Invisibile, Insaziabile, Volontà, Verità, Forza, qualunque fosse il suo
nome, come l'adorai dopo averla ubbidita! Così quale l'avevo sentita,
io medesima ero stata piena di ferocia e piena di pietà, esecutrice e
consolatrice, ebbra e lucida, specchio e fantasma, e le ore come onde a
marea avean cantato alterne.... Le ore avean mescolato gemiti disperati
e sguardi raggianti, orrore e vittoria, i suoi gridi e i miei: avevan
visto mescolarsi anco una volta le nostre membra anelanti, i nostri
corpi che s'eran piaciuti. Giovinezza, mio primo amato, braccia dolci
da cui devo strappare la mia carne che appena incominciava ad imparar
la gioia. Morire, morire! Non si può, bisogna svellersi da questo
desiderio di consunzione, oh voluttà, bisogna vivere, la vita è più
cruda della morte, oh labbra che non bacerò mai più, occhi che non
mi vedranno mai più riversa e ridente! E il tuo cuore, il tuo cuore
di fanciullo che m'ascolta e diventa uomo! Sei, oggi che ti lascio,
quello che ho tanto atteso! Oggi che non puoi più nulla per me, ch'io
ti lancio per sempre via da me come una mia canzone compiuta.... La
vita ci vuol creatori, tu lo senti. Sale, ci sospinge. Non si sa più
se spasimiamo o se godiamo. Vuole che ci si ribelli e insieme che
ci si curvi. Così come ci si dona e poi ci si riprende, perchè non
diventi menzogna ciò ch'è stato verità, non si trascini livido ciò
che nacque ardito.... Oh nodo delle nostre vite, la sua ultima vampa
è la più alta! Ci siamo trovati sulla terra per farci provare l'un
l'altro questa sofferenza feconda come nessuna delizia. Per sfidare
la vertigine su questa cima remota. Tutto è lontano, anche ciò che è
deciso: tutto è piccolo in confronto a questo nostro ultimo abbraccio,
alla forza che da me è passata in te, alla luce che ti splende sul
volto, al sonno che ti coglie sul mio cuore, o creatura....
Sonno ch'io vegliai. Il mare cantava. Immobile io adoravo e piangevo.
Una mia lagrima gli cadde sulla fronte; egli riaperse gli occhi e
disse: «È calda come sangue. M'hai segnato per sempre. Ti benedico».
_IL NOME._
L'umiltà m'avvolse.
Profonda come le ombre violette nella valle coronata da nubi d'argento.
Io son nata a mezzo agosto in Piemonte. Ma forse in cielo in quel mio
primo mattino stavano sospese grandi fantasime bianche, e nella lontana
campagna d'Assisi, dove mia madre era passata da sposa, nella chiara
conca di paese dove vorrei morire, forse tutta la soavità della terra
si vestiva di viola.
Umiltà, senso di donna, veramente senso materno. Cima dell'essere
che si è espresso in tutta la sua potenza e s'è trasceso. Vittoria
estatica. Se l'orgoglio fu necessario, ahi! triste, ora è scomparso. Le
inquiete ali dell'anima si ripiegano.
«Son vostra» scrissi ad Andrea. «Ma fate di non ingannarvi, amatemi
nella verità, qualunque sia».
L'ora estiva sfavillava. Come oggi, a nessuna sorella avrei voluto
augurare sorte uguale alla mia, che tuttavia con nessuna avrei voluto
cambiare.
Poi una sera, l'una accanto all'altro per la prima volta dopo la
confessione, egli mi disse: «Ho sentito stanotte che mia madre, se ci
fosse ancora, sarebbe contenta». Mi disse: «Sei bella. Intendi? Sei
tutta bella». Mi chiese: «Scriverai a lui di questa giornata?». Al mio
reciso, un poco rauco: «No, questo non lo riguarda più», le sue piccole
pupille brune sorrisero un attimo crudeli.
Ricorda egli? Nel cavo della sua mano teneva il mio cuore. «Ti
custodirò» diceva. «Sento che è per sempre» susurrò un'altra sera.
Palpitante e raccolto il mio cuore lo pregava: «Non dire, non dire. Io
non so nulla del domani, non voglio sperar nulla. Son tua di là d'ogni
attesa. Non promettermi alcuna cosa. Resta libero. Ti amo grande».
Esser per lui un momento di riposo.... Può il genio averne? La terra
rotea. Fra miriadi di punti luminosi il mio sguardo d'amante non può
trattenerlo che per un attimo. Esser per i suoi vaganti occhi una
minuta scintilla, una stellina senza nome, silenziosa.... Quando sono
stata accesa? Quali larghe zone iridescenti mi scopre egli intorno?
Estate, stagione colma, e il mio volto di rosa in preghiera, preghiera
di grazie.
Panieri di pesche, fragranze e colori, brusio di piccole faccende al
mattino per le vie borghesi, stridìo di rondini la sera oltre i rami
della piazza. Nella sua stanza fra le sue braccia, quando giungevo
egli mi chiamava Letizia, mi chiamava Chiara, mi chiamava Vittoria.
Da singulti sentii scosso il suo povero torso, il pallido, magro,
quasi di crocifisso, petto, dopo che vi ebbe premuto il mio di Eva,
un meriggio che mi parve allo spirito ricominciar davvero la storia
umana, nella calda ombria del letticciuolo, ricominciar con la nostra
redenta coppia. Un figlio, un figlio! Alla vita che è buona, alla
vita che è grande. Il patito volto dell'uomo, quei suoi lineamenti
senza grazia, terrei, si trasfiguravano, la donna con il suo amore li
penetrava d'euritmia, tutte le trasparenze del mare, tutte le radiosità
dell'etere adunate squillavano nell'abbraccio. Un figlio. Con sensi
trascendenti, con labbra e con mani per baci e carezze musicali ad
attimi animati, a creature sorte dal respiro del cuore, a visioni ebbre
di fede....
Chiara, Letizia, Vittoria. Ed un giorno, sul rovescio d'un dei
foglietti dov'io nella notturna pace della pineta gli susurravo delle
mie estasi, egli scrisse: «Sibilla». Nome di mistero, che doveva
restarmi, nome del mio destino fiero ed altero, nome che non ho mai
amato ma che ho portato come un dono periglioso, Sibilla, fiorito
inconsapevole di sua durata quando un solo ancora m'ascoltava.
«Tu sei più un'ammiratrice che un'amante della vita» doveva dirmi
molt'anni di poi un giovine definitore, ed io stupita assentire.
Ma in quell'estate d'oro uno solo ancora m'ascoltava, uno solo ancora
credeva di conoscermi.
In tutto il mondo egli soltanto per qualche tempo potè accostare il suo
orecchio a sentirmi crescere.
Rondini stridevano in cielo, vette di eucalipti rosseggiavano, fontane
nel vento dilatate c'investivano. Terrazze di caffè, sotterranee
trattorie, polvere degli sterrati oltre mura, ciuffi di castagni
sulle cime albane in vista dei minuscoli laghi, glauchi occhi, e
dell'incandescente filo di mare all'orizzonte.... Ero vestita di
mussola bianca ed egli mi ripeteva: «sorridi». Tutti i temi di quello
che fu il nostro canto s'accennarono. Mi mise in mano volumi e ancora
volumi. Analogie singolari mi richiamavano l'infanzia, l'educazione
paterna. Per esse forse con brivido tanto lucido descrivevo la bimba
ch'ero stata? Ad una selvaggia venivo paragonata, una selvaggia che
adoperasse con sicuro istinto i più delicati strumenti della civiltà.
Già al principio della nostra amicizia egli m'aveva riconosciuto uno
stile, di slancio e di dominio insieme. Ora chiedeva: «Che influenza
avrà su te la mia vicinanza? Non vorrei nè turbarti nè mutarti». E con
uno di quei moti contradittorî che non sapevo ancora tanto infrenabili
in qualsisia cervello virile, immediatamente soggiungeva: «Ma il tuo
libro avrà il mio suggello». Maschio amalgama, maschia tempra, scorza
cavernosa, e il mio fluido spirito a permearla in quell'estate dorata
come nella mia puerizia, o similmente alle nuvole che veleggiano sui
dorsi dei monti assumerne le forme via via ad istanti, proiezione in
cielo delle dure cime. «Tu non guardi gli aspetti del mondo, hai gli
occhi rivolti sempre al di dentro....» Rose, in verità io vi aveva
viste sin allora soltanto come parvenze che non fosse necessario
fissare, nominare, distinguere, rose, eravate inserte nella luce
della vita come le gradinate di pietra, come le correnti vetture
di metallo di legno di vetro, come i balenanti denti di bocche
giovanili, rose, biondi pallori d'aurora, ondulamenti d'acque, seni
di statue, remoti folti di astri.... Vi eran state notti in cui mio
padre m'additava talune costellazioni, ed io amavo smarrirle in quel
lassù forse tumultuoso del quale sapevo non mi sarebbe mai giunta
l'eco. C'è bisogno di guardare ciò che splende? La mia attenzione
andava unicamente, sì, alle cose invisibili: andava agli inafferrabili
accordi della mente, ai loro riflessi sulle fisionomie umane, brividi
di polsi, pause dense intense.... Non il creato mi stupiva, ma l'uomo,
il portatore nel creato d'una nascosta fiamma. Con prona passione
spiavo nella sua coscienza la volontà dell'universo, il secreto ordine
dinamico. Spiavo, sorprendevo. Oh solitudine! L'uomo mi s'erge dinanzi
come se veramente io facessi parte dell'inconsapevole: come fossi
fiore, nido, stella: e di tutto il suo interno travaglio, dell'assalto
ch'egli mena temerario alle ragioni e alle forme, d'ogni concetto e
d'ogni architettura neppur in minima guisa io son complice: donna,
sotto la specie dell'eterno, immota, contemplante lontana.
«Sorridi»!
Con il sapore del mio bacio ingenuo e del mio sorriso io gli
trasmettevo fede. Trepida attendevo un dono più grande del mio.
«Mia creatura» mi diceva, e pur talora si dissolveva come un bimbo
fra le braccia della madre al buio, oh quanto umano, col terrore e il
rancore del bimbo scampato all'incubo.... Povero, povero caro! A mia
volta lo chiamavo per nome, in spasimoso impeto aderendo a quella sua
realtà bisognosa. Fiori passavano dal mio sangue al suo, tutte le cose
festevoli che la sua infanzia non aveva avuto, la baldanza candida
della sanità e della ricchezza, quasi il bel color sulle guance. Si
persuadeva, vedeva giardini dov'eran state paludi, e la figura di sua
madre fra le aiuole smaltate m'assomigliava, le labbra aperte al canto.
Gioia, eri come un dipinto che sbocciato dalle mie dita io venerassi.
Lo intese Felice il giorno che ci rivedemmo, e fu l'ultima volta che
ci rivedemmo, il giorno ch'egli mi trovò accanto al letto di Andrea
ed il pomeriggio era mite; Andrea posava convalescente fra i bianchi
cuscini dopo settimane di malattia. La malattia s'era abbattuta
pesante nella stanza del mio secondo battesimo, m'aveva dato in balìa
totale la carne e i nervi del mio amico, forse non per altro era stata
mandata, perch'io mi sentissi necessaria dove mi credevo alto giuoco.
L'infermo guariva alle mie cure. Indicibile metamorfosi dell'amore in
tenerezza, passaggio incalcolato dalla libertà alla schiavitù, volere
in ombra, ticchettìo dell'orologio, ticchettìo uguale dell'orologio.
E Felice, che dopo l'accettazione frenetica del sacrificio m'aveva
scritto e riscritto delirando di rimpianto, come un bendato che fosse
stato condotto attraverso regioni in sole, protestando che non voleva
rassegnarsi, giurando di riprendermi, Felice venuto acre e tremante
per coglier agli angoli della mia bocca un fremito irrefragabile,
stette fra noi due un'ora, un'ora che neppur alla sua anima certo
egli mai potè raccontare, fra la zona azzurra della mia grave soavità
e la zona rosso-bruna dell'uomo sicuro, sostò, viandante com'egli
amava chiamarsi; forse non parlammo che d'ali migranti, poi ch'era
settembre....
Vespero di settembre, in cui non vissi il mio dolore! Quegli che
s'allontanava disperato e persuaso non fu seguito neppure dal mio
pensiero silenzioso. M'afferrò il gorgo d'un'altra sofferenza, lo
stupore per l'improvviso tormento fosco di colui che fra i guanciali
pareva voler inabissarsi, nascondeva la fronte, mi mostrava soltanto
le spalle e le mani contratte. Morbo fin allora sconosciuto, che
respirai, atroce gelosia del passato, fame di spettri! E rantolava:
«Egli è bello, devi averlo amato più di me....». Ah uomo, uomo! Venivo
da un limbo dove i moti irriflessi dell'istinto m'avevan per tanta
parte della mia giovinezza colmata di disgusto; ora credendomi balzata
nella sfera dei viventi, nel dominio d'un dei pochi che sanno o cercan
di sapere perchè son nati, volevo giustificare anche ciò che più
ingenerosamente mi colpiva. Lasciatemi dire, aiutatemi a dire. C'è una
creatura fresca come l'istante che sboccia sul prato o sul greto, che
non ha nulla dietro a sè, non appoggi, non esempi, e sporge la fronte
rotonda. Che le dovrebbe importare l'istante di prima e quello di poi?
È fatta per darsi, e per cantar la gioia che dal suo donarsi viene
a splendere sul volto del mondo. In che la possono toccare storia e
religione, poichè è l'innocenza? Ali violette di ciclami, ali rosate
di conchiglie l'appagano. Ma quegli che il seno nudo di lei trova più
dolce di qualunque riviera carezzata dal tramonto in un paese felice,
non si contenta tuttavia. Forse ha torto, ma la potenza che lo trascina
a tormentarsi, la terribile manìa dagli infiniti aspetti gli soverchia
l'anima, e la fresca creatura dalla fronte rotonda comprende questo,
ella è intelligenza ed amore, soffre ma comprende, giglio della valle
vestito di luce, allodola salva da ogni uragano, fatta per cantare
è costretta a meditare, a coltivare in sè facoltà senza grazia, oh
polverosa memoria, oh asmatica logica!, è costretta ad analizzare
e a notare, a trovar senso nei nomi astratti, senso nella categoria
dei valori, nell'asceta come nel guerriero.... Asceta e guerriero,
per voi! Voi affermate che siete spirito e ch'io sono natura, e forse
non v'ingannate. Se io, immolandomi, con la tenacità d'uno sforzo che
non saprete mai quanto tremendo, vi provo che posso riconoscer tutto
di voi, con le stesse parole che vi foggiaste, catene di piombo per
me, se vi do la testimonianza lucida di come la mia vita di donna
fu attenta ai vostri modi e ai vostri fini, non riaccosterete voi
nella vostra lealtà i due termini che con frusto orgoglio dichiaraste
inconciliabili? Poi venga, forse un'alba forse una sera, come
l'improvviso fior bianco di Espero contro cieli di viola e di fiamma,
qualcuno con squillante riso, una giovine meraviglia, una divinità
duplice, e ci annienti nel suo abbraccio, oh sapore di vita conclusa!
Ali di ciclami, ali di conchiglie. Foreste dall'ombra bionda, dune
lunari. In un giorno di tempesta, senza traccia in cielo di colore,
scorsi d'improvviso il più vago iride in un breve lembo di schiuma
lasciato da un'onda sulla rena. Specchio istantaneo del celato sole,
evanescente imagine dell'invisibile.
Brage infuocate all'estremo orizzonte, in tramonti d'ogni stagione, per
le mie mani, amore!
E il fondo della stanza s'irradia, la stanza coi muri bianchi lassù
presso la pineta, coi muri bianchi qui dove a quel tempo penso. Fra i
due schermi in attesa tutto ciò che s'è proiettato mi sfida. Immensità,
ti si vive, ma non ti si rende.
Un ponte.
«Per te» dicevo all'effigie di mio figlio. Ma non era per lui soltanto
e già mormoravo: «Se egli non m'intenderà, questo che faccio non sarà
tuttavia vano».
Vedo quel tempo, di là dal ponte. Tutto ciò che non scrivevo: l'alito
autunnale, l'affiorar dei colchici, il deserto a losanghe staccionate,
le agnella che nascevano fra le greggi nomadi. Certe ore sospese,
quasi riverse nello spazio, la terra invadendo il cielo. Il ritmo
che sovrasta, me inconsapevole, tutte le mie energie: che, certo,
prometteva di palesarmisi, fosse pur fra dieci anni, prometteva di non
smarrirsi se anche non gli avessi porto orecchio: ch'era, di già, nel
mio passo e nel mio sguardo, in quelle ultime camminate per la strada
dominante Roma. La città dove il mio destino pareva inciso in pochi
rudi tratti: devozione all'opera, devozione all'amico: poi, forse,
intorno al capo stanco le braccia del figlio. Rudezza, oscurità,
coraggio. Bruni scendevano taluni pomeriggi ad avvolgere la casa
solitaria, la pioggia mutava in nubi i campi, il freddo m'interrompeva
la fatica.... Brividi, fors'anche di febbre. Se qualcuno m'avesse detto
«Che cosa hai?» non avrei udito. «Perchè ti batte così forte il cuore?
Che vedi? Sembra che tu non abbia mai conosciuto nè dolore nè gioia o
che tu abbia tutto dimenticato, sembra che la tua vita non sia che una
spoglia, qualcosa che non t'appartenga, e il tuo respiro ha la violenza
dell'acqua e del vento....»
_IL PECCATO._
Sette anni. Un albero di folto fogliame.
Le foglie, giorni, ore, attimi, han bevuta la luce, tutta, si son
lasciate, tutte, penetrar dall'aria. Nulla che non sia stato in
pienezza sentito e consumato.
Che cos'è la nostalgia? Richiamo desolato di emozioni interrotte,
stroncate, di cose intravedute e non possedute, di luoghi e di età a
cui non potemmo darci interi. Io non ho nostalgia della mia perfetta
infanzia, l'ho della mia adolescenza trafugatami. I mesi in cui allevai
il mio bimbo, se in mente li rivivo, appassionati e radiosi, stolto
sacrilegio sarebbe rimpiangerli. Così non soffro, ora che è chiuso e
lontano, pensando al tempo in cui Andrea ebbe per me la sua vita paga
e colma. Quando lo sentivo felice, e n'ero ebbra. Quand'ero giunta, oh
istinto della donna, istinto abnegante, per lui liberare dai mostri
del dubbio, da ogni paura del passato, ad avvelenarne le vene mie
create sane. Che per lo spettacolo del mio tormento egli si sentisse
più certo della propria gioia, poi che tale era la legge dell'anima
sua! Un rantolo sfuggitogli una volta, quanti doveva generarne nel mio
petto: E gli dicevo: «Se qualcuna delle donne che hai desiderato, se
l'ultima, ecco, apprendesse da me ad amarti e ti si offrisse, oh mia
vita, non farei un moto per trattenerti....». Gli dicevo: «Come posso
illudermi di bastarti, e che tu abbia dimenticato tutte le altre,
quelle che non ti si son date e pur affermavano di volerti bene, quella
ch'era vergine e aveva le guance di pesca, l'altra ch'era fastosa
dominatrice, e questa, questa ch'è qua vicino, che ha l'arma ch'io non
avrò mai, l'ironia su labbra sottili?». Le compiangevo di non averlo
saputo adorare. Vissero nelle mie allucinazioni, esse che m'ignoravano,
vissero esaltate e beate or l'una or l'altra, ringraziandomi e
schernendomi. Io che non avevo mai assolta in cuor mio mia madre d'aver
perduto per gelosia la potestà su sè stessa, infinite volte mi sentii
a mezzo il sonno svegliar in tortura, chiamata da un'acqua profonda per
sottrarmi alle fiamme, com'ella certo il mattino in cui si gettò dalla
finestra sul selciato.... «Bisognava resistere, mamma!» ferocemente io
le avevo gridato quand'ella fu salva nel corpo ma per sempre colpita
dentro la fronte. Ah tutto che senza pietà, inesorabile come la luce,
pretese in me lo spirito dalla forza umana, tutto venne a me stessa via
via dal destino proposto, tutto dovetti con me stessa col mio sangue
dimostrar possibile!
Non scagliar pietre, giovinezza senza peccato!
Libero, non più tremante, egli conosceva per la prima volta in vita
il calmo senso del possesso. Una donna era sua, gli apparteneva, si
consumava per essergli ancor più in balìa. Una volta mi spiegò: «Ti
amo, vedi, come da noi si ama il proprio pezzo di terra».
Vi son migliaia di foglietti che io non voglio rileggere, d'allora,
inchiostri impalliditi, matite svanienti, vi sono, in pacchi alla
rinfusa nel mio fardello d'errabonda, migliaia di note ch'io prendevo
null'altro che per necessità di riconoscermi, di là da tutto quanto
avevo raggiunto, di là dallo stesso libro che scrivevo che pubblicavo
che difendevo, note di stupore il più sovente, note di spasimo,
analisi, indagini, divinazioni e puerilità, getti, smarrimenti, tutti
i miei sensi che cedevano al verbo, che del verbo si sostentavano,
la malinconia che gli uomini han raffigurata in Narciso, un pudore
selvaggio, una selvaggia nudità, recondita ogni legge ogni armonia,
migliaia di pagine senza data, fronde accartocciate per guanciale alla
mia stanchezza se mai una volta la stanchezza mi vinca.
Per il riposo che mai conobbi durante una notte intera, durante un'ora
diurna intera.
Ventilavano senza pietà per me tutte le mie energie a ristorar la
fronte dell'uomo che volevo benedicesse così sempre la vita. Fresco
balsamo io gli ero in virtù delle orge di pianto cui m'abbandonavo
quand'egli non mi vedeva, in virtù del tormento inacquetabile che dava
alle mie pupille uno scintillìo di più serena notte. Lo interrogavo
nel sonno pregando che l'incanto su lui durasse, ch'egli non si
svegliasse. Come era così rapidamente passato dalla sua cupa negazione
umana a tanta ferma fede! Non per la bellezza dell'anima mia ch'egli
non la sentiva come sentiva invece ogni sera ed ogni mattina il mio
corpo; chè gli era questo, davvero sì, simile al pezzo di terra che
ci sostenta. Era bastata al miracolo la mia forma lucente, il calor
del mio petto, non m'illudessi! E la verità gli sarebbe riapparsa
menzogna s'io ammalassi, s'io morissi, questo mondo in ansito perpetuo
non l'avrebbe più esaltato? Come saperlo, se mi faceva sobbalzar di
terrore la vista solamente d'un corrugar delle sua ciglia nel sogno!
Ero la schiava della mia forza: della mia creatrice immaginazione
ormai: del ritmo impresso al mio cuore. Il mio potere era questo: far
trovare buona la vita. La mia forza era di conservare tal potere anche
se dal mio canto perdessi ogni miraggio. Amore senza perchè. Senza
soggetto, quasi. Occhi miei che non avevan feste e non si dolevano.
M'avrebbe amata senza la mia bellezza? Volto ch'egli m'insegnava ad
incorniciare, snello mio corpo austeramente sdegnoso fin allora di
qualsiasi specchio! Tanti credettero, vedendoci accanto, ad un mio
sacrifizio fisico! No. Altro gli gettavo ai piedi, ed egli non lo seppe
veramente mai, egli che pure m'aveva detto: «devi aver confidenza in
me». Confidare. Non vuol dire certezza d'essere indovinati? E l'avevo
subito perduta. Quei miei fogli d'appunti io li nascondevo, sola cosa
mia che non gli permettevo di conoscere, unica mia gelosa proprietà.
«Non hai bisogno della mia anima — gli dicevo guardandolo dormire —
e perchè dovresti accorgerti che soffre? Hai la tua da alimentare,
da conservare, da difendere. Ci credi uno e siamo due. Sei tu centro
del mondo, tu con la tua visione ormai immobile nella casa ben salda
della tua mente. Ti mancava soltanto questo, povero bimbo grande,
l'equilibrio organico e con me l'hai ottenuto. Riposi così tutte le
notti con la mano sul mio cuore: e ti basta il suo bel respiro. Tale
è il tuo amore, senza struggente sete di dedizione, senza voluttà di
sconfinamento. Non sai la vertigine di me che son pronta a sparire
se tu lo voglia, se debbo farlo, se lo esiga la tua missione, il tuo
maggior bene. Questo annegare lucido del mio essere. Ti porto ogni
sera una ricchezza più grande, e la brucio in silenzio fra le tue
braccia, che tu veda null'altro che un bagliore caldo su la mia pelle.
M'accresco, m'accresco, della folla bruta che rasento, dei bimbi che mi
trattengo dal carezzare, del boccone miserabile che trangugio freddo,
d'ogni luce che svaria, d'ogni domanda che mi rivolgo sempre più
spietata. Non un mio minuto che non sia tensione, sforzo. Confondermi
volevo con il tutto e son da tutto così staccata! Anche dal mio
libro, povero umile attestato di resistenza umana; cosa rigida, senza
benedizione, senza sorridente divinità.... Dio. Mi si manifesterà nella
tua poesia? Tu, se hai il genio, fa' di me quel che vuoi. Io non posso
che ardere, intera, quale sono, quale divengo di sera in sera....».
Dio.
No, non lo nominavo.
Ma — una catena di cuspidi è la vita.
In monti s'elevano i costruttivi giorni che il dolore sfidarono, il
dolore laggiù nel piano, il dolore, mare, oceano, acqua stagnante o
tempestosa.
Cime bianche, vertici di lunghi anni, ridenti vertici nel sole!
Non nominavo in quel tempo Iddio.
Ma — rinuncia ad ogni tangibile giustizia: al mio figlio stesso;
aspirazione ad uscir da me, da quella mia così atrocemente conquistata
coscienza dalla forma di vita quasi santa che ancor mi pareva
troppo facile, vile; l'avvenire, in millenni, che in certi attimi
ineffabilmente credevo d'aver già sorvolato: moltiplicazione, ideale
estensione di brividi nel tempo; chi, chi musicava di note tanto
verginee le linee virili della mia fronte?
Religioso culmine — ma non sapevo di toccarlo.