Per lui, che il giorno primo che ci parlammo m'afferrò, mi singhiozzò

l'anima sua, si torse sotto il cielo come una fiamma supplicandomi

di strapparlo alla donna che da tanto l'inviliva, io diedi ben addio

a qualcosa che sarebbe stata quasi la felicità, la ridiedi a Dio. Un

fanciullo m'amava, migrante arcangelo, in vertigine di luce spada

bella, e lo vidi colpito piegarsi, accettar la sorte, accettar di

sparire. Per l'uomo malato e legato, per l'incanto di quel suo sguardo

avido d'illudersi, d'affiorare a rive verdi, nulla con più tremanti

adoranti mani potevo svellere ad olocausto, nulla di più mio e puro.

I baci del fanciullo avevano inseguito brividi: vento, sole, notturni

silenzi: avevan fatto convergere gioia e canto nel mio petto. Intorno

erano mirti fra dure lave. Pronta scontai la superbia di tanta

rinuncia. Un'unica ora il mondo parve trasfigurarsi per la tetra anima

virile, poi che gli dissi ch'ero sua: sconfinati al pensiero s'apersero

i mari e dorati; fummo una sola certezza, una sola prodigiosa attesa.

E qualcuno bussò. (Ecco, mentre rievoco guardo sur un'acqua ferma lo

svolìo d'uno stormo di rondini, è perlaceo, ma mutando d'un colpo la

rotta si confonde con la ferrigna superficie). Qualcuno nella notte

rivoleva il proprio bottino. Nella perduta stanza di locanda dove fui

lasciata sola, convulse grida giunsero di creatura, di donna: sorella

mia? A grado a grado s'acquietarono.

Le sere scendono su la mia libertà.

Io violava con il mio amore il dolore dell'uomo. Io aggiungeva al suo

dio il mio.

Quando, attraverso gli evi, l'uomo ha detto d'agognare all'eterno

femminino, auto-inganno è stato. Il maggiore ed il più bello di quanti

gli si sian formati nella coscienza. Che può far egli d'una integrante

forza creativa, egli già così gravato e tormentato? Noli me tangere. Un

solo si volse realmente per ascoltare e per conoscere, e Diotima gli

rispose. Era giovine allora Socrate? V'ha un punto, il momento della

esistenza intatta, che unico rende il maschio capace d'accogliermi come

spirito. L'iniziato adora tutta la sofferenza che m'ha fatta ricca, può

adorarla così tessuta nella dolcezza della mia carne e nella dignità

della mia mente, io gli esalto la pienezza della vita, la sapienza

ultima della vita ed egli sente che m'appartengo, il mio dono e il suo

forse ci trascendono....

Spazi ineffabili!

Addietro restano tutte le cose che si riprodurranno, le dure cose, le

appassionate, le urlanti.

Tornerò ad esse, irresistibilmente tornerò, e ad esse moverà incontro

con dolente fierezza il vergine fino a ieri, dalla voce di cristallo,

che non mi tratterrà.

Disgiunti, spiriti reduci per sempre entrambi.

Più che mai i tristi uomini compiuti diranno alla mia apparizione:

«Troppo tardi». Diranno: «T'abbiamo troppo attesa. Or ci vendicheremo

su te per tutto ciò che non ricevemmo dalle altre». Anche

soggiungeranno, come stanca elemosina: «Dovevi nascer maschio, saresti

stata o un santo o un castigo d'Iddio....».

Ed ecco dorsi di monti brulli, ampie linee semplici, valichi e

valichi, stagioni che indugiano e stagioni precoci. Ecco pianeggianti

giardini, fontane, magnolie in fiore, e anche grigi sogni di pietra,

castelli grigi tra rami spogli stillanti di pioggia contro il sole come

portentose ragnatele. Ecco fiumi su cui navigano insensibilmente grandi

ninfee di ghiaccio. E strade, strade, strade.

Fatiche e tedio nelle rughe del mondo, e immensa grottesca stoltizia.

Poter sanarle, suscitarvi espressioni gagliarde, generosità e pensiero!

È tale l'impetuosa fantasia ch'io sospetto quasi sian suoi frutti quei

beni che vedo di quando in quando alzarsi come vapori o stendersi

come campi di lino azzurro, suoi frutti, invenzioni del desiderio,

quegli atti e quegli affetti che inattesi e delicati mi si palesano,

sorridenti di fresca arguzia o soffusi d'alta intuizione, amicizie,

austere fraternità, rapporti pieni di timidezza e d'abbandono e altri

in cui son regina, in cui impongo sensi di grandezza, oh semplicemente

perchè sono umana, e raccolgo meraviglie di devozione, pianti d'anime

veraci, baci sulla mia mano taciti veloci, parole brevi di accordo,

beni, beni!

Come fossero discesi dal genio, dall'antico coro tragico o da un canto

leopardiano. Come fossero dolci arcate di chiostri tra i massicci

delle città. Quella marea urbana che talora mi parve affiorare colla

mia spoglia sola e col vaneggiante mio ansito di morte si dissolve.

L'onda è in me, nella sensibilità che tutto attinge, ch'io quasi una

millenaria ho affinata per ogni verità della creazione, per i doni come

per le offese. Signore.

«Signore, fammi diventare grande e brava» pregavo da bimba.

Vengono i profondi compensi, le stellate ghirlande, a me fuggitiva, a

me per le selvagge vie.

In primeve forme, nitide, per me sola suscitate.

Gioie per sempre.

Vengono come le rinascenze dopo i più sparuti e bruti cicli.

Assolta, riconsacrata, la semplicità eroica dell'essere femineo, senza

nome nè età, va libera ardita ridente.

Squillanti incontri di bei volti maschi, ferma bellezza di fisionomie

imprevedute, sussulto segreto all'istantaneo avvertimento del desiderio

virile, sussulto così simile al brivido mortale della voluttà, istinto

di fuga, ansito d'esser rincorsa, stupita violenza di magìa, uomo e

donna, piante di foresta a un sol vento sorprese e squassate.

Torsi d'atleti armoniosi, vive forme sante come immortali bronzi.

Intende taluno che accarezzo — per un'ora, per mille, per un innumerato

tempo quale nei sogni — intende ch'io reco in quell'atto lo stesso

illuminato cuore delle mie più solitarie contemplazioni? Vi sono

spiagge dove nessuno prima di me s'è soffermato ad alzare un suo

inno: e c'è questo corpo perfetto d'Adamo il cui valore me soltanto

veramente conquide, con la sua sicura rispondenza all'anima che vi

abita, nell'opera nel sonno nell'attesa, questo ricco corpo così forte

così fervido così caldo, fascio d'erba odorosa, architettura di nobiltà

essenziale, Adamo, Adamo, bacio solare.

Tutta io mi sento fiore immersa nella lussuriante natura. Per un'ora,

per mille, in un innumerato tempo....

Potenza divina di gaudio sotto il cielo, divino splendore dei motivi di

gaudio!

Portentosa bilancia se la memoria è onesta!

Ch'io superbamente lo affermi.

Per tutte le cose orrende che ho veduto e saputo, io che ho pagato per

tante donne, io su cui l'uomo s'è vendicato di tante. Per le lividure

finanche che il mentecatto lasciò su le mie membra bianche, ch'io

guardava bruciante attonita, ed egli sghignazzava stridulo sinistro ed

aggiungeva vituperi e sputi. Per le rose che furono calpestate presso

l'orlo della mia veste. Io ch'ero la vita e che ho veduto dove l'uomo

giunga quando odia la vita.

Portentosa bilancia se la memoria è onesta!

Uscii un giorno da un carcere, dove tra le sbarre un viso sciagurato

m'invocava, sovrano viso che mi chiedeva perdono, caro ahi caro viso

ritrovato e per sempre riperduto. Più tremenda la mia solitudine mi

parve di quella stessa prigione dove si gemeva e dove almeno qualche

carceriere assisteva. L'aria lucida, il bel settembre, la gloria

candida d'una montagna all'orizzonte, ed io sullo spiazzo, tra il

frusciare dei platani, al limitare della cittaduzza ignota, io con

nessuno, libera di morire, libera di vivere, nel vento, il vento

buono su le ciglia ancora umide. Era l'acquisto di tutta la mia

esistenza o il sigillo improvviso? Non in mio potere il rifiutarlo.

Dall'invisibile, in un tempo remoto, m'aveva ben detto una voce:

«Ricordati d'aver ascoltato la tua legge». Sì. Tremenda intorno

al capo la vastità ariosa popolata di parole ch'io sola sento.

Pure, così sbalzata fuori d'ogni strada dopo tanta strada percorsa,

sbalzata dall'umanità se umanità è legame e soccorso tangibile, il mio

sconfinamento ebbe lo sfolgorante aspetto della pace. Ho visto una sola

volta, nella piega profonda attorno alla bocca d'una grande morta,

qualcosa d'altrettanto ricco e strano. La montagna all'orizzonte fu

inondata di rosa, poi ch'era il tramonto; sospeso il vento, il giorno

senza avvenire oscillò, solo, per non so quale lunga ora ancora. Alle

mie spalle stava la mole della fortezza, il segno di quanto si tenta

quaggiù in malvagità e mai realmente si compie. Il fratello condannato

si raccoglieva certo in un'irreale soavità, come ancora baciandomi le

mani traverso le sbarre. La notte sarebbe scesa su lui racconsolato,

s'anche fosse l'ultima della sua espiazione. Ed io seppi quel che non

sa il suicida. Il queto annegare delle stelle nelle notti estive può

solo darne imagine. Rigano il firmamento, s'avventa dalla terra sulla

loro molle scìa il desiderio d'infinite costellazioni di occhi, il

desiderio, il voto.... Nulla di più vivente.

_LA POESIA._

Cielo nella prima ora del giorno e nella prima ora della sera uguale,

candore lucente in cui m'incido e a cui m'affido, perlacea lievità

intorno alla mia fronte.

È sera o alba?

In questa trasparenza, in questa incandescenza di cielo, la mia forma

di donna ha un trasalimento, oh che non turba la soave immobilità

dell'ora....

Un prodigio si è compiuto nel lungo spazio che forse fu notte e forse

meriggio.

Compiuto insensibilmente, quand'io stavo in passione e in meditazione,

animata natura, e di contro a me lo spirito maschio agiva, fondatore

e distruttore, m'offriva armi, leale, perchè lo combattessi, e le

confessioni s'incrociavano, ci laceravano.

Mormoravo nelle tregue:

«Se v'assomiglio, fratelli, soffro!»

«Se v'assomiglio, voi non m'amate!»

«Se v'assomiglio, a che son nata?»

Caratteri d'eternità erano nella vicenda.

Peritura la mia forza, gli occhi avrebbero potuto appannarsi, qualche

morbo penetrarmi; ma no, io non ero Filottete — e mai dunque sarebbe

paga la nascosta giustizia, quella che mi generò in sogno?

Conche sonore di venti fremevano, alte conche d'allegrezza o d'angoscia.

Mi aggiungevo con le mie parole immolatrici alle cose della terra, alle

opere, alla storia del dolore e dell'amore. Quella imagine ch'io creavo

pareva via via cancellarmi dalla vita.

Lungo, ah lungo passaggio dalla larva al mito!

E la realtà del mio essere, e la libertà creduta e perseguita, e questa

mia turgida età?

Trasalgono le fibre materne.

Chiaro è il mondo, con volto riconoscente. Imprevedibile un segno si

palesa, un timbro, una movenza, un irriproducibile accento.

Io!

Mentre rispondevo alla temeraria attesa del silenzio, e credevo tutta

così consumare nel sacrilego racconto, prodigiosamente accanto alle

parole violatrici, altre, fruscianti, si modulavano in me, trepidando

s'elevavano, brevi, danzanti, quasi figlie d'una mia scarca anima....

Danzando mi scoprivano esse la grazia di ciò che m'è più alieno o

feroce, e il valore dell'attimo più lieve e più nudo, e la santità

degli incolmabili abissi.

Danzando gettavano ponti, oh sguardi di lontano, oh bracieri di rose in

cielo!

Ritmo,

ritrovata adolescenza,

gioia del colore,

occhi verdi di sole sul greto,

scheggiato turchese immenso dell'onde,

biondezza di cirri e di rupi,

rosea gioia di tetti,

colore, ritmo,

come una bianconera rondine

l'anima ti solca.

Rorida potenza sorta in me, per sovrapporsi a me, per sopravvivermi!

Occhi stellati aperti su la divinità candida dell'aria!

Poesia, più cara d'ogni benedetta lagrima se anche in tuo prisma appaia

il mio andare rasente la morte!

Cosa di perla anche la morte, compenetrata di luce.

Con sommesso respiro mi riavvicino a tutto che in purità tace, mi

riconfondo con l'arcano sorriso della bontà.

_Isola di Corsica, 1912._

_Isola di Capri, 1918._

INDICE

Il silenzio Pag. 5

Le ali 9

La lettera 29

La fede 55

Il nome 75

Il peccato 93

Le carovane 109

La favola 125

Gli occhi eroici 137

Le notti 147

La poesia 181

OPERE DI SIBILLA ALERAMO

=Una donna=, Romanzo. Terza edizione.

=Il passaggio=, Romanzo. Seconda edizione.

=Andando e stando.= Scritti varii.

=Momenti.= Liriche.

LA SCRITTRICE PIÙ DISCUSSA DELL'ULTIMO VENTENNIO

La ristampa delle opere di Sibilla Aleramo merita un cenno

retrospettivo. Il successo del primo romanzo, edito nel 1906 e

tradotto rapidamente in sette lingue assunse carattere di grande

avvenimento letterario. Il gran numero dei giornali che ne parlarono

immediatamente, i critici che lo esaminarono, gli intellettuali dei

due sessi che lo discussero, provarono che il nuovo libro rivelava una

personalità artistica d'eccezione.

Lo pseudonimo oscuro divenne celebre in un breve volger di mesi.

Illustri giornalisti italiani e stranieri si recarono alla casa

dell'autrice di _Una Donna_ per intervistarla e la stampa dei due mondi

pubblicò avidamente notizie e illustrazioni della vita della novella

scrittrice. Una voce femminile, mai prima intesa, s'imponeva così, alla

coscienza dei lettori, commovendo profondamente con la sua eloquenza

tragica, la sua sincerità totale, la sua umanità potente.

Il romanzo successivo, apparso dopo parecchi anni, _Il Passaggio_,

non fu un successo minore, quantunque non potesse più avere il fragore

della rivelazione.

Il merito peculiare di questa opera è quello di perorare verità che

appassionano, senza mai mancare alle esigenze di un'arte pura. C'è

in essa una nobiltà rara di espressione, una audacia generosa di

confessione straziante dettata dalla più fremente delle sensibilità,

e che pure non vacilla mai e tende diritta ad una sua mèta d'interesse

umano, sprezzante qualsiasi interesse personale.

Dalle centinaia di articoli apparsi su quest'opera in tutti i grandi

paesi intellettuali stralciamo alcuni brani di singolare importanza.

=ARTURO GRAF= _per una lunga e profonda critica nella_ =Nuova

Antologia= _si può dire il più ampio illustratore del romanzo «Una

donna»:_

_Romanzo_, s'intitola il libro; ma, più che di romanzo, ha

carattere di giornale intimo, di un giornale a cui sia stata

data posteriormente la continuità e la pienezza che da prima

non ebbe, e come rifuso in un racconto, il quale procede

per una sua intima forza e cui non possono detrarre gran che

alcune incertezze e alcune deficienze. Noi sentiamo che esso

scaturisce dal profondo di un'anima. Di qui il suo principale

interesse: La donna che narra è tutta intesa in sè stessa,

tutta assorta nella meditazione del terribile problema di cui

cerca con ansia febbrile la soluzione. È per lei questione di

vita o di morte. La condizione è, per più rispetti, simile a

quella dell'asceta cristiano, febbricitante ed ansante nello

sforzo ostinato di salvarsi l'anima. Che sarà poi non sappiamo;

ma, per ora, il mondo esterno si direbbe che non esiste per

questa donna, se non quanto serve a darle più piena coscienza,

a fornirle termini di confronto e punti di appoggio. Ben poco

di ozioso si può notare in questo libro. I personaggi che si

muovono intorno alla protagonista sono vivi generalmente, e

ben distinti, ma delineati con brevi tocchi, come da chi voglia

ricordarsi per uso suo piuttosto che per rappresentare altrui.

Dialogo quasi non c'è. La scena dell'azione si vede appena. Le

descrizioni sono rapide brevi e in piccolissimo numero. Dice la

donna tutta intesa in sè stessa: «Tutto ciò che è succedersi

di impressioni, vita pulsante per eccitazioni esteriori,

scintillio di immagini, eco di suoni, non può venire da me

risuscitato. Pure appaiono allo sguardo una marina, un ciel di

tramonto, un paesaggio alpino. E appare Roma, cuore del mondo».

«Pel cielo glorioso le nuvole andavano, tutte avvolte dal sole,

mutevoli e continue: le piazze, le fontane, le case di pietra

e le cupole e il fiume e le pinete incise sull'orizzonte, e il

deserto della campagna e i monti lontani, tutto pareva seguire

il lento viaggio delle nubi, e com'esse appariva fluido ed

eterno». «Lo sfavillio della massa compatta di case, di torri,

di alberi che mi si stendeva sotto gli occhi era intenso,

quasi insostenibile. In fondo, i monti si staccavano turchini

sul cielo, e lungo i declivi le macchie candide dei castelli

mandavano anch'esse barbagli. Fra i monti e Roma la campagna,

l'immensità». Chi ha potuto dir questo, potrà dire molt'altro,

volendo. Lo strumento non le manca di sicuro.

_Ed ecco, a distanza di dodici anni, alla pubblicazione del «Passaggio»

la fervida lode di_ =RENATO SIMONI= _nei_ =Libri del Giorno= _di

Milano:_

Pagine non facili: nè a scrivere nè a leggere. Bisogna

scoprirne il filo delicato; e allora dopo avere gustata quella

energia verbale che fa lucide e ferme le parole, dopo aver

sentito che quella energia tiene salda la bella prosa, come una

pietra augustamente incisa di vaste epigrafi, sopra un impeto

tumultuoso che vuole rovesciarla, scopriamo l'originalità del

libro, ch'è riassunta da queste parole: «Siamo nati.... per

l'intimo accordo con il mistero». Il dramma di questa Rina che

è la protagonista di _Il Passaggio_, è in questo bisogno di

trovare le radici e le norme dei fatti in leggi occulte, in

comandamenti che vengono da mondi profondi.

. . . . . . .

Libro di palpito, di angoscia, di ombra, di luce, ma

soprattutto libro di poesia: la storia di questa Rina è

la storia di ogni lirismo che vuole ascendere, liberarsi e

divenire puro spirito; e poi, in una ebbrezza di luce e di

musica, dissolversi ed annientarsi.

=FRANCESCO MERIANO= _nel_ =Giornale del Mattino:=

Chi pretende giustamente di trovare in ogni pagina scritta

a scopo letterario la traccia di un'esperienza personale, un

insegnamento od anche soltanto una testimonianza, può restar

soddisfatto da questo nuovo libro dell'Aleramo. Raramente

una donna ci ha parlato con più franchezza e intimità di sè

stessa, della sua vita, del suo modo di vedere e di stimare il

mondo. _Il Passaggio_ è interessante per l'originalità dello

stile e per l'umanità del soggetto: è un libro che bisognerà

ricordare ogni qual volta ci si troverà davanti una scrittrice,

perchè segna forse l'estremo limite a cui una donna possa

giungere senza offendere la sua femminilità, senza superare i

confini della sincerità e della poesia. Le ricerche formali

sono condotte a fondo, senza paura di cadere nel grottesco

e nell'incomprensibile; la collocazione sintattica delle

parole, l'interpunzione, la spezzatura dei periodi, sono

originalissime. Il discorso ha ora la continuata leggerezza

d'un volo cromatico, ora una statuaria solidità dovuta alla

successione di pause profondamente musicali: qualità da più

secoli inconsuete ad una donna, talchè più d'una volta vien

fatto di chiedersi quale altra poetessa si sia mai espressa con

tanta grandezza.

La virtù della parola riesce quasi ad illuderci sul contenuto

attivo dell'opera: mentre, come è logico e naturale,

l'esperienza si riduce in fondo alla solita gamma di sensazioni

fisiche, che costituisce per esempio la trama lirica d'una

Guglielminetti. Fortunatamente qui l'essenza intima della

femminilità è meno turbata; si sente sì, nonostante le

imperiose aspirazioni pàniche, che l'animalità è triste

come dopo l'amplesso, ma non si avverte il senso di disgusto

cagionato dalle artefiziose capziosità della casistica erotica.

La donna la quale s'accorge che le cime delle sue dita hanno

tuttora la freschezza dei petali intatti è quella che dona sè

stessa consolando e piangendo, materna amante, quella che gode

del piacere altrui, offerta della terra.

=PIETRO PANCRAZI=, _nel_ =Resto del Carlino:=

.... Come a molte pagine di ricordo e rievocazione del primo

libro, è facile riconoscere la forza e l'autenticità della

commozione, così nell'affannoso esprimersi del secondo è facile

scoprire momenti nei quali la sensibilità della scrittrice si

mostra e rivela in forme d'affinamento e di evidenza finora a

lei insolite....

=ALFREDO PANZINI= _nella_ =Perseveranza= _di Milano:_

_Una donna_ ha il suggello di una vita vissuta. Dunque un

romanzo sperimentale di tipo zoliano? dunque un romanzo

psicologico alla Bourget? Nulla di codesto: un libro immediato;

intessuto di pensieri e di fatti, libero da reminiscenze

letterarie. Quel non so che di appiccicaticcio e di falso che

forma la preparazione in Italia allo scrivere di maniera, qui,

manca affatto.

Quel non so di voluttuoso, di melato di sospiroso che

abbonda negli scritti letterari delle donne, qui non appare.

Evidentemente l'autrice ha troppe cose da dire, troppo

profondamente ella sente, troppo gravi cose ella dice, gravi

in sè, le quali non hanno bisogno delle esagerazioni e della

rettorica sentimentale.

Avviene anzi in questo libro qualche cosa di cui l'autrice

stessa forse non ha la conoscenza piena: di mano in mano che

la narrazione procede, la parola che da prima appare pavida,

titubante, si fa più sicura, il pensiero si rafforza nel

pensiero, si imbeve di vigore al contatto della realtà, si fa

turgido, caldo, potente, e allora balena ignudo, come spada;

e giunge di colpo a trovare quelle espressioni scultorie,

rapide e immediate, semplici, che fermano il lettore e sono il

martirio dell'artista.

=UGO OJETTI= _nel_ =Corriere della Sera= _ammira il valore sociale del

libro «Una Donna»:_

Una donna che in una casa cupa come una tomba, presso un

marito sospettoso, subdolo, meschino, padrona soltanto, sente

soffocare nella propria mente ogni nozione del suo diritto

e nel cuore ogni spontaneità, può per non morire, fuggire

anche quando deve lasciare lì un bambino, il quale senza lei,

presso il padre, in quella casa funebre, mancherà d'affetto

e d'esempio e dovrà, fatalmente, dimenticare e dubitare della

madre lontana? Sibilla Aleramo, nome nuovissimo nella nostra

letteratura femminile, dice di sì in un libro che ha un

semplice titolo: _Una donna_. E lo dice a testa alta, e certe

pagine son così sincere e dolorose che par di udire quella

donna da Lei inventata parlare con un fremito nella voce, con

un ultimo dubbio negli occhi e fissarvi con la speranza di

trovarvi il vostro consenso, non la vostra condanna.

. . . . . . .

Questo libro è sincero, è crudele, è modernissimo. Solo per

la difesa della propria mente e della propria individualità,

nessuna donna in nessun romanzo di vent'anni fa sarebbe

fuggita. Oggi è possibile e questo romanzo purtroppo è

verosimile.

=ALFREDO GARGIULO= _nel_ =Giornale d'Italia:=

Nella «bibbia» del femminismo, al posto della «genesi»

dovrebbero stare due opere d'arte: _Casa di bambola_ di Ibsen,

e il romanzo _Una donna_ di Sibilla Aleramo, che ora è già

tradotto nelle principali lingue europee. Mai, come nelle

protagoniste di quelle due opere, si è visto rappresentare

con tanta cruda forza la tragedia di un'anima femminile,

che chiede la chiarezza su l'essere suo, e la ragione della

propria vita. Il dramma e il romanzo, presi insieme, valgono

mille dissertazioni e teorie: più di qualunque dimostrazione

persuadono gli indifferenti e gli scettici a domandarsi se

esiste davvero un problema femminile. In quanto donna, la

scrittrice italiana potrebbe vantarsi di aver fatto a vantaggio

del suo sesso più di quanto abbiano fatto e vadano facendo

tutte le femministe del mondo prese insieme.

=MASSIMO BONTEMPELLI= _nel_ =Grido del Popolo= _di Torino:_

Ecco, anzitutto, un libro profondamente, compiutamente

sano. Concetto qualche volta frainteso è questo della sanità

letteraria. Certi libri gai e superficiali che dilettano con

presentare leggermente e serenamente la vita comune di ogni

giorno, si dicon sani, mentre con tanta naturalezza accettano

le infinite deficienze, le contraddizioni, le assurdità crudeli

di cui essa vita è tutta intessuta, che dovrebbero invece

apparir frutto di corruzione morbosa e profonda del tempo e

dell'animo nostro. Certi altri che toccan piaghe terribili,

che frugano dolorosamente fra gli aspetti e fra gli effetti

di quelle assurdità fondamentali, son quelli che io dico sani,

perchè ammettono e ispirano la fede in un possibile rimedio.

=LUIGI PIRANDELLO= _nella_ =Gazzetta del Popolo= _di Torino, chiudendo

un lungo articolo:_

Pochi romanzi moderni io ho letti che racchiudano come questo

un dramma così grave e profondo nella sua semplicità e lo

rappresentino con pari arte, in una forma così nobile e

schietta, con tanta misura e tanta potenza.

_Ed ecco alcune incisive frasi tolte da un profondo e vibrato

articolo che_ =CLEMENTE REBORA= _ha dedicato al «Passaggio» nella_

=Illustrazione Italiana:=

Chi scruti limpido questa forza ribelle, e legislatrice

insieme, scorgerà un'inesausta difesa commossa di ciò che ci fa

vivere....

.... _Il Passaggio_ crea allegorie....

Opera di profonda bontà, di più fonda umanità: opera che,

come la vita, si potrà bestemmiare ma non dimenticare, il

_Passaggio_, tutto pervaso da un senso di schianto e d'attesa,

così annunziatore, così immolatore, in contrasto e in armonia

coi tempi: quasi un Apocalissi dell'amore, e anche un lungo

grido di richiamo, da Saffo a Santa Caterina a Chitra....

Il passaggio: Romanzo · 第 5 / 6 段