CAPITOLO XII.

... L'impetuosa Burrasca s'è calmata;

brilla un raggio di luce verso l'occidente,

ne più il folgore balena al disopra

dei monti. Il cupo fragore dell'uragano

più non mugge che in lontananza;

all'orizzonte, dalla parte d'oriente, le

nubi s'ammonticchiano e omai l'azzurro

dei giorni sereni è ricomparso.

Visconte D'ARLINCOURT.

Portiamoci adesso nello stanzino dei nostri portinaj e gioiremo d'una

scena edificante di pace e d'amore.

Vi stanno raccolti Maddalena, Erminia e Flavio; i due amanti siedono

molto vicini ed il loro viso esprime una gioja calma, sincera,

innocente.

Maddalena è posta un po' in disparte; finge occuparsi in un lavoro

d'ago, ma i suoi occhi sono fissi in volto alla figliuola e gode la

povera madre contemplando quelle guancie su cui sembrano ritornate le

rose della salute.

Flavio cerca con una mano la mano della giovinetta che glie

l'abbandona con gaudio trepidante; le loro vergini anime sossultano

d'amore.

--Tu sarai mia, le mormora Flavio, oh la bella vita a te daccanto!

--Non è un sogno codesto?

--No, è la più ridente realtà. Oramai nulla più m'impedisce d'amarti.

--Flavio!

--Voglio averti sempre al mio fianco, vivere con te... di te, per te!

Oh, io t'amo come nessuno mai ha amato quaggiù.

--Ho tanto sofferto!

E la fanciulla fissava in volto al giovine uno sguardo mesto,

affettuoso, affascinante.

Flavio attratto dal magnetismo di quello sguardo si chinò lentamente

su di lei e stava per deporle un bacio sulla fronte purissima, se non

che Maddalena, che non perdeva d'occhio gl'innamorati proruppe in un

studiato accesso di tosse.

Flavio si ricompose.

Vi fu un'istante di silenzio ma i due giovani avevano troppe cose a

dirsi per lasciar scorrere inutilmente il loro tempo.

--Come sei bella Erminia, ricominciò Flavio divorandola cogli occhi;

sei sempre la vereconda ch'io vidi per la prima volta a Monza sotto

l'abito modesto di collegiale.

--Mi ricordo anch'io di quel bel giorno; tu mi seguisti in Chiesa.

--Un tuo sguardo bastò per affascinarmi, ti vidi Erminia e t'amai. Oh,

io non potrei ridirti quello che ho provato in allora a te vicino nel

raccoglimento santo del Tempio! Io non potrei ridirti i palpiti del

cuore, la commozione soave, l'estasi ineffabile ond'io mi sentiva

rapito contemplandoti bella di tua celestiale bellezza, divotamente

leggendo un libriccino di preghiere! Era un primo amore, chi può

descriverne le sublime dolcezze?

--In quel giorno tentai inutilmente di rivolgermi al Signore. Tu eri

sempre là davanti a' miei occhi, li chiudeva gli occhi, ma ti vedeva

lo stesso.

--Platone comprese un mistero divino quando affermò le anime destinate

ad amarsi ricevere prima di nascere in Cielo l'impronta della creatura

diletta. Noi ci ameremo sempre e d'un amore immenso...

--Oh sì, immenso; ripeteva la fanciulla rapita in una dolce

esaltazione.

--Eterno... continuava Flavio.

--Eterno.

--Correremo indissolubilmente uniti e felici l'azzurro sentiero della

vita.

--Uniti e felici!

E la tenera Erminia frenava in volto a Flavio i suoi grand'occhi

azzurri sfolgoranti d'amore e questi non potendo resistere alla piena

d'affetti che gli tumultuava in cuore tentò una seconda volta di

rapirle un bacio.

Se non che Maddalena dava sfogo ad un altro accesso di tosse che valse

ad arrestare negli amanti un'espansione un po' troppo precoce.

La portinaja per non vedersi costretta a tossire una terza volta si

portò più vicina ai due giovani, gioiendo però in cuor suo di quella

reciproca simpatia che premetteva tanti bei risultati. E disse:

--Non vi pare figliuoli miei che si facciano aspettare?

--Chi? domandarono ad una voce Flavio ed Erminia.

--Oh bella, ma papà Gervaso, ma mio marito, ma tutti; vi dimenticate

che quest'oggi è l'ultima seduta del tribunale? che quest'oggi deve

sortire la sentenza? Ma signor Flavio si tratta di suo zio.

--Lo so, lo so; rispose Flavio arrossendo suo malgrado. Sono tre

giorni che le autorità si occupano di mio zio, la sua innocenza sembra

ormai provata mediante quell'autografo che ci ha inviato il cielo, la

sentenza non può essergli sfavorevole, sarà riabilitato, sono

diciott'anni che soffre, povero zio.

--È vero, mormorò Maddalena rispondendo a lontane e dolorose

reminescenze, s'egli ha commesso un fallo lo ha pur anche crudelmente

espiato.

--Tutta Milano vedrà che l'assassinio sotto la cui accusa visse per

tanto tempo non fu altro che un leale duello al quale non poteva

sottrarsi senza commettere una viltà.

Maddalena trasse un sospiro.

--Egli fu villanamente insultato, continuò Flavio. Quello però che mi

ha molto sorpreso fu l'abilità di mio zio ad esonerarsi dal riferire

la causa che spinse l'ufficiale tedesco a quella provocazione.

--Oh la causa! la causa! mormorava la portinaja guardando sua figlia

con uno sguardo melanconico.

Succede un momento di silenzio durante il quale si ode una carrozza

fermarsi davanti alla casa.

Maddalena corre alla porta, ma questa si spalanca e lascia entrare

Nicodemo, Bastiano e papà Gervaso.

La gioia sfolgora in volto a tutti ed è Bastiano il primo che la

lascia irrompere.

--Vittoria, vittoria,--si mette a gridare con quanta voce ha in

gola--ampia soddisfazione, gran metamorfosi; papà Gervaso è diventato

il conte Sampieri...

--Sicuro, gran _metaformosi_, interruppe Nicodemo scartando con una

mano il portinajo e facendosi gravemente innanzi. Figliuoli miei, come

il bruco ai raggi del sole diventa farfalla, così in quest'oggi papà

Gervaso al tribunale divenne...

--Presto Maddalena, ajutami a portar fuori il mio banchetto, al

diavolo queste ciabatte, spazza via tutta sta roba che sa di pece, ma

ti pare che si possa ricevere così un conte, un milionario?

Il buon uomo s'affaccendava davvero a porre in assetto la camera.

--Zio mio, devo credere? domandò Flavio stendendo la mano a papà

Gervaso.

--Tutto, tutto, rispose il vecchio abbracciando suo nipote. Mi

restituirono l'onore ed i miei beni, ho finito di soffrire... mio Dio

vi ringrazio!

--To', To', ma il signor conte soffriva forse quand'era con noi?

chiede scherzando Bastiano.

--Che bestia, non aveva forse la sua gamba inferma? osservò Nicodemo

sul serio.

--Ah, è vero, proseguì il portinajo, demonio d'una gamba!

--È un ricordo del mio esilio, rispettatelo; disse Gervaso.

--Povero zio, dover subire una lunga condanna e non meritarla!

--Fu volere di Dio, e Dio è giusto.

Papà Gervaso lanciò di nascosto una mesta occhiata a Maddalena che

chinando la testa parve comprenderne il significato.

--Oh se sapeste, continuò il vecchio, quanto è amara la vita

dell'esilio! Abbandonare la patria, i parenti, gli amici, per vivere

ramingo in suolo straniero fra gente straniera! Nessuno ha un sorriso,

una parola amica pel povero esiliato, la natura stessa è muta e triste

a suoi sguardi. Invano egli cerca una città che gli rammenti quella

che lo vide nascere; invano un villaggio che gli ricordi i bei giorni

passati nelle pure esultanze della campagna. Tu incontri dappertutto e

monti e laghi e pianure, ma non trovi la collinetta aprica su cui

solevi ne' tuoi anni felici respirare la fresca brezza della mane,

assistere allo spettacolo stupendo del sole nascente. Non trovi la

pianura che ricordi la tua infanzia, allorquando nella purezza d'un

candido cuore t'abbandonavi senza cure a' tuoi giuochi innocenti. Non

l'azzurro lago che l'accolse commosso nel leggiero canotto...

«Lasciai l'Italia e corsi la Svizzera. Mi seguiva dovunque la

maledizione degli uomini e m'era compagna la miseria. Quante volte

stanco e spossato ne' miei viaggi senza scopo su quelle infinite

multiformi montagne ho battuto alla porta del montanaro chiedendo in

elemosina un tozzo di pane ed un giaciglio per la notte. Ed il

montanaro mi guardava dubbioso e più per paura che per compassione mi

gettava il pane e mi mostrava della paglia.

«Dalla Svizzera passai in Spagna. La natura fu prodiga in quel paese

de' suoi immensi tesori; ha dato un cielo sempre azzurro, un sole

ardente, una terra feconda, eppure io mirava la natura senza che

l'anima dentro mi tremasse... Non era il cielo, il sole, la terra

della mia patria. Credetti trovare in quel clima dolcissimo degli

uomini più dolci, ma l'esule incontra sempre sventura.

«Finalmente seppi come in Francia si stesse componendo un esercito che

capeggiato da Napoleone doveva scendere in Italia. Si trattava di

muover guerra all'Austria che per tanti anni teneva avvinta la patria

nelle catene del più duro servaggio. Mi sentii ribollire nelle vene il

sangue italiano ed accendermi indomito desiderio di prestare il mio

braccio al riscatto dei fratelli. La santità della causa mi ritornò il

coraggio e le forze. Mossi verso la Francia e non camminava più curvo

sotto l'avvilimento e la vergogna, ma la fronte alta, fiero di me

stesso e del nobile pensiero che guidava i miei passi. Vestii la

divisa del soldato, con qual gioia! Essa mi riabilitava a' miei occhi.

«Arrivò il sospirato giorno della partenza; erano trentamila uomini

che raggianti di gioventù e di entusiasmo movevano baldi alla

vittoria. Valicammo le Alpi e ci battemmo a Monte Legino, a

Montenotte, a Millesimo, a Dego. Nulla poteva resistere al valore dei

francesi, le loro armi erano invincibili. I popoli redenti ci

accolsero con gaudio e noi ci spingemmo in pochi giorni fin sotto

Lodi. Quì fu data ancora battaglia ed ostinata e sanguinosa più che

mai. Ci abbisognò lottare contro forze di molto superiori alle nostre,

ma alla deficienza del numero suppliva l'eroismo e la vittoria non

tardò a sorriderci. Coperto di sudore e di polvere ma gagliardo sempre

di forze e di slancio io era fra i primi all'assalto, ma la fortuna

cessò d'essermi amica. Una palla mi colpì al ginocchio e vinto dallo

spasimo caddi privo di sensi.

«Allorquando rinvenni mi trovai all'ospedale di Lodi ove rimasi molto

tempo prima di poter ricuperare la salute. Mi alzai dal letto ma la

mia gamba si sovveniva ancora della crudele ferita; presi una gruccia

e non m'abbandonò più mai. Ebbi però una gioia in questo frattempo,

una gioia ineffabile cui pochi è dato di godere; fu di vedermi

fregiato della medaglia dei forti. La Repubblica testimoniava il mio

valore.

«Libero di me stesso, sciolto dal servizio militare, mi strascinai a

stento infino a Milano ove esaurite le mie poche risorse. Dovetti

ricorrere ancora alla pubblica carità; come mi augurava d'esser morto

sul campo! Ma un giorno una mano benefica si stese verso di me e fui

accolto in questa casa, ove trovai per più anni pace, lavoro ed

affetti.

«Amici, quì nelle mie braccia, è giunta l'ora della ricompensa, l'ora

in cui la virtù dev'essere giustamente premiata.»

E Papà Gervaso stringeva in un affettuoso amplesso Bastiano e

Maddalena.

--Io sono ricco, proseguì Gervaso, immensamente ricco, ebbene voi

dividerete con me le mie agiatezze siccome ho diviso finora il vostro

pane. Flavio sposerà Erminia che io adotto da questo istante...

Un grido di gioia partì dai due innamorati che si gettarono pieni di

riconoscenza al collo del buon vecchio.

Bastiano e Maddalena fatti ebeti dalla sorpresa rimasero immobili

cogli occhi spalancati e la bocca semiaperta.

--Io venderò la mia casa in Milano ed il castello di Magenta che mi

richiamano troppo tristi rimembranze e compererò invece una vasta

possessione che si trova in vendita in un punto amenissimo della

nostra Brianza. Voglio vivere colà il restante della vita nella cara

compagnia de' miei buoni amici. Non è vero Bastiano, non è vero

Maddalena, che non abbandonerete il povero vecchio mentre ha così

tanto bisogno di obbliare i suoi dolori?

--Che? abitare con voi in un bel palazzo ed in campagna?... oh fate da

burla, voi scherzate...

--No, Bastiano, è sul serio ch'io parlo. Voi e vostra moglie troverete

presso di me quegli agi e quella pace che vi siete meritati.

--Maddalena, Maddalena, gridava il portinajo, ma senti? di su qualche

cosa, parla tu... io, accetterei volentieri io, ma ho paura... ho

paura d'abusare di tanta bontà.

--Infatti signor conte... mormorò Maddalena imbarazzata...

--Ma che signor conte! per voi sono sempre papà Gervaso il vostro

migliore amico. Orsù adunque, la cosa è combinata, noi partiremo fra

pochi giorni. Che diamine, aver una figlia contessa ed abitare un

tugurio!

--Mia figlia contessa! oh Dio, Dio, questo è un sogno! esclamava

Bastiano.

--Erminia, tu sarai felice; prorompeva Maddalena abbracciandola.

--Amala Flavio, proseguì Gervaso--e ti serbi il santo orgoglio di non

costarle mai una lagrima sola.

--Oh, zio mio ve lo giuro, ella sarà sempre la mia più dolce cura.

--Nobile cuore! mormorava la giovinetta.

Ed i due giovani si diedero il bacio di fidanzati.

--Voi resterete in città nel vostro bel palazzo, continuò Gervaso, la

capitale conviene di più a due sposi novelli.

--Abbandonarvi mio zio!

Flavio lanciò un'occhiata ad Erminia; era una domanda e la fanciulla

vi rispose con un sorriso.

--No, no, proruppe allora il giovine, noi faremo una famiglia sola;

lungi dai rumori assordanti della capitale noi troveremo la vera

felicità nel tranquillo seno della natura.

--Tu hai una moglie giovine e bella, disse Gervaso, può darsi che

preferisca le passeggiate lungo il corso a quelle in mezzo ai campi,

che preferisca i teatri i _salons_, le feste da ballo alle lunghe sere

passate accanto al fuoco raccontando storielle.

--Io sarò vicina a' miei parenti ed a voi, disse Erminia fissando il

vecchio con affetto, dove volete adunque ch'io trovi un soggiorno più

aggradevole.

--Ebbene sia pure come volete.

--Oh Erminia, t'avrò ancora con me! proruppe Maddalena trasportata

dalla gioja.

--Voi altri non crederete, esclamò Bastiano, ma io continuo a fregarmi

gli occhi, che temo sempre di sognare.

--E voi signor Nicodemo cosa fate lì in piedi, muto, immobile come una

statua? disse Gervaso portandosi vicino al maggiordomo.

--Cosa faccio? contemplo tanti volti raggianti, dico... di beatitudine

e mi delizio solingo al bel panorama.

--Noi partiamo, non vi rincresce restar qui solo?

--Sicuro che mi rincresce, anzi ne ho il cuore ulcerato, ma siccome

non posso seguirvi così ho deciso di rimanere.

--Sentite, continuò Gervaso, mi abbisognerebbe un fedel intendente che

prendesse cura de' miei affari, che io avrò tutt'altro per la testa;

volete voi occupare un tal posto? Avrete alloggio e tavola con noi,

più il doppio dello stipendio che percepite adesso dal vostro padrone.

--Dite davvero? Ed io diventerò l'intendente di casa Sampieri? Oh se

accetto, e con inaudita riconoscenza!

--Bravo Nicodemo.

--Amici sono ancora con voi! gridava il maggiordomo abbracciando con

ingenuo trasporto i portinaj.

--Ma è una diserzione in massa adunque che facciamo! osservò

scherzando Gervaso.

--È vero, soggiunse Bastiano, ci mancherebbe l'_Aquila_ eppoi ci siamo

tutti.

--Pregheremo il nostro intendente a non farcene rammaricare la

lontananza.

--Lasciate fare a me, dedicherò alla cantina le più sapienti cure. Ma

un momento... oh Dio, mi scordavo!

Ed il maggiordomo assumevasi un'aria di comica serietà.

--Cosa c'è? gli chiese Gervaso.

--Ecco; lei signor conte papà Gervaso non sa ancora Com'io sia legato

da verbali antecedenti con Marta la cameriera in punto ad una promessa

di matrimonio. Ho impegnato la mia parola e capirà bene un galantuomo

non può mancarvi. Epperò dico... se lei mi permettesse...

--Capisco, di menarvela dietro!

--Appunto, ma in qualità di mia moglie.

--Eppure una volta avete avuto il coraggio di anteporle un'altra. E

Gervaso indicava coll'occhio Erminia.

--Zitto, zitto per carità, non rammenti certe cose che amo meglio

porre in obblio.

--Sposate pure la vostra Marta, briccone e fatela contenta.

--Oh grazie! Corro subito a premunirla dell'inaspettata fortuna.

Gervaso approfittando d'un momento in cui tutti fattisi intorno a

Nicodemo si congratulavano pel suo matrimonio, s'avvicinò a Maddalena

e prendendole dolcemente la mano le disse in tuono di mesta

compunzione.

--Maddalena, io ebbi un giorno dei gravi torti verso di voi; mi avete

perdonato?

--Riconosceste nostra figlia, rispose la buona donna arrossendo; io vi

perdono.

Pochi giorni dopo la nuova famiglia partiva per Merate dove li

aspettava una bella casetta ed amene possessioni.

Flavio ed Erminia celebrate le nozze vissero sempre in un esemplare

accordo.

Ebbero dei figli che furono tutto il loro amore e la delizia del

Nonno, come Gervaso voleva essere chiamato dai nipotini.

Maddalena ritornò all'antico buon umore, al suo carattere schietto e

qualche volta un tantino bisbetico.

Bastiano ajutava Nicodemo nell'amministrazione dei beni, occupandosi

preferibilmente di ciò che riguardasse la cantina.

Marta sposò l'intendente e dopo due anni di speranze gli regalò un bel

ragazzo che sfortunatamente fu l'ultimo.

Mai la più leggera nube venne a turbare la bella armonia che regnò

sempre in quella famiglia.

Una notte fatale ovvero il racconto dell'esiliato / bozzetti milanesi · 第 22 / 23 题