... L'impetuosa Burrasca s'è calmata;
brilla un raggio di luce verso l'occidente,
ne più il folgore balena al disopra
dei monti. Il cupo fragore dell'uragano
più non mugge che in lontananza;
all'orizzonte, dalla parte d'oriente, le
nubi s'ammonticchiano e omai l'azzurro
dei giorni sereni è ricomparso.
Visconte D'ARLINCOURT.
Portiamoci adesso nello stanzino dei nostri portinaj e gioiremo d'una
scena edificante di pace e d'amore.
Vi stanno raccolti Maddalena, Erminia e Flavio; i due amanti siedono
molto vicini ed il loro viso esprime una gioja calma, sincera,
innocente.
Maddalena è posta un po' in disparte; finge occuparsi in un lavoro
d'ago, ma i suoi occhi sono fissi in volto alla figliuola e gode la
povera madre contemplando quelle guancie su cui sembrano ritornate le
rose della salute.
Flavio cerca con una mano la mano della giovinetta che glie
l'abbandona con gaudio trepidante; le loro vergini anime sossultano
d'amore.
--Tu sarai mia, le mormora Flavio, oh la bella vita a te daccanto!
--Non è un sogno codesto?
--No, è la più ridente realtà. Oramai nulla più m'impedisce d'amarti.
--Flavio!
--Voglio averti sempre al mio fianco, vivere con te... di te, per te!
Oh, io t'amo come nessuno mai ha amato quaggiù.
--Ho tanto sofferto!
E la fanciulla fissava in volto al giovine uno sguardo mesto,
affettuoso, affascinante.
Flavio attratto dal magnetismo di quello sguardo si chinò lentamente
su di lei e stava per deporle un bacio sulla fronte purissima, se non
che Maddalena, che non perdeva d'occhio gl'innamorati proruppe in un
studiato accesso di tosse.
Flavio si ricompose.
Vi fu un'istante di silenzio ma i due giovani avevano troppe cose a
dirsi per lasciar scorrere inutilmente il loro tempo.
--Come sei bella Erminia, ricominciò Flavio divorandola cogli occhi;
sei sempre la vereconda ch'io vidi per la prima volta a Monza sotto
l'abito modesto di collegiale.
--Mi ricordo anch'io di quel bel giorno; tu mi seguisti in Chiesa.
--Un tuo sguardo bastò per affascinarmi, ti vidi Erminia e t'amai. Oh,
io non potrei ridirti quello che ho provato in allora a te vicino nel
raccoglimento santo del Tempio! Io non potrei ridirti i palpiti del
cuore, la commozione soave, l'estasi ineffabile ond'io mi sentiva
rapito contemplandoti bella di tua celestiale bellezza, divotamente
leggendo un libriccino di preghiere! Era un primo amore, chi può
descriverne le sublime dolcezze?
--In quel giorno tentai inutilmente di rivolgermi al Signore. Tu eri
sempre là davanti a' miei occhi, li chiudeva gli occhi, ma ti vedeva
lo stesso.
--Platone comprese un mistero divino quando affermò le anime destinate
ad amarsi ricevere prima di nascere in Cielo l'impronta della creatura
diletta. Noi ci ameremo sempre e d'un amore immenso...
--Oh sì, immenso; ripeteva la fanciulla rapita in una dolce
esaltazione.
--Eterno... continuava Flavio.
--Eterno.
--Correremo indissolubilmente uniti e felici l'azzurro sentiero della
vita.
--Uniti e felici!
E la tenera Erminia frenava in volto a Flavio i suoi grand'occhi
azzurri sfolgoranti d'amore e questi non potendo resistere alla piena
d'affetti che gli tumultuava in cuore tentò una seconda volta di
rapirle un bacio.
Se non che Maddalena dava sfogo ad un altro accesso di tosse che valse
ad arrestare negli amanti un'espansione un po' troppo precoce.
La portinaja per non vedersi costretta a tossire una terza volta si
portò più vicina ai due giovani, gioiendo però in cuor suo di quella
reciproca simpatia che premetteva tanti bei risultati. E disse:
--Non vi pare figliuoli miei che si facciano aspettare?
--Chi? domandarono ad una voce Flavio ed Erminia.
--Oh bella, ma papà Gervaso, ma mio marito, ma tutti; vi dimenticate
che quest'oggi è l'ultima seduta del tribunale? che quest'oggi deve
sortire la sentenza? Ma signor Flavio si tratta di suo zio.
--Lo so, lo so; rispose Flavio arrossendo suo malgrado. Sono tre
giorni che le autorità si occupano di mio zio, la sua innocenza sembra
ormai provata mediante quell'autografo che ci ha inviato il cielo, la
sentenza non può essergli sfavorevole, sarà riabilitato, sono
diciott'anni che soffre, povero zio.
--È vero, mormorò Maddalena rispondendo a lontane e dolorose
reminescenze, s'egli ha commesso un fallo lo ha pur anche crudelmente
espiato.
--Tutta Milano vedrà che l'assassinio sotto la cui accusa visse per
tanto tempo non fu altro che un leale duello al quale non poteva
sottrarsi senza commettere una viltà.
Maddalena trasse un sospiro.
--Egli fu villanamente insultato, continuò Flavio. Quello però che mi
ha molto sorpreso fu l'abilità di mio zio ad esonerarsi dal riferire
la causa che spinse l'ufficiale tedesco a quella provocazione.
--Oh la causa! la causa! mormorava la portinaja guardando sua figlia
con uno sguardo melanconico.
Succede un momento di silenzio durante il quale si ode una carrozza
fermarsi davanti alla casa.
Maddalena corre alla porta, ma questa si spalanca e lascia entrare
Nicodemo, Bastiano e papà Gervaso.
La gioia sfolgora in volto a tutti ed è Bastiano il primo che la
lascia irrompere.
--Vittoria, vittoria,--si mette a gridare con quanta voce ha in
gola--ampia soddisfazione, gran metamorfosi; papà Gervaso è diventato
il conte Sampieri...
--Sicuro, gran _metaformosi_, interruppe Nicodemo scartando con una
mano il portinajo e facendosi gravemente innanzi. Figliuoli miei, come
il bruco ai raggi del sole diventa farfalla, così in quest'oggi papà
Gervaso al tribunale divenne...
--Presto Maddalena, ajutami a portar fuori il mio banchetto, al
diavolo queste ciabatte, spazza via tutta sta roba che sa di pece, ma
ti pare che si possa ricevere così un conte, un milionario?
Il buon uomo s'affaccendava davvero a porre in assetto la camera.
--Zio mio, devo credere? domandò Flavio stendendo la mano a papà
Gervaso.
--Tutto, tutto, rispose il vecchio abbracciando suo nipote. Mi
restituirono l'onore ed i miei beni, ho finito di soffrire... mio Dio
vi ringrazio!
--To', To', ma il signor conte soffriva forse quand'era con noi?
chiede scherzando Bastiano.
--Che bestia, non aveva forse la sua gamba inferma? osservò Nicodemo
sul serio.
--Ah, è vero, proseguì il portinajo, demonio d'una gamba!
--È un ricordo del mio esilio, rispettatelo; disse Gervaso.
--Povero zio, dover subire una lunga condanna e non meritarla!
--Fu volere di Dio, e Dio è giusto.
Papà Gervaso lanciò di nascosto una mesta occhiata a Maddalena che
chinando la testa parve comprenderne il significato.
--Oh se sapeste, continuò il vecchio, quanto è amara la vita
dell'esilio! Abbandonare la patria, i parenti, gli amici, per vivere
ramingo in suolo straniero fra gente straniera! Nessuno ha un sorriso,
una parola amica pel povero esiliato, la natura stessa è muta e triste
a suoi sguardi. Invano egli cerca una città che gli rammenti quella
che lo vide nascere; invano un villaggio che gli ricordi i bei giorni
passati nelle pure esultanze della campagna. Tu incontri dappertutto e
monti e laghi e pianure, ma non trovi la collinetta aprica su cui
solevi ne' tuoi anni felici respirare la fresca brezza della mane,
assistere allo spettacolo stupendo del sole nascente. Non trovi la
pianura che ricordi la tua infanzia, allorquando nella purezza d'un
candido cuore t'abbandonavi senza cure a' tuoi giuochi innocenti. Non
l'azzurro lago che l'accolse commosso nel leggiero canotto...
«Lasciai l'Italia e corsi la Svizzera. Mi seguiva dovunque la
maledizione degli uomini e m'era compagna la miseria. Quante volte
stanco e spossato ne' miei viaggi senza scopo su quelle infinite
multiformi montagne ho battuto alla porta del montanaro chiedendo in
elemosina un tozzo di pane ed un giaciglio per la notte. Ed il
montanaro mi guardava dubbioso e più per paura che per compassione mi
gettava il pane e mi mostrava della paglia.
«Dalla Svizzera passai in Spagna. La natura fu prodiga in quel paese
de' suoi immensi tesori; ha dato un cielo sempre azzurro, un sole
ardente, una terra feconda, eppure io mirava la natura senza che
l'anima dentro mi tremasse... Non era il cielo, il sole, la terra
della mia patria. Credetti trovare in quel clima dolcissimo degli
uomini più dolci, ma l'esule incontra sempre sventura.
«Finalmente seppi come in Francia si stesse componendo un esercito che
capeggiato da Napoleone doveva scendere in Italia. Si trattava di
muover guerra all'Austria che per tanti anni teneva avvinta la patria
nelle catene del più duro servaggio. Mi sentii ribollire nelle vene il
sangue italiano ed accendermi indomito desiderio di prestare il mio
braccio al riscatto dei fratelli. La santità della causa mi ritornò il
coraggio e le forze. Mossi verso la Francia e non camminava più curvo
sotto l'avvilimento e la vergogna, ma la fronte alta, fiero di me
stesso e del nobile pensiero che guidava i miei passi. Vestii la
divisa del soldato, con qual gioia! Essa mi riabilitava a' miei occhi.
«Arrivò il sospirato giorno della partenza; erano trentamila uomini
che raggianti di gioventù e di entusiasmo movevano baldi alla
vittoria. Valicammo le Alpi e ci battemmo a Monte Legino, a
Montenotte, a Millesimo, a Dego. Nulla poteva resistere al valore dei
francesi, le loro armi erano invincibili. I popoli redenti ci
accolsero con gaudio e noi ci spingemmo in pochi giorni fin sotto
Lodi. Quì fu data ancora battaglia ed ostinata e sanguinosa più che
mai. Ci abbisognò lottare contro forze di molto superiori alle nostre,
ma alla deficienza del numero suppliva l'eroismo e la vittoria non
tardò a sorriderci. Coperto di sudore e di polvere ma gagliardo sempre
di forze e di slancio io era fra i primi all'assalto, ma la fortuna
cessò d'essermi amica. Una palla mi colpì al ginocchio e vinto dallo
spasimo caddi privo di sensi.
«Allorquando rinvenni mi trovai all'ospedale di Lodi ove rimasi molto
tempo prima di poter ricuperare la salute. Mi alzai dal letto ma la
mia gamba si sovveniva ancora della crudele ferita; presi una gruccia
e non m'abbandonò più mai. Ebbi però una gioia in questo frattempo,
una gioia ineffabile cui pochi è dato di godere; fu di vedermi
fregiato della medaglia dei forti. La Repubblica testimoniava il mio
valore.
«Libero di me stesso, sciolto dal servizio militare, mi strascinai a
stento infino a Milano ove esaurite le mie poche risorse. Dovetti
ricorrere ancora alla pubblica carità; come mi augurava d'esser morto
sul campo! Ma un giorno una mano benefica si stese verso di me e fui
accolto in questa casa, ove trovai per più anni pace, lavoro ed
affetti.
«Amici, quì nelle mie braccia, è giunta l'ora della ricompensa, l'ora
in cui la virtù dev'essere giustamente premiata.»
E Papà Gervaso stringeva in un affettuoso amplesso Bastiano e
Maddalena.
--Io sono ricco, proseguì Gervaso, immensamente ricco, ebbene voi
dividerete con me le mie agiatezze siccome ho diviso finora il vostro
pane. Flavio sposerà Erminia che io adotto da questo istante...
Un grido di gioia partì dai due innamorati che si gettarono pieni di
riconoscenza al collo del buon vecchio.
Bastiano e Maddalena fatti ebeti dalla sorpresa rimasero immobili
cogli occhi spalancati e la bocca semiaperta.
--Io venderò la mia casa in Milano ed il castello di Magenta che mi
richiamano troppo tristi rimembranze e compererò invece una vasta
possessione che si trova in vendita in un punto amenissimo della
nostra Brianza. Voglio vivere colà il restante della vita nella cara
compagnia de' miei buoni amici. Non è vero Bastiano, non è vero
Maddalena, che non abbandonerete il povero vecchio mentre ha così
tanto bisogno di obbliare i suoi dolori?
--Che? abitare con voi in un bel palazzo ed in campagna?... oh fate da
burla, voi scherzate...
--No, Bastiano, è sul serio ch'io parlo. Voi e vostra moglie troverete
presso di me quegli agi e quella pace che vi siete meritati.
--Maddalena, Maddalena, gridava il portinajo, ma senti? di su qualche
cosa, parla tu... io, accetterei volentieri io, ma ho paura... ho
paura d'abusare di tanta bontà.
--Infatti signor conte... mormorò Maddalena imbarazzata...
--Ma che signor conte! per voi sono sempre papà Gervaso il vostro
migliore amico. Orsù adunque, la cosa è combinata, noi partiremo fra
pochi giorni. Che diamine, aver una figlia contessa ed abitare un
tugurio!
--Mia figlia contessa! oh Dio, Dio, questo è un sogno! esclamava
Bastiano.
--Erminia, tu sarai felice; prorompeva Maddalena abbracciandola.
--Amala Flavio, proseguì Gervaso--e ti serbi il santo orgoglio di non
costarle mai una lagrima sola.
--Oh, zio mio ve lo giuro, ella sarà sempre la mia più dolce cura.
--Nobile cuore! mormorava la giovinetta.
Ed i due giovani si diedero il bacio di fidanzati.
--Voi resterete in città nel vostro bel palazzo, continuò Gervaso, la
capitale conviene di più a due sposi novelli.
--Abbandonarvi mio zio!
Flavio lanciò un'occhiata ad Erminia; era una domanda e la fanciulla
vi rispose con un sorriso.
--No, no, proruppe allora il giovine, noi faremo una famiglia sola;
lungi dai rumori assordanti della capitale noi troveremo la vera
felicità nel tranquillo seno della natura.
--Tu hai una moglie giovine e bella, disse Gervaso, può darsi che
preferisca le passeggiate lungo il corso a quelle in mezzo ai campi,
che preferisca i teatri i _salons_, le feste da ballo alle lunghe sere
passate accanto al fuoco raccontando storielle.
--Io sarò vicina a' miei parenti ed a voi, disse Erminia fissando il
vecchio con affetto, dove volete adunque ch'io trovi un soggiorno più
aggradevole.
--Ebbene sia pure come volete.
--Oh Erminia, t'avrò ancora con me! proruppe Maddalena trasportata
dalla gioja.
--Voi altri non crederete, esclamò Bastiano, ma io continuo a fregarmi
gli occhi, che temo sempre di sognare.
--E voi signor Nicodemo cosa fate lì in piedi, muto, immobile come una
statua? disse Gervaso portandosi vicino al maggiordomo.
--Cosa faccio? contemplo tanti volti raggianti, dico... di beatitudine
e mi delizio solingo al bel panorama.
--Noi partiamo, non vi rincresce restar qui solo?
--Sicuro che mi rincresce, anzi ne ho il cuore ulcerato, ma siccome
non posso seguirvi così ho deciso di rimanere.
--Sentite, continuò Gervaso, mi abbisognerebbe un fedel intendente che
prendesse cura de' miei affari, che io avrò tutt'altro per la testa;
volete voi occupare un tal posto? Avrete alloggio e tavola con noi,
più il doppio dello stipendio che percepite adesso dal vostro padrone.
--Dite davvero? Ed io diventerò l'intendente di casa Sampieri? Oh se
accetto, e con inaudita riconoscenza!
--Bravo Nicodemo.
--Amici sono ancora con voi! gridava il maggiordomo abbracciando con
ingenuo trasporto i portinaj.
--Ma è una diserzione in massa adunque che facciamo! osservò
scherzando Gervaso.
--È vero, soggiunse Bastiano, ci mancherebbe l'_Aquila_ eppoi ci siamo
tutti.
--Pregheremo il nostro intendente a non farcene rammaricare la
lontananza.
--Lasciate fare a me, dedicherò alla cantina le più sapienti cure. Ma
un momento... oh Dio, mi scordavo!
Ed il maggiordomo assumevasi un'aria di comica serietà.
--Cosa c'è? gli chiese Gervaso.
--Ecco; lei signor conte papà Gervaso non sa ancora Com'io sia legato
da verbali antecedenti con Marta la cameriera in punto ad una promessa
di matrimonio. Ho impegnato la mia parola e capirà bene un galantuomo
non può mancarvi. Epperò dico... se lei mi permettesse...
--Capisco, di menarvela dietro!
--Appunto, ma in qualità di mia moglie.
--Eppure una volta avete avuto il coraggio di anteporle un'altra. E
Gervaso indicava coll'occhio Erminia.
--Zitto, zitto per carità, non rammenti certe cose che amo meglio
porre in obblio.
--Sposate pure la vostra Marta, briccone e fatela contenta.
--Oh grazie! Corro subito a premunirla dell'inaspettata fortuna.
Gervaso approfittando d'un momento in cui tutti fattisi intorno a
Nicodemo si congratulavano pel suo matrimonio, s'avvicinò a Maddalena
e prendendole dolcemente la mano le disse in tuono di mesta
compunzione.
--Maddalena, io ebbi un giorno dei gravi torti verso di voi; mi avete
perdonato?
--Riconosceste nostra figlia, rispose la buona donna arrossendo; io vi
perdono.
Pochi giorni dopo la nuova famiglia partiva per Merate dove li
aspettava una bella casetta ed amene possessioni.
Flavio ed Erminia celebrate le nozze vissero sempre in un esemplare
accordo.
Ebbero dei figli che furono tutto il loro amore e la delizia del
Nonno, come Gervaso voleva essere chiamato dai nipotini.
Maddalena ritornò all'antico buon umore, al suo carattere schietto e
qualche volta un tantino bisbetico.
Bastiano ajutava Nicodemo nell'amministrazione dei beni, occupandosi
preferibilmente di ciò che riguardasse la cantina.
Marta sposò l'intendente e dopo due anni di speranze gli regalò un bel
ragazzo che sfortunatamente fu l'ultimo.
Mai la più leggera nube venne a turbare la bella armonia che regnò
sempre in quella famiglia.