_Tandem etiam ambigua quædam sunt adiicienda. Strabo vias Br

[Illustrazione: (Ritratto dell'Autore)]

CENNO STORICO

SULL’ANTICHISSIMA CITTÀ DI RUVO

NELLA PEUCEZIA

DEL GIURECONSULTO NAPOLITANO

GIOVANNI JATTA

COLLA GIUNTA

Della breve istoria del famoso combattimento

de’ tredici Cavalieri Italiani con

altrettanti Francesi seguito nelle vicinanze

della detta città nel dì 13 Febbraio

1503.

IN NAPOLI 1844

DALLA TIPOGRAFIA DI PORCELLI

_Strada Mannesi num. 46._

L’AUTORE

AL SUO NIPOTE GIOVANNINO JATTA.

_Eccoti il mio _Cenno Istorico_ sull’antichissima città di Ruvo che ti

ho promesso. Sarà forse questa l’ultima mia produzione letteraria. Il

peso degli anni aggravato vie più dalle forti e continue traversie di

salute che sto soffrendo, a grandissimo stento ha potuto permettermi

di soddisfare questo debito che aveva colla nostra comune Patria. Lo

indirizzo a te per infiammare il tuo cuore tenero ancora del santo

amore di essa. Leggilo e rileggilo con attenzione. Vedi se io l’ho

sempre amata e se l’amo, ed amala tu pure allo stesso modo._

_Sono stato io il primo che ho tentato di squarciare quel bujo che

teneva ascosa la sua rimota, ed illustre origine. Mi lusingo di averlo

fatto non senza un successo che riempie il mio cuore di gioja, e

compensa largamente il travaglio non lieve che mi è ciò costato. Manca

al mio lavoro quella perfezione maggiore che avrei in esso desiderata;

ma i mali fisici tolgono anche allo spirito una parte della sua

energia, ed illanguidiscono l’applicazione._

_Tocca a te il supplire ciò che forse potrebbe trovarsi mancante

nelle mie investigazioni, e compiere l’opra da me cominciata per

l’onore della nostra Patria. Continuando con fervore ad istruirti

nelle Lettere, facendo di esse la tua passione e la tua delizia, ed

incitando il tuo cuore a questa santa emulazione, potrai porti in grado

d’illustrare vie più la nostra patria coi tuoi talenti, e con quelle

cognizioni, delle quali coll’ajuto di Dio farai tesoro._

_Vai tu a cominciare nel Mondo quella carriera che io ho terminata. La

tua posizione, le tue circostanze, il mio nome istesso che tu porti ti

chiameranno un giorno a prender parte nelle cose relative alla nostra

Patria. Cerca sempre di esaurire tutti i mezzi, e tutti gli sforzi

per sostenerne l’onore, per difendere vigorosamente i suoi dritti,

per promuoverne sempre più i vantaggi, e per rompere gl’intrighi, ed i

partiti che tornano a discapito de’ suoi veri interessi._

_È questo il primo dovere del cittadino, e la prima virtù dell’uomo

dabbene. Sia questo anche il primo vanto a cui devi tu aspirare. Sii

sempre unito ai veri e bravi cittadini che sinceramente divideranno

con te questi nobili e virtuosi sentimenti. Guardati da chiunque con

mentito zelo ha la Patria solo nella bocca, e nel cuore il proprio

interesse. Sarebbe desiderabile che questa razza di uomini non vi

fosse; ma perchè sventuratamente ve ne ha pur troppo, metti a profitto

questo mio avviso._

_Debbo in fine attendermi dalla tua ottima indole, dal tuo amore e

rispetto per me che la Popolazione di Ruvo dalle tue operazioni abbia

sempre a lodarsi di averti io allevato con que’ medesimi sentimenti

diretti al vero bene della comune Patria che in ogni tempo ha in me

costantemente sperimentati._

È stato sempre vivo in me il desiderio di riunire le notizie istoriche

relative all’antichissima città di Ruvo mia patria che ho sempre amata,

ed amo sommamente. Ma quando li miei anni erano verdi e la mia salute

robusta, prima le occupazioni dell’Avvocheria, ed indi i sacri doveri

della Magistratura non mi lasciarono mai il tempo necessario a simili

ricerche. Sciolto da queste cure e stimolato dallo stesso desiderio,

mi ha in verità sgomentato dal secondarlo la scarsezza positiva del

materiale che bisogna per potersi tessere una Storia.

Molte città, comunque antiche e ragguardevoli, sono rimaste nella

oscurità sia perchè sono mancate le occasioni che avrebbero potuto dare

agli antichi Scrittori la opportunità di parlar di esse, sia perchè

le opere di coloro che ne han parlato non sono sventuratamente giunte

fino a noi. La città di Ruvo si vede appena nominata da qualche antico

Scrittore. Si può solo conoscere con sicurezza ch’era una delle antiche

città della Peucezia. Della sua origine, della sua popolazione, delle

sue istituzioni, della sua coltura nelle scienze e nelle belle arti,

e di ogni altra circostanza che possa rendere ragguardevole una città

nulla si conosce dagli antichi Scrittori.

Nè coteste investigazioni per loro stesse laboriosissime possono

attendersi da qualunque Scrittore il quale non sia animato dall’impegno

positivo d’illustrare una città. Quindi è che i Commentatori degli

antichi Scrittori, e coloro che hanno scritto sulla Geografia antica

non hanno dati della città di Ruvo che cenni molto brevi e secchi,

e talvolta anche assurdi, ed incoerenti come anderemo a vederlo nel

prosieguo del mio discorso.

Ma ciò che più mi ha sorpreso, per non dire irritato, si è che

Cristofaro Cellario il quale ha scritto sulla Geografia antica un’opera

elaborata ed erudita e non ha omesse le città le più meschine ed

oscure, non ha onorata la città di Ruvo neppur di un motto! Anzi nella

Carta della _Magna Grecia_ che ci ha data alla fine della Sezione

III capo IX del lib. II l’ha erroneamente riportata con una doppia

nomenclatura alla stessa estranea, come anderò a rilevarlo al suo

luogo!

Questo però è troppo. Le antiche monete da me raccolte in gran numero,

ed altre già pubblicate pruovano con piena sicurezza ch’era Ruvo una

delle più antiche città Greche dell’Italia. Il chiarissimo Canonico

Mazocchi bene a proposito, osserva che per potersi distinguere le

nostre antiche città Greche da quelle fondate dagli antichi abitanti

delle nostre Regioni, bisogna vedere ciò che ne hanno detto gli antichi

Scrittori, e soggiugne: _At Scriptorum quorumlibet testimoniis longe

exploratiora sunt nummorum, lapidum, tabularum ænearum monumenta,

quæ si Græca fuerint, ecquis de Græcanico earum urbium conditu

dubitabit[1]?_

Se questo illustre Scrittore non allogò anche la nostra città tra le

altre città Greche, delle quali fece la enumerazione, causa ne fu il

silenzio degli antichi Scrittori su tal circostanza, e ’l non esser

state all’epoca in cui egli scrisse pubblicate ancora o conosciute le

antiche monete Greche Ruvestine, le quali hanno scoperta dappoi la sua

origine. Nè si erano a quel tempo disotterrati tampoco que’ tesori che

all’epoca nostra hanno resa la città suddetta molto illustre, cioè li

numerosissimi vasi fittili Italo-Greci (molti de’ quali con leggende

Greche) pregiatissimi non meno per la somma eleganza delle forme, e

per la nobiltà e perfezione del pennello, che per la ricercatezza delle

favole non ovvie che vi sono dipinte.

Questi capi-lavori i quali pareggiano e forse anche superano i vasi

di Nola, creduti per lo innanzi i più pregiati, si hanno attirata la

giusta ammirazione di tutti gli Archeologi di Europa, e pruovano a

trabocco due circostanze. La prima che nella città di Ruvo fiorivano

in grado eminente le scienze e le belle arti, poichè questi monumenti

giustificano la somma abilità de’ Pittori Ruvestini, e la loro piena

istruzione nella Storia, nella Favola, e nella Mitologia. Nè meno

pregevoli sono i lavori ivi rinvenuti di oro, di argento, di bronzo, e

di bellissimi vasellini di vetro colorato di diverse ed eleganti forme.

La seconda ch’era quella città abitata da famiglie ricche e

ragguardevoli, poichè cotesti oggetti preziosi che si trovano riposti

ne’ loro sepolcri non costavano allora meno di quello che si pagano

adesso, ed un lusso funerario così profuso non potevano usarlo che le

persone distinte e doviziose.

Cotesti elementi interessantissimi, il nome istesso della città,

e le notizie che ci han date gli antichi Scrittori delle diverse

trasmigrazioni de’ Popoli della Grecia nella Italia mi portano anche

più oltre. Messo tutto a calcolo ho giusta ragione di credere che

la nostra città fu fondata dagli Arcadi ed altre Genti dell’Acaja

che prima della guerra di Troja vennero a stabilirsi nella Italia

sotto i Condottieri Oenotro e Peucezio, e mi lusingo di poterlo

concludentemente dimostrare.

In quanto poi ai fatti avvenuti, ed alle vicende che hanno potuto

aver luogo ne’ tempi di mezzo forza è confessare che m’imbatto in una

oscurità anche maggiore. Scarsissime sono le notizie che si possono

trarre dalle Cronache. Mi è quindi impossibile scrivere una storia

ordinata. Debbo per necessità limitarmi a quelle poche cose che la

mia avanzata età, ed i continui patimenti di salute che soffro mi han

potuto permettere di raccorre. Voglio augurarmi che nella città di

Ruvo sorgano ingegni più vegeti e più felici, i quali infervorati dallo

stesso impegno d’illustrare vie più la commune Patria, si applichino a

dilatare per l’onore della stessa quella via che sono stato io il primo

ad aprirla.

Per gli ultimi tempi in fine avendo io avuta una gran parte negli

avvenimenti seguiti, ed essendo il solo rimasto superstite di coloro

che potevano esserne bene informati, sono al caso di poterne parlare

con quella verità, e minutezza che a niun altro sarebbe facile.

Cercherò quindi farlo nel modo che possa riuscire anche utile e

profittevole ai miei concittadini tanto presenti che futuri.

CAPO I.

_Degli antichi Scrittori che hanno parlato della città di Ruvo._

Non fia meraviglia che i due antichi Geografi Pomponio Mela, e Tolomeo

non abbiano parlato della nostra città. Il titolo che diè il primo al

suo libercolo Geografico fu _De situ Orbis_. Non si occupò quindi di

altro, meno che di percorrere e cennare la situazione del Mondo allora

conosciuto, e delle diverse Regioni che lo componevano. Pochissime

sono le città ch’ebbe la occasione di nominare nel fare tal succinta

descrizione. Lo dichiarò ei medesimo nella prefazione premessa al suo

libercolo, poichè disse: _Dicam autem alias plura, et exactius: nunc

autem ut quæque erunt clarissima, et strictim_.

Tolomeo fu di lui più largo in questa parte. Ma tranne le città

principali, o almeno da lui credute tali, di tutte le altre, benchè

sicuramente antiche e conosciute, non se ne incaricò nè punto nè poco.

Ne diè di ciò la ragione, poichè disse che la minuta descrizione di

esse apparteneva, non già alla Geografia, ma bensì alla _Corografia_,

nel che non saprei dire quanto sia stato adeguato il di lui avviso[2].

Farebbe però una giusta sorpresa il non trovare la città di Ruvo

nominata neppur da Strabone che fu un Geografo minutissimo, alla di

cui attenzione non isfuggirono neppure le città distrutte, se il di

lui silenzio rispetto alla nostra città non fosse derivato da una

manifesta alterazione sofferta dal seguente luogo della sua dottissima,

ed accuratissima opera, ove della città di Ruvo che non si vede punto

nominata doveva per necessità parlarsi.

Descrive questo Scrittore le due strade per le quali da Brindisi si

andava a Roma, e dice: _Una, qua muli ire possunt per Peucetios, qui

Pediculi dicuntur, ac Daunios, ac Samnites Beneventum usque, qua in via

urbes sunt Egnatia, Celia, NETIUM, Canusium, Herdonia_[3]. Descrive poi

l’altra strada che passava per Taranto, Uria, e Venosa e soggiugne:

_Coeunt ambæ viæ apud Beneventum ad Campaniam. Inde Romam usque jam

Appia via ducit per Caudium, Calatiam, Casilinum, usque Venusiam

reliqua sunt dicta. Tota via a Brundusio Romam est stadiorum CCCLX_[4].

Rispetto alla prima strada descritta da Strabone la quale traversava

l’antica Peucezia, quel _Netium_ che si vede situato tra Celia e Canosa

ha messi a tortura gli Eruditi, ed i Geografi. Hanno tutti convenuto

che _Netium_ Νήτιον è un nome sconosciuto alla Geografia antica

intruso per errore nel testo di Strabone. Quindi chi ha proposta una

emendazione e chi l’altra; ma niuno di essi ha colpito al segno. Niuno

di essi ha saputo finora vedere ove giace la lepre, sia per la mancanza

della conoscenza de’ luoghi, sia per la mancanza di quell’interesse che

porta sovente gli uomini a penetrare nel fondo delle cose, e scoprire

quelle verità che son rimaste per lungo tempo ottenebrate. Tocca dunque

a me il troncare cotesto nodo Gordiano, ed entrare in una discussione

interessantissima per l’argomento che mi ho proposto.

Xilandro sul trascritto luogo di Strabone, dopo aver parlato dì

_Celia_, soggiugne: _De Netio nihil habeo: nisi forte sit Aletium

Plinii_. Ma cotesta emendazione da lui proposta, con un _forte_ per

altro, non può aver luogo. L’_Aletium_ di cui parla Plinio nel luogo

che sarà più giù riportato lo alloga ne’ Salentini. Quindi Cristofaro

Cellario ha opinato che sia l’attuale città di Lecce sita tra Brindisi,

ed Otranto[5]. Ma il Canonico Mazocchi opina che sia questo un nome

intruso, o corrotto nel testo di Plinio[6]. Comunque ciò sia, non si

potrebbe situare giammai tra Celia e Canosa nell’antica Peucezia una

città la quale, ove sia esistita, apparteneva ai Salentini, o sia

all’antica Calabria a cento miglia e più di distanza da Celia.

Isacco Casaubono nelle sue annotazioni a Strabone sulla parola Νήτιον

fa la seguente osservazione. _Netium nusquam in isto tractu nominatam

reperio, valdeque vereor ne ex proxima voce_ Κανυσιον _orta sit illa_

και Νήτιον, _quod mihi Ptolomæi maxime tabulæ suadent_. Ma è una idea

molto stentata quella di far sorgere cotesto Νήτιον dal raddoppiamento

della parola Κανυσιον che nulla ha di comune con Νήτιον. Nè basterebbe

tampoco a provare la non esistenza della città denominata _Netium_ per

la sola ragione che Tolomeo non parla di essa, poichè questo Scrittore,

come innanzi si è detto, non si è incaricato tampoco di tante altre

antiche città, sulla esistenza delle quali non vi può cader quistione.

Quindi la sola osservazione solida e vera del Casaubono è stata _Netium

nusquam in hoc tractu reperio nominatam_.

Giacomo Palmerio sullo stesso luogo di Strabone s’incarica di ciò che

aveva detto Casaubono, ed osserva: _Putat Casaubonus_ τό Νήτιον _esse

male repetitum ex_ Κανυσιον _quod apud Ptolomæum non notatur ea urbs,

seu locus. Sed cum videam in tabulis Peutingerianis in eo tractu post

Celiam_ Ehetium, _puto non esse vocem expungendam hoc loco ex Strabone_

Νήτιον; _sed vel corruptam esse ex_ Ehetium _tabularum, vel_ Ehetium

_corruptum in Tabulis ex_ Νήτιον. A buon conto, la emendazione proposta

da Palmerio parte dal dire che il Νήτιον di Strabone, e l’_Ehetium_

della Tavola Peutingeriana possano essere la stessa cosa.

Ma vale ciò lo stesso che il voler spiegare _ignotum per ignotum_. Se

sconosciuto agli antichi Scrittori è il _Netium_ intruso nel testo di

Strabone, ignoto è del pari l’_Ehetium_ della Tavola Peutingeriana.

D’altronde non sempre dalle Tavole Peutingeriane si possono prendere

argomenti per le cose relative alla Geografia antica. È ad osservarsi

in primo luogo che nelle Tavole suddette si vedono segnate molte nuove

città, le quali non vi erano al tempo di Strabone, di Plinio, e di

Tolomeo. Quindi mal si argomenta da esse all’epoca di Strabone quando

le città che si vedono notate sono sconosciute agli antichi Scrittori.

In secondo luogo è anche ad osservarsi che le Tavole Peutingeriane

furono pubblicate da _Marco Vesero_. Nella sua prefazione alle stesse

ei ci fa conoscere il modo in cui vennero nelle mani di _Corrado

Peutingero_, da cui presero il loro nome. Dice inoltre che non ne fece

costui molto conto, e quindi non curò di pubblicarle. Soggiugne ch’ei

le crede un _Itinerario militare_ formato ai tempi di Teodosio, non già

da un Geografo, o da un dotto Matematico, ma bensì da quell’impiegati

nelle Armate di quel tempo che si chiamavano _Metatores_. Si

adoperavano costoro a designare i luoghi degli accampamenti, e parla di

essi Vegezio nel lib. I cap. 7.

Osserva quindi che manca alle Tavole suddette qualunque esattezza

Geografica: che molti inoltre sono i luoghi che si trovano in esse o

mancanti, o corrotti[7]. Dice anche lo stesso Filippo Cluverio nella

sua prefazione alla _Geografia antica_. Nè sono queste osservazioni

che possono fallire, poichè basta guardare le Tavole Peutingeriane

per ravvisarsi a colpo d’occhio la imperizia di chi le ha delineate.

Facendosi poi alle stesse attenzione, _passim_ si scorge la corruzione

de’ nomi de’ luoghi, e delle città in esse riportate.

Nondimeno poichè non tutto è guasto ed alterato, ed anche perchè

talvolta i nomi alterati corrispondono in certo modo ai veri, si può

trarre da esse un partito, ed è utile tenerle presenti, senza che però

si faccia da ciò dipendere la decisione di quelle cose che mettono

capo nella Geografia antica. Del resto nella quistione di cui si tratta

standosi anche alla Tavola Peutingeriana che segna i luoghi dell’antica

Peucezia quell’_Ehetium_ del Palmerio si vede in essa situato tra Celia

e Taranto, e non già tra Celia e Canosa. Nulla quindi cotesto luogo che

nella Tavola suddetta si vede al di là di Celia dal lato orientale può

aver che fare col preteso _Netium_ di Strabone che verrebbe a ricadere

nel lato occidentale di essa. Osta la posizione de’ luoghi.

Aggiungo inoltre che il chiarissimo Signor _Millingen_ ha opinato

che l’_Ehetium_ della Tavola Peutingeriana corrisponda all’antica

città della Peucezia denominata _Azetium_, le di cui monete portano

la leggenda ΑΖΕΤΙΝΩΝ ovvie nella Puglia, ma riputate per lungo tempo

incerte. Egli crede che gli _Azetini_ debbono essere lo stesso Popolo

riportato da Plinio sotto il nome di _Ægetini_ nel libro III cap.

XI. Crede in fine che cotesta città doveva stare nel sito attuale

di _Rutigliano_ perchè nel territorio di Rutigliano dice di essersi

trovate molte monete colla detta leggenda[8]. Ma data anche per

vera tal conghiettura, la Terra di Rutigliano sta al di là di Celia

verso Taranto come l’_Ehetium_ della Tavola Peutingeriana. Quindi la

emendazione proposta dal Palmerio manca di fondamento.

Giacomo Surita nelle sue annotazioni sull’Itinerario di Antonino,

di cui sarò in seguito a ragionare, sotto la rubrica _ab Æquotutico

Hydrunto ad Trajectum_ sulla parola _Herdonia_ propone un’altra

emendazione della parola Νήτιον di Strabone, la quale non è più felice

delle altre che si son premesse. _Strabo lib. VI pag. 282 Brundusio

Romam tendentibus duas vias fuisse: una inquit mulis vectabilis

per Peucetios, qui Pediculi vocantur, et Daunios, et Samnites usque

Beneventum, in qua via urbs est Egnatia, post eam Celia, et Neritum, et

Canusium, et Herdonia. Legendum enim_ Neritum _arbitror, unde Plinius_

Neritinos, _non_ Netium.

Ma il sostituire la parola _Neritum_ al preteso _Netium_ di Strabone

è un salto mortale il quale fa torto a Surita. Colla proposta

emendazione tra Celia ch’era nella Puglia Peucezia, e Canosa ch’era

nella Daunia, come più giù saremo a vederlo, si verrebbe a situare

la città denominata _Neritum_ da Tolomeo, e _Neretum_ nella Tavola

Peutingeriana. Ma questa città che porta oggi il nome di _Nardò_

formava parte dell’antica Calabria, o sia de’ Salentini a cento miglia

e più di distanza da Celia, come lo ha ben dimostrato Cristofaro

Cellario[9], e come lo pruova anche lo stesso luogo di Plinio a cui il

Surita si è riportato. Osta quindi alla detta emendazione la situazione

de’ luoghi. Cotesto luogo di Plinio lo ha contentato anche il P.

Giovanni Arduino Gesuita nelle sue note alla Storia Naturale di questo

Scrittore stampata in Parigi nell’anno 1741. Ha egli proposta una

giustificazione della parola _Netium_ intrusa nel testo di Strabone, la

quale pecca di violenza. Il luogo di Plinio di cui sto ragionando nella

edizione del P. Arduino è il capo XVI del libro III; ma nelle altre

edizioni è il capo XI del lib. III[10]. Vi sono inoltre in cotesta

edizione delle varietà dall’edizioni precedenti, che anderò a notarle

una per una. Vengo intanto a riportare questo Luogo di Plinio come

si legge nella detta edizione del P. Arduino colle note opportune che

saranno da me aggiunte ove l’uopo lo esigerà.

Premetto che Plinio ha quì divisa l’Italia in Regioni. Nella seconda

Regione ha allogati _Hirpinos, Calabriam, Apuliam, Salentinos_.

Sotto il nome di _Apulia_ vi ha compresa tanto la Daunia, che la

Peucezia. Dopo aver riportate le città marittime della detta seconda

Regione, passa ad enumerare le Popolazioni delle città interne, e

dice; _Beneventum auspicatius mutalo nomine, quæ quondam appellata

Maleventum, Auseculani[11], Aquiloni, Abellinates cognomine

Protropi, Compsani, Caudini, Ligures, qui cognominantur Corneliani,

et qui Bebiani; Vescellani, Æculani[12], Aletrini, Abellinates

cognominati Marsi, Atrani, Æcani, Alfellani, Attinates, Arpani,

Borcani, Collatini, Corinenses, et nobiles clade Romana Cannenses,

Dirini, Forentani, Genusini, Herdonienses, Hyrini, Larinates

cognomine Frentani, Merinates[13], ex Gargano; Mateolani, Netini[14]

RUBUSTINI[15], Silvini, Strabellini, Turmentini, Vibinates, Venusini,

Ulurtini. Calabrorum Mediterranei; Ægetini, Apamestini, Argentini,

Butuntinenses[16], Deciani, Grumbestini, Norbanenses, Paltonenses[17],

Sturnini, Tutini. Salentinorum: Aletini, Basterbini, NERETINI,

Valentini, Veretini._

Ora è quì notabile che la parola _Neritini_ in tutte le altre edizioni

di Plinio, come innanzi ho detto, è riportata due volte. La prima volta

si vede unita ai _Rubustini_, ed ai _Silvini_. La seconda è allogata

ne’ _Salentini_. Ma non essendovi nell’antica Geografia due città

di questo stesso nome, e la città denominata _Neritum_, o _Neretum_

trovandosi solo ne’ Salentini e non altrove, bisogna dire che sia stato

questo un nome erroneamente raddoppiato nel testo di Plinio, come ha

bene a proposito osservato anche Cristofaro Cellario nel luogo che

sarò or ora a riportare. Quindi bisogna cassarlo in quel luogo ove si

vede riunito ai _Rubustini_ ed ai _Silvini_, e ritenerlo nel luogo che

sussiegue, ove si vede allogato ne’ _Salentini_ ai quali realmente

apparteneva, come appartiene anche oggi la città di _Nardò_ ch’è

l’antico _Neritum_.

Il P. Arduino però uscendo da questa regola del retto ragionare, per

dare esistenza a quel _Netium_ che niuno ha saputo vedere ove sia

stato, ha troncata e mutilata la parola _Neritini_ che si legge in

tutte l’edizioni di Plinio unita ai _Rubustini_ ed ai _Silvini_, e

ne ha formata la parola _Netini_ di sua assoluta creazione. Quindi

nella nota undecima sul trascritto luogo di Plinio fa la seguente

osservazione: _Netini a Netio oppido prope Canusium, Herdoniamque,

Nήτιον Straboni lib. VI pag. 282, Nerentinos, quos hic libri quidam

addunt[18] expunximus, cum inferius Salentinis, ut sane oportuit,

reddantur._

Una emendazione però di tal fatta è troppo licenziosa, anzi violenta.

Niuno quindi può applaudirla; tanto più che l’arbitraria mutilazione

della parola _Neritini_ di Plinio che l’Arduino si ha permessa, mena ad

introdurre nella Geografia antica una città perfettamente sconosciuta a

tutti gli antichi Scrittori, e malamente intrusa nel testo di Strabone

da un errore degli amanuensi.

In mezzo a tanta discrepanza di opinioni, e di emendazioni della

parola Νήτιον Cristofaro Cellario osserva che vi è quì sicuramente

un’_ambiguità_. Riporta ciò che ha detto Luca Olstenio tanto sul

preteso _Netium_, quanto sull’antica città di _Celia_. Passa a rassegna

le due opposte opinioni di Casaubono, e del P. Arduino sulla parola

Nήτιον, e le censura entrambe; ma non ha voluto impegnarsi a disciorre

il nodo di una quistione che si è resa complicata per poca riflessione

di tanti Uomini per altro dottissimi.

_Tandem etiam ambigua quædam sunt adiicienda. Strabo vias Brundusinas

recensens unam monstrat, quæ regredientem ferat per Egnatiam, Celiam,

Netium, Canusium, Herdoniam. Non quidem Κελια Strabonis, et Ptolomæi,

quæ in Mediterraneis Peucetiorum scribit, sive Cælium Plinii lib, III

cap. XI, tam dubiæ positionis est, ut nullo modo investigari possit,

quam Holstenius pag. 276 testatur nomen retinere quatuor, aut quinque

millibus passuum supra Barium in mediterraneis, per quam etiam hodie

via publica ducit_[19]. _Unde Frontinus de Coloniis libro Cœlinum

agrum denominat, et Harduinus eo nummum Caracallæ refert inscriptum_

Ael. Munic. Coel. Ant., _quasi_ Ælium Municipium Cælium Antoninianum.

_Sed_ Νήτιον _Netium est quod maxime locorum scrutatores vexat.

Strabonis verba sunt_ έφ’ ή οδώ Εγνατία πόλις εῖτα Κελια, καί Νήτιον,

καί Κανύσιον, καί Ερδονία. Qua via est Egnatia, dein Celia, et Netium,

et Canusium, et Herdonia. _Casaubono videntur expungendæ voces_ καί

Νήτιον, _tanquam ex una_ Κανύσιον _bis perperam exscripta natæ, quod

violentum consilium est merito improbatum ab Holstenio: qui primum

quidem ad_ Natiolum _Tabulæ, quasi inde deminutum referebat; sed quod

hoc in alia via deprehendebat, sententiam postea mutavit[20], nec

vero certiorem aliam substituit, nisi quod dicit_ Νήτιον _Strabonis

esse Ehetium Tabulæ, quamvis ordo variet_[21]. _Harduinus Plinii lib.

III cap. XI_ Netinos _inseruit, ex Codice veteri an ingenio suo non

ostendit, ubi priores_ Neretinos _legerunt, qui paulo post repetuntur,

et alterutro loco vel vitiosum, vel pravatum vocabulum videatur.

Strabonem ergo sequutus expunxit syllabam, et_ Netinos _reliquit

tanquam lectionem genuinam_[22].

Filippo Ferrario intanto, senza essersi incaricato della disputa che vi

è tra gli Eruditi sulla parola Νήτιον, e senza aversi data la pena di

esaminare se cotesta città abbia mai avuta esistenza, ha dato per vero

che il preteso _Netium_ di Strabone sia lo stesso che l’attuale città

di _Andria_ sita tra Ruvo e Canosa[23]. Ma Michele Antonio Baudrand

nelle sue note al Lessico del Ferrario osserva: _Netium oppidum Apuliæ

Peucetiæ quid sit non constat, et Neritum scribendum esse autumat

Surita_. Nella sua Geografia poi ripete la stessa osservazione e dice:

_Netium oppidum Apuliæ Peucetiæ Straboni quid sit non constat, quanquam

Andriam urbem interpretatur Niger, et Neritum scribendum esse annotavit

Surita ad Antonini Itinerarium_[24].

Dalle cose premesse risulta che gli Uomini dottissimi di sopra

mentovati tutti han convenuto che quel Νήτιον intruso nel testo di

Strabone è un nome sconosciuto all’antica Geografia, tranne il solo

P. Arduino, il quale ha creduto dare allo stesso quella esistenza che

non ebbe mai alterando, e mutilando la parola _Neritinos_ che si legge

nel luogo di Plinio di sopra riportato. Mentre però hanno riconosciuta

questa verità, ed hanno quindi creduta indispensabile una emendazione,

le loro opinioni in questa parte sono cadute in una positiva

divergenza, la quale non può non destar meraviglia.

Ha taluno opinato, come si è veduto innanzi, di doversi cassare la

parola Νήτιον, senza essersi incaricato che tra Celia e Canosa vi è

la distanza di circa cinquanta miglia, e questo cammino non si poteva

fare colla vettura in una sola giornata. Quindi cassandosi Νήτιον

era indispensabile sostituire a questa un’altra città intermedia di

fermata tra Canosa e Celia. Si sono altri incaricati di questa giusta

osservazione; ma la città intermedia di fermata che hanno sostituita

al preteso Νήτιον o si è trovata meramente ideale, o l’hanno presa da

una Regione diversa e lontanissima, e quindi non suscettiva di essere

allogata tra Celia e Canosa.

Sembra veramente incredibile che niuno di tanti bravi Uomini abbia

fatta attenzione che tra Celia e Canosa vi era realmente quella città

intermedia di fermata che la distanza de’ luoghi suggeriva che non

fosse mancata, ed era questa la città di _Ruvo_. Quindi quel Νήτιον

altro non è che un nome guasto e corrotto intruso nel testo di Strabone

in quel luogo ove per necessità doveva esservi scritto _Rubi_. A

confermare questa osservazione basterebbe riflettere che Strabone fu

come innanzi si è detto uno Scrittore minutissimo, e molto accurato.

Quindi non si può mai credere che mentr’egli si occupò di proposito

a descrivere l’andamento della strada che da Brindisi menava a Roma

traversando la Peucezia, avesse omessa una città non ignobile, qual

era sicuramente la città di Ruvo, messa senza verun dubbio sulla strada

suddetta da lui descritta.

Che sia questo un positivo assurdo generato unicamente dalla corruzione

del testo di Strabone lo pruovano concludentemente le seguenti

osservazioni tratte dagli antichi Scrittori. Secondo l’erronea

posizione del testo di Strabone le città di fermata sulla strada

suddetta da lui indicate sarebbero _Egnatia, Celia, Netium, Canusium,

Herdonia_. Or questa stessa strada fece il Poeta Orazio nel suo viaggio

da Roma a Brindisi con molta lepidezza da lui descritto. Il solo

divario nelle fermate che in esso vi è fu che in vece di pernottare

a _Celia_ andò a pernottare a Bari che, come innanzi si è detto, è a

poche miglia di distanza dall’antica _Celia_.

Orazio però partito da Canosa non andò certamente a pernottare a quel

_Netium_ ch’è un nome puramente ideale. Andò bensì a pernottare a

_Ruvo_ ch’era la città intermedia di fermata tra Canosa e Celia, tra

Canosa e Bari.

_Inde Rubos fessi pervenimus, utpote longum_

_Carpentes iter, et factum corruptius imbre._

_Postea tempestas melior, via pejor ad usque_

_Bari mœnia piscosi_[25].

Ecco la città intermedia di fermata tra Canosa e Bari, tra Canosa e

Celia. Da Bari Orazio passò ad Egnazia, e di là a Brindisi termine

della stessa via descritta da Strabone, e del suo viaggio.

Giova quì anche osservare che se il luogo di fermata tra Celia e

Canosa fosse stato quel _Netium_, che da taluni si è spacciato con poca

riflessione di essere stato lo stesso che l’attuale città di _Andria_,

ne sarebbe da ciò risultato un cammino molto mal ripartito, e quindi

assolutamente incoerente. Ed in vero da Celia, oggi Ceglia, ad Andria

vi è la distanza poco minore di quaranta miglia, e da Andria a Canosa

quella di nove, o al più dieci miglia. Ma in quale Itinerario antico,

o nuovo si trova un cammino di due giornate ripartito con una simile

insensatezza?

Si aggiunga a ciò che troppo lungo sarebbe stato anche il cammino

da Celia al preteso _Netium_ secondo il sistema di viaggiare di quel

tempo, e la qualità delle vetture che si adoperavano. Orazio dice di

aver fatto da Canosa a Ruvo un lungo cammino _utpote longum carpentes

iter_. Ma da Canosa a Ruvo non vi sono che venti miglia a farsi. Quanto

più lungo sarebbe stato il cammino da Celia a _Netium_ (Andria),

essendovi una distanza ch’è quasi il doppio? Sotto tutti i rapporti

quindi si rende chiaro e manifesto che quel Νήτιον è un nome corrotto,

ed intruso in quel luogo di Strabone ove vi era scritto _Rubi_, vera ed

unica città di fermata intermedia tra Celia e Canosa su quella strada

da Roma a Brindisi che imprese egli a descrivere.

Queste giuste osservazioni le rafferma vie più l’Itinerario

dell’Imperatore Antonino. La strada che in esso è tracciata da Roma

fino ad Otranto è quella stessa che Strabone ha descritta, cioè la

prima che traversava la Daunia, ed indi la Regione Peucetica. Giunta

quindi la stessa da Roma nella Puglia è dall’Itinerario suddetto così

riportata. _Ecas_ (Troja) _M. P. XVIII. Erdonias M. P. XVIIII. Canusio

M. P. XXV. RUBOS M. P. XXIII. Butuntus M. P. XI[26] Barium M. P. XII._

Or cotesto Itinerario stabilito dalla pubblica Autorità tronca tutte

le quistioni sulla parola Νήτιον, poichè fissa la città di Ruvo come

il luogo intermedio di fermata tra Canosa e Bari, donde poche miglia

lungi era Celia. Lo fissa inoltre con quella giusta proporzione che vi

dev’essere nella ripartizione del cammino, poichè segna ventitre miglia

da Canosa a Ruvo, ed altrettanti da Ruvo a Bari.

Pietro Vesselingio inoltre nella bellissima edizione che ci ha data

dell’Itinerario di Antonino stampata in Amsterdam nell’anno 1735 vi

ha unito un altro antico Itinerario dalla città di Bordò della Francia

fino a Gerusalemme che si crede dell’epoca dell’Imperator Costantino.

In cotesto Itinerario che presenta il ritorno del viaggiatore da

Gerusalemme a Bordò si vedono notati non solo i luoghi di fermata ove

si pernottava detti _Mansiones_ nell’Itinerario di Antonino, ma anche

quelli ne’ quali si cangiavano a mezza strada le vetture, o gli animali

da tiro che nell’Itinerario Gerosolimitano sono indicati col vocabolo

_Mutationes_, come anche il detto Vesselingio lo ha avvertito nella

prefazione allo stesso premessa.

Dopo essersi nel detto Itinerario descritti i luoghi per i quali allora

si passava nel tratto di strada che vi è da Otranto fino alla città

di Bari indicata col nome di _Beroes_, si vengono a segnare gli altri

luoghi da Bari in qua, e si dice così: _Civitas Beroes M. XI. Mutatio

Botontones_ (Bitonto) _M. XI. Civitas RUBOS M. XI. Mutatio ad quintum

decimum M XV. Civitas Canusio M. XI. Mutatio XI. Civitas Gerdonis_

(Erdonia) _M. XV etc._

Dal che risulta sempre più dimostrato che il luogo di fermata

intermedio tra Bari e Canosa, o tra Celia e Canosa è stato sempre, ed

in tutti i tempi la città di Ruvo, e non già quel supposto _Netium_ di

Strabone che si è da taluni inconsideratamente smaltito di essere stato

lo istesso che l’attuale città di Andria.

Che sia questo un puro sogno lo prova concludentemente lo stesso

Itinerario Gerosolimitano, il quale il luogo della _Mutazione_, o sia

del cangiamento della vettura, o degli animali tra Ruvo e Canosa lo

reca così _Mutatio ad quintum decimum_. Risulta da ciò chiaramente che

cotesto luogo anonimo della _Mutazione_ suddetta non doveva esser altro

che un albergo messo nella campagna per dare ai viandanti il comodo

di cangiar la vettura, o gli animali, come si fa anche oggi per lo

cangiamento delle poste, poichè ove non vi sono città o villaggi, si

cangia la posta ne’ designati alberghi messi in campagna sulle strade

Consolari.

Quindi molto bene avverte Vesselingio nella precitata sua prefazione:

_Porro_ Mansio _quid sit nullus puto ignorat_. Mutationes _sunt

veredorum, vel animalium ad iter. Eæ vehiculis, et animalibus, eorumque

pabulis instructæ erant: sed non ceteris rebus ad usum vitæ humanæ

peregrinantibus necessariis. Ideoque distinguuntur in libris nostris,

ut XI Cod. Theodos. tit. I cap. IX._

Or se tra Canosa e Ruvo sull’antica Via Appia detta poi Trajana vi

fosse stata a mezza via la pretesa città denominata _Netium_ (ora

Andria), la _Mutazione_ si sarebbe situata nella città suddetta, e

non già in un albergo messo in mezzo alla campagna. Ed in vero nello

stesso Itinerario il luogo della _Mutazione_ tra Bari e Ruvo si vede

stabilito nella città di Bitonto che sta alla metà del cammino tra

l’una e l’altra. Si vede lo stesso replicato anche in tutti gli altri

luoghi, ne’ quali tra due città di fermata ove i viandanti pernottavano

dette _Mansiones_, vi era una città intermedia ove situar si poteva la

_Mutazione_ delle vetture o degli animali.

Era ciò anche nel buon senso. Le vetture han bisogno di risarcimenti e

gli animali addetti alle stesse han bisogno di ferrature, di medicine,

e di assistenza quando sono ammalati. A questi bisogni si può supplire

con molto maggiore facilità ne’ luoghi abitati che in mezzo ad una

campagna. Se tra Ruvo e Canosa vi fosse stato quel supposto _Netium_,

si sarebbe ivi situato il luogo della _Mutazione_, e non già in mezzo

ad una campagna, ove non vi potevano essere artieri e maniscalchi.

Le _Mutazioni_ si situavano a tal modo quando non si poteva fare

altrimenti e quando mancava la vicinanza di una città.

Francesco Maria Pratilli nei suo libro sulla _Via Appia_ ha creduto

che il luogo della Mutazione _ad quintum decimum_ tra Ruvo e Canosa

segnato nell’Itinerario Gerosolimitano sia stato nel sito, o nelle

vicinanze di quell’antica osteria che porta oggi il nome di _Guardiola_

messa a mezza via sull’antica strada che da Ruvo mena direttamente a

Canosa. Conferma questa sua conghiettura col dire che nelle vicinanze

della osteria suddetta ha ei medesimo osservato che tuttavia esistono

i tratti delle grosse selciate della via Trajana la quale passava per

quel luogo[27].

Cotesta sua conghiettura non è improbabile, e forse la detta antica

osteria non per altra ragione si trova tuttavia in quel sito solitario,

se non perchè era quello un tempo il luogo della mutazione _ad

quintum decimum_ indicata nell’Itinerario Gerosolimitano che si è

conservata per osteria ne’ tempi posteriori[28]. Ma questo istesso

esclude la esistenza del preteso _Netium_ di Strabone che si vuol

credere lo stesso che l’attuale città di Andria, e ciò per un’altra

convincentissima ragione.

La predetta osteria detta _Guardiola_ è lungi da Andria due miglia e

mezzo. Or se l’antica via Trajana che da Canosa menava a Ruvo passava

pe ’l sito della detta osteria, è chiaro per se stesso che passar non

poteva per quel sito ove attualmente sta la città di Andria che n’è

discosto due miglia, e mezzo. Questa osservazione rende chiaro vie

più che quel luogo di Strabone il quale ha situata la supposta città

denominata _Netium_ sulla strada consolare che da Brindisi menava a

Roma è manifestamente corrotto e viziato, perchè tra Ruvo e Canosa non

vi era alcuna città per la quale fosse la stessa passata.

Ma si dia di scure alla radice. Come potersi affermare che il preteso

_Netium_ di Strabone viva nell’attuale città di Andria se questa città

molti secoli dopo di Strabone fu fondata dai Normanni? Lo contesta ciò

Guglielmo Appulo ne’ seguenti versi del suo Poemetto Normanno:

_Unfredum totus cum fratre Drogone tremebat_

_Italiæ populus, quamvis tunc temporis esset_

_Ditior his Petrus consanguinitate propinquus._

_Condidit hic Andrum, fabricavit et inde Coretum,_

_Buxilias, Barolum maris ædificavit in oris_[29].

Al Conte Pietro di cui quì si parla era spettata la città di Trani

nella Dieta che tennero i Normanni nella città di Melfi per dividersi

tra loro di accordo le città della Puglia che avevano conquistate colle

loro armi[30]. Il Conte Pietro quindi ch’era il più ricco di essi cercò

di accrescere la sua dominazione colle città di Barletta, Andria,

Corato, e Bisceglia che sono tutte a poca distanza intorno a Trani

ch’era in quel tempo la città principale. Quindi il nostro Storico

Gio. Antonio Summonte dice che il Conte Pietro Normanno fu fondatore di

Andria, Corato, Bisceglia e Barletta[31].

L’abate Troyli riporta la favoletta spacciata da Domenico Pingerna

Arciprete di Andria, il quale lasciò scritto che sia stata quella

città edificata da Diomede, e che abbia preso il suo nome dall’isola di

Andro sita nel mare Egeo poco lungi da Samo. Contraddice egli cotesta

storietta coll’addurre anche ciò che ne han detto _Arrigo Bavo_ nella

descrizione del Regno di Napoli, e _Ferdinando Ughellio_ nella sua

Italia Sacra, i quali convengono che fu la città suddetta edificata

da Pietro Normanno Conte di Trani[32]. È una cosa questa per altro che

si confuta da se stessa, perchè priva di qualunque autorità istorica e

suggerita solo dalla fantasia di chi ebbe la vaghezza di scriverlo.

Per altro lato si conoscono, come anderemo a vederlo nel capo III, le

città che gli antichi Scrittori credettero di esser state fondate da

Diomede nella Daunia però, non già nella Peucezia, ove non si estese

giammai la sua dominazione. Se tra queste vi fosse stata anche Andria

non si sarebbero fatte tante dispute su quel _Netium_ di Strabone di

cui ho innanzi lungamente ragionato, poichè cotesta pretesa antica

città Diomedea l’avrebbero gli antichi Scrittori riportata col suo nome

di _Andria_ o _Andro_, il quale è assolutamente ignoto alla Geografia

antica.

Non posso però convenire col Summonte che anche Barletta e Bisceglia

siano state fondate di pianta dal detto Conte Pietro, perchè coteste

due città marittime già esistevano molto prima della venuta de’

Normanni nelle nostre Regioni. Ciò che dice Guglielmo Appulo ne’ versi

di sopra trascritti si deve intendere che il Conte Pietro abbia fondate

le due novelle città di Andria e Corato, e semplicemente restaurate e

fortificate le due antiche città di Barletta e Bisceglia. Ed in vero

pos’egli una differenza tra le prime e le seconde, e cercò questa di

esprimerla nel miglior modo che seppe farlo col mediocre latino in cui

si vede scritto il precitato suo poemetto proprio della poca nitidezza

dello stile di quel tempo.

Parlando di Andria disse _condidit hic Andrum_. Passando a parlar

di Corato soggiunse _fabricavit et inde Coretum_. Ma per Bisceglia e

Barletta si valse del vocabolo _ædificavit_, e disse _Buxiliam, Barolum

maris ædificavit in oris_. Le parole _condidit_ e _fabricavit_ fanno

intendere che il Conte Pietro fu il fondatore delle prime due città

fatte di pianta. La parola _ædificavit_ di cui si valse per Bisceglia

e Barletta esprime il concetto che le abbia semplicemente restaurate,

ampliate, o fortificate. Ond’è che Gotofredo Guglielmo Leibnizio

nella sua prefazione al Poemetto di Guglielmo Appulo sulla parola

_ædificavit_ fa la seguente osservazione: _Munisse puto hoc noster

ædificare appellat_[33].

Nè può dirsi diversamente poichè a Guglielmo Appulo, che visse al

tempo di Roberto Guiscardo, non poteva certamente essere ignoto

che le predette due città già esistevano molto prima della venuta

de’ Normanni. La città di Barletta posteriore ai tempi di Strabone,

di Plinio, e di Tolomeo era già surta al tempo di Teodosio, poichè

per tralasciare altre testimonianze, si vede segnata nella Tavola

Peutingeriana sotto il nome di _Balulum_, ed in altre edizioni di

_Bardulos_, il quale fu dappoi o corrotto, o invertito in quello di

_Barulum_.

Nella stessa Tavola vi sono anche _Turenum_ Trani, e _Natiolum_

Giovinazzo. Non vi è _Buxilia_, detta da altri _Vigiliæ_, perchè questa

nuova città a quel tempo non era ancora surta. Ma non vi può esser

dubbio che sia stata la stessa anteriore alla venuta de’ Normanni,

poichè dall’Autore della dotta Dissertazione sulla Italia _medii ævi_

colla carta Corografica alla stessa annessa che va tra le Opere del

Muratori, sono citate le autorità, le quali contestano che _Sergius

(alias Georgius) subscribitur Concilio II Niceno anno 787 Episcopus

Vigiliarum_[34].

Ritornando ora all’attuale città di Andria, Gioviano Pontano parla

della valorosa ed ostinata difesa sostenuta da Francesco del Balzo

che nella prima guerra coi Baroni del Regno seguiva le parti del Re

Ferdinando I di Aragona. Dice che nel terribile ed indefesso assedio

che la detta città ebbe a soffrire, gli abitanti di essa non atti alle

armi trovavano uno scampo, ed un ricovero nelle grotte delle quali

abbonda: _Ceterum non exiguum ad salutem popularium remedium erat

quod Andria non modica ex parte antris habitatur, unde sunt qui nomen

duxisse illam credunt: his se pleræque mulieres, et imbecillis ætas

continebant_[35]. Da tutt’altro quindi che dal _Netium_ di Strabone, o

dall’Isola denominata _Andro_ si è ripetuta la etimologia del suo nome.

Ed in vero le città veramente antiche e specialmente quelle che

furono abitate da Greche Colonie serbano sempre le tracce della loro

antichità. A Bari, a Celia, a Bitonto, a Ruvo, a Canosa, oltre le

monete che abbiamo, si trovano di continuo vasi fittili, ed altri

pregevoli oggetti scampati alla ingiuria del tempo. Ma non vi è un solo

esempio che simili cose siansi trovate giammai in Andria. Il che basta

a smentire tutte le filastrocche smaltite dagli Eruditi sul preteso

_Netium_ di Strabone che non ha mai esistito. Non perciò la città di

Andria non è una città bella, popolata, colta, ricca e ben meritevole

di essere annoverata tra le migliori città della Provincia di Bari.

Dalle cose premesse pare che sia rimasta risoluta la gran quistione

sulla parola _Netium_ di Strabone. Si è dimostrato concludentemente

che cotesta città puramente immaginaria la fece sorgere l’errore degli

amanuensi, i quali la intrusero nel testo in luogo della città di Ruvo

che per necessità doveva esservi scritta, perchè questa era la città di

fermata tra Canosa e Bari, tra Canosa e Celia. Avendo Strabone impreso

a descrivere quella stessa strada da Roma a Brindisi che fu percorsa

da Orazio, ed indi fu segnata anche negl’Itinerarj stabiliti dalla

pubblica Autorità, è chiaro per se stesso che tutto ciò che si discosta

da questi sicuri elementi non deve credersi che guasto e corrotto.

Parla in fine di Ruvo anche Giulio Frontino nel suo libro _de

Coloniis_. Bisogna però premettere che l’oggetto di questo Scrittore

non fu di scrivere da Geografo, ma bensì di formare uno stato de’

terreni colonici. Nel riportare quindi le operazioni e le ricognizioni

seguite nella Puglia, fu questa divisa in due Provincie che furono da

lui chiamate _Provincia Apuliæ_, e _Provincia Calabriæ_. Nella prima

riportò i terreni colonici delle città della Daunia, tra le quali si

vede allogato _l’agro Lucerino, Venosino, Salpino, Canosino_ etc. Nella

seconda poi si leggono i seguenti nomi, fra i quali vi è anche l’agro

Ruvestino: _Brondisinus ager pro æstimio ubertatis est divisus. Cetera

in saltibus sunt assignata, dividuntur sicut supra legitur Provinciam

esse divisam. Botontinus, Celinus, Genusinus, Lyppiensis, Metapontinus,

Orianus, RUBUSTINUS, Rodinus, Tarentinus, Varnus, Veretinus, Uritanus,

Ydruntinus ea lege, et finitione finiuntur, qua supra diximus. Maxime

autem vicinorum exempla sumenda sunt, et consuetudines regionum

intuendæ, ut secundum signorum ordinem, atque rationem veritas

declaretur_[36].

Dalle cose premesse risultano due circostanze. La prima che Ruvo è

sicuramente una città antica, poichè fanno di essa menzione gli antichi

Scrittori innanzi riportati. La seconda che la sua denominazione

latina (giacchè della greca ne parlerò in seguito) fu _Rubi_. Non

bene a proposito quindi nelle Tavole della Geografia antica stampate

nell’anno 1694 nella Tipografia del Seminario di Padova _Auctore N.

Sanson Abbavillæo Christianissimi Galliarum Regis Geographo_ si vede

la nostra città segnata tra le città della Puglia Peucezia col nome

di _Rubustum_. È chiaro che l’autore delle Tavole suddette prese

questo nome dai _Rubustini_ di Plinio, e dal _Rubustinus ager_ di

Giulio Frontino. Ma non avvertì che dal Poeta Orazio, dall’Itinerario

di Antonino, dall’Itinerario Gerosolimitano, ed anche dalla Tavola

Peutingeriana è la nostra città chiamata _Rubi_ e non già _Rubustum_.

Roberto Stefano scansò questo errore; ma cadde in altro errore assai

più grave allora che sulla parola _Rubi_ fece la seguente osservazione:

_Rubi Ruborum tantum pluraliter. Oppidum Campaniæ a ruborum frequentia,

seu a colore ruboris. Horat. I serm. V v. 94_[37]. Fa veramente

meraviglia come abbia situata la nostra città nella Campania, senz’aver

avvertito che il Poeta Orazio a cui si è riportato disse che nel

suo viaggio da Roma a Brindisi, essendo partito da Canosa andò a

pernottare a Ruvo, e da Ruvo passò a Bari che non è stata mai una città

della Campania, ma bensì della Puglia Peucezia! Ne fu quindi Roberto

Stefano giustamente redarguito da _Baudrand_ nelle sue note al Lessico

Geografico di Ferrario, ove sulla parola _Rubi_ osserva: _In Thesauro

linguæ latinæ in Campania locatur, a qua longissime abest Rubus urbs

Apuliæ_.

Ambrogio Calepino nel suo Dizionario ha situata la città di Ruvo

nella Terra di Bari. Ha però errato nell’aver detto che vi sia stata

anche nella Campania un’altra città dello stesso nome, e nell’avere

attribuiti li precitati versi di Orazio a questa e non a quella. _Rubi

est etiam oppidum Campaniæ a Ruborum frequentia, sive a rubore dictum.

Horat. in Serm. I sat. 5 etc._ Ma oltre che una città di questo nome

non è mai esistita nella Campania, non merita veruna scusa nell’avere

invocata la testimonianza di Orazio che ha parlato di _Ruvo_ della

Peucezia, non già di cotesto ideale Ruvo della Campania.

Cenno storico sull'antichissima città di Ruvo nella Peucezia · 第 1 / 36 段