A CHIAROVISO.

Il giorno dopo, in quel giardino solatio della Giudecca, non respirammo

tutta l'Italia bella sotto la specie del profumo?

Era come uno di quei doni che figurano la copia delle contrade. Era

come uno di quei doni che accompagnano il commiato, troppo ricchi,

fatti per colmare e per straziare. Una ricchezza selvaggia. I fiori a

mucchi, le erbe a fasci.

I rosai commisti alle ortaglie. Il fogliame frastagliato del carciofo

confuso con quello corinzio dell'acanto. Un arco violetto di pendule

clematiti, più lieve d'uno sciame, lungo la muraglia ove ingrassano i

cavoli glauchi, che sembrano rugiadosi di luna, tutti foglie intorno

il cuore simile a una rosa azzurra serrata e indurita dal gelo. Alti

oleandri, non arbusti ma alberi, come nelle spiagge del Tirreno.

Strisce di giaggioli come in vetta al muro d'un podere di Fiesole;

macchie di rosolacci come sul ciglio d'una via laziale. La vite e i

suoi viticci freschi, asprigni al gusto; il ribes e i suoi grappoletti

di vetro lucido; il fico e i suoi fioroni chiari come le nervature

delle sue foglie arrovesciate dal vento; il susino e, tra le sue

prugne ancóra acerbe, qualcuna già bionda di miele. I ciliegi carichi

di vìsciole e d'amarasche, sopra un pratello in disparte; e le scale

rozze poggiate contro i tronchi, per cogliere le ciocche rosse che

fanno pensare agli orecchi dei bambini ornati di quei sugosi coralli.

I melagrani come candelabri accesi di fiammelle che sono quasi fiore

e quasi frutto, quasi lume e quasi cera. Le teste dei papaveri, alte

come la giovinetta Proserpina, coronate dalla corona di nove punte,

stillanti sopore. I garofanetti a mazzi, che i pii Veneziani chiamano

oculicristi e voi chiamate garofani dei poeti, quasi fatti a ricamo

sopra una veste di seta verdina. Le viole del pensiero a tappeti

gialli, bianchi, violetti; le roselline a corimbi, a grappoli, a

capanne, a cascate; le rose d'ogni mese a siepi, a masse, a campi.

Il rosmarino, la salvia, la menta, lo spigo, il timo, il serpillo,

tutte le erbe odorifere, come in un orto domestico. La lupinaggine,

il trifoglio, l'erba medica, l'erba sulla, tutti i foraggi, come in

un recinto da pascolo. I limoni e gli aranci nei vasi di terracotta e

nelle casse quadrate di legno dipinto, intorno alla vasca d'acqua verde

ove scivolano gli insetti gambuti e marcisce il fascio di vinchi gialli

e la rana prova a quando a quando il suo flagioletto fioco.

Dove siamo? Ecco un gruppo d'allori nobili come quelli del Bosco

Parrasio. Dove siamo? Ecco una fila di cipressetti compagni a quelli di

Vincigliata. Dove siamo?

Ecco un pino emulo di quelli che albergano le cicale della Campania e

le cornacchie dell'Agro.

Camminiamo per una ripa erbosa, piano, senza parlare, temendo che si

sveglino i grandi uccelli di paradiso accovacciati, che non sono se

non una fila di tuie auree, a cui il libecciuolo arruffa la piuma come

increspa la laguna color di foglia d'aloè.

Rapiti, a un tratto, scorgiamo l'albore dell'Annunziazione. Mille e

mille Angeli sono inclinati davanti a mille e mille Marie? e ciascuno

alza il suo segno di purità? È la via lattea dei gigli, il cammino

senza labe. Tutti gli steli sono precocemente fioriti, avanti la festa

del Santo. Maggiori di Chiaroviso, giungono alla tempia di Nontivolio

altocinta. Tanto argento vince l'oro del sole e crea un incanto lunare

nel giorno.

Dove siamo? Laggiù la Primavera d'Italia e l'Estate d'Italia alzano

ciascuna il braccio nudo e congiungono in sommo l'una mano con l'altra,

come nei balli a tondo quando tutta la catena deve passare sotto il

giogo delle due prime danzatrici.

Ma le ospiti volgono per un altro cammino, con non so che umiltà

inebriata.

E nessun fiore fu colto.

Il domani, verso sera, visitammo quel giardino bacìo che sta tra

la Madonna dell'Orto e la Sacca della Misericordia, piantato dal

procuratore di San Marco Tomaso Contarini fratello di quel cardinale

Gaspare che fu candido amico di Vittoria Colonna e accomandò a Paolo

III Ignazio di Loyola.

Non è un giardino disordinato e copioso come quello della Giudecca,

mescolanza ardente di odori e di sapori. È ricomposto con arte su i

vestigi cinquecenteschi, segretamente architettato, simile alle sale

e alle camere terrene d'un palagio di verdura ove abiti una Stagione

educata come una gentildonna ma non schiva d'intorbidare con qualche

negligenza la sua grazia mite.

A traverso le sue grate di ferro guarda la laguna di Murano e di San

Michele, dove il Gran Becchino attinge l'acqua triste con una secchia

di vetro forata.

Ha le sue vecchie mura, la sua vecchissima cinta, dove ogni mattone

ha vissuto la sua propria vita, patito i suoi mali, veduto passare i

fantasmi del tempo, ceduto o resistito alla corrosione dei secoli e

della salsedine, acceso o spento il suo colore. Uno ha tanto sanguinato

che è come un massello di grumi; un altro s'è tanto consunto che si

nasconde dietro un ragnatelo; un altro, divenuto insensibile, s'è

indurito come la rosea cornalina. Altri hanno altri aspetti, altre

infermità, altre rimembranze. E il muro tocca l'anima come un racconto

che passi per le pupille, scritto coi segni delle fenditure e delle

cicatrici. Quando si vede qua e là riapparire tra il fogliame, s'ha

pietà come della vecchiezza denudata. Ma gli uccelli si posano su la

sua cresta o sul ramo per cantare il medesimo canto.

Quella sera lo scirocco ci fu favorevole. Inumidì il mattone e la

pietra ravvivandole, come l'antiquario passa la spugna umida su una

lastra appannata di pavonazzetto o di cipollino per iscoprirne le

venature e gli screzii.

Nontivolio camminò col suo passo «alla levriera» sopra un pavimento

a quadri bianchi e rossi orlato di bossolo non più massiccio di un

festone; e sotto l'altissimo tacco il marmo veronese riluceva come

porfido suntuoso.

Passammo di appartamento in appartamento, per gli anditi dei pergolati.

Le pergole erano sostenute da vecchie colonne, da vecchi capitelli,

da vecchie travi, ove la fronda pareva non anche racconsolarsi d'aver

portato e d'aver lasciato cadere il fiore. V'era un ricordo di cosa

allegra, come quando il ramo séguita a vacillare dopo che l'uccello s'è

involato.

Entrammo in una sala di musica. Gli arazzi erano verdi, verdi i

tappeti. I sonatori di Giorgione se n'erano già andati, con i loro

strumenti e intavolature. Uno aveva dimenticato per terra un archetto,

o qualcosa che ci parve nell'ombra un archetto, non forse fatto di

crini ma di bei capelli tesi. Come la nostra malinconia origliò su la

soglia, il silenzio le ripeté le ultime note d'una cascarda detta la

Contarina.

Traversammo una fuga di camere attigue, costrutte di bossolo, di

carpino, di mortella, d'alloro, di caprifoglio. Qualcuno fuggiva

dinanzi a noi, senza mostrarsi, di camera in camera. Avevamo l'aria

d'inseguirlo, se bene andassimo adagio. Inseguendolo, ci trovammo

all'ingresso d'un corridoio basso, di fronda così fitta ch'era quasi

buio come un cunicolo. Allora stesi la mano e dissi: «Non passiamo

di qui». Credo che voi credeste che fosse una precauzione d'infermo

malsicuro.

Il cielo sciroccale fumigava non senza qualche sprazzo di vampa, come

quando il fuoco piglia e non piglia nella catasta di legna verdi.

Volgemmo verso il pergolato mediano, simile a un portico di monastero;

salimmo tre gradini umidi, ci trovammo dinanzi al cancello di ferro che

dà su l'approdo dalla parte della laguna. Ci affacciammo al cancello. E

la ruggine fulva tingeva i guanti delle vostre mani appoggiate, facendo

parer più chiara la vostra biondezza. L'estremo ardore del tramonto

s'era aperto un varco nella fumèa pigra e accendeva dinanzi a noi, su

l'acqua immobile, la muraglia claustrale che cinge l'Isola dei Morti.

Tutta la palude e le altre isole erano fumo e ceneraccio. Soltanto

l'isola funebre e il suo cipresseto e le ali dei gabbiani spersi

splendevano in quel silenzio che pareva lor sostanza e spirito.

Lo splendore ravvicinava il cimitero, abbreviava il transito. La

terra sepolcrale invadeva il giardino di delizia. Il mio compagno

sepolto m'era prossimo, come quando mi chinai verso le sue scarne

mani violacee, prima che il coperchio di piombo fosse sigillato dalla

fiamma che già ruggiva e dardeggiava presso la cassa lunga come la sua

spoglia.

Allora il cuore mi dolse così forte che, per aver sollievo, dissi il

suo nome, parlai della sua anima, parlai delle sue ali e della mia

promessa.

Discendendo dalle nuvole perigliose, io solevo condurlo nell'orto

contareno. Il giardino gli pareva più bello in un'aria grigia, o sotto

un cielo lavato dalla pioggia d'autunno. Preferiva un luogo segreto

ov'era non so che pace dell'Estremo Oriente, quasi una cadenza della

narrazione di Marco Polo.

Là in una vasca bassa viveva un loto dalla larga foglia che gli

sembrava la più dolce e ricca seta del mondo. Una grande e bellissima

donna essendosi con noi accostata alla vasca, si vide che aveva

l'altezza medesima dello stelo; cosicché la pelle della sua faccia

e del suo collo pareva venire a gara, non senza compiacenza, con la

foglia solinga. Ma questa, sebbene immobile, riceveva la luce più

misteriosamente, come una creatura divina riceve una cosa divina.

Eravamo fermi in un attimo di felicità, senza desiderio. Forse il mio

compagno cercava in sé le parole d'uno di quei sentimenti o concetti

— _gnomas breviculas_ — pe' quali Giacomo Boni un giorno gli aveva

rivelato la grazia dei poeti d'Asia più lontani. Spesso egli per gioco

si piaceva di foggiarne a simiglianza, con quel misto di sottigliezza e

d'ironia ch'era il tono del suo spirito tra estranei.

Allora la bellissima donna si volse verso noi troppo silenziosi; e

domandò, con la gota contro il margine della foglia perfetta: «Chi è

più bella?».

«Quella che non parla» rispose il misogino, placidamente.

Non so se in quel giorno o in un altro, seduto sopra uno dei gradini

laterali che scendono al cancello dell'approdo, mi ripeté ancora

qualche pensiero e qualche sorriso dell'Estremo Oriente, guardando a

traverso il ferro battuto l'Isola dell'ultima pace.

Un filo di fumo azzurrino gli esciva dall'angolo delle labbra e, spinto

dal vento, si avvolgeva al ferro, vacillava, e poi vaniva. Due farfalle

bianche, di quelle che per ali hanno rapito quattro petali a una rosa

di neve, esitavano su l'acqua color di perla e poi svolazzavano su

per il cancello come se volessero entrare nel giardino, ma pareva non

osassero passare per i vani temendo di sgualcirsi. Una alfine si posò

sul ferro rugginoso, come su una corolla inflessibile.

Allora il mio amico si ricordò d'una di quelle imagini asiatiche di

farfalle che gli aveva mostrate il romito del Palatino. E ripeté, in

un velo di fumo, guardando con que' suoi occhi d'ambra verdiccia quel

bianco fiore di quattro petali fiorito dalla ruggine bruna: «Ha le ali

ancor tremule, e già s'è posata».

Avremmo potuto incidere questa allusione alla sua anima nel suo cippo

di pietra istriana, s'egli non fosse stato un guerriero, se nel suo

corpo esiguo non avesse chiuso il rigore d'una volontà eroica, se la

severità della sua sorte non avesse in noi annerato il ricordo del suo

sorriso lieve.

Quand'anche questa immensa guerra non altro facesse che ricondurre

l'uomo alla familiarità della morte abolendo quel falso limitare che

sembrava separarla dalla vita e dalla luce, già dovrebbe per noi essere

lodata e benedetta.

Un giovine granatiere della Brigata di Sardegna, tornato con una corta

barba rossa da rabbi cresciutagli nella trincea intorno a un viso fermo

e netto come se glie lo avesse ridisegnato a sanguigna l'intagliatore

del _Trionfo di Cesare_, parlandomi d'un suo compagno che non aveva

saputo ben morire, mi disse: «Era venuto alla guerra, come tanti,

senza aver prima fatto la pace in sé». Disse questo con una piana

semplicità. E, più delle parole, mi colpì quella sua aria tranquilla

che non somigliava a una certa tranquillità usuale ma alla figura d'un

sentimento straordinario, all'espressione d'un acquisto e d'un possesso

più preziosi che tanto di suolo nemico espugnato e occupato.

Egli era rimasto solo per un giorno intero, in mezzo ai reticolati

austriaci, nascosto in uno di quegli imbuti che scavano nella terra le

granate scoppiando; e, mentre il nostro fuoco abbatteva gli spineti e

sconvolgeva il suolo, egli osservava l'esattezza del tiro e pigliava

rilievi imperturbabile.

Un altro giorno, come la sua gente già provata dall'artiglieria nemica

era stata presa di mira per errore dalla nostra, egli solo con una

bandiera in pugno, sopra un'eminenza del terreno scoperta, tra i due

fuochi, ritto in piè, aveva persistito a far segnali finché i nostri

pezzi non ebbero mutato bersaglio.

Un'altra volta, di notte, su la montagna, in una di quelle gloriose

incamiciate ove eccellono la prodezza e l'accortezza dei nostri fanti,

s'era battuto contro una puntaglia austriaca con la baionetta impugnata

come una daga e poi, sopraffatto, a pugni a calci a morsi, lasciando

sul terreno la pelliccia a brandelli ma riuscendo a svincolarsi e a

raggiungere i suoi per ricondurli alla mislea con un mozzicone di lama

e con un largo riso ne' suoi denti di lupo tutti in sangue. Aveva perso

il pelo, non la ferocia.

Ammalatosi di tifo e di polmonite nella belletta putrida della trincea,

i medici avevano diviso in zone il suo corpo paziente, curandolo a

contrasto, col freddo e col caldo. Una vescica di ghiaccio sul capo,

un'altra sul ventre; un impiastro bollente sul petto; la morte ai

piedi esangui. Egli non si ricorda se non di una gran pace deserta, fra

sole e neve, ov'egli restava immobile senza tempo, come una di quelle

sentinelle perse che si considerano già sepolte.

Era venuto per un'ora a vedermi, senza ansia. Della sua compagnia erano

superstiti ventitré uomini. Doveva ritrovarsi all'alba su l'Altipiano

tremendo.

Diceva: «Comando da una diecina di giorni una compagnia speciale

della Brigata dei Granatieri: la compagnia degli Esploratori. Si

tratta di ciò che noi chiamiamo «una formazione organica» da istruire

particolarmente, con metodi nuovi, con una disciplina nuova. Si tratta

di creare un'anima e un corpo, e di prepararli a sacrificarsi. C'era,

in altri tempi, chi allevava le vittime, chi produceva i tori bianchi

e le pecore nere. Imagini un che di simile. Non so dove io abbia letto

che tre cose costituiscono il sacrifizio: la vittima, l'oblazione della

vittima e l'uccisione della vittima. Imagini una compagnia istruita

in questo senso. Si va sempre fuori di notte a far esercizio, da

mezzanotte alle cinque, su i colli. Mi sono amicate le costellazioni,

che conoscevo così poco; e son riuscito a ispirare nei miei Granatieri

l'amore della notte. I soldati italiani, in genere, non amano la

notte. Gli austriaci ne hanno qualche pratica; ma anche in questa

siamo per superarli. I miei Esploratori, per i segnali, già imitano

maravigliosamente i gridi degli uccelli notturni. Sono quattrocento

ottanta sceltissimi. I pochi superstiti dell'ultima carneficina vi son

tutti. Gente che, a vederla, è più alta della sua statura vera. Dalle

spalle in su, c'è l'aria della testa: il coraggio che non sopporta

d'esser misurato, come la passione. In poco più di dieci giorni, avevo

formato intorno a questa compagnia qualcosa come un'aurèola. L'aurèola

aiuta a vederci di notte. Nelle soste, solevo raccontare anche le

storie antiche dei Granatieri che si chiamavano «enfants perdus». I

nuovi rinnovano quel nome a modo loro. Perdutissimi, infatti. Credo

che riescirei a spingerli tutti, d'un balzo, di là dalla morte, senza

sforzo. Credo che farei qualcosa di buono, con questa gente, anche

se si tornasse proprio alla guerra di trincea, nel Carso, come pare.

Invece qualcuno s'è accorto che una simile accozzaglia non è regolare,

non è «sugli organici»! E la compagnia sta per essere sciolta, prima

dell'immolazione. Io sarò rimandato a inquadrarmi, a ridiventare

sagoma da tiro nella massa. Non mi lagno. Conosco la trincea. Per un

mal di trincea, sono stato diviso in zone fredde e calde: esperimento

di culture. Ma confesso che m'è, a un tratto, venuta la voglia di

volare. Dopo tanta terra, un poco di cielo. Mi aiuti, se può. Conosco

bene la zona di confine perché ho cacciato nella conca di Gorizia e

sul Carso. Sono stato a Lubiana, a Gratz, da per tutto laggiù. So la

lingua, i dialetti, gli usi. Vista ottima. Peso, in allenamento, circa

sessantacinque chili. Ho molta pratica di motori a scoppio....»

Parlava semplice, con gesti sobrii. Il reale e l'ideale avevano in lui

il medesimo accento. Lo guardavo fiso, senza rispondere, con quella

pupilla dove ora s'aduna tutta la voracità del mio sguardo. Sentivo

in lui l'amore dell'olocausto «in cui tutta la vittima si brucia,

totalmente ad onor divino».

«So che non cessa di pensare al Suo compagno scomparso» mi disse, con

una bontà velata.

Gli risposi: «Le auguro uno che a lui somigli».

E m'erano là, accanto, sopra lo sgabello, in mucchio, le liste di carta

scritte nel buio, quando avevo gli occhi bendati, quando stavo supino

nel letto, col torso immobile, col capo riverso, un poco più basso dei

piedi, sollevando leggermente le ginocchia per dare inclinazione alla

tavoletta che v'era posata.

Cercai nelle rubriche. Trovai, e lessi.

[La coppia virile, la coppia da battaglia, rinata nella creazione

dell'ala umana, conduttore e feritore, arma d'altezza, arma celeste,

maneggiata da una sola volontà, come la duplice lancia del giovine

Greco.

Il compagno è il compagno. Non v'ha oggi al mondo legame più nobile di

questo patto tacito che fa di due vite e di due ali una sola rapidità,

una sola prodezza, una sola morte.

Il più segreto brivido dell'amore non espresso è nulla al paragone

di certi sguardi che, _nelle ore leggère_, riconfermano tra i due la

fedeltà all'idea, la gravità del proposito, il sacrificio taciturno di

domani.

Ora la morte, che doveva prendere i due, ne prese uno, un solo, contro

il patto, contro l'offerta, contro la giustizia, contro la gloria.

Alla cima della gloria, per la coppia alata, è l'olocausto: il

sacrifizio in cui è arsa tutta la vittima.

La sorte del fuoco è la lor vera sorte.

La loro ala rombante diviene il lor rogo fiammeggiante.

Come nell'ottava bolgia, essi sono due «dentro ad un fuoco», ma

il fuoco non è diviso. Non parlarono in alto; non ebbero bisogno

dell'orazion piccola per essere acuti; né parleranno nei crolli della

fiamma. Come il volo era un silenzio ceruleo misurato dal canto ritmico

della combustione, così l'olocausto si risolve in nero silenzio.

La necessità eroica della coppia alata, quando sia sopraffatta, è

l'arsione totale.

Chi si rende prigione, e cede la sua ala, si può dire veramente che

pecchi contro la patria, contro l'anima e contro il cielo. Sventurato o

svergognato, perde ogni diritto alla gloria.

Portato dal fuoco, il combattente aereo è un incendiario in vita e in

morte.

Beati i due compagni eroi le cui ossa irriconoscibili sono mescolate

nella barella come tizzoni fumanti!]

Egli guardava di tratto in tratto la mia tempia fasciata, il mio

occhio bendato, con un sentimento di dolcezza, ma senza proferire

alcuna di quelle parole di compianto o di conforto che mi sono odiose

e mi sembrano vilissime. Io notavo che i suoi occhi bruni erano

straordinariamente ingranditi e che la barba fulva intorno alla faccia

ossuta gli dava quell'aspetto energico e pacato che doveva avere il

Purificatore quando ebbe cacciato dal Tempio «coloro che vendevano e

comperavano in esso». Non v'era più nulla di superfluo nella sua carne

come non v'era più nulla di vano nel suo spirito. Non un'oncia di

vanità né un'oncia di adipe. Il vero asceta nei due sensi, come quegli

che aveva esercitato e preparato alla perfezione il corpo e lo spirito.

Certi asceti cristiani parevano respirare veracemente in Dio, cioè

non nell'aria comune, non nei vènti del mondo; parevano avere i

polmoni e l'anima adattati a una nuova condizione di esistenza. Simile

egli pareva respirare in disparte, in non so che novità interiore,

consapevole di sé stesso, e pure non più appartenente a sé stesso,

presente e pur trapassato. Non era un uomo; era un'offerta. Non aveva

più nessun legame, fuorché quello che lega l'offerta al sacrificio.

Era, nel più alto significato ideale, il Volontario.

Parlava semplice, con gesti sobrii. Stava là seduto, occupava poco

spazio. Ma quella sua serenità aveva qualcosa d'immenso e di profondo.

Io mi sentivo all'orlo della sua serenità come su la riva di un

mare raggiante. Dinanzi a un uomo, ecco che avevo un senso sovrumano

dell'uomo.

Era quello un uomo pel quale la vita e la morte s'erano confuse come il

giorno e la notte si confondono nella zona dell'alba.

Tuttavia le sue mani erano robuste e, nella lotta a corpo a corpo,

avevano preso il nemico per la gola; forti erano i suoi bianchi denti,

e avevano morso alla disperata il nemico; saldi i suoi piedi, nelle

grevi scarpe munite di chiodi, e avevano sferrato contro il nemico il

buon calcio all'inguine.

Pensavo: «Ecco un soldato d'Italia». Mi tornavano nella memoria certe

sere d'ottobre, laggiù, lungo l'Isonzo, quando parlavo ai reggimenti in

punto di marciare verso la battaglia. Da prima i reggimenti non avevano

se non un solo viso e un'anima sola, perché io non vedevo se non la

fronte allineata, a traverso la mutazione della mia voce. Ma dopo,

rotte le righe, avvicinandomi, scoprivo in uno sbattimento d'ombra, in

un riflesso di lume vespertino, qualche aspetto di sovrana giovinezza,

qualche testa costrutta come quelle delle statue atletiche di Delfo,

qualche faccia illuminata come quelle dei martiri invitti, un che di

ferino e di spiritale, un che di adamantino e di fervente, come nel

volto del mio visitatore. Certo, i più belli erano venuti alla guerra

_dopo aver fatto la pace in sé_.

L'ho io fatta in me?

V'è certo, per ottenerla senza sforzo, un dono di grazia, una elezione

gratuita. Allora essa scende e ci sgombra di tutte le infezioni e di

tutte le fermentazioni, come dei mali incurabili accadeva al tocco

del guaritore. Allora l'identità della vita e della morte diviene un

sentimento luminoso. Il pericolo — come da me fu scritto in un libro di

prova ascetica — diviene l'asse della vita sublime.

Mi guardo dentro; e confesso che quella qualità di pace, quella pura

tempra interna, rivelatami dalla presenza di quel giovine amico, non

mi fu concessa, benché io mi sforzi di osservare la disciplina utile a

conseguirla.

Si pecca per ardore, anche incontro alla morte. Dov'è la pace, non

può essere l'ebrezza. Non si può dire che vi sia vero silenzio in

quello spirito che il levame lirico solleva e infervora di continuo. È

necessaria una certa nudità interiore, l'assenza delle imagini e delle

melodie, perché l'anima imiti quella trasparenza dell'alba «dove il

giorno e la notte si confondono».

Ma, poiché la divinazione di una trasparenza tanto perfetta mi rapisce,

io cerco il modo di accostarmi a quello stato che mi sembra oggi il più

alto per colui che vuol donare tutto sé stesso, per il volontario della

sua propria libertà.

Dal momento in cui quel giovine [Paolo Stivanello caduto nel Carso il

9 agosto 1916] si rizzò in piedi e prese commiato per andare a vivere

come si va a morire, per andare a morire come si va a vivere, la mia

aspirazione lo segue. Quando udii la porta richiudersi dietro di lui,

stetti in ascolto. Il suo passo tranquillo risonava nella calle stretta

allontanandosi. Nondimeno egli mi appariva in un modo misterioso,

riempiendomi di fremito e d'anelito.

Si pecca per ardore, anche incontro alla morte. Considero le

trasformazioni del «pensiero dominante», da che stette su me, dal

principio di un esilio che fu per me una specie di trapasso. Non pace

ma ansietà; non fermezza ma ebrezza; non silenzio ma clamore. Il sangue

sgorgante dal corpo ignudo del mio Sebastiano aveva per lui medesimo la

forza del vino fumoso. Il ritmo del suo canto era come il polso della

mia febbre. Per essere a sé il suo cielo, egli voleva le sue ferite

innumerevoli come gli astri. Era di sé martire e testimone. I suoi

uccisori gli erano specchio. Egli medesimo era l'uccisore e l'ucciso,

il saettatore e il saettato. Cangiava la morte in voluttà, guardandola.

Gli arcieri, ogni volta che lo ferivano, morivano in lui; ed egli in

loro moriva. Per dire il suo rapimento nella morte, imitava il furore

della vita.

Come dissimile a quel giovine combattente dell'Alpe!

Forse qualche vampa di quell'antica febbre risorgeva in me, o

Chiaroviso, quando vi parlavo della morte lungo la bella riva.

Ritornava nel mio sangue l'appassionato aroma della Landa che versa la

resina dalle mille e mille piaghe dei suoi tronchi morituri. E forse

fu la consueta smania di liberazione, o una subitanea curiosità di

confronto, quella che mi spinse a condurre verso la figura del martire

inebriato due compagne non immemori di quel che già fui e di quel che

già mi piacque.

Il domani della sosta nell'orto di Tomaso Contarini, approdammo a

quella casa dei Contarini che fu dipinta e dorata da Zuane de Franza.

Passava un canotto veloce, di legno bruno levigato e leggero come

quello d'un contrabbasso, con a poppa un Ammiraglio canuto, blu e oro,

figura di cera in una custodia di vetro.

I due filoni della scìa propagarono l'onda alle due rive del canale

pieno. Dall'improvviso rimescolamento la gondola stava per essere

sbattuta contro i gradini di marmo, quando col remo abile il gondoliere

tranquillo la distaccò e la tenne discosta. Il fondo piatto diede

tre o quattro colpi su l'acqua come la spatola di Arlecchino. Poi

rimanemmo qualche minuto a danzare tra onda e onda, ber una nuova

scìa lasciata da un battello nell'accostarsi al pontile vicino. E

tutta la vita fu una cosa vana, fluttuante e inesplicabile. I pensieri

si alleggerirono e si dispersero. I sentimenti non ebbero più alcun

peso. Un sorriso eguale s'indugiò nella bocca delle due donne, il

sorriso fisso e dipinto delle statue arcaiche dalle molte trecce,

mentre s'attendeva che la danza terminasse. Le liste corrose del marmo

di Verona brillarono nel portico quasi che la salsedine vi avesse

incrostato cristalli di sale e schegge di conchiglie. Lo sciacquìo

orlò di bava i gradini gialli come l'avorio dei dittici. Il palagio

traforato ci pendeva sul capo come fatto di refe da una Buranella

malaticcia e paziente che tuttavia vi lavorasse di sul tetto con le

sue mani da dogaressa. Anche le qualità della materia si trasmutavano

come le facce della mente. Non sapevo più nulla, e non v'era più

nulla, fuorché maniere di dire, figure di musica, ambagi di linee.

Non sapevo perché fossi là e non altrove, non in cima a una piramide,

non dentro a un labirinto. Era come una dispersione attonita, come un

annullamento stupefatto. Quel legno cavo e nero danzava sul nulla; e

i colpi della spatola di Arlecchino risonavano a quando a quando nel

vuoto dell'anima. Alfine mettemmo il piede su la pietra ferma. Avemmo

il passo cauto, come dopo una vertigine. Aspettammo davanti a una

porta che non si apriva. Il passato esiste? Tornavo a quella porta

dopo vent'anni. Vedevo, a traverso il battente, nella sala terrena, me

chino, con Giorgio Franchetti e con Angelo Conti, me in ginocchio come

un operaio a commettere nello stucco porfidi e serpentini per rifare il

pavimento di musaico.

I riflessi del canale entravano coi soffii dell'aria marina; e noi

secondavamo col nostro lavoro quei giuochi della luce, orientando

ad arte i tasselli così che ciascuno pigliasse la sua diversità di

chiaro e di scuro e tutta l'opera fosse varia e sensibile, là dove

un musaicista meccanico avrebbe tutto appianato e agguagliato in una

politura inerte. A ogni passaggio di battello, uno strepito di risacca

si prolungava su la riva, riecheggiato dal portichetto come da un

antro. Avevamo nella conca dell'orecchio una melodia argentina, e

quelle sillabe ineffabili che si creano a quando a quando nei riscontri

del vento. Nei pomeriggi di scirocco, i marmi misti sudavano come

le nostre tempie, come le nostre mani; e quella tepidezza umidiccia

pareva propagare alla materia la sensibilità della nostra pelle e più

umanamente assomigliare a noi la nostra opera. Divenivamo più lenti ma

più imaginosi. Un orto vicino, di là dal muro coronato dai vecchi merli

di terra cotta color «rosa di gruogo», ci mandava l'odore vainigliato

dell'oleandro nella polvere soffocante dei calcinacci. Perdevamo a poco

a poco la memoria di noi, attratti in non so che incantesimo delle

cose. Vedevamo i piedi ignudi d'una creatura sconosciuta passare sul

nostro lavoro nettato dalla spugna.

Ed ecco che il custode venne ad aprire la porta, dopo vent'anni! E non

osai guardarlo in viso.

Entrammo. La mia ombra e quella dei miei due amici si dileguarono pel

pavimento, nello sprazzo di luce marina che lo percosse. Nulla intorno

era mutato. Non camminai sul musaico, quasi temessi di calpestare le

mie stesse mani. Camminai rasente.

Erano tuttavia là i rottami, le assi, le lastre di marmo non segate,

le scorticature della parete, le travature scoperte, la solitudine

aspettante, l'abbandono e il trasognamento, e quelle furtive larve

grige vestite di ragnateli laceri, che abitano le case dove il nuovo fu

demolito per ritrovare il vecchio.

Il gran pozzo rossigno era là, nel mezzo del cortile, pieno di silenzio

e di polvere come un'arca. Allora mi ricordai che venivamo a visitare

un ospite moriente e immortale. E non mi tornò di sopra al muro

merlato l'odore dell'oleandro ma quello della resina, quello dei pini

piagati d'occidente; il profumo della Landa, l'aulente malinconia della

spiaggia oceanica, l'aroma dell'esilio.

E, salendo la scala erta, riudivo nell'aria il coro angelico di

Claudio Debussy ripetere misteriosamente il nome del Santo. E il mio

spirito tremava di maraviglia come quando per la prima volta sentì

dalla profondità del dramma salire la rivelazione della melodia. Gli

si ripresentò a un tratto l'evento immenso. «Dal vecchio mondo che si

gonfia e crolla, ecco balza la giovine Musica».

Andavamo vacillando sul solaio sconnesso della sala veneziana

restituita alla sua vastità primiera. «Dov'è?» diceva Nontivolio.

«Dov'è?» diceva Chiaroviso. Tavole pencolanti, pareti raschiate, usci

senza imposte. Come sta ad asciugare il bucato dei poveri, stavano

appesi a una cordicella per traverso alcuni tappeti persiani di grande

pregio. Attoniti, ci soffermammo a toccarli. Erano vivi. Avevano

serbato nei secoli la vita animale onde è pregna la lana tondata nel

momento che la tingono i tintori d'Asia. Nontivolio passò la sua lunga

mano in uno sdrucio.

Ma che era quella bellezza ferita al paragone dell'altra?

Vacillavamo tuttavia sul solaio malfermo. Ed ecco un arco marmoreo,

l'apertura stupenda d'una specie di tabernacolo glorioso, tutto marmi

venati e rosati, cui non tanto rischiarava l'alto spiraglio quanto il

soffitto a melagrane d'oro.

«Dov'è?» ripeteva Chiaroviso. Gli occhi non lo vedevano ancora, ché la

luce dov'egli viveva era una luce diversa da quella del giorno.

«Eccolo.» Egli era diritto in piedi, dentro l'edicola. Era come in

un ciborio di marmo. Era nudo, sol fasciato i fianchi sobrii; grande,

svelto, col petto quadro. Nella sua carne i dardi parevano fitti con

arte, come gli aghi crinali in una capellatura simmetrica. Il suo

sangue colava parco, quasi lo ritenesse la durezza dei muscoli.

Non riconoscevo il mio giovinetto canoro, rivolto verso l'Oriente dei

misteri sanguigni, turbato dalle lamentazioni degli Adornasti, dal

pianto melodiante delle donne di Biblo. L'eroe scolpito dal pennello di

Andrea Mantegna era di verace schiatta romana. Nella sua larga faccia,

sostenuta da un collo robusto come un rocchio di colonna, la bocca dai

piccoli denti schietti mi ricordava quella del giovine combattente

partito per l'Altipiano. Dischiusa, non per dire una parola o per

gittare un grido ma per bere l'aria silenziosa, aveva non so che purità

belluina, come se vi respirasse un selvaggio istinto. Confitto presso

il piede saldo e attraversato dalla cocca pennuta d'una saetta, un cero

sottile portava la sua fiammella e un cartiglio dov'era scritto:

La Leda senza cigno · 第 4 / 13 题