IV.

Appena salvato Garibaldi, l'opera di Don Giovanni fu conosciuta da

tutti: non ch'egli la dicesse, ma coloro che avevano preso parte

all'ultima fuga da Modigliana per l'Appennino, di confidenza in

confidenza la propalarono. Il vescovado ne venne istrutto e ne scrisse

alla Curia fiorentina: di là il quesito andò a Roma, e non vi si

risolse. Perchè? Le ragioni furono molte, ma non ne fu detta alcuna;

accennarle sarebbe stato un accettare pubblicamente il problema posto

dai fatti, impegnandosi a sentenziare.

Il Papa appena di ritorno da Gaeta aveva stabilito una commissione di

tre Cardinali colle maggiori attribuzioni politiche. Una reazione più

minacciosa che tremenda incominciò quindi per tutte le provincie

papaline ancora esercitate dalle ultime convulsioni rivoluzionarie.

S'imprigionava per denuncia di adepti senza vagliare nè discutere:

scarse le condanne, ma insoffribili le vessazioni; tutto e tutti erano

minacciati. I preti gongolanti dalla gioia dopo gli spaventi della

rivoluzione infierivano; le superstizioni compresse scoppiavano quasi

collo stesso impeto della rivolta liberale, mentre le lotte fratricide

dei partiti sembravano preparare un'altra guerra civile fra il lutto

delle famiglie orbate dalla guerra e lo sgomento del popolo incapace

di capire cosa alcuna attraverso affermazioni egualmente assolute di

libertà e di dispotismo. Roma, fatta proclive alla satira dallo stesso

scetticismo che la prostrava, chiamò la commissione dei Cardinali

triunvirato rosso della porpora, che nullameno si bagnò di sangue.

Il papato si riaffermava come regno. Nulla della rivoluzione, che lo

aveva rovesciato prima per sopprimerlo poi con un decreto di popolo

unico nella storia, doveva durare; la rivoluzione ispirata da Satana

come idea si era politicamente esplicata nella più ignobile e ladra

delle anarchie. Così almeno dicevano i diarii cattolici di allora. Ma

coll'istinto del popolo, che aveva veduto la rivoluzione riassunta

nella testa di Mazzini e nel cuore di Garibaldi, il papato concentrava

i propri attacchi nelle loro due figure, mentre tutti i suoi

predicatori tuonavano dal pulpito e il Padre Bresciani, estremo dei

gesuiti letterati, preparava nell'ombra le serie dei propri libelli

romantici, destinati all'infamia di una celebrità pari alla ribalderia

delle intenzioni e alla goffaggine dell'arte.

La reazione europea secondava la reazione papale fra la guerra

fratricida dei rivoluzionari, che rendeva quasi credibili se non

accette le violente affermazioni dell'autorità regia e papale.

Una corrente di odio alimentata dagl'interessi lesi durante la

rivoluzione, e rinvigorita dalla nuova persecuzione, sollevava le

masse inconscie contro la borghesia liberale; l'aristocrazia

minacciata dai principii più che dalle leggi rivoluzionarie

s'appoggiava alla plebe, e il clero proteggendo i privilegi dell'una e

l'ozio dell'altra, solleticava tutte le passioni per servirsene contro

l'entusiasmo generoso, che la tragedia della sconfitta sembrava aver

accresciuto nella miglior parte del popolo.

Ma troppo logico e spietato per perdonare nemmeno sè stesso, il clero

aveva fatto fucilare a Bologna Ugo Bassi, usando colla solita

ipocrisia di regno una pattuglia di tedeschi.

Ugo Bassi, debole e nervosa anima di poeta, aveva predicato prima

della rivoluzione e si era quindi battuto eroicamente in molte delle

sue battaglie, ma frate e suddito pontificio doveva essere doppiamente

inviolabile pei tedeschi alleati del papa. Nullameno, lo si volle da

loro fucilato.

Era dunque una rappresaglia contro la rivoluzione già morta, una nuova

fase di guerra a esterminio.

Ma poichè il numero di un popolo è sempre superiore a ogni smania

omicida di tirannia, e nella presente civiltà non è nemmeno più

permessa la decimazione di un villaggio, la persecuzione si accaniva

contro i capi più illustri per grado o per ingegno, comprando contro

di essi accuse di tradimento verso la rivoluzione, e cercando

contemporaneamente di coglierli prigioni. Senonchè la maggior parte di

essi avevano esulato o esulavano protetti dal popolo, che diffidente

degli stessi governi cui sosteneva, simpatizzava con loro banditi e

proscritti. Questo sentimento ostile del popolo alla legge, e che oggi

dopo tanta libertà di costumi e di ordini non accenna a scemare, basta

di per sè a qualificare i governi che lo hanno prodotto nella sua

coscienza.

L'odio più vivo del papato era naturalmente a Garibaldi, maggiore di

Mazzini nella coscienza popolare dopo il terribile dramma della

ritirata da Roma. Vinto ed ucciso, la riprovazione religiosa, che

colpiva la repubblica romana nella coscienza dei più lo avrebbe

pareggiato a tutti gli eroi di quell'assedio; non vinto e vivo e in

salvo grandeggiava sul disastro di Roma e pareva promettere al mondo

una rivincita. Nessun delitto era quindi peggiore dell'averlo salvato.

Garibaldi era la negazione di Roma papale.

Colpirlo nell'idea che incarnava, mostrandosi onniveggente ed

implacabile contro coloro che l'avevano in lui aiutata, doveva essere

necessariamente il programma di Roma. Gli uomini d'arme che avevano

accompagnato Garibaldi dall'America, i politicanti che lo seguivano

ora nell'esilio, non erano per lei colpevoli che a mezzo, giacchè

negando tutte le religioni, la loro negazione di Roma perdeva ogni

valore nella falsità del loro ateismo. Forse, anzi senza forse, Roma

guadagnava alla loro guerra.

I nemici veri, quelli che occorreva ad ogni modo distruggere, erano i

nuovi cattolici o i vecchi cristiani che dichiarando incompatibile

colla religione di Cristo l'attuale costituzione pontificia,

intendevano a rimutarla nella teorica e nella pratica: Roma papale non

poteva perire che per opera loro.

La fucilazione di Ugo Bassi era quindi stata una dichiarazione di

guerra.

Ma Don Giovanni aveva nuociuto al Papa bene altrimenti del barnabita.

Bisognava quindi arrestarlo e condannarlo. Difficoltà non se ne

sarebbero incontrate. Il governo del Granduca, che aveva consegnato

Renzi e cercato di consegnare Gavazzi al principio della rivoluzione,

questa prostrata, e sostenuto dagli Austriaci, acconsentirebbe di buon

grado ad abbandonare in Don Giovanni un suddito altrettanto nocivo nel

passato che pericoloso per l'avvenire. Lo stesso abito sacerdotale

della vittima avrebbe reso più facile il sacrificio. Pio IX avrebbe

potuto come Papa chiamarlo a Roma e trattenervelo come Re. Nessuno

avrebbe protestato.

Ma anzitutto premeva impedirgli ogni esercizio del culto. Il popolo,

che lo sapeva salvatore di Garibaldi, doveva riconoscerlo quanto prima

per uno scomunicato da Roma sotto pena di credere che Don Giovanni

avesse fatto bene a salvare Garibaldi e che questi avesse ragione

togliendo al Pontefice ogni diritto politico. Nulla è più sicuro ed

inflessibile del buon senso popolare. Se il Papa non condannava coloro

che avevano aiutato Garibaldi a cacciarlo da Roma e a dichiararlo

decaduto dal trono, abdicava alla propria sovranità: se un semplice

prete poteva contraddirla, tenendo per la rivoluzione contro il Papa

senza venir meno ai propri principii o alterare il proprio carattere,

non era vero che la rivoluzione, opera del diavolo, fosse nata e

vissuta nell'errore.

Il clero lo aveva troppo affermato per riparare adesso dietro una

distinzione scolastica o una riflessione politica. L'anima popolare

violentata da troppi dubbi esigeva una soluzione netta; forse ai più

era indifferente che Don Giovanni rimanesse libero o finisse come Ugo

Bassi, ma qualunque incertezza da parte del Pontefice, allora

sostenuto da tutte le nazioni europee, sarebbe sembrata una

confessione di torto.

Le fucilazioni di Ugo Bassi e di Ciceruacchio eseguite dai tedeschi

potevano ipocritamente spiegarsi come ultimi fatti di guerra dolorosi,

ma impossibili a impedirsi dal Pontefice nel trambusto di un ritorno

angustiato da troppe occupazioni straniere. Se la sua regia autorità

ne restava compromessa, il suo carattere di alleato all'Austria

attenuava l'impressione di un'ingiuria solamente formale.

Con Don Giovanni non era così.

Egli non aveva predicato, non prese le armi, giacchè l'impresa delle

Balze era passata inosservata, non capitanato insurrezioni di piazza,

non scritto, non affermato eresie. La sua condotta era esemplare, la

sua opera patriottica da tutti conosciuta ed apprezzata. Non un grido

era sfuggito alla sua coscienza di cattolico contro il Pontefice come

capo supremo della Chiesa, ma non una preghiera era salita dalle sue

labbra per il Papa re di Roma. Non si ostentava, non si nascondeva.

Tutto il suo passato parlava per lui, i suoi sentimenti rivelavano le

sue idee, le sue parole erano calme come la sua coscienza, limpide

come la sua vita.

Appena salvato Garibaldi ne aveva ringraziato Dio con una Messa: la

sua benedizione di quel giorno ai pochi popolani che vi assistevano,

aveva raggiunto il grande fuggiasco forse in atto di salpare da

Talamone.

Che i venti e le acque ti sieno propizie!

Da Roma, da tutte le altre chiese invece salivano invocazioni a Dio

per il trionfo del Pontefice e l'esterminio dei suoi nemici.

Il popolo era perplesso.

Don Giovanni aveva conciliato in sè medesimo con un processo lento ed

inconscio quanto si contraddiceva tempestando nell'anima del popolo.

La formula cercata indarno dai grandi filosofi cristiani per accordare

la libertà del pensiero coll'assolutismo della religione, e la

tradizione di Roma colla universalità della storia, egli l'aveva

trovata nella semplicità della propria coscienza tutta piena di una

idea morale, che riuniva dominandole l'idea metafisica e l'idea

storica. Senza saperlo, Don Giovanni riduceva tutta la religione a una

moralità illuminata dalla rivelazione e sorvegliata da Dio; le forme

esistenti della religione non lo disturbavano e non lo esaltavano;

potevano durare o cessare, nate pel costume e nel costume viventi: Dio

e la religione non erano lì, ma potevano anche esservi, perchè nessuna

forma era loro necessaria o nociva.

Il popolo, che voleva credere sicuro e sentendo le forme della propria

religione ormai vuote si ricusava nullameno a mutarle, era tutto

riassunto in questa coscienza di prete, che accordava la fede più

salda in Dio alla indifferenza più abitudinaria e indulgente del

culto, l'amore di ogni tradizione religiosa colla passione di tutti i

nuovi ideali politici.

Salvando Garibaldi legittimo difensore della repubblica romana contro

tutta l'Europa, non aveva rinunciato a salvare Pio IX, se la

rivoluzione invece di sopprimere in lui il re avesse voluto degradare

il pontefice.

E il popolo, che sentiva confusamente tutto questo, guardava a Don

Giovanni aspettando in lui la soluzione del proprio problema.

Che cosa direbbe Roma?

Roma tacque.

Certo in Vaticano il problema fu lungamente discusso; i più feroci

ultramontani avrebbero voluto l'imprigionamento e la condanna di Don

Giovanni, ma la maggioranza dei consiglieri più profonda e più abile

vi si ricusò.

Don Giovanni non si poteva accusare. Nella sua come nella coscienza

del popolo l'aver salvato Garibaldi implicava negazione del potere

temporale, e nullameno era impossibile formulare l'accusa sopra questo

fatto, che morale e religione assolvevano. Garibaldi vinto diventava

sacro come nemico, e quel prete abbastanza grande di cuore per capirlo

avrebbe avuto Cristo a difenderlo contro tutti coloro che volessero

rimproverarglielo. Roma, che aveva fatto decretare nel Concilio di

Trento l'anatema a tutti coloro che non credessero alla necessità del

potere temporale per la Chiesa, si trovava nella impossibilità di

applicare la condanna: la contraddizione fra l'idea cristiana e lo

spirito del papato l'impediva. La morte di Garibaldi, legittima nel

concetto politico di Roma, diventava colpevole nella morale del

Vangelo, secondo la quale il nemico deve essere più diletto del

fratello; assurda, quando impedita dall'opera di un qualunque

salvatore, si volesse astrattamente ottenerla nella condanna di

questo.

Si poteva chiedere a Don Giovanni, se proteggendo la fuga di Garibaldi

distruggitore del papato avesse inteso di approvarlo, ma Don Giovanni

avrebbe risposto di sì, e allora il problema si complicava. O Roma gli

permetteva questo dissenso, e Garibaldi aveva ragione; o glielo negava

e la morte invocata contro di lui, inflitta a Ciceruacchio e a Ugo

Bassi, doveva colpire Don Giovanni. Se il potere temporale è

necessario alla Chiesa, questa deve conservarlo a qualunque costo,

perchè nulla per una religione vale quanto sè medesima.

Ma il supplizio di un prete, docile a tutti gl'insegnamenti cristiani

e mondo d'eresie, diventava pericoloso. Tutto il popolo, che non aveva

potuto seguire i filosofi riformatori del cattolicismo, sarebbe stato

con lui; bisognava anatemizzare la maggior parte dei cattolici e tener

duro e ricusar loro l'ingresso nelle chiese, dannarli nell'agonia se

non mutavano opinione. Era impossibile. Il potere temporale, forma

storica del cristianesimo, non poteva prevalere sui dogmi essenziali;

nessuna coscienza cristiana accetterebbe di non essere più tale solo

per non credere alla sovranità politica del Pontefice. Già Roma aveva

più volte tentato simili esperimenti e v'era sempre fallita. A ogni

privilegio mondano annullato dai governi, aveva protestato

scomunicandoli, ma il privilegio non era risorto e Roma aveva ritirato

le scomuniche. Così era accaduto per le immunità, per le investiture,

per le decime e ultimamente nell'impero napoleonico per la vendita dei

beni ecclesiastici; i compratori erano stati maledetti, ma il

congresso di Vienna aveva mantenuto le vendite e Roma aveva cassato le

maledizioni.

L'idea cristiana era più forte del papato.

Adesso toccava al potere temporale. Uno dei due termini del dilemma

presso a risolversi doveva rompersi: i vangeli sarebbero stati più

forti delle costituzioni ecclesiastiche. Roma lo sentì, e non osò

affrontare Don Giovanni e non potè circuirlo. L'ignoranza del prete

montanaro giovò più dell'eloquenza del Lammenais e della filosofia del

Gioberti.

Poichè le religioni sono un pensiero del cuore, uomini semplici le

fondarono e le salvarono nelle mutazioni della storia, mentre i grandi

filosofi non riuscirono mai nè a stabilirle nè ad abbatterle. Il

popolo solo, che le produce in sè stesso, è infallibile decidendo

sovra qualche loro punto, ma il popolo aveva da un pezzo abbandonato

il papa nella sua querela di re. La stessa fuga di Pio IX da Roma al

primo pericolo di guerra era stata una abdicazione, giacchè i re non

possono fuggire se prima i sudditi non li abbiano disertati. Egli

medesimo non credeva quindi al potere temporale appellandosi agli

stranieri piuttosto che al popolo e violando un'altra volta la storia

italiana.

Il papa e il re di Roma non erano la stessa persona: una delle due

solamente rappresentava Cristo. I re non rappresentano la nazione che

quando essa lo consenta loro.

La coscienza popolare era così sicura in questa idea, per quanto si

venisse talvolta contraddicendo nell'esprimerla, che processare Don

Giovanni sarebbe stato uno snebbiargliela, provocando in tutti gli

spiriti una vera rivoluzione. Roma si sentì vinta.

Quest'immenso fatto, alla cui preparazione si erano consumati tanti

secoli, si compieva per opera di un prete semplice ed ignaro. Era il

grano di sabbia della leggenda biblica, pel quale ribaltava il

terribile carro dell'invasore che aveva superato tutti i monti,

guadato tutti i fiumi, corse tutte le pianure, rovesciate le porte di

tutte le città, sfondate le postierle di tutte le fortezze, prostrate

le masse di tutti gli eserciti. Da Arnaldo da Brescia a Cola di

Rienzi, da Marsiglio da Padova a Lorenzo Valla, da Stefano Porcari a

Carnesecchi, da Macchiavelli a Giordano Bruno, da tutti gl'italiani

che avevano combattuto il papato senza pretendere a una vera riforma

religiosa, a tutti gli stranieri che l'avevano prodotta per

sottrarvisi, le grandi anime si erano sempre stremate in questa lotta

senza conseguire la vittoria nemmeno nel trionfo della ribellione. Il

papato restava sempre più alto e più vasto dell'opera de' suoi nemici.

Come l'impero romano, che i barbari non sarebbero mai riusciti ad

abbattere e che il cristianesimo disciolse, perchè solo un'idea può

sostituire un'idea, il papato aveva resistito a tutti gli assalti

esteriori e a tutti gli schianti interni; la sua unità gerarchica

sostenuta dalla unità ideale del cattolicismo vi pareva fusa; nessuna

guerra lo aveva prostrato, nessun re o popolo aveva potuto

soverchiarlo. Imperatori magnanimi e feroci, repubbliche inflessibili

ed inespugnabili, corruzioni di clero e depravazioni di costumi,

effervescenze ideali e ricomposizioni storiche, splendidi eroismi

d'eresie e irradiazioni universali della scienza, invettive politiche

e assedî filosofici, divisioni di genti o fusioni di razze, nulla

aveva potuto prevalere contro un regno piccolo come un feudo, che

Costantino era accusato di aver concesso e Carlomagno confermato, e

che i sudditi stessi avevano mille volte sommosso uccidendo i papi.

Pareva un decreto di Dio e non era che una legge della storia. Il

pontificato sorreggeva il papato; il primo forte come il cattolicismo,

che solo una religione più ideale potrà abbattere, giacchè nella

storia il vincitore deve essere sempre maggiore del vinto; il secondo

forte della sua somiglianza col primo, che al mondo pareva una

identità.

Solo uno schietto sentimento cristiano scevro di ogni secondo fine e

inconscio come tutti i sentimenti, che hanno formato e formeranno

sempre la storia, poteva operare nel cattolicismo questa grande

rivoluzione, denunciando la falsità dell'equazione fra pontificato e

papato. Filosofia, scienza, politica, arte, nessuna di queste immense

forze della civiltà, essenzialmente diverse dalla religione che sola

può correggere sè stessa, avrebbe mai ottenuto simile risultato.

La morte del papato non poteva avvenire che nella forma di un

suicidio, dal quale il pontificato si levasse più sublime sul

cattolicismo.

Questo accadde per opera di Don Giovanni Verità.

Inconsapevole della grandezza che un movimento secolare in lui

accentrava, dopo l'ultima fuga con Garibaldi era ritornato alle

abitudini di prima, cacciatore e contadino. La gente lo guardava con

occhiate di stupefazione senza che egli se ne accorgesse. Non

immaginando nemmeno i pericoli che lo minacciavano, non pensò mai nè a

fuggire nè a schermirsi con qualcuna delle sue più illustri amicizie.

Allora venne crescendo uno strano confuso affetto per questo prete,

che gli altri preti anche disapprovandolo riverivano e che il popolo

delle campagne sentiva pari a sè nella semplicità della fede, quello

delle città superiore a sè nell'entusiasmo generoso della rivoluzione.

I bambini lo amavano per gli uccelli che gli vedevano tutte le mattine

sospendere nelle gabbie ai chiodi della piccola e grottesca facciata

della sua casa; le donne per la sua forte ingenuità che sentiva il

loro sesso senza turbamento, gli uomini per la prodigalità, colla

quale offriva sempre quanto aveva, compresa la vita. Egli non si

vantava nemmeno nel più fugace degli atteggiamenti, non raccontava;

avrebbe potuto chiedere tutto a tutti, tanta era la sua influenza, e

invece sembrava sempre aspettare che gli fosse domandato qualche cosa.

Dal cinquanta al cinquantanove le congiure seguitarono nelle Romagne

sempre occupate dai tedeschi per conto del papa, ma la persecuzione

cessò di essere feroce. Pena maggiore divennero la prigionia e

l'esilio. La prima quasi sempre evitabile col secondo. L'oppressione

del governo era tutta morale, e forse per questo più dolorosa. Pio IX,

temperamento femmineo troppo diverso dal fiero ingegno e dal carattere

superbo di Gregorio XVI, non infellonì che qualche rara volta per

suggestione di consiglieri.

Intanto Don Giovanni seguitò a prestare la propria opera a tutti i

proscritti traducendoli in Toscana, dove il governo granducale,

ignobile ma corrivo, li lasciava vivere o li espelleva senz'ira. E

furono anni febbrili di aspettazione. Il Piemonte messosi a capo del

movimento italiano, quantunque costretto troppo spesso a contraddirlo

perseguitando e calunniando i più illustri rivoluzionari, infiammava

tutte quelle speranze che aveva tradito nel quarant'otto; mentre il

conte di Cavour succeduto al Gioberti, di lui meno vasto e profondo,

ma più pratico di negozii politici e più pronto all'azione molteplice

di un momento, nel quale si dovevano concordare parlamenti, diplomazia

e insurrezioni, persuadeva al mondo che l'Italia aveva finalmente un

uomo di Stato. Torino era diventata il rifugio dei maggiori emigrati

italiani.

La rivoluzione scoppiò colla guerra. Cavour destreggiandosi abilmente

coi bisogni dinastici di Napoleone III, che doveva stordire di

vittorie la Francia per toglierle di pensare alle origini infami e

alla vita anche più bassa del secondo impero, lo trasse in Lombardia

contro l'Austria. La Francia generosa ed eroica ripetè dopo

settant'anni le glorie del novantasei contro lo stesso nemico; ma

anche questa volta parve che i Bonaparte non potessero compire

l'Italia. E fu bene, giacchè riconquistata e rimessa a nuovo

dall'epica cortesia di un popolo straniero per quanto fratello, non

avrebbe potuto riprendere la coscienza di sè medesima; mentre

abbandonata a mezzo il cammino, dopo essersi con puerile sgomento

lagnata dell'abbandono, si rivolse a Garibaldi guerreggiante ai piedi

delle Alpi, e Garibaldi corse a Genova, ne salpò, discese in Sicilia,

rivalicò lo stretto, traversò la Calabria verso Napoli sollevando

popoli e sgominando eserciti, cinto da pochi soldati, raggiante di

gloria, sereno come un arcangelo cristiano, terribile come un eroe di

Omero.

Ma Roma e Venezia, la più grande città e la più marinara repubblica

del mondo, mancarono ancora all'Italia.

La guerra sostò.

Don Giovanni cappellano negli eserciti del re d'Italia ritornò quindi

ai propri monti, affermando nell'orgoglio trionfante della sua vecchia

fede italiana, che prima di morire avrebbe veduta Roma capitale

d'Italia. I nuovi moderati, fanatici ammiratori di Cavour e di

Vittorio Emanuele, ne sorrisero, giacchè il bigottismo appiattato in

fondo ai loro cuori li faceva perfino dubitare del senno di Cavour, il

quale non osando assalire Roma la faceva nullameno dichiarare dal

Parlamento, accolto in Torino, capitale d'Italia.

Chiusa l'epoca delle congiure e posate le armi, Don Giovanni non

lasciò più l'aria serena dei proprii monti che per recarsi a Torino,

dietro invito del Ricasoli, ad impedire che il dissidio fra Garibaldi

e Cavour degenerasse in guerra aperta. La situazione, già molto grave

di per sè, poteva risolversi funestamente. Garibaldi esasperato dalla

cessione della propria patria alla Francia, punzecchiato da tutte le

invidie dei giornali monarchici inveleniti di una gloria che

stentavano a comprendere, offeso quotidianamente dalle fatali viltà di

una politica parlamentare, che mirava a sminuire la grandezza della

sua opera per ingrandirne la monarchia di Savoia così stretta fra

l'aiuto dei rivoluzionari e dei francesi da soffocarvi quasi, ebbe uno

scoppio formidabile d'indignazione. I suoi garibaldini, che avevano

operato per la patria più di quanto la monarchia di Savoia avesse

fatto per sè medesima accettando l'Italia dalla rivoluzione, erano dal

nuovo governo peggio che obliati, percossi. Allora egli che, ceduta

Napoli a Vittorio Emanuele, era ritornato a Caprera non trasportando

sulla piccola barca, frutto di tanta conquista, che un sacco di

fagiuoli, rientrò in Parlamento per ripetere con accento più

formidabile di Napoleone I il 18 brumaio, a Cavour fatto sicuro dalla

sgomenta inesperienza del Parlamento: Che cosa avete fatto delle mie

legioni?!

Quel giorno la nuova monarchia tremò: il lampo dello sguardo di

Garibaldi coperse l'aurea luce della recente corona posta dalla

servile compiacenza dei popoli ancora immaturi alla libertà sulla

fronte di Vittorio Emanuele. La coscienza italiana sentì uno strappo

improvviso e si trovò bagnata di sangue prima ancora di aver gettato

un urlo per rispondere al grido di Garibaldi.

Allora Cavour, che nel pericolo acuiva la naturale astuzia

dell'ingegno, si ricordò di Don Giovanni Verità e a mezzo di Ricasoli

potè condurlo a Torino per pacificare il Generale.

Don Giovanni andò, ebbe con Cavour un colloquio, nel quale la rude

franchezza del montanaro umiliò più di una volta la subdola abilità

del diplomatico, ma comprese tosto che la fortuna d'Italia esigeva da

Garibaldi, come supremo sacrificio, l'olocausto de' suoi soldati ai

codardi rancori, alle insaziate cupidigie delle genti nuove necessarie

a sorreggere il governo in quell'ora, e ricusando con nobile orgoglio

le offerte del ministro promise non già l'opera propria, ma in nome

stesso di Garibaldi, che il Generale si sarebbe un'altra volta

sacrificato sull'altare della patria. Così fu, Don Giovanni raccontò a

Garibaldi il suo abboccamento con Cavour; forse sospirarono assieme

sulla viltà di quell'ora, e l'eroe abbandonò al re la sorte dei

soldati che gli avevano conquistato più che la metà del regno.

Ma Don Giovanni, incapace per indole e per studi di comprendere i

viluppi del problema nel quale era stato chiamato, conservò sempre del

Cavour una spiacevole impressione. La viltà parlamentare e l'egoismo

monarchico gli si erano soli mostrati nel grande statista, che pure

aveva pianto di rabbia all'annuncio del trattato di Villafranca.

Quindi nel 1866 l'Italia monarchica fu vinta miseramente sugli stessi

piani, che diciotto anni prima avevano veduto la sconfitta del

Piemonte. La tradizione di Emanuele Filiberto era cessata per sempre

nella casa di Savoia, ma l'astro aspettato vanitosamente da Carlo

Alberto sul suo ultimo e fantastico scudo di re medioevale brillava

sulle alture del Tirolo espugnate da Garibaldi.

Dio e l'Italia erano con lui, vecchio che guidava in carrozza i

volontari della nuova generazione.

La monarchia battuta a Custoza e a Lissa impose tremando al solo

vincitore d'Italia, che retrocedesse; e il vincitore superò le viltà

dell'ordine colla sublime concisione della risposta: Obbedisco!

Quando Don Giovanni potè leggerla nei giornali pianse.

Garibaldi, come Cesare, aveva vinto sè stesso.

Ma fedele alla propria missione, Garibaldi ritentava nell'autunno

susseguente l'impresa di Aspromonte, a ciò incuorato e impedito

secretamente dal Rattazzi, che nell'audace profondità di una politica

allora maledetta, e oggi ancora incompresa superava continuandole le

più difficili e gloriose combinazioni del Cavour. Aspromonte era stata

l'ode, Mentana fu il dramma. Papato ed impero francese vi perirono,

mentre la monarchia italiana ne uscì moralmente diminuita. Garibaldi

sconfitto per l'ultima volta vi si trasfigurò in eroe mondiale

eccedendo nella sua lotta col papato le proporzioni di una battaglia

italiana. Napoleone ripetè imperatore l'errore, al quale aveva troppo

cooperato come membro della repubblica, rivelando nell'agonia

dell'impero il secreto delle sue origini ed affrettandone la

catastrofe fra l'odio della coscienza francese e il disprezzo della

coscienza europea; il papato assalito ancora una volta da Garibaldi

non osò chiamare il proprio popolo alle armi e invocò dalla Francia un

aiuto ai mercenari, confessando così che il suo regno era una

soperchieria senza diritto e senza avvenire. Garibaldi ritirandosi dai

campi sanguinosi di Mentana traversò l'Italia di Vittorio Emanuele

silenziosa ma fremente di sdegno contro il governo. Rattazzi, che con

audacia di genio aveva voluto un attacco contro Roma dalla

rivoluzione, risoluto ad impedirne il trionfo finale che sarebbe stato

la morte della monarchia, calcolando che l'impero francese con questa

suprema difesa del papato libererebbe per sempre l'Italia dal debito

del 59, cadde dal ministero, percosso da tutte le ire, magnanimamente

silenzioso e superbo.

Quella fu la più grande giornata del Parlamento italiano.

Don Giovanni, che nella sua fede in Garibaldi aveva profetato fra gli

amici la presa di Roma colla fine del potere temporale, ne rimase

sconcertato. Egli non capiva, e non capì forse nemmeno più tardi, che

se Garibaldi avesse preso Roma, l'Italia avrebbe dovuto proclamare

subito la repubblica, essendovi tuttavia immatura per difetto di

scienza e di coscienza.

Garibaldi a Mentana aveva tagliato il nodo del papato e dell'impero,

lasciando alla monarchia costituzionale d'Italia, larva incerta di

repubblica, di strapparne i capi tre anni dopo.

Roma e Parigi si liberarono quasi contemporaneamente del papa e

dell'imperatore.

Fu in una notte tiepida e serena che a Modigliano giunse il telegramma

della presa di Roma. Da qualche giorno la campagna era cominciata, e

quantunque il nemico fosse più che spregevole, il popolo non era senza

inquietudine. La tradizione dei disastri monarchici, quando la

monarchia si era battuta colle sole sue forze, pesava su questa

spedizione, che non meritava nemmeno il nome di guerra. Si

raccontavano aneddoti di La Charette generale dei zuavi, che fedele

alla memoria del proprio nome infestava la campagna romana deludendo e

superando i bersaglieri di Lamarmora, e allora l'anima del popolo si

voltava a Garibaldi. Ma questi, che sapeva di aver ucciso il papato a

Mentana, ne abbandonava le spoglie alla monarchia di Savoia incaricata

dalla storia di saldare l'una all'altra tutte le membra d'Italia.

Un'altra più grande idea occupava il suo spirito. Francia, Italia e

Spagna, tutto il vecchio mondo latino doveva riunirsi per rattenere

entro i limiti della nazionalità l'espansione del mondo tedesco,

contrabilanciando in Europa il dispotismo ancora chissà per quanti

anni necessario al mondo russo per sorgere alla propria unità. Francia

e Italia, congiunte a Solferino, divise a Mentana, dovevano provare a

sè medesime che le loro effimere differenze dipendevano dagli

inevitabili egoismi dei loro governi, non già dal loro storico ideale.

Garibaldi, che aveva perduto per opera della Francia contro il papato,

vinse per lei contro la Germania a Digione; mentre l'Italia

dichiarando al mondo la fine del papato salutava con Garibaldi una

nuova Francia fra le rovine dell'impero napoleonico e il trionfo

momentaneo dell'impero tedesco, fondatrice della repubblica moderna.

Solferino aveva congiunto le due nazioni, Digione fuse i due popoli.

Era la notte del 20 settembre.

Siccome le notizie arrivavano tardi e contradditorie, tutto il giorno

si era discusso vivamente; si bestemmiava, si scherniva l'esercito

monarchico, che per colpa del suo vizioso organismo a cento passi dal

confine era già rimasto senza viveri. Cadorna il generale era già

condannato, Bixio furioso e furiante bruciava gli ultimi razzi

garibaldini cercando di affrontarsi con La Charette e minacciando di

bombardare il Vaticano. Il popolo, che sollevatosi unanime aveva

spinto il governo su Roma, si agitava ancora nel medesimo oscuro senso

della propria epopea moribonda. L'ultima onda del canto s'innalzava

per frangersi in un supremo scroscio di battaglia, mentre la

monarchia, chiusa nella secolare prudenza che le aveva permesso di

profittare delle virtù e dei vizii di tutta l'Italia, sembrava

restringersi nella irresponsabilità del proprio alto ufficio,

lasciando ai ministri la cura dell'impresa. E fu errore. Vittorio

Emanuele cavalcante sotto le mura di Roma e penetrante primo dalla

breccia di porta Pia avrebbe giovato nell'anima del popolo alla

propria dinastia più che la stessa conquista di Roma.

Così la monarchia avrebbe sciolto il problema del papato; invece il

millenario problema si disciolse in essa. Il papa morente e sicuro di

risorgere maggiore come pontefice potè guardare ironicamente il re,

che non avrebbe profittato a lungo della sua morte e non sarebbe certo

risorto come presidente di repubblica. Infatti la morte del papato se

produsse per la conquista di Roma un grande vantaggio alla dinastia,

rimase e rimarrà gloria della sola democrazia; la monarchia, come

principio, invece di avvantaggiarsene ne ammalò per non guarirne forse

mai più, giacchè oggi stesso il Pontefice sovrasta a tutti i troni

d'Europa e colla sicurezza di chi non ha più niente da perdere offre

loro, minacciando, come ultima difesa le proprie armi spirituali.

Era la notte del 20 settembre; l'ultima gente stava per rincasare.

Improvvisamente giunse la notizia della resa di Roma. Fu uno scoppio,

una vampa. Tutti corsero a casa per comunicare la buona novella; usci

e finestre si aprivano, i dormienti destati di soprassalto si

affacciavano alle vie, bianchi nelle camicie come fantasmi: si

scambiavano parole, erompevano grida.

--Le campane, le campane! urlò una voce; e tosto un gruppo di giovani

si divise per arrivare contemporaneamente alle tre o quattro chiese

della cittaduzza. Molti già usciti formavano capannelli sulle porte.

--Roma è presa!

--Ah!

--Bene...

--Viva Roma capitale d'Italia!

--Viva!

L'applauso scoppiava da tutti i petti, mentre la gente si stringeva la

mano come rammemorando i giorni angosciosi delle congiure quando tutto

era pericolo, e promettendosi per l'avvenire una vita più alta e

felice. A un tratto da vari punti squillarono le campane, da una

finestra spuntò una bandiera: la notte era serena, la luna splendeva,

un vento tiepido alitava.

Quella bandiera infiammò le fantasie, che le campane scrollavano

coll'impeto disordinato dei loro rintocchi.

Don Giovanni, che rincasato da poco aveva il sonno leggiero dei

cacciatori e dei vecchi, ne fu desto. Discese dal letto, udì rumore

alla propria porta, si gettò addosso i primi abiti che potè afferrare

e corse ad aprire.

--Che c'è? esclamò spalancando l'uscio.

--Don Giovanni! Roma presa...

--Ah!

--Roma presa! urlarono quei giovani.

--Ah...

E il vecchio prete non potè rispondere altro. Le campane suonavano a

distesa come impazzite dalla gioia, tutte le finestre si schiudevano,

la gente si affacciava interrogando, ed era sempre quella risposta che

saliva di tono mutando voce ed accento, ripercuotendosi su tutte le

coscienze, cangiandosi in grido, scoppiando in urrah, affermandosi

violentemente quasi fosse troppo grande per essere creduta, e tutti si

guardavano in faccia commossi da una gioia che non trovava parole,

perchè non abbastanza limpida negli spiriti. Qualche grande cosa era

crollata, qualche grande cosa incominciava. Le donne sbigottite dal

rumore si mostravano appena alle finestre, più bianche nella maggiore

ampiezza dei corsetti, e ascoltavano non sapendo quasi nulla,

indifferenti alla enormità del caso, ma guadagnate a mano a mano dalla

emozione generale, impallidendo e sorridendo. Qualche fanciullo

cacciava una nota acuta nel frastuono crescente della strada,

voltandosi verso le campane che seguitavano a rispondersi di campanile

in campanile, mentre le chiese restavano tristamente mute al di sotto

e il soffio blando del vento, lambendo le finestre aperte e gremite,

sembrava lenire la violenta caldezza di quella emozione, che nessuno

poteva dominare e alla quale nessuno il giorno dopo avrebbe saputo

trovare una spiegazione.

Don Giovanni aveva rinchiuso quasi automaticamente l'uscio ed era

caduto ginocchioni colle mani giunte ringraziando.

--Roma, Roma!...

La sua preghiera di quel momento era il riassunto di tutta la sua

vita.

Fino a Dogali · 第 21 / 41 题