Colla morte di Don Giovanni Verità un gran problema religioso si
presentava alla riflessione. Garibaldi condannato dal papa era stato
salvato da un prete, cui non si era osato scomunicare. Perchè? Questo
prete morendo ricusava di abiurare il carattere di tutta la sua vita e
il clero dopo avergli amministrato i sacramenti abbandonava il suo
cadavere al popolo, che lo portava in trionfo. Tutto il suo piccolo
paese, tutta la provincia, tutta l'Italia era piena del nome
dell'eroico sacerdote: le persone più disparate per opinione e per
nascita, per educazione e per indole convenivano commossi intorno alla
sua bara, dalla donnina usa a scongiurare col rosario i terrori
dell'inferno al vecchio garibaldino cresciuto nell'odio della
religione che aveva per lunghi secoli assassinato la patria, dal
magistrato pedantescamente devoto al governo, al giovane ribelle
fremente nell'entusiasmo delle prime negazioni. E ognuno riconosceva
un prete in Don Giovanni. Certo le interpretazioni di tale parola
oscillavano e nelle frequenti clamorose discussioni pochi riuscivano
ad intendersi; ma da tutte il suo carattere sacerdotale usciva
radiante in una luce di trionfo. Grosse questioni vi tempestavano
attorno: le coscienze n'erano agitate.
Perchè tutti coloro che si vantavano di non credere nei dogmi
cattolici ammiravano entusiasticamente in un prete un fatto che
centinaia di soldati garibaldini avevano talvolta compiuto in
circostanze più difficili? Perchè gli altri non meno numerosi, che si
confessavano cattolici, s'intenerivano all'eroismo di un sacerdote che
salvando Garibaldi aveva disobbedito al papa ed era morto appellandosi
a Dio dalla sua autorità? Su quale sentimento idee così discordi
convenivano e in quale idea concordavano sentimenti così opposti?
Questa sintesi, che nessuno sapeva formulare, Don Giovanni l'aveva
realizzata nella propria vita.
Non so come fosse nato e credo inutile saperlo. Della sua infanzia,
della sua adolescenza, della sua prima educazione in seminario nessuno
si è mai occupato: nella sua vita vera, che cominciò più tardi, questi
antecedenti sono quasi senza valore. Don Giovanni non fu nè un
apostata nè un convertito. Nessuno di quei terribili drammi religiosi,
che Renan ormai vecchio si compiace a rivelare, scoppiò nella sua
anima. Era nato di popolo e popolo rimase, visse e morì.
Era forse un ignorante, senza dubbio un ignaro.
Nè poetici entusiasmi nè mistiche elevazioni lo trassero al
sacerdozio.
Nelle povere famiglie plebee come nelle minime famiglie borghesi
l'allevamento di un prete rappresenta ancora la più facile e la meno
dispendiosa delle speculazioni.
I seminarii accettano e educano i giovinetti per tre o quattrocento
lire all'anno: le parrocchie, incredibilmente numerose in Italia,
consumano un numero stragrande di preti, poi vi sono tutti gli altri
uffici sacerdotali più o meno lucrosi. Il ragazzo diventato prete esce
generalmente di casa portando seco metà della famiglia; la sua
parrocchia è una specie d'eredità capitata nella casa.
Quanto al sentimento e al carattere sacerdotale nè una parola nè un
dubbio; si diventa preti come avvocato. Certo i due mestieri diversi
esigono diverse attitudini, ma nell'economia domestica e nel concetto
sono pari. Se un prete ammalato d'idealismo religioso pretendesse
vivere come i primi cristiani, distribuendo ai poveri le proprie
rendite, la sua famiglia griderebbe al furto e tutto il paese allo
scandalo.
La poesia del sacerdozio è morta da un pezzo: negli stessi conventi,
ove da ultimo fu ospitata, è talmente sconosciuta che persino nei
libri che vi si scrivono non ne appaiono più traccie.
Don Giovanni sarà cresciuto come gli altri suoi compagni,
indisciplinato e villano, ignorante e coraggioso perchè così la natura
lo aveva fatto. Non so se fosse mai parroco, parmi che sì, certo servì
nelle parrocchie. Il suo era temperamento di soldato, ma nullameno
potè rimanere sempre prete senza soffrire e far soffrire. Era un
semplice. Della meschina filosofia del seminario non aveva appreso
nulla, della sua teologia fine, oscillante, piena di agguati pel
ragionamento, tutta sparsa di casi somiglianti a trappole, aperta qua
e là in prospettive metafisiche di una profondità perigliosa,
illuminata da raggi mistici abbaglianti ed improvvisi, egli sapeva
ancora meno.
Solo la morale evangelica, dura e semplice, lo aveva colpito.
L'aveva seguita senza discuterla e senza discuterla l'applicava. La
tragedia così profondamente filosofica del cristianesimo per lui non
era che un caso di sacrificio, tanto anormale nella grandezza che Dio
solo aveva potuto compierla: non vi trovava altri significati.
Accettava tutto il rito, tutti i Santi, le pene e i premi, le
rivelazioni parziali dopo la massima di Gesù Cristo, le tradizioni, le
autorità, i vizi commerciali insinuatisi nel culto, le deformità
idolatriche, gran parte delle pretese politiche, perchè la sua natura
fatta d'istinto ripugnava alla indagine e debole per troppa ignoranza
soggiaceva all'immane peso di un sistema che abbracciava tutto il
mondo da circa duemila anni.
Viveva. Avrebbe potuto agire sotto l'impulso di certi sentimenti, ma
sopratutto lasciava vivere. Il pensiero era troppo alto per lui,
l'azione non ancora matura. Ed era un prete come gli altri. Nato non
ricco, non pensò mai ad ammassare. Aveva le abitudini di un contadino
coi gusti di un cacciatore, nei quali fermentavano forse le sue forti
attitudini guerresche. Incapace di sentire tanto l'idealità della
Madonna quanto la tragica delicatezza di S. Francesco d'Assisi, la sua
pelle e la sua anima si eccitavano nelle albe frizzanti sui monti,
quando il sole sembra prorompere improvvisamente da un'onda rutilante
di colori e la terra palpita e tutti gli animali esultano. Amava
l'abito corto di cacciatore, le ore snervanti del meriggio nelle
stoppie, i ritorni lenti a sera accompagnandosi coi braccianti che
discendono dai monti, le stanchezze così sane e così buone che la
caccia lascia nei muscoli e nello spirito, quando appena suonata
l'avemaria si ha bisogno di dormire.
Quali erano le sue divozioni, poichè un contadino come lui deve averne
avuto?
Non ho potuto saperlo, e questo sarebbe il dato più interessante della
sua vita. Se in psicologia fosse permesso indovinare invece di dovere
sempre osservare, affermerei che il suo santo prediletto fu S. Paolo,
il suo evangelio preferito quello di S. Matteo. Il vigore, la
precisione romana nei ragionamenti del primo, la sua fulminea
conversione, l'indomato orgoglio soldatesco esplodente nelle concioni
d'apostolo, la tendenza così moralistica del suo insegnamento, la
bruscheria delle sue frasi ancora frementi di passioni mal dome, la
sua effigie rimasta in tutti i secoli e in tutte le chiese colla spada
in mano, quasi minacciando anche dopo la vittoria, dovevano piacere al
suo spirito meglio capace d'intendere la religione nelle battaglie
storiche che nelle origini metafisiche. Mentre il racconto austero e
quasi fanciullesco di S. Matteo dipingente un Cristo tutto cuore, come
un ideale diventato poi divino a forza di essere umano, blandiva
certamente la parte più tenera della sua rozzezza, quel fondo di
soavità malata e appunto per questo così facile ad inacidirsi, che la
mancanza della donna, suicidio parziale del sesso, lascia in tutti i
preti.
Don Giovanni potè forse amare Santo Stefano che in una piazza di
Gerusalemme dopo la morte di Cristo moriva primo nel suo nome, araldo
eroico e gentile di un esercito di martiri che dopo duemila anni passa
ancora per la storia; e la sua figura bella di gioventù immacolata,
incuorante con coraggio senza acrimonia i lapidatori a finirlo, gli
avrà forse da fanciullo strappato urla d'indignazione. Ma la clorotica
ed evanescente gracilità di S. Luigi Gonzaga, chiusa nell'invincibile
egoismo del santo che si isola dal mondo e vive, pensa, opera, si
consuma e muore entro al proprio sentimento, gli avrà senza dubbio
ripugnato.
Nella sua natura la poesia non arrivava fino alla musica: la sua bontà
poteva forse simpatizzare colla colpa, non ammirare una virtù chiusa
nel fondo del cuore e vaporante solo del pensiero i proprii effluvi
vivificatori.