ma la
strada non cangia e non sente: tutto passa per lei sempre egualmente
larga e piana a tutti. Gli uomini possono sognare tra sè stessi ogni
differenza, ma sulla strada non ne manterranno alcuna; nessuno potrà
farla più breve o più lunga, scemarvi la polvere o il fango, o
lasciarvi la propria traccia indelebile. La strada è come la storia,
nella quale nessuno può fermarsi. Non una parola o un'idea vi è
rimasta delle infinite che si dissero o si pensarono lungo i suoi
margini. I monumenti, che l'individuo s'innalza per sfuggire alla
morte, sono altrove: tutte le città ne spesseggiano, ma la vita della
città risulta appunto dalla sosta di tutte le vite individuali che vi
si addensano. La strada è il fiume che corre sempre, la città è la
palude che si agita talvolta ma non corre mai. E l'uomo ha sentito di
non poter lasciare la propria traccia che dove tutti gli altri si
arrestano; nella sosta di tutti il più forte poteva pretendere di
fissare per sempre la propria immagine, mutandosi così per quelli che
giungerebbero in nuova ragione di fermata.
Nella strada come nella natura uomini e viventi sono eguali. Nessuna
feroce e demente fantasia di tiranno ha mai pensato ad interdire la
strada a qualcuno, alzandola a privilegio di classe. Il cavallo più
veloce e il pellegrino più lesto possono raggiungere e sorpassarvi
chiunque vada più lento; a tutti gli stanchi i margini offrono lo
stesso erboso sedile, ma non vi sono posti privilegiati per nessuno;
non vi è regola pel passo, norma alla fermata, obbligo di ore nel
viaggio. Tutti sono egualmente liberi di proseguire o di arrestarsi,
di tacere o di cantare.
All'ombra dello stesso albero, forse nel medesimo giorno si saranno
fermati un grande poeta e un accattone scemo; dal medesimo parapetto
di ponte avrà abbassato lo sguardo Giulio Cesare e la bimba reduce
dalla più vicina bottega coll'ampolla dell'olio nelle mani. Mentre
Caio Mario sarà passato ruminando il gran disegno di distruggere i
Cimbri, dietro lui un vecchio mendicante, incantatosi nello spettacolo
delle legioni, avrà sorriso lungamente calcolando il guadagno del
concime raccattato entro un cesto, estremo capitale di tutta la sua
vita di lavoro. E quando il terribile guerriero sarà ripassato
vittorioso, non avrà riconosciuto quel medesimo vecchio intento a
spiarlo dal medesimo posto, e non avrà certo pensato che per lui il
suo passaggio nella strada era eguale a quello di ogni altro per
quanto il suo arrivo a Roma potesse essere diverso, giacchè quel
vecchio non avrebbe poi distinto nella piccola fossa del concime lo
sterco del cavallo di Caio Mario da quello di tutti gli altri cavalli.
Quel vecchio che restava e resta ancora sulla strada, giacchè la razza
di quelli che vi raccolgono il concime è indistruttibile, dietro ogni
viandante aspettando ciò che qualunque più povero è pur costretto ad
aver di superfluo, somiglia singolarmente al tempo, quale la fantasia
dei pittori ha sempre voluto dipingerlo: invece della falce un
mozzicone di badile e un cesto per giunta. Ma se ciò che vi depone è
tutto quanto resta di ogni viaggio umano, la sola differenza che sulla
strada distingua il passaggio dell'uomo da quello dell'animale, la
sola ricchezza che si possa raccogliere dove tutte passano, l'opera di
quel vecchio e il suo risultato sono la più vera definizione della
vita umana, che nessun filosofo ha ancora avuto l'ingegno o il
coraggio di formulare.
E nella strada, per la quale tutti sono costretti a passare più o meno
spesso, alcuni sembrano abitare, e sono mendicanti, carrettieri di
ogni sorta, pellegrini che nessuna città può rattenere, vaganti pel
mondo quasi per provare a coloro che vivono e muoiono nel paese ove
nacquero, che quello è sempre stato uno anche quando la sua unità non
era ancora passata dalla vita nella storia. Questi nomadi, pei quali
la curiosità della vita altrui è la suprema ragione della propria,
rappresentano il principio della eterna mutabilità. La loro patria è
il mondo, il loro Dio un ignoto, la loro famiglia imitata su quella
degli uccelli, che fanno il nido dovunque e costruendo il secondo non
ricordano più il primo; la loro intrepidezza è al di sopra di tutti i
bisogni, la loro costanza lunga quanto la loro vita.
Poeti del viaggio, cantano non scrivono: filosofi della umanità, prima
che questa idea fosse concepita e fusa questa parola, passano
artisticamente curiosi e cinicamente indifferenti attraverso tutti i
popoli, pensando quando capiscono, sorridendo quando non comprendono;
liberi nella schiavitù universale della storia che sottomette i
sudditi ai re e i re a sè medesima, ricompendia o in sè stessi la
poesia dei mari e dei monti, dei campi e delle paludi, delle città e
dei deserti, ma non amano che la strada nella quale sentono di essere
primi. I loro mestieri mutano ad ogni stazione; la loro esperienza che
ha visto tutto vince la diffidenza istintiva dei volghi, che li
accolgono e li attorniano interrogando; ma inflessibili quanto la
strada che passa oltre ogni difficoltà di terreno, attraversano ogni
zona di civiltà e di natura, raccogliendo omaggi e disprezzi come
tutti coloro che vivono diversamente degli altri.
Per essi una rivoluzione è poco più di un tumulto di mercato, se vi
arrivano nell'ora dello scoppio: una catastrofe di governo non ha
l'importanza della caduta di un ponte: ogni finale di dramma ne sia
Cristo o Socrate, Caio Gracco o Cola da Rienzi, Cicerone o Savonarola
il protagonista, diventa uno spettacolo pagato largamente dalla fatica
di un viaggio interminabile. Essi vanno, ma non arrivano e non
ritornano mai. Non aspettano alcuno e nessuno li attende: non migrano
perchè non intendono fermarsi, non viaggiano perchè non hanno scopo,
non lavorano perchè ogni lavoro suppone un ambiente, ma guardano e
girano. L'abbandono di ogni ricchezza, il dispregio di ogni posizione
li rende superbi, ma la coscienza della inanità di tutti gl'impieghi
umani li persuade all'umiltà, e accattano. Che importa il pensiero o
la parola di quelli che donano? Essi ricevono e dimenticano anche più
prontamente di loro. Tutta la civiltà e la natura è per essi un
teatro, giacchè dalla strada si vede e si sente tutto: come la strada
rimane bianca a traverso ogni luogo e malgrado ogni passaggio, essi
restano impassibili a traverso le sensazioni di tutti.
E così somigliano ai grandi individui della storia, incogniti tra
l'egoismo ignorante della piccola gente che non distingue quasi mai il
personaggio decorativo dal personaggio storico, mentre la natura anche
più indifferente si varia pei campi, e tutti i suoi viventi non hanno
per la strada la più vaga delle attenzioni. Che Giulio Cesare discenda
la via Emilia verso il Rubicone, o una compagnia di gladiatori la
rimonti verso il circo di Verona, per gli uccelli che cantano e pel
ramarro che fischia la cosa è ben indifferente. Invano gli uomini
sopraffatti da tragico senso scrutarono spesso nel volo degli uccelli
o nelle viscere dei buoi il secreto delle imprese nelle quali si
sentivano mortalmente attirati. Le cornacchie migranti a sera sui
campi per andare a dormire lungi lungi non mutarono mai il battito
delle ali perchè uno sguardo ansioso di aruspice lo studiava dalla
strada; ma se nel loro piccolo cervello di volatili avessero potuto
supporre che gli uomini, soli pensatori nella natura, cercavano nel
moto delle loro ali un indizio per la sorte delle imminenti battaglie,
avrebbero certamente sorriso se il becco l'avesse loro permesso.
Che importa all'usignuolo nascosto nel fogliame dell'albero più denso
presso il parapetto del ponte, se il viandante arrestatosi ad
ascoltarlo sia Catullo che si reca in villa a Sermione, o Tasso che si
allontana mendicando? Che importa al passero garrente sulle siepi nei
pigri mattini dell'autunno, se il primo frate che si ferma ad
ammirarlo e gli sorride come per un conforto ricevuto a una nuova
giornata di lotta, sia Lutero che ritorna da Roma meditando la
terribile rivoluzione onde incendierà tutta l'Europa, o S. Francesco
d'Assisi che s'affretta verso l'abituro di un povero per compiervi un
altro miracolo di amore? Che importa al falco roteante nell'aria colle
ali dorate dal sole del meriggio, se lo sguardo umano che lo ammira
dalla strada sia quello di Corradino di Svevia, fanciullo cacciatore
di corona, o quello di un vecchio uccellatore al quale la sua vista
ricorda molti drammi minuti di zimbelli ciuffati da altri falchi sulle
verdi platee dei paretai? Forse che i falchi d'oggi rammentano come i
falchi medio-evali cacciassero nei cieli per l'uomo, riportandogli la
preda appena li richiamava col logoro, o forse che anche allora i
falchi liberi sapevano qualche cosa della vita dei falchi schiavi?
La natura non muta allo sguardo dell'uomo, ma bensì nel suo sguardo.
Quando Michelangelo e Tiziano sono passati per la via Emilia,
guardandone i paesaggi e ritraendone colori pei quadri futuri, i colli
non hanno accresciuta per vanità la propria bellezza, come sotto lo
sguardo imbecille di tutti i loro abitatori per migliaia di anni non
l'avevano scemata. Nessun grand'uomo ha mai resistito senza dolore al
disconoscimento della propria grandezza, ma la natura che non pensa, o
della quale il pensiero cosmico è ben superiore al pensiero umano, non
sussultò ancora di dispetto sotto l'occhiata stupida di uno solo fra i
suoi ospiti.
Eterna, e quindi insensibile, il dramma umano che le passa attraverso
non la commove. Quanti drammi sono passati nella via Emilia per
conchiudersi altrove o vi si sono compiti? La storia che conta solo i
massimi, nei quali l'individuo lotta pei molti, ne ha registrati
troppi perchè la memoria possa conservarne la cifra e la serie. La
tragedia è una, ma le sue scene sono molteplici, i personaggi
innumerevoli, e nullameno la vita è anche più ricca della storia. I
suoi piccoli drammi circoscritti negl'individui che vi periscono senza
traccia e senz'eco, sono come l'atmosfera, nella quale si compie il
grande dramma storico assorbendo le forze più elastiche della passione
e gli elementi più puri dell'ideale.
In quanti condannati a morte, volgari delinquenti o volgari ammalati
si saranno incontrati Arnaldo da Brescia o Aonio Paleario passando per
la via Emilia già consci della morte che li attendeva? In quanti
contadini migranti colle ultime masserizie verso le città, colla
fronte bassa per nascondere le lagrime, vi si sarà imbattuto Dante
esule da Firenze, fervido d'ira e di poesia? Quante risa idilliache vi
hanno stormito all'orecchio di Properzio o di Petrarca? Per quante
combinazioni di calcoli domestici e mercantili vi passarono
Macchiavelli e Galileo, combinando nel forte pensiero cifre storiche o
astronomiche, dati di algebra fisica o sociale? Quante fronti
giovanilmente superbe alla vigilia del trionfo e della morte vi si
sono alzate da Pico della Mirandola a Gastone di Foix, da Keats a
Bellini? Quanti storici da Tito Livio a Gibbon, da Guicciardini a
Duruy vi hanno involontariamente cercate le orme dei popoli, dei quali
ricostruivano nel vasto ingegno la storia? Giano della Bella e
Catilina, Andrea Doria e Nerone, San Luigi Gonzaga e Goethe, Heine e
Caterina da Siena, Napoleone I e Farinello, Caio Gracco e Cosimo De'
Medici, Bianca Capello e Annita Garibaldi, Alessandro VI e Mazzini,
Attila e Raffaello, Ignazio di Lojola e Catone, Boezio e il
connestabile di Borbone, poeti come Virgilio, ballerine come
Arbuscula, dame come Stefania, imperatori come Barbarossa, generali
come Consalvo, conquistatori come Carlo d'Angiò, pittori come
Leonardo, architetti come Brunelleschi, attori come Salvini; torme di
saltimbanchi e di gladiatori, carri pieni di statue e di leoni,
processioni di santi e di prigionieri, labari e stendardi, aquile e
gonfaloni, reliquie di santi e di governi, macchine di guerra e
d'industria, cortei di giustiziati e di giubilei, anfore e cannoni,
scialli e corrazze, ogni varietà di uomini e di cose soavi e
nauseanti, ignobili e sublimi, tutto è passato per questa strada che
fu lunghi secoli la più frequentata del mondo.
Se i grandi uomini che l'hanno percorsa vi si riunissero in un'ora,
forse la riempirebbero così da impedirne il passaggio ai piccoli che
la corrono quotidianamente.
Byron vi ha galoppato furioso e furiante dietro un'immagine o una
donna; Goldsmith vi ha camminato lentamente suonando l'organetto, col
quale si guadagnava le spese del viaggio; Leopardi vi ha pianto senza
dubbio; Monti vi ha sparato le proprie rime inesauribili come un fuoco
di moschetteria allegro e superbo. Il duca Valentino impadronendosi
delle Romagne vi sognò la conquista d'Italia, Vittorio Emanuele la
percorse quattro secoli dopo, luminoso nell'apoteosi di quel torbido
sogno. Shelley e Guerrazzi vi pensarono entrambi alla stessa Beatrice
Cenci; Augusto Lepido e Marcantonio vi si incontrarono per dividersi
il mondo; Francesca da Rimini e Galla Placidia vi hanno lasciato colla
loro leggenda il canto più bello e il più fino mosaico di ogni tempo;
Tasso ed Ariosto vi hanno meditato peregrinando la propria rivalità;
Lombardini e Paleocapa studiando i mutamenti del suo territorio vi
hanno cercato i primi profili della geologia storica: Pio VII e
Garibaldi vi sono passati egualmente espulsi da Roma, Teodorico e
Odoacre vi si sono contesi l'impero d'Occidente; Astolfo coi
Longobardi, Pipino coi Franchi v'iniziarono la lotta per il potere
temporale dei Papi.
Gli avvenimenti vi si susseguono agli avvenimenti; la via Emilia, uno
fra i più grandi fiumi della storia, corre sempre.
Le sue piene sono invasioni, i suoi straripamenti assumono nomi di
battaglie; presso i ponti de' suoi fiumi sorgono città e villaggi.
Dopo i Romani passano i Barbari, dopo i Barbari i Crociati, dopo i
Crociati gli eserciti di tutta l'Europa, che vengono a battersi in
Italia ancora centro della civiltà mondiale. Talvolta il suo piano
echeggia sotto il galoppo leggero dei Numidi alleati dei Romani,
cavalieri impetuosi come il vento dei loro deserti e altrettanto
mutevoli; tal'altra risuona sotto il cupo ritmo dei cavalieri Normanni
tremendamente gravi di ferro. I primi emblemi guerreschi che vi
guidarono soldati furono le aquile d'argento date da Caio Mario alle
legioni nella sua riforma militare, l'ultimo che vi passa oggi è la
croce rossa di Savoia in campo bianco nell'iride dei colori nazionali.
Quando il medio-evo ebbe mutato tutto il mondo romano, e la croce si
sostituì lungo i margini della strada agli Dei Termini, i colli della
via Emilia si coronarono di castella e di torrioni. I ladri, che
l'avevano naturalmente infestata a ogni tempo, si mutarono in bande di
masnadieri guidate dal signore, e le scaramuccie e i saccheggi per
secoli la macchiarono di sangue; ma anche allora seguitò ad essere
bianca ed illare sotto la gente che vi passava frettolosa obliando una
storia millenaria per gli affari d'un mattino.
Dove avvennero dunque le più grandi battaglie lungo la sua linea? A
quale svolta, da qual vicolo, su qual ciglio di campo si distesero gli
eserciti? Dove furono massacrati i feriti e seppelliti i morti? La
storia lo racconta, ma chi rammenta tutta la storia e può dirsi
passando per la strada: qui Giovanni Medici arringò le Bande Nere, o
Alberigo da Barbiano insegnò le prime manovre a' suoi fanti? A qual
punto della strada furono commessi quei tremendi delitti, oggi
dimenticati, che hanno fatto inorridire tante generazioni? A quale
altro tanta gente per noi sconosciuta vi provò la maggior felicità
della propria vita?
Tutti sono passati, e secondo il proverbio di Salomone non vi hanno
lasciato più traccia del fumo nell'aria, del serpente sulla pietra,
della nave sul mare, dell'uomo sulla donna.
Nulla nulla nulla, ecco tutto!
Ogni rumore finisce fatalmente nel silenzio; quando finirà il rumore
della storia? Sarà in una sera che copra colla pietà delle sue ombre
la sconcia agonia degli ultimi pellegrini, o in un meriggio che
insulti col suo fulgore al tramonto del pensiero umano? La natura,
nella quale creammo il regno dello spirito e alla quale imponemmo
talvolta colle scienze le nostre volontà di un minuto, sentirà in sè
stessa la nostra morte, o già preoccupata della nuova vita più alta
che dovrà succederci, avvertirà appena la nostra ultima caduta come
negli autunni quella delle ultime foglie?
Il piano della via Emilia e di tutta la sua pianura si abbassa: ai
calcoli più recenti il progressivo dislivellarsi del suolo rispetto al
pelo del mare sarebbe dai dodici ai diciotto centimetri per secolo. Il
pavimento del sepolcro di Galla Placidia è sotto la comune alta marea
circa un metro. Invano la terra rapita ai monti dai ruscelli e portata
al mare dai fiumi allunga il litorale e sembra alzarsi sul mare; il
mare indietreggia, ma si drizza minacciando. La scienza sospesa non
osa ancora decidere, quantunque il pericolo cresca ogni giorno, dacchè
gl'ingegneri della Serenissima lo segnalarono primi nel secolo XV. È
il suolo che si abbassa sotto il peso della vita che porta, o il mare
che si eleva secondo l'ipotesi meteorica del Mayer, mentre la luna
accelera secolarmente il proprio viaggio nei silenzi del cielo?
I pesci dell'Adriatico passeranno un giorno sulla via Emilia come vi
passarono le legioni di Cesare e di Napoleone?
La strada si rifiuta forse a conservare ogni orma di viandante, perchè
destinata a discendere per sempre sotto il mare, le orme umane non
apprenderebbero nulla ai viventi di laggiù?
Forse!
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