Il giorno dopo, in quel giardino solatio della Giudecca, non respirammo
tutta l'Italia bella sotto la specie del profumo?
Era come uno di quei doni che figurano la copia delle contrade. Era
come uno di quei doni che accompagnano il commiato, troppo ricchi,
fatti per colmare e per straziare. Una ricchezza selvaggia. I fiori a
mucchi, le erbe a fasci.
I rosai commisti alle ortaglie. Il fogliame frastagliato del carciofo
confuso con quello corinzio dell'acanto. Un arco violetto di pendule
clematiti, più lieve d'uno sciame, lungo la muraglia ove ingrassano i
cavoli glauchi, che sembrano rugiadosi di luna, tutti foglie intorno
il cuore simile a una rosa azzurra serrata e indurita dal gelo. Alti
oleandri, non arbusti ma alberi, come nelle spiagge del Tirreno.
Strisce di giaggioli come in vetta al muro d'un podere di Fiesole;
macchie di rosolacci come sul ciglio d'una via laziale. La vite e i
suoi viticci freschi, asprigni al gusto; il ribes e i suoi grappoletti
di vetro lucido; il fico e i suoi fioroni chiari come le nervature
delle sue foglie arrovesciate dal vento; il susino e, tra le sue
prugne ancóra acerbe, qualcuna già bionda di miele. I ciliegi carichi
di vìsciole e d'amarasche, sopra un pratello in disparte; e le scale
rozze poggiate contro i tronchi, per cogliere le ciocche rosse che
fanno pensare agli orecchi dei bambini ornati di quei sugosi coralli.
I melagrani come candelabri accesi di fiammelle che sono quasi fiore
e quasi frutto, quasi lume e quasi cera. Le teste dei papaveri, alte
come la giovinetta Proserpina, coronate dalla corona di nove punte,
stillanti sopore. I garofanetti a mazzi, che i pii Veneziani chiamano
oculicristi e voi chiamate garofani dei poeti, quasi fatti a ricamo
sopra una veste di seta verdina. Le viole del pensiero a tappeti
gialli, bianchi, violetti; le roselline a corimbi, a grappoli, a
capanne, a cascate; le rose d'ogni mese a siepi, a masse, a campi.
Il rosmarino, la salvia, la menta, lo spigo, il timo, il serpillo,
tutte le erbe odorifere, come in un orto domestico. La lupinaggine,
il trifoglio, l'erba medica, l'erba sulla, tutti i foraggi, come in
un recinto da pascolo. I limoni e gli aranci nei vasi di terracotta e
nelle casse quadrate di legno dipinto, intorno alla vasca d'acqua verde
ove scivolano gli insetti gambuti e marcisce il fascio di vinchi gialli
e la rana prova a quando a quando il suo flagioletto fioco.
Dove siamo? Ecco un gruppo d'allori nobili come quelli del Bosco
Parrasio. Dove siamo? Ecco una fila di cipressetti compagni a quelli di
Vincigliata. Dove siamo?
Ecco un pino emulo di quelli che albergano le cicale della Campania e
le cornacchie dell'Agro.
Camminiamo per una ripa erbosa, piano, senza parlare, temendo che si
sveglino i grandi uccelli di paradiso accovacciati, che non sono se
non una fila di tuie auree, a cui il libecciuolo arruffa la piuma come
increspa la laguna color di foglia d'aloè.
Rapiti, a un tratto, scorgiamo l'albore dell'Annunziazione. Mille e
mille Angeli sono inclinati davanti a mille e mille Marie? e ciascuno
alza il suo segno di purità? È la via lattea dei gigli, il cammino
senza labe. Tutti gli steli sono precocemente fioriti, avanti la festa
del Santo. Maggiori di Chiaroviso, giungono alla tempia di Nontivolio
altocinta. Tanto argento vince l'oro del sole e crea un incanto lunare
nel giorno.
Dove siamo? Laggiù la Primavera d'Italia e l'Estate d'Italia alzano
ciascuna il braccio nudo e congiungono in sommo l'una mano con l'altra,
come nei balli a tondo quando tutta la catena deve passare sotto il
giogo delle due prime danzatrici.
Ma le ospiti volgono per un altro cammino, con non so che umiltà
inebriata.
E nessun fiore fu colto.
Il domani, verso sera, visitammo quel giardino bacìo che sta tra
la Madonna dell'Orto e la Sacca della Misericordia, piantato dal
procuratore di San Marco Tomaso Contarini fratello di quel cardinale
Gaspare che fu candido amico di Vittoria Colonna e accomandò a Paolo
III Ignazio di Loyola.
Non è un giardino disordinato e copioso come quello della Giudecca,
mescolanza ardente di odori e di sapori. È ricomposto con arte su i
vestigi cinquecenteschi, segretamente architettato, simile alle sale
e alle camere terrene d'un palagio di verdura ove abiti una Stagione
educata come una gentildonna ma non schiva d'intorbidare con qualche
negligenza la sua grazia mite.
A traverso le sue grate di ferro guarda la laguna di Murano e di San
Michele, dove il Gran Becchino attinge l'acqua triste con una secchia
di vetro forata.
Ha le sue vecchie mura, la sua vecchissima cinta, dove ogni mattone
ha vissuto la sua propria vita, patito i suoi mali, veduto passare i
fantasmi del tempo, ceduto o resistito alla corrosione dei secoli e
della salsedine, acceso o spento il suo colore. Uno ha tanto sanguinato
che è come un massello di grumi; un altro s'è tanto consunto che si
nasconde dietro un ragnatelo; un altro, divenuto insensibile, s'è
indurito come la rosea cornalina. Altri hanno altri aspetti, altre
infermità, altre rimembranze. E il muro tocca l'anima come un racconto
che passi per le pupille, scritto coi segni delle fenditure e delle
cicatrici. Quando si vede qua e là riapparire tra il fogliame, s'ha
pietà come della vecchiezza denudata. Ma gli uccelli si posano su la
sua cresta o sul ramo per cantare il medesimo canto.
Quella sera lo scirocco ci fu favorevole. Inumidì il mattone e la
pietra ravvivandole, come l'antiquario passa la spugna umida su una
lastra appannata di pavonazzetto o di cipollino per iscoprirne le
venature e gli screzii.
Nontivolio camminò col suo passo «alla levriera» sopra un pavimento
a quadri bianchi e rossi orlato di bossolo non più massiccio di un
festone; e sotto l'altissimo tacco il marmo veronese riluceva come
porfido suntuoso.
Passammo di appartamento in appartamento, per gli anditi dei pergolati.
Le pergole erano sostenute da vecchie colonne, da vecchi capitelli,
da vecchie travi, ove la fronda pareva non anche racconsolarsi d'aver
portato e d'aver lasciato cadere il fiore. V'era un ricordo di cosa
allegra, come quando il ramo séguita a vacillare dopo che l'uccello s'è
involato.
Entrammo in una sala di musica. Gli arazzi erano verdi, verdi i
tappeti. I sonatori di Giorgione se n'erano già andati, con i loro
strumenti e intavolature. Uno aveva dimenticato per terra un archetto,
o qualcosa che ci parve nell'ombra un archetto, non forse fatto di
crini ma di bei capelli tesi. Come la nostra malinconia origliò su la
soglia, il silenzio le ripeté le ultime note d'una cascarda detta la
Contarina.
Traversammo una fuga di camere attigue, costrutte di bossolo, di
carpino, di mortella, d'alloro, di caprifoglio. Qualcuno fuggiva
dinanzi a noi, senza mostrarsi, di camera in camera. Avevamo l'aria
d'inseguirlo, se bene andassimo adagio. Inseguendolo, ci trovammo
all'ingresso d'un corridoio basso, di fronda così fitta ch'era quasi
buio come un cunicolo. Allora stesi la mano e dissi: «Non passiamo
di qui». Credo che voi credeste che fosse una precauzione d'infermo
malsicuro.
Il cielo sciroccale fumigava non senza qualche sprazzo di vampa, come
quando il fuoco piglia e non piglia nella catasta di legna verdi.
Volgemmo verso il pergolato mediano, simile a un portico di monastero;
salimmo tre gradini umidi, ci trovammo dinanzi al cancello di ferro che
dà su l'approdo dalla parte della laguna. Ci affacciammo al cancello. E
la ruggine fulva tingeva i guanti delle vostre mani appoggiate, facendo
parer più chiara la vostra biondezza. L'estremo ardore del tramonto
s'era aperto un varco nella fumèa pigra e accendeva dinanzi a noi, su
l'acqua immobile, la muraglia claustrale che cinge l'Isola dei Morti.
Tutta la palude e le altre isole erano fumo e ceneraccio. Soltanto
l'isola funebre e il suo cipresseto e le ali dei gabbiani spersi
splendevano in quel silenzio che pareva lor sostanza e spirito.
Lo splendore ravvicinava il cimitero, abbreviava il transito. La
terra sepolcrale invadeva il giardino di delizia. Il mio compagno
sepolto m'era prossimo, come quando mi chinai verso le sue scarne
mani violacee, prima che il coperchio di piombo fosse sigillato dalla
fiamma che già ruggiva e dardeggiava presso la cassa lunga come la sua
spoglia.
Allora il cuore mi dolse così forte che, per aver sollievo, dissi il
suo nome, parlai della sua anima, parlai delle sue ali e della mia
promessa.
Discendendo dalle nuvole perigliose, io solevo condurlo nell'orto
contareno. Il giardino gli pareva più bello in un'aria grigia, o sotto
un cielo lavato dalla pioggia d'autunno. Preferiva un luogo segreto
ov'era non so che pace dell'Estremo Oriente, quasi una cadenza della
narrazione di Marco Polo.
Là in una vasca bassa viveva un loto dalla larga foglia che gli
sembrava la più dolce e ricca seta del mondo. Una grande e bellissima
donna essendosi con noi accostata alla vasca, si vide che aveva
l'altezza medesima dello stelo; cosicché la pelle della sua faccia
e del suo collo pareva venire a gara, non senza compiacenza, con la
foglia solinga. Ma questa, sebbene immobile, riceveva la luce più
misteriosamente, come una creatura divina riceve una cosa divina.
Eravamo fermi in un attimo di felicità, senza desiderio. Forse il mio
compagno cercava in sé le parole d'uno di quei sentimenti o concetti
— _gnomas breviculas_ — pe' quali Giacomo Boni un giorno gli aveva
rivelato la grazia dei poeti d'Asia più lontani. Spesso egli per gioco
si piaceva di foggiarne a simiglianza, con quel misto di sottigliezza e
d'ironia ch'era il tono del suo spirito tra estranei.
Allora la bellissima donna si volse verso noi troppo silenziosi; e
domandò, con la gota contro il margine della foglia perfetta: «Chi è
più bella?».
«Quella che non parla» rispose il misogino, placidamente.
Non so se in quel giorno o in un altro, seduto sopra uno dei gradini
laterali che scendono al cancello dell'approdo, mi ripeté ancora
qualche pensiero e qualche sorriso dell'Estremo Oriente, guardando a
traverso il ferro battuto l'Isola dell'ultima pace.
Un filo di fumo azzurrino gli esciva dall'angolo delle labbra e, spinto
dal vento, si avvolgeva al ferro, vacillava, e poi vaniva. Due farfalle
bianche, di quelle che per ali hanno rapito quattro petali a una rosa
di neve, esitavano su l'acqua color di perla e poi svolazzavano su
per il cancello come se volessero entrare nel giardino, ma pareva non
osassero passare per i vani temendo di sgualcirsi. Una alfine si posò
sul ferro rugginoso, come su una corolla inflessibile.
Allora il mio amico si ricordò d'una di quelle imagini asiatiche di
farfalle che gli aveva mostrate il romito del Palatino. E ripeté, in
un velo di fumo, guardando con que' suoi occhi d'ambra verdiccia quel
bianco fiore di quattro petali fiorito dalla ruggine bruna: «Ha le ali
ancor tremule, e già s'è posata».
Avremmo potuto incidere questa allusione alla sua anima nel suo cippo
di pietra istriana, s'egli non fosse stato un guerriero, se nel suo
corpo esiguo non avesse chiuso il rigore d'una volontà eroica, se la
severità della sua sorte non avesse in noi annerato il ricordo del suo
sorriso lieve.
Quand'anche questa immensa guerra non altro facesse che ricondurre
l'uomo alla familiarità della morte abolendo quel falso limitare che
sembrava separarla dalla vita e dalla luce, già dovrebbe per noi essere
lodata e benedetta.
Un giovine granatiere della Brigata di Sardegna, tornato con una corta
barba rossa da rabbi cresciutagli nella trincea intorno a un viso fermo
e netto come se glie lo avesse ridisegnato a sanguigna l'intagliatore
del _Trionfo di Cesare_, parlandomi d'un suo compagno che non aveva
saputo ben morire, mi disse: «Era venuto alla guerra, come tanti,
senza aver prima fatto la pace in sé». Disse questo con una piana
semplicità. E, più delle parole, mi colpì quella sua aria tranquilla
che non somigliava a una certa tranquillità usuale ma alla figura d'un
sentimento straordinario, all'espressione d'un acquisto e d'un possesso
più preziosi che tanto di suolo nemico espugnato e occupato.
Egli era rimasto solo per un giorno intero, in mezzo ai reticolati
austriaci, nascosto in uno di quegli imbuti che scavano nella terra le
granate scoppiando; e, mentre il nostro fuoco abbatteva gli spineti e
sconvolgeva il suolo, egli osservava l'esattezza del tiro e pigliava
rilievi imperturbabile.
Un altro giorno, come la sua gente già provata dall'artiglieria nemica
era stata presa di mira per errore dalla nostra, egli solo con una
bandiera in pugno, sopra un'eminenza del terreno scoperta, tra i due
fuochi, ritto in piè, aveva persistito a far segnali finché i nostri
pezzi non ebbero mutato bersaglio.
Un'altra volta, di notte, su la montagna, in una di quelle gloriose
incamiciate ove eccellono la prodezza e l'accortezza dei nostri fanti,
s'era battuto contro una puntaglia austriaca con la baionetta impugnata
come una daga e poi, sopraffatto, a pugni a calci a morsi, lasciando
sul terreno la pelliccia a brandelli ma riuscendo a svincolarsi e a
raggiungere i suoi per ricondurli alla mislea con un mozzicone di lama
e con un largo riso ne' suoi denti di lupo tutti in sangue. Aveva perso
il pelo, non la ferocia.
Ammalatosi di tifo e di polmonite nella belletta putrida della trincea,
i medici avevano diviso in zone il suo corpo paziente, curandolo a
contrasto, col freddo e col caldo. Una vescica di ghiaccio sul capo,
un'altra sul ventre; un impiastro bollente sul petto; la morte ai
piedi esangui. Egli non si ricorda se non di una gran pace deserta, fra
sole e neve, ov'egli restava immobile senza tempo, come una di quelle
sentinelle perse che si considerano già sepolte.
Era venuto per un'ora a vedermi, senza ansia. Della sua compagnia erano
superstiti ventitré uomini. Doveva ritrovarsi all'alba su l'Altipiano
tremendo.
Diceva: «Comando da una diecina di giorni una compagnia speciale
della Brigata dei Granatieri: la compagnia degli Esploratori. Si
tratta di ciò che noi chiamiamo «una formazione organica» da istruire
particolarmente, con metodi nuovi, con una disciplina nuova. Si tratta
di creare un'anima e un corpo, e di prepararli a sacrificarsi. C'era,
in altri tempi, chi allevava le vittime, chi produceva i tori bianchi
e le pecore nere. Imagini un che di simile. Non so dove io abbia letto
che tre cose costituiscono il sacrifizio: la vittima, l'oblazione della
vittima e l'uccisione della vittima. Imagini una compagnia istruita
in questo senso. Si va sempre fuori di notte a far esercizio, da
mezzanotte alle cinque, su i colli. Mi sono amicate le costellazioni,
che conoscevo così poco; e son riuscito a ispirare nei miei Granatieri
l'amore della notte. I soldati italiani, in genere, non amano la
notte. Gli austriaci ne hanno qualche pratica; ma anche in questa
siamo per superarli. I miei Esploratori, per i segnali, già imitano
maravigliosamente i gridi degli uccelli notturni. Sono quattrocento
ottanta sceltissimi. I pochi superstiti dell'ultima carneficina vi son
tutti. Gente che, a vederla, è più alta della sua statura vera. Dalle
spalle in su, c'è l'aria della testa: il coraggio che non sopporta
d'esser misurato, come la passione. In poco più di dieci giorni, avevo
formato intorno a questa compagnia qualcosa come un'aurèola. L'aurèola
aiuta a vederci di notte. Nelle soste, solevo raccontare anche le
storie antiche dei Granatieri che si chiamavano «enfants perdus». I
nuovi rinnovano quel nome a modo loro. Perdutissimi, infatti. Credo
che riescirei a spingerli tutti, d'un balzo, di là dalla morte, senza
sforzo. Credo che farei qualcosa di buono, con questa gente, anche
se si tornasse proprio alla guerra di trincea, nel Carso, come pare.
Invece qualcuno s'è accorto che una simile accozzaglia non è regolare,
non è «sugli organici»! E la compagnia sta per essere sciolta, prima
dell'immolazione. Io sarò rimandato a inquadrarmi, a ridiventare
sagoma da tiro nella massa. Non mi lagno. Conosco la trincea. Per un
mal di trincea, sono stato diviso in zone fredde e calde: esperimento
di culture. Ma confesso che m'è, a un tratto, venuta la voglia di
volare. Dopo tanta terra, un poco di cielo. Mi aiuti, se può. Conosco
bene la zona di confine perché ho cacciato nella conca di Gorizia e
sul Carso. Sono stato a Lubiana, a Gratz, da per tutto laggiù. So la
lingua, i dialetti, gli usi. Vista ottima. Peso, in allenamento, circa
sessantacinque chili. Ho molta pratica di motori a scoppio....»
Parlava semplice, con gesti sobrii. Il reale e l'ideale avevano in lui
il medesimo accento. Lo guardavo fiso, senza rispondere, con quella
pupilla dove ora s'aduna tutta la voracità del mio sguardo. Sentivo
in lui l'amore dell'olocausto «in cui tutta la vittima si brucia,
totalmente ad onor divino».
«So che non cessa di pensare al Suo compagno scomparso» mi disse, con
una bontà velata.
Gli risposi: «Le auguro uno che a lui somigli».
E m'erano là, accanto, sopra lo sgabello, in mucchio, le liste di carta
scritte nel buio, quando avevo gli occhi bendati, quando stavo supino
nel letto, col torso immobile, col capo riverso, un poco più basso dei
piedi, sollevando leggermente le ginocchia per dare inclinazione alla
tavoletta che v'era posata.
Cercai nelle rubriche. Trovai, e lessi.
[La coppia virile, la coppia da battaglia, rinata nella creazione
dell'ala umana, conduttore e feritore, arma d'altezza, arma celeste,
maneggiata da una sola volontà, come la duplice lancia del giovine
Greco.
Il compagno è il compagno. Non v'ha oggi al mondo legame più nobile di
questo patto tacito che fa di due vite e di due ali una sola rapidità,
una sola prodezza, una sola morte.
Il più segreto brivido dell'amore non espresso è nulla al paragone
di certi sguardi che, _nelle ore leggère_, riconfermano tra i due la
fedeltà all'idea, la gravità del proposito, il sacrificio taciturno di
domani.
Ora la morte, che doveva prendere i due, ne prese uno, un solo, contro
il patto, contro l'offerta, contro la giustizia, contro la gloria.
Alla cima della gloria, per la coppia alata, è l'olocausto: il
sacrifizio in cui è arsa tutta la vittima.
La sorte del fuoco è la lor vera sorte.
La loro ala rombante diviene il lor rogo fiammeggiante.
Come nell'ottava bolgia, essi sono due «dentro ad un fuoco», ma
il fuoco non è diviso. Non parlarono in alto; non ebbero bisogno
dell'orazion piccola per essere acuti; né parleranno nei crolli della
fiamma. Come il volo era un silenzio ceruleo misurato dal canto ritmico
della combustione, così l'olocausto si risolve in nero silenzio.
La necessità eroica della coppia alata, quando sia sopraffatta, è
l'arsione totale.
Chi si rende prigione, e cede la sua ala, si può dire veramente che
pecchi contro la patria, contro l'anima e contro il cielo. Sventurato o
svergognato, perde ogni diritto alla gloria.
Portato dal fuoco, il combattente aereo è un incendiario in vita e in
morte.
Beati i due compagni eroi le cui ossa irriconoscibili sono mescolate
nella barella come tizzoni fumanti!]
Egli guardava di tratto in tratto la mia tempia fasciata, il mio
occhio bendato, con un sentimento di dolcezza, ma senza proferire
alcuna di quelle parole di compianto o di conforto che mi sono odiose
e mi sembrano vilissime. Io notavo che i suoi occhi bruni erano
straordinariamente ingranditi e che la barba fulva intorno alla faccia
ossuta gli dava quell'aspetto energico e pacato che doveva avere il
Purificatore quando ebbe cacciato dal Tempio «coloro che vendevano e
comperavano in esso». Non v'era più nulla di superfluo nella sua carne
come non v'era più nulla di vano nel suo spirito. Non un'oncia di
vanità né un'oncia di adipe. Il vero asceta nei due sensi, come quegli
che aveva esercitato e preparato alla perfezione il corpo e lo spirito.
Certi asceti cristiani parevano respirare veracemente in Dio, cioè
non nell'aria comune, non nei vènti del mondo; parevano avere i
polmoni e l'anima adattati a una nuova condizione di esistenza. Simile
egli pareva respirare in disparte, in non so che novità interiore,
consapevole di sé stesso, e pure non più appartenente a sé stesso,
presente e pur trapassato. Non era un uomo; era un'offerta. Non aveva
più nessun legame, fuorché quello che lega l'offerta al sacrificio.
Era, nel più alto significato ideale, il Volontario.
Parlava semplice, con gesti sobrii. Stava là seduto, occupava poco
spazio. Ma quella sua serenità aveva qualcosa d'immenso e di profondo.
Io mi sentivo all'orlo della sua serenità come su la riva di un
mare raggiante. Dinanzi a un uomo, ecco che avevo un senso sovrumano
dell'uomo.
Era quello un uomo pel quale la vita e la morte s'erano confuse come il
giorno e la notte si confondono nella zona dell'alba.
Tuttavia le sue mani erano robuste e, nella lotta a corpo a corpo,
avevano preso il nemico per la gola; forti erano i suoi bianchi denti,
e avevano morso alla disperata il nemico; saldi i suoi piedi, nelle
grevi scarpe munite di chiodi, e avevano sferrato contro il nemico il
buon calcio all'inguine.
Pensavo: «Ecco un soldato d'Italia». Mi tornavano nella memoria certe
sere d'ottobre, laggiù, lungo l'Isonzo, quando parlavo ai reggimenti in
punto di marciare verso la battaglia. Da prima i reggimenti non avevano
se non un solo viso e un'anima sola, perché io non vedevo se non la
fronte allineata, a traverso la mutazione della mia voce. Ma dopo,
rotte le righe, avvicinandomi, scoprivo in uno sbattimento d'ombra, in
un riflesso di lume vespertino, qualche aspetto di sovrana giovinezza,
qualche testa costrutta come quelle delle statue atletiche di Delfo,
qualche faccia illuminata come quelle dei martiri invitti, un che di
ferino e di spiritale, un che di adamantino e di fervente, come nel
volto del mio visitatore. Certo, i più belli erano venuti alla guerra
_dopo aver fatto la pace in sé_.
L'ho io fatta in me?
V'è certo, per ottenerla senza sforzo, un dono di grazia, una elezione
gratuita. Allora essa scende e ci sgombra di tutte le infezioni e di
tutte le fermentazioni, come dei mali incurabili accadeva al tocco
del guaritore. Allora l'identità della vita e della morte diviene un
sentimento luminoso. Il pericolo — come da me fu scritto in un libro di
prova ascetica — diviene l'asse della vita sublime.
Mi guardo dentro; e confesso che quella qualità di pace, quella pura
tempra interna, rivelatami dalla presenza di quel giovine amico, non
mi fu concessa, benché io mi sforzi di osservare la disciplina utile a
conseguirla.
Si pecca per ardore, anche incontro alla morte. Dov'è la pace, non
può essere l'ebrezza. Non si può dire che vi sia vero silenzio in
quello spirito che il levame lirico solleva e infervora di continuo. È
necessaria una certa nudità interiore, l'assenza delle imagini e delle
melodie, perché l'anima imiti quella trasparenza dell'alba «dove il
giorno e la notte si confondono».
Ma, poiché la divinazione di una trasparenza tanto perfetta mi rapisce,
io cerco il modo di accostarmi a quello stato che mi sembra oggi il più
alto per colui che vuol donare tutto sé stesso, per il volontario della
sua propria libertà.
Dal momento in cui quel giovine [Paolo Stivanello caduto nel Carso il
9 agosto 1916] si rizzò in piedi e prese commiato per andare a vivere
come si va a morire, per andare a morire come si va a vivere, la mia
aspirazione lo segue. Quando udii la porta richiudersi dietro di lui,
stetti in ascolto. Il suo passo tranquillo risonava nella calle stretta
allontanandosi. Nondimeno egli mi appariva in un modo misterioso,
riempiendomi di fremito e d'anelito.
Si pecca per ardore, anche incontro alla morte. Considero le
trasformazioni del «pensiero dominante», da che stette su me, dal
principio di un esilio che fu per me una specie di trapasso. Non pace
ma ansietà; non fermezza ma ebrezza; non silenzio ma clamore. Il sangue
sgorgante dal corpo ignudo del mio Sebastiano aveva per lui medesimo la
forza del vino fumoso. Il ritmo del suo canto era come il polso della
mia febbre. Per essere a sé il suo cielo, egli voleva le sue ferite
innumerevoli come gli astri. Era di sé martire e testimone. I suoi
uccisori gli erano specchio. Egli medesimo era l'uccisore e l'ucciso,
il saettatore e il saettato. Cangiava la morte in voluttà, guardandola.
Gli arcieri, ogni volta che lo ferivano, morivano in lui; ed egli in
loro moriva. Per dire il suo rapimento nella morte, imitava il furore
della vita.
Come dissimile a quel giovine combattente dell'Alpe!
Forse qualche vampa di quell'antica febbre risorgeva in me, o
Chiaroviso, quando vi parlavo della morte lungo la bella riva.
Ritornava nel mio sangue l'appassionato aroma della Landa che versa la
resina dalle mille e mille piaghe dei suoi tronchi morituri. E forse
fu la consueta smania di liberazione, o una subitanea curiosità di
confronto, quella che mi spinse a condurre verso la figura del martire
inebriato due compagne non immemori di quel che già fui e di quel che
già mi piacque.
Il domani della sosta nell'orto di Tomaso Contarini, approdammo a
quella casa dei Contarini che fu dipinta e dorata da Zuane de Franza.
Passava un canotto veloce, di legno bruno levigato e leggero come
quello d'un contrabbasso, con a poppa un Ammiraglio canuto, blu e oro,
figura di cera in una custodia di vetro.
I due filoni della scìa propagarono l'onda alle due rive del canale
pieno. Dall'improvviso rimescolamento la gondola stava per essere
sbattuta contro i gradini di marmo, quando col remo abile il gondoliere
tranquillo la distaccò e la tenne discosta. Il fondo piatto diede
tre o quattro colpi su l'acqua come la spatola di Arlecchino. Poi
rimanemmo qualche minuto a danzare tra onda e onda, ber una nuova
scìa lasciata da un battello nell'accostarsi al pontile vicino. E
tutta la vita fu una cosa vana, fluttuante e inesplicabile. I pensieri
si alleggerirono e si dispersero. I sentimenti non ebbero più alcun
peso. Un sorriso eguale s'indugiò nella bocca delle due donne, il
sorriso fisso e dipinto delle statue arcaiche dalle molte trecce,
mentre s'attendeva che la danza terminasse. Le liste corrose del marmo
di Verona brillarono nel portico quasi che la salsedine vi avesse
incrostato cristalli di sale e schegge di conchiglie. Lo sciacquìo
orlò di bava i gradini gialli come l'avorio dei dittici. Il palagio
traforato ci pendeva sul capo come fatto di refe da una Buranella
malaticcia e paziente che tuttavia vi lavorasse di sul tetto con le
sue mani da dogaressa. Anche le qualità della materia si trasmutavano
come le facce della mente. Non sapevo più nulla, e non v'era più
nulla, fuorché maniere di dire, figure di musica, ambagi di linee.
Non sapevo perché fossi là e non altrove, non in cima a una piramide,
non dentro a un labirinto. Era come una dispersione attonita, come un
annullamento stupefatto. Quel legno cavo e nero danzava sul nulla; e
i colpi della spatola di Arlecchino risonavano a quando a quando nel
vuoto dell'anima. Alfine mettemmo il piede su la pietra ferma. Avemmo
il passo cauto, come dopo una vertigine. Aspettammo davanti a una
porta che non si apriva. Il passato esiste? Tornavo a quella porta
dopo vent'anni. Vedevo, a traverso il battente, nella sala terrena, me
chino, con Giorgio Franchetti e con Angelo Conti, me in ginocchio come
un operaio a commettere nello stucco porfidi e serpentini per rifare il
pavimento di musaico.
I riflessi del canale entravano coi soffii dell'aria marina; e noi
secondavamo col nostro lavoro quei giuochi della luce, orientando
ad arte i tasselli così che ciascuno pigliasse la sua diversità di
chiaro e di scuro e tutta l'opera fosse varia e sensibile, là dove
un musaicista meccanico avrebbe tutto appianato e agguagliato in una
politura inerte. A ogni passaggio di battello, uno strepito di risacca
si prolungava su la riva, riecheggiato dal portichetto come da un
antro. Avevamo nella conca dell'orecchio una melodia argentina, e
quelle sillabe ineffabili che si creano a quando a quando nei riscontri
del vento. Nei pomeriggi di scirocco, i marmi misti sudavano come
le nostre tempie, come le nostre mani; e quella tepidezza umidiccia
pareva propagare alla materia la sensibilità della nostra pelle e più
umanamente assomigliare a noi la nostra opera. Divenivamo più lenti ma
più imaginosi. Un orto vicino, di là dal muro coronato dai vecchi merli
di terra cotta color «rosa di gruogo», ci mandava l'odore vainigliato
dell'oleandro nella polvere soffocante dei calcinacci. Perdevamo a poco
a poco la memoria di noi, attratti in non so che incantesimo delle
cose. Vedevamo i piedi ignudi d'una creatura sconosciuta passare sul
nostro lavoro nettato dalla spugna.
Ed ecco che il custode venne ad aprire la porta, dopo vent'anni! E non
osai guardarlo in viso.
Entrammo. La mia ombra e quella dei miei due amici si dileguarono pel
pavimento, nello sprazzo di luce marina che lo percosse. Nulla intorno
era mutato. Non camminai sul musaico, quasi temessi di calpestare le
mie stesse mani. Camminai rasente.
Erano tuttavia là i rottami, le assi, le lastre di marmo non segate,
le scorticature della parete, le travature scoperte, la solitudine
aspettante, l'abbandono e il trasognamento, e quelle furtive larve
grige vestite di ragnateli laceri, che abitano le case dove il nuovo fu
demolito per ritrovare il vecchio.
Il gran pozzo rossigno era là, nel mezzo del cortile, pieno di silenzio
e di polvere come un'arca. Allora mi ricordai che venivamo a visitare
un ospite moriente e immortale. E non mi tornò di sopra al muro
merlato l'odore dell'oleandro ma quello della resina, quello dei pini
piagati d'occidente; il profumo della Landa, l'aulente malinconia della
spiaggia oceanica, l'aroma dell'esilio.
E, salendo la scala erta, riudivo nell'aria il coro angelico di
Claudio Debussy ripetere misteriosamente il nome del Santo. E il mio
spirito tremava di maraviglia come quando per la prima volta sentì
dalla profondità del dramma salire la rivelazione della melodia. Gli
si ripresentò a un tratto l'evento immenso. «Dal vecchio mondo che si
gonfia e crolla, ecco balza la giovine Musica».
Andavamo vacillando sul solaio sconnesso della sala veneziana
restituita alla sua vastità primiera. «Dov'è?» diceva Nontivolio.
«Dov'è?» diceva Chiaroviso. Tavole pencolanti, pareti raschiate, usci
senza imposte. Come sta ad asciugare il bucato dei poveri, stavano
appesi a una cordicella per traverso alcuni tappeti persiani di grande
pregio. Attoniti, ci soffermammo a toccarli. Erano vivi. Avevano
serbato nei secoli la vita animale onde è pregna la lana tondata nel
momento che la tingono i tintori d'Asia. Nontivolio passò la sua lunga
mano in uno sdrucio.
Ma che era quella bellezza ferita al paragone dell'altra?
Vacillavamo tuttavia sul solaio malfermo. Ed ecco un arco marmoreo,
l'apertura stupenda d'una specie di tabernacolo glorioso, tutto marmi
venati e rosati, cui non tanto rischiarava l'alto spiraglio quanto il
soffitto a melagrane d'oro.
«Dov'è?» ripeteva Chiaroviso. Gli occhi non lo vedevano ancora, ché la
luce dov'egli viveva era una luce diversa da quella del giorno.
«Eccolo.» Egli era diritto in piedi, dentro l'edicola. Era come in
un ciborio di marmo. Era nudo, sol fasciato i fianchi sobrii; grande,
svelto, col petto quadro. Nella sua carne i dardi parevano fitti con
arte, come gli aghi crinali in una capellatura simmetrica. Il suo
sangue colava parco, quasi lo ritenesse la durezza dei muscoli.
Non riconoscevo il mio giovinetto canoro, rivolto verso l'Oriente dei
misteri sanguigni, turbato dalle lamentazioni degli Adornasti, dal
pianto melodiante delle donne di Biblo. L'eroe scolpito dal pennello di
Andrea Mantegna era di verace schiatta romana. Nella sua larga faccia,
sostenuta da un collo robusto come un rocchio di colonna, la bocca dai
piccoli denti schietti mi ricordava quella del giovine combattente
partito per l'Altipiano. Dischiusa, non per dire una parola o per
gittare un grido ma per bere l'aria silenziosa, aveva non so che purità
belluina, come se vi respirasse un selvaggio istinto. Confitto presso
il piede saldo e attraversato dalla cocca pennuta d'una saetta, un cero
sottile portava la sua fiammella e un cartiglio dov'era scritto: