concreto peccato della mia vita. Andrea m'indusse e non m'opposi.
Asportò egli dal mio libro le pagine dove io diceva il mio amore per
Felice. Ed io lasciai amputare così quella che voleva, che gridava
esser opera di verità. Come un altro qualunque dei tagli operati sul
manoscritto, come su un qualunque lavoro letterario. Uncinò i margini
con parole sue. Dov'era la piccola gagliarda che si chiamava Rina, che
da sola dopo tanta tribolata umiliazione aveva un giorno intrepidamente
agito e s'era assolta? Ribattezzata, ripiantata. L'uomo ha un così
ingenuo istinto di coltivatore!
E l'altra persona offesa? Che cosa avrebbe detto Felice alla comparsa
del libro?
Lagrime che più non piango, creature perdute, selve oscure immobili nel
tempo....
Parole da dire, anima mia. Parole che dici, quando il minuto ti coglie,
fra miriadi, e poi senti che la morte non avrebbe potuto chiuderti la
bocca senza che tu le avessi dette.
Fra la morte e la sorte, misterioso patto! T'amano le due sorelle in
ugual misura.
Ali intorno alla mia fronte, meditabondo respiro, forza, elemento.
Campi lavorati dalla mia passione, e acque, e rupi, certezze, sgomenti,
inni.
Visioni che diventan parole.
Accostamenti, come nella vita, impresentibili. E silenzi, gorghi,
distrazioni, indi ritorni, al minuto esatto, o sorte sicura come la
morte!
Non lesse il mio libro Felice.
Morì chiamandomi ancora Rina.
Non s'uccise, morì, in due giorni, dopo due anni dal nostro distacco,
per non so qual male fulmineo, senza nessuno accanto, forse senza
credere di morire.
M'ha chiamata? Non l'ho sentito, non l'ho riveduto. M'ha detto la cosa
un mattino Andrea, adagio. E adagio ho rantolato no, no, che non doveva
esser vero.
No al destino, Rina?
Ma io avevo differito, differito.... Per non dar dolore a
quest'altr'uomo non avevo mai più scritto all'abbandonato, m'era
mancata la forza di andar in fondo alla mia speranza, di creare,
di alitare una fraternità umorosa dopo l'amore, dopo l'ultima notte
vegliata sull'amore.... Miseria mia! Lasciami stare, tu Andrea. Va'
via, se ti fa male. Lascia. M'era caro! Non potrò mai più fargli sapere
quanto m'era caro. Il tempo s'era fermato, c'era qualcosa di fisso;
anche dopo dieci anni rivedendolo gli avrei preso fra le mani quella
sua testa dove i capelli erano fiamma, tenerezza, spasimo....
E non sono io qui, e tanto tempo è, Felice, che sei bianca polvere nel
tuo cimitero di montagna, non sono io qui, brivido ancora, pensiero di
te ancora?
Altri ho amato, dopo quegli stesso per cui t'ho sacrificato, altri più
saldamente, con più fiera disperazione. Ma per nessuno forse avrò mai
quest'accento che forse era tuo, cuore elegiaco, cuore che prima degli
altri tremasti ti smarristi ascoltandomi. Quel mattino che ti seppi
morto mi parve finita la mia giovinezza. E no, finisce invece oggi che
termino d'evocarti, Felice, per chi? Da oggi non m'appartieni più, e
tutto quello che di te non ha saputo fissare svanisce per sempre, e
questo ch'è qui chiuso non sarà più mai che una cosa sognata e donata
via, donata via, o nostra giovinezza, alla vita!
Lontananze verdi azzurre corse d'ombre d'argento, vi furono occhi che
non vi vedranno più.
Oro levante dal mare, cornici di ghiaccio verso sera incandescenti,
solchi di voli: in quello sguardo mai più.
Si sarebbero stancate le sue pupille? Adolescenti eterne son le
apparenze.
O la beltà della terra mai si corrompe per ciò soltanto, che non tutti
gli umani specchi si appannano, che taluno si frange quand'è più terso?
Còlte nel sonno, còlte in battaglia, ignare o ribelli o pronte, di
giovinezze tronche son soffusi gli orizzonti, di giovinezze che non
maturarono, non si sfecero, senza figli senza opere, e i tramonti per
ciò solo forse nei cieli han tutti sempre magie d'aurore.
Un filo di canto, un filo di canto che mi dica di essenze senza nome,
di essenze solamente, senza spiegazione!
_LE CAROVANE._
Le stagioni si seguono, ritornano identiche, c'è qualcosa che cresce,
qualcosa con leggi che paion diverse, oscure — e quanto vivrà se
intorno ebbe, mentre si formava, tanta mutabilità di cieli?
Fibre di donna sanno la lentezza solitaria del tempo che inturgida un
grembo, ma agli innumerevoli attimi ritmati dal duplice cuore c'è un
termine fisso. Chi invece potrà dirmi se quest'opera mia sarà compiuta
fra un anno o fra altri dieci, essa che dovrà poi intangibile restare,
opera mia, polvere stellare?
E la traversa il vento, odor di pane caldo, odor di muricciuoli
muscosi, odor di trucioli sotto la pialla. L'investe, essa sospesa come
veramente disgregati atomi, il vento di volontà strane.
Incominciata credendo ugualmente lontane quelle che invece rombano
rombano, che folgorando lacerano l'aria. Creazione incominciata come si
prega, attimo brividente della concezione, come per il figlio, e tutto
il resto è più soltanto travaglio, travagliata sorte.
Morte e vita folgorano.
Tocco del sole al rintocco di mezzogiorno sui muri sulle altane sugli
orti delle case tante che a mezzo il giorno m'ebbero. Vento di sera
su le palpebre, sulle ciglia degli occhi che han pianto dianzi, vento
dolce.
Travaglio, tormento, e fresche solitarie perle. Case ferme, nuvole
fluenti.
Una pagina di bravura: scritta come fu vissuta: con dura volontà, e
così poco per me! Ch'io ho in cuore tutt'altro, che par trabocchi e non
posso ancora assolvere.
Compatta, stagliata bravura.
Bimba, mi separavo nettamente dal gioco per il còmpito, come un corpo
stillante dall'onda s'avvolge nella rena. Poi fra gli operai di mio
padre, centinaia, nell'ansito enorme dei forni — è rimasto nel mio
sguardo un poco della vampa e dell'incandescenza della materia fusa?
— mi sentivo innestata pulsante in quell'attività, a gara quasi con il
cervello di chi la dirigeva e con i muscoli degli altri. Ho allineato
cifre, diritta ho sorvegliato le opere manuali, ho portato per ischerzo
dei pesi sulle braccia che qualche anno dopo reggevano il mio piccino.
Figlia di padroni. Tanta forza da spendere, tanta per giungere,
esangue, ad intendere la libertà lieve d'una linea di montagne azzurre,
là giù....
Compattezza, assai tempo più tardi, di povere necessità, quasi
inavvertite aggiunte esterne al dolore fedele: la misura del soldo, il
cibo preparato con le mie mani, la vana tentazione d'un frutto o d'un
poco di profumo: il lavoro per quel soldo, fatica greve di spogliar
giornali di sfogliar riviste, occhi su bozze d'estranei, pennino che
traduce volumi e volumi, stolidità, mesi, anni....
Le cime delle mie dita son come petali tuttavia.
Apologia di Socrate, scoperta una sera, compenso d'infinite biografie
cenciose!
Vidi passare carovane. Continuano il loro andare, certo.
Donne in sale d'ospedale mi porsero i loro piccoli, migliaia di donne,
poveri lineamenti duri, aride labbra. In ore mattutine ch'erano talune
terse e fragranti miseramente migliaia di piccole membra nude mi si
mostrarono, e le loro condanne.
Vidi luridi sacchi d'indigenza, nei fondi e nei sobborghi, ch'erano
stati figli di popolo, avevano indifferentemente lavorato e rubato, ora
fuorusciti di galera impassibili s'ammucchiavano.
Intorno alla città lo spazio s'apriva interminabile per la fuga. Grandi
ombre al suolo. Suolo dell'Agro Romano, erano gli intenti cirri nel
cielo d'oro. Tutte le forme apparivano per stamparsi così brune a
terra, nomadi bassorilievi. E il bruno e l'oro, la rasa pianura e il
cavo velario del tempo cantavano.
Fu un'estate, od un inverno, non so. Vidi quella maestà deserta
avvallarsi come certi sguardi: e insospettate, nei campi d'ombra dove
l'umano pareva remoto, bruire vite. Cose di creta, ancora o di già?
M'interrogavano: «Donde vieni? Come sei bianca!».
(Dolore, dolore d'oggi e di sempre, non ti vinco, sei presente. Le
imagini che richiamo nulla tolgono nè aggiungono al sapore di terra che
ho in bocca. Ma, nata signora, e guerriera, scrivo, con la stessa mano
che leggera ha portato ieri un tralcio di rose al giovine ferito che
m'ignora. L'ha baciata egli con senso strano, e bello era il tralcio
fra quel sommesso stupore e il mio sorriso di lontano).
«Donde vieni?»
Indicai Roma, come un giardino di cristallo che stesse appena sorgendo
sullo sfondo di quell'immensità.
Una singhiozzante letizia, un attimo, può creare una rude legge di anni.
Mio divenne tutto il terreno di chi una volta aveva colonizzato il
mondo: più mio che se a cavallo a galoppo lo percorressi sconfinato
dall'adolescenza: dominio aureolato; e accanto a me videro giungere
quanti con Andrea trascinai; dai villaggi di paglia e di mota e dalle
imprevedute caverne, dubbiosi s'affacciarono all'arrivo della nuova
gente, dei maestri, dei libri: il suolo più e più s'avvallava, verso
mare, verso monte, o tutto polvere o tutto acquitrino, luccicava
febbrile, mi risollevava in viso grandi occhi di rugiada, certe albe
che un'improvvisa melodia chiomata di pini s'accordava al volo alto
d'un'allodola.
Risero e piansero i più vecchi imparando a compitare — questo è il
ricordo più sicuro di quella mia lunga opera: esso vale ch'io non
lamenti la forza e la passione che le diede.
Terree dita tremanti che apprendevano una ormai vana per loro scienza,
come una musica soltanto ormai.
E quivi era la giustizia: nella realtà e nella tenuità di quella gioia,
loro e mia.
Parvi arruolata per sempre fra coloro ch'han l'esistenza riempiuta
così, fondano scuole ed ospizi, si scambiano patetiche visite, fidano
in un ordinato avvenire sociale.
Un fantasma sopraggiunge, ha il passo scalzo, ha un caro gesto.
Francesco, santo della mia valle.
Se ancora questa mente lo riceve, vadano ancora sempre trascurate le
bige ironie.
Come se posta io alla sua sinistra avesse egli, quando chi sa,
cancellato le braccia in modo di croce, messo la mano diritta sul
mio capo, e dettomi con dolce riso, come al suo Bernardo: «andando e
stando».
Andando e stando, amore.
Gioia di dare, gioia di ricevere, senza saper nulla del domani, senza
nulla attendere.
Dov'era sostanza grigia di roccia, uguale e tutta bruciante, ecco
freschi rivoli, colorati giochi.
Con Francesco si son rese sensibili le primavere d'Italia. Le mura si
son dipinte. Per le lande s'è cantato. Oh Siena, oh Ravenna!
Mistica libertà, sapienza spaziale della mia terra, realtà insolvibile
ed universa.
Andando e stando.
Fu in quel tempo che il mio povero libro ramingò per il mondo.
E c'è una zona torbida — ho detto che lo difendevo? — scisso da me il
mio valore, e la cifra oscura dibattuta, aspramente: io senza quasi più
respiro, che pur m'ero spogliata per immergermi nuova nelle acque e nei
venti. Zona torbida, che chiamarono quasi gloriosa, zona amara, sapore
ingrato.
Le donne, quelle che scrivevano, perchè non comprendevano?
Non ho dimenticato. Ma siano perdonate. Piansi su loro.
Dove giungeva senza data, ivi soltanto viveva.
Posterità. Pagine lette con certezza di spirito, messaggio di lontano,
nome non importa se mai prima udito, parola che s'inserisce per sempre.
Io son forse già sepolta da secoli. E quando mi s'incontra per le
strade della vita da quelli che m'han letto così, mi si trova reale
e remota quanto l'effige d'un affresco o d'un sarcofago, oppur la
figurata in un poema, Calipso o Antigone o Isotta. Vecchi e fanciulle
mi guardano con identico abbandono. Madri mi chiedono del mio bambino
come s'egli avesse in eterno sette anni. Han vegliato con il mio libro
su le ginocchia, hanno creduto. Tante t'han cullato, figlio!
Passavano uomini fieri, uomini scaltri, uomini semplici.
Mi consideravano in silenzio nella mia inaudita fedeltà all'amico
povero e deforme.
Uno solo, una volta — aveva una voce che vibrava intensa e bellissima,
nessun'altra sentii mai così sospesa nell'aria della sera, palpitante
potenza — osò dirmi: «Non vi fa paura la felicità che date? È un dono
terribile, e quegli che l'ha ottenuto non lo sa».
Dov'è, com'è la sua voce ancora, che non l'ho mai più udita? Che cos'è
questa lucidità del mio ricordo, questa brezza ch'io se voglio sommuovo
a tanta distanza di tempo, parole che dinanzi a me sola, allora,
s'alzarono nella sera, e chi le pronunciò, se dovrà qui incontrarle,
non saprà forse più che furon sue?
Carovane, tante.
Lunghe righe equivalenti.
Vanno, e non è vero che la terra rotea, tutto è rettilineo, non
c'è vortice, tutto è separato sebben s'equivalga, carovane, tante,
scalpiccìo sordo, magnetismo pesante, e soltanto a notte, quando
s'accendono le fiaccole nel momentaneo ondeggiamento, simile a quando
imperiale lo scirocco confonde isole e mari, io minuta sperduta ritrovo
vertiginosamente il senso delle sfere, libera lanciata in preghiera,
che l'indomani una danza s'allacci fra il serrato mio tormento e
l'anima gioiosa del sole, oh silenzio, silenzio che aspetti!
Com'era intento lo sguardo, palpebre abbassate, di Psiche il giorno che
l'interrogai.
Avevo navigato per molte ore con l'ansia unica di rivederla.
Meravigliando in me stessa che mi soccorresse il ricordo di un marmo in
quel ritorno ch'io facevo da paesi distrutti, gli occhi pesi di tanto
spavento altrui, esausta in ogni membra e nel cuore.
La nave riportandomi traeva per sempre con me a riva frantumi di
visione: una strada di ferro e di selce smossa, interminabile,
percorsa un plenilunio, coi piedi feriti, tra lo sciabordio della spuma
attorno a scogli d'erto incantesimo e l'ululato dei cani all'appressar
d'ogni villaggio squarciato, alternandosi odore di zagare e fetore
di cadaveri: una sete atroce un'altra notte, noi stesi sul pavimento
d'un carro bestiame in una stazione, e voci in agonia dalle baracche e
dalle ambulanze ad implorare una qualunque stilla da bere; il viso dei
disotterrati vivi, il viso d'un piccino estratto dopo una settimana,
che pareva alitandovi sopra dovesse doventar mucchietto di polvere;
gli scoppi di risa gagliarde immemori, macchie di sole stridenti sulle
rovine; e ancor dolceamaro fluttuar d'azzurro, nomi dolciamari, Scilla,
Palmi, ombrie folte d'agrumeti, selve antiche d'ulivi, il candore alto
dell'Aspromonte, un fermo aspetto d'eternità....
Palpebre abbassate, lucente seno, Psiche ascoltò.
Le ero dinanzi, e l'ansia permaneva. Le ero dinanzi come cosa ivi
spinta da una lontananza maggiore di quella che supponessi. Già la
nave andavo obliando e le terre sconvolte — e l'ansia cresceva. Una
passione, una desolazione più segrete. Sentivo tornare sui mari la
calma, le rovine sui lidi già coprirsi di verdura, e nuovi flagelli
prepararsi, guerre divampare fra l'umana gente provvisoria....
Psiche, Psiche!
Quel suo torso, spezzato e perfetto quale l'avevo agognato, splendeva.
Sommersa ogni memoria di mito. Ma forma di consapevolezza ineffabile,
ecco la statua ricreava per me l'atmosfera di concentrato spasimo
ond'era sorta.
Così mi rispondeva.
Una invisibile polla di viva acqua ci trasmutava l'una nell'altra. Ella
ritornò per qualche attimo materia scalpellata, alitata: io mi sentii
composta in linee sovrane, virtù e genio espressi musicalmente, fuor
della storia e d'ogni speranza....
(Debbo morire. Finchè avessi saputo portar in me sola il ricordo di
quell'istante sarei stata immortale. La divinità ci tocca, non esita
ad entrare in noi, perchè conosce che non possiamo non staccarci da
ciò che di più grande ci fu donato. Peso insostenibile di ciò che fu
più lieve e ci rapì ogni gravame, peso da gettare poi che debbo morire,
anima, rivelata bellezza!).
_LA FAVOLA._
Ho io timore? Non l'ebbi allora.
Invoco, che mi serbino il loro bene, le donne dolci e pure che ho sulla
terra: il volto roseo accorato della mia sorella, nata ultima di mia
madre e di mio padre, che ha bimbe ora uguali a quella ch'ell'era,
a quella che ancora in certi sonni buoni riveggo e vezzeggio, cara
tenerezza: il volto d'un'amica giovinetta, il quale fa quando m'appare
che armonia ritorni, anche nell'ore più aspre, tanto è immagine ed
essenza di musa, tanto io credo ch'ella intenda e sollevi la vita: ed
altri, altri volti ancora, attenti e fedeli: donne, misteri che non
tento di sciorre le più sante come le più maliarde....
Cominciò puerilmente come cominciava la primavera: voci d'alati sul
poggio mi destavano all'alba, vibravano nuove; mai le mutazioni nel
cielo di marzo m'avevan tanto commossa; ingenua e indocile una forza
nell'aria pareva ad ogni ora pregarmi e nascondersi.
La favola era bionda. Un color caldo si moveva su tutte le cose.
Qualcuno giungendo ogni giorno mi riempiva di fiori il grembo, diceva:
«vieni», mi conduceva correndo all'argine vivo e silenzioso del fiume.
Cantava. Due punti d'oro negli occhi, una piega violenta e luminosa nei
capelli.
Innamoramento, voce dal lento volo! Lungo raggiare di sguardi, e senza
che una sola sua ciocca mi toccasse la fronte, s'io chiudevo gli occhi
mi permaneva sulle ciglia una festa splendente.
Baci sulle mie mani, lunghi. E le sue dita immerse nelle mie trecce,
profonde come vento nelle radici.
Più vicino! Più vicino!
Trasfigurato è il mondo. Regnano le silfidi. Mi preme così la bocca con
la bocca, in questo brivido vasto d'innocenza, oh luci d'oro, una che
è donna come me, e fanciulla.
Una.
Iddio non mi mise in petto timore.
Iddio ha sempre voluto nel suo terribile cuore chiamarmi leale.
Iddio, che unico sopporta i miei pianti, i miei gridi laceranti, la
miseria e la devastazione che sul mio viso talora balenano come su una
landa battuta dalla sua notturna ira, unico anche sa s'io sono stata,
s'io sono degna d'aver accettato per l'eternità il suo patto.
La mia voce non vale — chè non posso accordarla su cembali risonanti
su cembali squillanti nè su arpa o cetra — ad attestare che per
ogni mio ardimento ebbi tanta gloria di felicità quant'ebbi di pena.
Vale invece questo stesso viso, quand'è asciutto di lagrime, il mio
aspetto, ch'io conobbi il sole e ne fui penetrata e seppi le grandi
contentezze, vale questo liscio di rosa sotto l'ala d'argento dei
densi capelli. Un piacere forte, d'alta prateria, prova chi mi vede.
Gli anni lontani e ieri ancora, tacitamente, m'hanno smaltata. Per
questo che su me riluce, potere mattutino, come su una qualunque
genzianella pulviscolata di ghiaccio, io mi amo, per questo, potere
mattutino, illimitato, fra tutte le fantasie del creato la più magica.
Amo la mia natura feminea, gagliarda in riconoscenza. Ma fortunata
la sorte virile! Portando sotto il cielo la sua maschera sprezzante
l'uomo m'incontra, m'abbatte, gode di me riversa, di me, nobiltà dolce
di forme, bontà dolce di petali. Ore di tripudio, fra messi mature e
api liete di miele. Chi dei due più s'avvicina all'infinito? La donna
nella stretta, resupina, non ha quasi più sguardo; e s'anche l'abbia
aperto in attesa profonda (la morte, la morte può venire, ci trovi
intenti e belli e non fuggiremo) meglio fortunato sempre l'uomo, che la
contempla fatta a simiglianza di soave nube per lui inserta in terra.
Gioia dagli occhi gli ride. Fra messi mature o tra querele e pietre e
acque, brillando l'aurora, una spalla di ninfa bianca secreta è parola
imperitura.
«Tu non puoi sapere» diceva la creatura dagli occhi d'oro.
Ella supponeva a sè stessa un maschio cuore; e foggiata s'era veramente
a strana ambiguità, sul nativo indizio forse del timbro di voce, forse
della tagliente sagoma. S'era foggiata ed agiva. Con volontà d'uomo
o d'angelo ribelle, con forza quasi di dannato — ma io, nessuno potrà
mai giudicare se più demente o più veggente, ero toccata invece da ciò
che in lei permaneva d'identico alla mia sostanza. Tentavo persuaderla
dal mio canto: «Tu non sai». «Non sai quanto il tuo amore sia diverso,
per quanto tu faccia, dall'amore che gli uomini possono darmi. Com'è
leggera la tua carezza! Non mi penetri ma mi accosti — come niuno
mai. Ti cedo con franco tremore, hai un piccolo nome che suona come
il mio d'una volta, e un tenero rossore su la guancia se ti raccogli
ai miei piedi. Balzi, cosa viva, e le labbra non ti s'aggelano come
a colui che mi desidera. Sei tessuta di calore, e sei anche simile a
una colonna d'acqua trasparente attirante. Non sai quanto nostra sia
questa allegrezza e quanto nostra questa malinconia, così assoluta, che
reggiamo perchè abbiamo ali....».
Ci movevamo in una immensa campana di vetro abbagliante, la vicendevole
iniziazione ci dava chiari occhi eroici.
Imparai, amore, che il tuo mistero non è nella legge che perpetua le
speci.
Più alto, indifferente, estatico.
Io bacio una creatura perchè ho gioia di saperla bella sotto il cielo,
perchè mi ferma un momento nel mio andare nel mio pensare, e per un
momento tutto ciò ch'io sono glielo dono baciandola.
E quella era il simbolo della fanciullezza e della corsa e della
rapitrice eco.
Come una in fasce può far ch'io l'adori per le sue aperte manine,
meravigliate meraviglie, o una presso che centenaria, sola e lontana,
che non sa e non chiede.
Ebbi orrore della viltà mentale d'ogni vivente intorno. E la sentii
insieme fatale, piansi, avevo gli anni di chi pianse nell'orto di
Getsemani, la passione gravò, l'oro della fiaba si sfrangiò in porpora.
Sangue, angoscia gorgogliante, sangue, chi mi salverà?
E le vene pesanti, brucianti, invocan sollievo.
Nessuna cosa più santa di una nudità che arde e rabbrividisce e si
tende come il manto delle stagioni.
Fammi morire!
Fammi morire, chiunque tu sia, è l'ora che la mia carne non può oltre
sopportare, l'ora che si preparava ma che non attendevo — fermentano
fra macerie i cadaveri, una statua risplende per faro — fammi morire,
chiunque tu sia, l'indicibile è questa necessità che tu mi ricopra, oh
calore, oh tremore, vicino, più vicino! Hai ragione anche se t'inganni,
ha ragione chiunque, sia greve o lieve la sua mano, cogliendomi in
quest'ora mi sottometta e mi consoli, nudità contro nudità, brivido
sterile e vasto, ch'è l'ora, i sensi finalmente son disciolti, godono
essi e spasimano non più asserviti alla natura, natura essi stessi
ineffabilmente, e oblio e follia hanno ali sospese d'aquila.
Più su d'ogni rupe, ali sospese a saluto.
Oblio e follia si nomano dov'è la terra e il suo travaglio: dov'io
stessa m'affanno, figlia di donna, e che questi nati lucidamente
s'ammettano, invano, e mi stempro in vane lacrime, e le valli e i laghi
non si riempiono tuttavia, mi stendo e m'avvinghio crudelmente sino a
desiderare di mai più vedere a sera gli astri sereni, sino a strider
di ribrezzo se una messe per me, di gigli mi piova intorno alle carni,
gelida messe ch'era alta nel sole per la gioia di tutti e di nessuno.
Oblio e follia in terra. Dov'è crepitìo di secca legna fra alari, dove
son foreste e ruvidi frutti di pino, dove sono tombe. Tombe bianche
fra grandi cespi di gerani scarlatti, lungo le vie deserte di isole
verdi-dorate, o accanto a cedri o accanto ad ulivi. Cimiteri, odorosi
di rosmarino, ronzanti di pecchie, profili d'un poco di mondo bruno
contro un poco di cielo terso. Dove son giornate di vento lucide, e
sulla duna imprecante turbina la sabbia fra cardi azzurri. E templi,
bionda pietra porosa tagliata e edificata da mani greche, incanto del
travertino incrostato d'alghe, nell'atmosfera paludosa che splende come
sguardo in delirio templi aurati, vertici di venustà.
Terra, come sei bella! Le sere che mi appari impenetrabile, con la
tua scia infinitamente delicata e nello stesso istante infinitamente
violenta, parola senza sillabe, le sere che il tuo colore
ottenebrandosi in valli e laghi irride, oh squisitamente, ad ogni umana
eloquenza, mi dànno, esse certo, di poter salutarti così, anima librata
in bacio.
Baci vuole la terra, plaga disamata.
Canti vuole di felice lievità e di forte carità.
Dioniso! Dioniso!
_GLI OCCHI EROICI._
Ma — siamo poveri.
La forma grande d'un cipresso che s'alza da una riva d'acqua e
taglia il monte a mezzo già brunito e a mezzo ancor rosato, svettando
nell'aperto del cielo, non vale.
Siamo poveri, siamo vili, ed è fatale.
La passione purpurea si striò livida.
Divenimmo tre cose sciagurate, io e la fanciulla maschia e l'uomo che
per anni ed anni m'aveva dato la dolcezza di farlo beato.
Tre pietà, tre incomprensioni.
Com'era la mia voce quando gridavo ad Andrea: «Spezzami, gettami via!»?
Quando gridavo: «Chiudi le finestre, non voglio vedere le stelle!».
Essi si guardavano talora con un guizzo di complicità; si odiavano ma
si trovavano complici dinanzi al mio forsennato cuore.