Hanno anche largamente errato coloro i quali hanno confusa la nostra

città con _Rufræ_ della Campania, e con _Rufrium_ degl’Irpini. A

coteste sonore aberrazioni rispondono Surita, e Vesselingio nelle

loro note sull’Itinerario di Antonino. Il primo sulla parola _Rubos_

in esso riportata osserva: _Plinius lib. III cap. XI Rubustinos

populos recenset, qui in exemplari Toletano Rubisini cognominantur.

Horatius Canusio se Rubos venisse ostendit sat. V lib. I vers. 94.

Quo loco miror cur venerit in mentem Dionysio Lambino egregio ejus

Auctoris Commentatori affirmare eam urbem esse Campaniæ, præsertim

ipso attestante Canusio, quod Dauniorum Apulorum oppidum erat, Rubos

pervenisse, et qui antea prædixerat_

_Incipit ex illo Montes Apulia notos_

_Ostentare mihi, quos torret Atabulus._

Il secondo poi dice: _Rubos esse notat Botiandus ad vitam Laurentii

Sipontini editam die VII Januarii, qui _Rubos_ cum _Rufris_ Virgilii,

et _Rufrio_ Livii idem esse oppidum existimant: His neque accedit,

ita nec obloquitur. Rectius L. Holstenius in Ital. A. Cluverii p. 271

Rufrium, et Rufras distinguit: Hæ in Campania erant: illud in Hirpinis.

Rubustini in Apulia incolebant, inibique eos collocat Frontinus de

Coloniis pagina 127. Civitas Rubi, et Rubensis Episcopus memorantur in

Chronico Lupi Protospatæ anno MLXXXII_.

Non è quindi scusabile tampoco Cristofaro Cellario, Geografo per altro

eruditissimo, per esser caduto nello stesso errore. Alla fine della

sezione III cap. IX del libro II ci ha data una carta che porta il

seguente titolo _Græcia magna, sive pars ultima Italiæ_. In cotesta

carta vedesi molto bene la nostra città allogata _in Apulia Peucetia_

tra Canosa e Bari. Ma colla massima incoerenza si vede da lui segnata

col doppio nome _Rubi Rufrum_, mentre cotesto _Rufrum_ è alla stessa

perfettamente estraneo!

Tanto più ciò sorprende quanto che Cellario si è messo in

contraddizione di se stesso. Avendo egli parlato specialmente tanto

della città della Campania chiamata _Rufræ_, quanto del _Rufrium_

degl’Irpini, come ha potuto poi attribuire il nome sia dell’una, sia

dell’altra alla nostra città che nella sua carta l’ha egli stesso

allogata in una Regione diversa, qual è la Peucezia? Della prima di

esse dice così: _Supra Theanum in ortum hibernum sunt Rufræ Virgilio

lib. VII vers. 739_ = Quique Rufras Batulumque tenent, atque arva

Celennæ. _Obscura nomina: Campaniæ tamen cum ceteris quæ præcedunt,

quæ sequuntur vindicanda. Servius ibi._ Rufras, Batulumque castella

Campaniæ a Samnitibus condita. _Holstenius auctor est Præsentiani in

Theanensi Diœcesi lapidem inventum cui inscriptum est_

M. AGRIPPÆ L. F. PATRONO

RUFRANI COLONI[38].

Per la seconda poi osserva: _Tandem in extremo Hirpinorum ultra Compsam

Cluverius Rufrium Livii, quod et Rufræ Virgilii idem ipsi oppidum est,

cujus ductu nescio, collocavit. Nos Holstenium sequuti Rufras a Rufrio

supra separavimus, ut illis Campaniæ vindicatis, sicut vindicavimus,

Rufrium solum supersit investigandum. De hoc Livius lib. VIII cap.

XXV_. Eodem tempore etiam in Samnio res prospere gestæ, tria oppida in

potestatem venerunt Allifæ, Callifae, Rufrium. _Samnio attribuit, sed

laxis finibus descripto, ut Hirpinos etiam, qui ortu Samnites sunt,

comprehendat. An sit oppidum, quod hodie Ruvo vocatur, quod credit

Cluverius, judicent peritiores illarum Regionum_[39].

O che però _Rufræ_ e _Rufrium_ siano una stessa cosa, o che siano

due luoghi diversi, il che per altro non lo vedo chiaro abbastanza,

manca ogni ragione per potersi attribuire cotesti nomi alla città di

Ruvo della Peucezia. Quel _Ruvo_ di cui ha quì parlato Cluverio non

è la nostra città, ma bensì una misera ed infelice Bicocca che porta

anche questo nome, e forma ora parte della Provincia di Basilicata

volgarmente detta _Ruvo della Montagna_, per distinguerla dalla nostra

città riputata per una delle città della Marina. Con poca riflessione

quindi il Cellario ha confuso un luogo coll’altro ed ha attribuito alla

nostra città quel doppio nome che niuno ancora ha immaginato neppure.

L’unico suo nome latino ha _Rubi_ che lo ha ritenuto anche ne’ mezzi

tempi, come ne fa pruova la più volte citata Dissertazione e la carta

corografica che va tra le Opere del Muratori. Questo nome, si vede

segnato ne’ Registri Normanni, Angioini, ed Aragonesi, de’ quali si

parlerà in seguito, in tutti i Dizionarj ed in tutte le carte della

Geografia antica, tra le quali vi è anche quella della Italia che ci ha

data il Muratori nel primo tomo della sua Grande Raccolta de’ Scrittori

delle cose Italiche.

Non manco quì d’incaricarmi che tra i Commentatori di Orazio ve n’è

stato alcuno il quale ha creduto che fosse stata la nostra città la

Patria del Poeta Ennio. Mi piacerebbe in vero il poter vantare un

cittadino tanto illustre. Ma Verrebbe ciò a confondere la nostra città

coll’altra antica città chiamata _Rudiæ_, la quale era sita nell’antica

Calabria tra Taranto e Brindisi, e fu la vera Patria di Ennio.

Quindi Cicerone parlando di quel Poeta, ch’è da Orazio chiamato

_Pater Ennius_, disse: _Rudium hominem Majores nostri in Civitatem

receperunt_[40]. Strabone dice: _Tarentum versus compendioso itinere

per Rodias proficiscantur urbem Græcam Ennii patriam poetæ_[41]. Presso

Pomponio Mela si legge: _Et Ennio cive nobiles Rudiæ_[42], e Silio

Italico dice di lui

_Miserunt Calabri, Rudiæ genuere vetustæ,_

_Nunc Rudiæ solo memorabile nomen alumno_[43].

Intanto da ciò che han detto gli antichi Scrittori risulta dimostrato

che Ruvo è una delle antiche città dell’Italia. Nulla però ci hanno

fatto conoscere della sua origine, e se sia stata di fondazione

Greca, o pure una città Italica antica. Questa circostanza, la quale è

rimasta in una perfetta oscurità fino ad un’epoca da noi non lontana,

l’hanno pienamente e concludentemente dilucidata le antiche monete ivi

rinvenute, delle quali passo ad incaricarmi, anche perchè serviranno

esse di guida alle ulteriori mie investigazioni.

CAPO II.

_Delle antiche monete della città di Ruvo._

Per le antiche monete Ruvestine è avvenuto quello stesso che anderò

a dire nel capo IV per gli eccellenti vasi fittili ed altri preziosi

oggetti rinvenuti negli ultimi scavamenti. Pare che fosse stato

riserbato alla età nostra lo scuoprimento di que’ tesori di ogni

specie, i quali hanno squarciato quel velo che cuopriva per lo innanzi

non meno la origine Greca della nostra città, che la sua opulenza, la

sua coltura, e ’l gusto squisito de’ suoi antichi abitanti per le belle

arti.

Nella mia prefazione ho avvertito che fino al tempo in cui fiorì il

nostro Illustre Canonico Mazocchi erano queste cose sconosciute a

segno che gli mancò qualunque appoggio per annoverare la nostra città

fra quelle antiche città Greche, delle quali diè il catalogo. Qualche

moneta Ruvestina che cominciò a trovarsi venne attribuita sia alla

città detta _Basta_, sia all’antica città Greca dell’Acaja denominata

_Rhypæ_, di cui avrò occasione di ragionare in seguito largamente nel

capo V.

Il _Magnan_ fu il primo che avvertì questi errori, ed attribuì a Ruvo

la moneta malamente creduta di _Basta_ la quale presenta da una parte

una civetta con un ramoscello di ulivo, e dall’altra la testa galeata

di Pallade colla leggenda ΡΥΒΑΣΤΕΙΝΩΝ[44]. È questa però una delle

monete più recenti della nostra città come anderò a rilevarlo nel

detto capo V. Altre e non poche tanto delle più, quanto delle meno

antiche, e con _tipi_ diversi sono state pubblicate dal chiarissimo

Cavalier Francesco Maria Avellino Direttore del nostro Real Museo e mio

rispettabile amico.

A lui è dovuto il merito di aver rivendicate alla nostra città quelle

che si attribuivano a _Rhypæ_. Il di lui avviso è stato applaudito

e seguito da tutti gli altri Scrittori della Materia, di modo che

non forma ciò più oggetto di quistione. Le monete suddette portano

o la leggenda intera come quella del Magnan, o le seguenti leggende

abbreviate ΡΥΨ che appartiene alle più antiche, ΡΥ, ΡΥΒΑ.

Il numero delle antiche monete Ruvestine all’epoca nostra è andato

crescendo per gradi. Il celebre Cavalier Domenico Cotugno mio Pro-Zio

materno, il quale era amantissimo degli oggetti di antichità della

città di Ruvo anche sua patria, giunse ad unirne appena sette, che glie

le proccurò la buona memoria del mio ottimo Genitore. A me è riuscito

fino a questo punto di acquistarne ottantacinque rinvenute del pari

tutte in Ruvo.

Questo numero vistoso unito a quelle del Cavalier Cotugno, ed alle

monete pubblicate tanto dal Cavalier Avellino che da altri, pruova

vie più con quanto sano accorgimento ribattè quest’ultimo la opinione

di coloro che vollero attribuire le prime monete Ruvestine che si

trovarono ad una antica città della Grecia. Il fatto ha smentito

pienamente cotesto errore, poichè le tante monete trovate dopo in Ruvo

confermano in un modo trionfante ciò che seppe veder di buon’ora il

Signor Cavalier Avellino.

Le ottantacinque monete Ruvestine che io posseggo presentano que’

medesimi _tipi_ che si osservano nelle altre monete riportate dal

detto Signor Avellino nelle diverse sue dotte produzioni e da altri

Scrittori. Avendole però messe sotto li di lui occhi, colla solita sua

perspicacia e profonda conoscenza della Materia vi ha notate talune

variazioni, le quali hanno richiamata la sua attenzione.

Ragion vuole che le monete suddette formino parte di questo mio Cenno

istorico. Se però imprendessi a ragionare di esse, non potrei che

replicare le stesse cose che si sono già dette maestrevolmente da una

penna tanto riputata. Mi limiterò quindi a presentare quì in due tavole

tutte le monete Ruvestine finora pubblicate o da me possedute. Per la

illustrazione di esse avendo pregato il detto Signor Cavalier Avellino

che si fosse compiaciuto di riunire ei medesimo le cose che aveva

precedentemente scritte su di esse, si è egli occupato a riprodurle con

averne formato e dato alle stampe un _catalogo_ che con somma cortesia

mi ha indiritto. Ho quindi profittato di esso con alacrità, e l’ho

alligato alla fine di questo libro per la piena intelligenza delle

predette due tavole.

Nel detto catalogo vi sono anche le sue opportune osservazioni

sulle dette variazioni che ha ravvisate nelle monete Ruvestine da

me raccolte. Accrescono il pregio di questo suo lavoro alcune monete

Ruvestine, le quali sono le sole che a me mancano, ma a lui è riuscito

osservarle e paragonarle colle altre già pubblicate. Ha egli con ben

fondate ragioni ravvisata in esse l’alleanza che vi era tra la città

di Ruvo e l’altra antica città della Peucezia denominata _Silvium_ con

essa confinante, della quale avrò la occasione di parlare di proposito

nel capo che sussiegue. Le monete suddette sono al numero 4 5 e 13

della II Tavola.

Tutto ciò dunque che può riguardare le monete Ruvestine riportate

nelle Tavole quì annesse si troverà nelle dotte osservazioni del Signor

Cavaliere Avellino di sopra cennate. Mi riserbo solo di trarre da esse

ove l’uopo sarà per esigerlo quelle illazioni che saranno conducenti

per indagare l’epoca della prima fondazione della nostra città, la vera

etimologia del nome alla stessa imposto, il culto de’ suoi antichi

abitanti e l’origine di esso, non che la sua opulenza causata dalla

bontà e fertilità del suo vasto territorio.

Non fia inutile intanto l’avvertire che tra le monete Ruvestine da me

riunite ve ne ha più d’una così ben conservata, e di un conio tanto

bello e vistoso, che ben si può dire di esser state anche in questa

parte portate in Ruvo le belle arti a quello stesso grado di perfezione

che si ammira in tutte le altre cose delle quali anderò a parlare nel

Capo quarto.

[Illustrazione: _Tav. I._]

[Illustrazione: _And. Russo dis. ed inc._]

[Illustrazione: _Tav. II._]

[Illustrazione: _And. Russo dis. ed inc._]

CAPO III.

_La città di Ruvo deve credersi fondata dagli Arcadi che vennero nella

Italia prima della Guerra di Troja._

Dionigi di Alicarnasso, comunque Greco di Nazione, fa un magnifico

elogio delle bellezze della Italia, ed un’ampia descrizione de’ suoi

pregi; dà alla stessa la preferenza su di qualsivoglia altro Paese per

la fertilità del terreno e la moltiplicità de’ prodotti di esso, per la

bontà de’ paschi, la temperatura del clima e tanti altri vantaggi, de’

quali la Natura l’è stata prodiga[45].

Plinio II ripete gli stessi encomj in pochi versi. _Jam vero tanta ei

vitalis, ac perennis salubritatis cœli temperies, tam fertiles campi,

tam aprici colles, tam innoxii saltus, tam opaca nemora, tam munifica

silvarum genera, tot montium afflatus, tanta frugum, et vitium,

olearumque fertilitas, tam nobilia pecori vellera, tot opima tauris

colla, tot lacus, tot amnium, fontiumque ubertas totam eam perfundens,

tot maria, portus, gremiumque terrarum commercio patens undique, et

tanquam ad juvandos mortales ipsa avide in maria procurrens. Neque

ingenia, ritusque, ac viros lingua, manuque superatas commemoro gentes.

Ipsi de ea judicavere Græci, genus in gloriam suam effusissimum, quotam

partem ex ea appellando Græciam magnam_[46].

Non fia dunque meraviglia se le nostre belle Regioni si attirarono

sempre il desiderio dell’estere Nazioni che recò alla povera Italia

infiniti malanni. Siamo però giusti, se le invasioni de’ Popoli

settentrionali dopo la caduta del Romano Impero vi portarono la

ignoranza, la barbarie e ’l pesantissimo giogo della feudalità, la

moltitudine delle antiche Colonie Greche che vennero quì a stabilirsi

vi portò i lumi, le scienze, le belle arti e quella civiltà, la quale

fu utilissima a dirozzare i suoi antichi abitanti che non senza un

fondamento di ragione i Greci gli chiamavano _Barbari_.

Conobbe di buon ora questa verità un gran Popolo che si stava formando

per conquistare l’impero del Mondo, cioè il Popolo Romano. Persuaso lo

stesso dopo la espulsione dei Re che per rendersi grande un Popolo sono

necessarie le buone leggi, nell’anno trecentesimo di Roma spedì li suoi

Legati in Atene ed alle città Greche stabilite in Italia, per dimandare

alle stesse quelle leggi che fossero state per se più opportune, e

cotesta saggia missione ebbe il suo effetto[47].

Con ragione, perchè nelle Greche città dell’Italia fioriva la celebre

Scuola Pitagorica madre feconda di tanti Uomini insigni. Si sono in

esse distinti i sommi legislatori Caronda e Zeleuco, Archita valente

tanto nel comando degli eserciti che nella scienza del Governo, Timeo

gran Filosofo ed Astronomo e sommo Politico, e tanti altri Uomini

illustri che lungo sarebbe l’enumerargli.

Dai lumi diffusi e dai grandi Uomini formati dalla Scuola Pitagorica

han creduto i Greci Scrittori che sia derivato il nome di _Magna

Grecia_, che Plinio nel luogo innanzi riportato lo ripete dai pregi

delle Regioni abitate dalle Greche città[48]. Che che però ne sia della

etimologia del nome suddetto, un dottissimo Scrittore Romano, qual

è Cicerone, lasciò scritto: _Pythagoras, qui cum Superbo regnante in

Italiam venisset, tenuit Magnam illam Græciam cum honore et disciplina,

tum etiam auctoritate, multaque sæcula postea sic viguit Pythagoreorum

nomen, ut nulli alii docti viderentur_[49]. Ed in altro luogo:

_Platonem ferunt ut Pythagoreos cognosceret in Italiam venisse, et in

ea, tum alios multos, tum Archytam, Timeumque cognovisse_[50]. Ed in

vero A. Gellio ci fa sapere che Platone, benchè non fosse stato ricco,

comprò per diecimila danari a lui donati dal suo amico Dione Siracusano

tre libri di Filoleo Filosofo Pitagorico[51].

Vi è gran quistione tra gli Eruditi se la Magna Grecia sia stata

ristretta alle sole città piantate su i tre seni di mare _Locrese,

Scillatico_, e _Tarantino_[52], o pure sotto questo nome siano andate

comprese anche tutte le altre Greche città sparse per la Italia. Tal

discussione non è del presente argomento. Si può osservare ciò che

ne ha dottamente scritto il chiarissimo Canonico Mazocchi nel suo

Commentario sulle Tavole di Eraclea ove ha esaurita la materia.

Pare ch’egli ammetta la così detta _Magna Grecia_ nelle principali

città testè indicate colle Regioni rispettive, ed una Grecia sparsa

e disseminata in tutte le altre non poche città della Italia abitate

da Colonie Greche. Comunque ciò sia non è meno vero che anche queste

città partecipavano della stessa coltura e delle stesse istituzioni.

Facendosi attenzione a ciò che dice Dionigi di Alicarnasso, i Romani

spedirono i loro Legati per aver buone leggi _partim ad Græcas urbes,

quæ sunt in Italia, partim Athenas_. Non alle sole città quindi della

così detta Magna Grecia essi si diressero; ma bensì a tutte le città

Greche della Italia; il che pruova che tutte avevano ugualmente la fama

di essere ben governate. Oltre che li monumenti delle belle arti che

si sono trovati anche nelle altre città Greche che non formavano parte

della così detta _Magna Grecia_, sono una sicura testimonianza che pari

in esse era anche la coltura.

L’emigrazioni de’ Greci in Italia sono state molte e seguite in diversi

tempi prima della famosa Guerra di Troja e dopo di essa. Non è mio

proponimento di entrare in queste indagini che hanno tenute occupate

altre penne assai più dotte. Mi limiterò quindi a parlare soltanto di

que’ Greci i quali si stabilirono in quella Regione in cui è sita la

città di Ruvo, e debbono in conseguenza credersi i fondatori di essa.

Rimonta questa indagine ad un’epoca molto rimota, la quale mi dà dritto

di allogare la nostra città tra le più antiche città Greche della

Italia.

Il prelodato Dionigi di Alicarnasso che visse ai tempi di Ottaviano

Augusto, e benchè Greco di Nazione essendosi recato in Roma, s’invogliò

ad istruirsi molto bene delle cose d’Italia, dopo aver riportate le

diverse opinioni relative ai primi abitanti di essa detti _Aborigini_,

soggiunse ciò che siegue. _Sed Scriptorum Romanorum doctissimi,

et in his Porcius Cato, qui diligentissime scripsit de originibus

Italicarum urbium, Luciusque Sempronius, et alii[53] Græcos esse

affirmant profectos ex Achaja multis ante bellum Trojanum ætatibus, nec

tamen diserte tradunt ex qua Natione Græca, quave urbe migraverint:

ac ne tempus quidem, aut Ducem coloniæ, aut quo casu patrias sedes

reliquerint, fabulamque sequuti Græcanicam, nullius Græci Auctoris eam

confirmant testimonio. Itaque rei veritas quomodo se habeat incertum

est. Quod si istorum sana est narratio, non possunt esse coloni

alterius generis, quam Arcadici. Nam hi primi Græcorum, trajecto sinu

Ionio, domicilium in Italia statuerunt deducti ab Oenotro Lycaonis

filio. Is quintus fuit ab Æzeo, et Phoroneo primis Peloponnesi

Principibus, nam e Phoroneo genita est Niobe, ex qua, et Jove fertur

natus Pelasgus. Æzei vero Lycaon fuit filius, et hujus filia Dejanira.

Ex Dejanira et Pelasgo prognatus est alter Lycaon, cujus Oenotrus fuit

filius XVII ætatibus prius quam apud Trojanos bellatum est[54]. Et

tempus quidem hoc est missæ in Italia coloniæ: migravit autem Oenotrus

a Græcia non contentus portione sui patrimonii. Cum enim essent Lycaoni

XXII filii, opus erat in totidem partes dividi Arcadiam. Hanc ob causam

Oenotrus relicta Peloponneso, classeque parata trajecit mare Jonium,

unaque Peucetius, unus e fratrum numero, comitante eos bona parte

popularium: ajunt hanc gentem fuisse olim frequentissimam. Adjunxerunt

se his et alii Græci, quibus non sufficiebat ager proprius. Itaque

Peucetius quo primum appulerunt in Italiam super Japygiæ Promontorium

suis expositis, sedem ibi fixit, et ab eo horum locorum incolæ dicti

sunt Peucetii_[55].

Continua poi a dire che Oenotro col maggior numero della sua Gente

passò oltre e continuò a navigare fino al mare detto allora _Ausonio_

ed indi _Tirreno_. Che ivi sbarcato edificò delle città, e dal suo

nome fu quella parte della Italia chiamata _Oenotria_. Nelle cose

da lui dette si riporta all’autorità di Ferecide Ateniese che dice a

niuno secondo nel tessere le genealogie. _Qui de Regibus Arcadiæ sic

loquitur. Pelasgo ex Dejanira Lycaon natus est. Huic nupsit Cyllene

Nais Nympha, a qua mons Cyllene dicitur. Deinde recensitis horum

filiis, locisque, quos eorum quisquis habitandos ceperit, Oenotri et

Peucetii sic memorat. Et Oenotrus, a quo Oenotri nominantur in Italia,

ac Peucetius, a quo Peucetii appellantur in sinu Jonio._

Pausania aggiugne che de’ figli di Licaone il Primogenito si chiamava

Νύχτιμος, e questi succedè nel Regno. Nomina quindi gli altri

numerosi suoi fratelli i quali occuparono molti luoghi dell’Arcadia,

fortificarono le antiche città, e ne fondarono delle nuove e soggiugne:

_At natu minimus Oenotrus pecunia, et viris a fratre Nyctimo acceptis,

classe in Italiam transmisit, a qua fuit ea in qua consedit Terra

de Regis nomine Oenotria vocitata. Atque hæc prima a Græcis colonia

deducta_[56].

Passa indi Dionigi di Alicarnasso a parlare di un’altra spedizione

di Arcadi in numero però assai più ristretto che la dice partita

sessant’anni prima della Guerra di Troja dall’antica città dell’Arcadia

denominata _Pallantium_. Condottiere di essa fu Evandro figliuolo di

Mercurio e di una Ninfa e Profetessa Arcadica chiamata Temi. Che furono

questi bene accolti da Fauno Re saggio e prudente che dominava allora

in que’ luoghi, ove surse dappoi la città di Roma, e si stabilirono

vicino al fiume Tevere. Di questa seconda spedizione di Arcadi ne parla

anche Pausania[57].

Dalle notizie quindi che si son premesse si ha che Peucezio con una

porzione degli Arcadi ed altri Greci del Peloponneso sbarcò _super

Japygiæ Promontorium in sinu Jonio_, cioè nel seno Tarantino, e che

dal suo nome prese la Regione il nome di _Peucezia_. Si estese questa

per lungo tratto nel paese adiacente al mare Adriatico. Avvenne però

coll’andar del tempo che in quella parte dell’antica Peucezia ch’era

intorno al Promontorio Japigio sopragiunsero altri Greci che ivi si

stabilirono. Dal che prese quella contrada nuovi nomi e fu chiamata

_Messapia, Japigia, Salentini, Calabria_. In fine qualunque sia stata

la estensione primitiva del Paese denominato _Peucetia_, rimase questa

in seguito ristretta a quella parte della Puglia che porta oggi il nome

di _Terra di Bari_.

Strabone che visse al tempo di Augusto e di Tiberio, dopo aver

descritta la spiaggia d’Italia fino all’antica città di Metaponto

passa a dire: _Contingit Metapontum Japygia, quam et Messapiam

Græci dixere. Incolæ alios Salentinos dicunt, qui circa Japigium

habitant Promontorium, alios Calabros. Supra hos versus Septentrionem

sunt Peucetii, Græco sermone Audanii cognominati. Incolæ quidquid

post Calabriam est Apuliam vocant: fuerunt etiam ibi qui Pediculi

dicerentur, maxime Peucetii_.

Si osservi che allora si chiamava _Calabria_ non già quella Regione

che porta oggi questo nome. La Calabria attuale apparteneva un tempo

ai _Bruzj_, ed in parte anche alla Magna Grecia. La Calabria di cui

parla Strabone era quella lingua di terra, o sia quell’Istmo il quale

da Taranto a Brindisi è racchiuso tra il seno Tarantino e ’l mare Jonio

detto oggi _Terra d’Otranto_. Cotesto Istmo finisce al Promontorio

detto dagli antichi _Salentino_ o _Japigio_, oggi _Capo di S. Maria

di Leuca_. _Messapia Peninsulæ formam obtinet istmo interclusa, qui a

Brundusio Tarentum usque porrigitur spatio CCCX stadiorum: navigatio

circa Japygium Promontorium est circiter CCCC. Metaponto distat stadiis

CC fere Tarentum ortum solis versus._

Passa poi a descrivere il seno Tarantino e la città di Taranto

fondata da una colonia di Spartani. Parla della sua antica potenza e

floridezza, ed indi della sua decadenza causata dalla mollezza e dal

lusso. Esalta la fertilità del terreno di quella Regione, comunque

soggetto alla siccità. Enumera le antiche città che in essa vi erano,

e la diversità della loro origine, dalla quale erano surte le diverse

nomenclature imposte a quella penisola. Quindi conchiude: _Communi

vocabulo Messapiam, Japygiam, Calabriam, et Salentinam appellant_. In

fine passa a parlare delle due strade che da Brindisi menavano a Roma

delle quali si è largamente ragionato nel capo primo[58].

Cenno storico sull'antichissima città di Ruvo nella Peucezia · 第 2 / 36 段