IV.

Loris era all'università di Kazan, l'antica capitale mussulmana, quando

il 13 marzo 1881 Alessandro II soccombette al grande attentato diretto

da Sofia Perowskaia. L'impressione ne fu immensa per tutto l'impero;

all'università gli studenti radicali ne delirarono. I nomi di Sofia

Perowskaia, di Jeliabof, Kibalchich e Rissakof s'involavano dalle loro

labbra fra gli inni più ardenti. La grossa borghesia rimase atterrita,

il popolo minuto compianse lo Czar, i mugiks invece lo credettero

assassinato dai signori per tema di una seconda ripartizione di terre, e

sarebbero insorti massacrando tutta la classe intelligente ad una sola

parola di Alessandro III. Nessun acido rivoluzionario aveva potuto

intaccare la loro massa rurale; fra la plebe senza numero delle campagne

e lo scarso patriziato individuale delle scuole, anzi che contatto ed

influenza reciproca, v'erano sfiducia ed ostilità aperta.

La passione d'apostolato, conducendo nel popolo tanti rivoluzionari, non

aveva servito che a svegliarvi sospetti; e se qualche missionario era

parso più avventurato nel comporre alcune drouynes di contadini,

gettandone i più temerari in qualche processo politico, questa lustra di

propaganda era tosto vanita. I mugiks nel partecipare a quei moti

avevano presi i nichilisti per emissari segreti dello Czar.

Loris era a Kazan dal principio dell'inverno. Non aveva nemmeno tentato

d'inscriversi all'università per difetto dei titoli necessari, e per

ripugnanza alla tirannica disciplina imposta dal terrore del governo

agli studenti. Si era presentato come un figlio di pope, orfano, venuto

per frequentare solamente la biblioteca. Un passaporto falso, in piena

regola, comprato al solito da un agente della polizia per cinquanta

rubli, lo metteva al sicuro delle prime sorprese col nome di Loris

Vassilich Orobine.

Viveva con certa modesta eleganza affettando una grande austerità di

costumi, e non concedendo la propria intimità che a pochi sicuri. Il suo

disegno era di penetrare nello spirito del giovane radicalismo per

valutarne le forze e studiarne le passioni. Mentre la negazione

anarchica era nel suo spirito diventata manomania, per una facoltà

abbastanza comune nell'ingegno russo una tendenza critica, sostenuta da

forti qualità realiste, lo rendeva poco incline all'ammirazione di quel

moto terrorista.

Fra tutti quegli studenti, che il principe di Bismark doveva definire

benissimo un proletariato di baccellieri, non sentì che dolori personali

provocati dall'indigenza e consolabili da un qualunque impiego.

Moltissimi vivevano su borse istituite dal governo o dai privati; gli

stessi ultimi czaricidi erano borsieri nutriti e educati a spese dello

Czar. Gli studenti, per la maggior parte usciti dalle ultime file

popolane, non avevano alcuna educazione nè morale nè intellettuale; ma

spinti in alto dall'istinto delle loro famiglie, che sognavano così un

avanzamento sociale, recavano negli studi colla passione di un guadagno

immediato la mortificazione di una nuova superbia spirituale.

Poi la polizia, invitandoli a scuola, li sottoponeva alle più

insopportabili precauzioni di sempre nuovi regolamenti, mentre

l'amministrazione, anche più ostile, chiudeva loro dopo il corso

dell'università quello degli impieghi.

Quindi gli studenti vivevano nella più squallida povertà, così derisi

dal popolo che molti dovettero smettere l'uniforme per sottrarsi alle

ingiurie nei quartieri più bassi della città. Alcuni erano alloggiati

presso famiglie di artigiani o di piccoli mercanti, cui davano la magra

pensione in cambio di più magri alimenti; altri s'ammassavano in case

grandi come falansteri, uomini e donne in una promiscuità di miseria,

nella quale i sogni politici ed amorosi nascevano colla stessa facilità.

Pochi erano davvero nichilisti, allora che dopo il piccolo congresso di

Lipetsk i terroristi avevano cominciato quel terribile duello a colpi di

attentati e di patiboli. I più sguazzavano ancora nel radicalismo

negativo, senza originalità di pensiero o di passione, che aveva

ispirato gli eroi da romanzo a Tchernicewski a Tourgnenief e a Pisemski.

Nemmeno lo scoppio della Comune di Parigi era bastato a dare un

indirizzo più pratico alla logica del loro malessere coll'esempio della

guerra civile. Gli ebrei, per l'indole dello spirito assolutista e una

più dolorosa persecuzione nelle parti più delicate della vita, meglio

atti a fornire un contingente rivoluzionario, erano presso che esclusi

dalle università, e non potevano soggiornare nelle capitali senza

diploma professionista o permesso speciale della polizia. Fra la

studentesca e le alte classi nessun rapposto amichevole: gli studenti

formavano una corporazione più spregiata che temuta, ora che il governo

aggravava sovr'essi la mano. Poi la mendicità toglieva ogni poesia alle

loro aspirazioni liberali, giacchè che appena fuori della scuola si

sarebbero venduti al più miserabile degli impieghi. D'altronde la

borghesia dei mercanti, quasi la sola, era troppo ignorante per

indovinare il mondo ideale, che si apriva in quegli studi. Nullameno le

scuole e per i bisogni fomentati, e il gusto acuito dell'investigazione,

e la confidenza ispirata nel diritto, e le curiosità svegliate, e i

confronti suggeriti creavano una minoranza eletta di studenti capaci

d'interpretare i propri patimenti colle idee di una nuova civiltà e i

dolori di tutto un popolo.

La morte dello Czar produsse nel loro piccolo cenacolo una esplosione;

tutti i pareri erano unanimi. Slotkin e Kriloff, più anziani, perchè

passavano di poco i vent'anni, tempestavano ferocemente; due studentesse

ritornate a mezzo il corso da Zurigo s'abbandonavano ad una sorta di

cannibalismo sul cadavere di Alessandro II. Si sarebbe voluto

festeggiare quella strage con un banchetto e una luminaria, se la

polizia avesse potuto permetterlo. Gli amori, oramai noti, di Sofia

Perowskaia con Jelabof infiammavano quei giovani cuori, sebbene l'orrore

di quella morte sulla forca gittasse molto freddo sul loro entusiasmo.

Una colletta iniziata segretamente per coniare una medaglia

commemorativa, colle due teste di Sofia Perowskaia e Jelabof da un lato

e di Alessandro II dall'altro, fallì; pochi avevano danari, pochissimi

osarono contribuire. Attraverso tale tumulto di frasi Loris constatava

in essi una gran gioia di non essere coinvolti in quel dramma per

poterlo meglio vantare a distanza. La morte dello Czar veniva

considerata colle norme del classicismo, già abolito nelle scuole per

timore del repubblicanesimo greco-romano, poi sostituito colle scienze

naturali, e da capo reintegrato dopo che le teoriche positive delle

nuove scuole erano sembrate dare frutti anche più pericolosi. Lo Czar

era la vittima antica offerta in olocausto pei dolori del popolo; quella

folla di studenti straccioni si vergognava momentaneamente meno dei

propri cenci, pensando che un imperatore era caduto per strada sotto i

colpi di miserabili pari a loro, e che pochi risoluti avevano potuto

trionfare così del più potente governo del mondo.

Slotkin, incontrando Loris fermo dinanzi ad un bazar turco nella

contemplazione di un magnifico tappeto persiano, gli disse:

— È arrivato Dmitri Orchanski, segretamente, uno studente di

Pietroburgo.

Entrando in casa di Kriloff non vi trovarono alcuno. Per prudenza il

convegno era stato mutato. La sera si riunirono fuori di Kazan in una

strada deserta; erano pochi. Orchanski, giovane d'aspetto, povero, dava

particolari su particolari dell'attentato colla vanteria ingenua di

avervi partecipato almeno indirettamente; quindi raccontò lo scavo di

Mosca, la mina al Palazzo d'Inverno, l'attentato fallito di Odessa. Una

veemenza rettorica dava una grande efficacia di persuasione alle sue

parole.

— Che ne dici dunque? si rivolse Slotkin a Loris.

— Aspetto la conclusione.

Orchanski offeso di quella freddezza guardò gli altri, come

interrogandoli sulla fiducia, che si poteva avere in Loris, ma questi

soggiunse:

— Naturalmente voi concluderete proponendo di metterci sotto il Comitato

Esecutivo.

— Perchè no?

— Perchè sì piuttosto? Hanno ucciso lo Czar, sta bene: e poi? Perchè non

tentare un colpo di mano sul governo? Se non miravano a questo, a che

serve aver ucciso lo Czar?

— Siamo pochi ancora.

— Anche Catilina aveva pochi congiurati, ma costretto a fuggire formò un

esercito, si battè e fu vinto. Egli era un grand'uomo.

— La storia romana adesso!...

— La storia è uguale in tutti i tempi.

L'accento delle loro repliche diventava sempre più aspro. Gli studenti

tacevano; qualcuno s'andava voltando per assicurarsi di essere soli, ma

in cuor loro propendevano per Loris. La giustezza delle sue critiche

coincideva colla loro paura istintiva. La discussione proseguì ancora.

— Finora siete andati a predicare nel popolo: io lo conosco tutto,

seguitò Loris con superbia, esso non vi ha creduto. Siccome eravate per

lui scienziati borghesi, vi ha sospettato imbroglioni: il popolo è

ancora per lo Czar. Dovevate sedurre l'esercito. Volete fare una guerra

senz'armi? Avete voluto uccidere uno czar, ma il suo cadavere ve ne

costa parecchie centinaia. È stato un duello ridicolo.

A questa violenza tutti protestarono.

— Ridicola Sofia Perowskaia! esclamò Kriloff.

— Anche lei. Che importa il valore personale in una rivoluzione, che

solo l'idea e il metodo possono far trionfare?

Orchanski era diventato rosso dalla collera.

— Chi siete voi per permettervi tali ingiurie sull'unica gloria rimasta

alla Russia?

Loris sogghignò, l'altro rispose concitato:

— Non vi conosco.

— Io invece potrei sospettarvi.

Li separarono. Orchanski predicava sempre, gli altri tornavano ad

infiammarsi. Quando furono presso la città, siccome Loris accennava a

separarsi, gliene chiesero il perchè. Egli si limitò ad alzare le

spalle. Orchanski, che non aveva ancora digerito la prima ingiuria,

intervenne daccapo. Questa volta Loris si mantenne più calmo.

— So già quello, che egli seguiterà a dire, e ciò che voi altri farete:

non vi iscriverete al partito.

— Ci credi vigliacchi?

— No, ma non vi inscriverete. Questo signore non potrà vantarsi a

Pietroburgo di aver fatto proseliti, ecco tutto.

— Potrei vantarmi d'avervi data una lezione.

— Vorreste battervi meco? Perchè fra tanto romanticismo politico, non

avreste anche questo romanticismo borghese! Consultatevi con questi

signori; se saranno del vostro avviso, vi consentirò.

Quella scena acquistò a Loris grande autorità, ma gli diminuì le

simpatie.

L'ascendente del suo carattere e della sua posizione, relativamente

agiata, gli avevano conquistato una vera superiorità. Egli non parlava

mai come gli altri del come si sarebbe poi guadagnata la vita, e mentre

tutti farneticavano sempre dell'ultimo volume letto, Loris affettava il

più grande disprezzo pei libri. Il suo scetticismo sembrava ridere di

tutte le forme passionate della rivoluzione; ogni precursore era per lui

un sognatore, e ogni scrittore un parolaio, perchè la rivoluzione

bisognava farla colla guerra, e la guerra colle battaglie. Ma, caso

strano, egli non pareva loro un prudente, che parlasse così per evitare

i pericoli delle congiure. Quando trasportati dall'impeto della

giovinezza essi dimenticavano gli ideali rivoluzionari per smarrirsi in

facili amori, egli rimaneva svogliatamente cinico e superbo.

Qualcuno propose fra loro una società segreta, questo fascino

irresistibile per tutte le giovani immaginazioni, ma Loris s'oppose.

Allora sarebbe valso meglio il dispotismo del Comitato Esecutivo, che

disponeva almeno di qualche mezzo; però secondo lui il Comitato

Esecutivo non si sarebbe più mosso per lungo tempo. Gli altri credevano

invece fermamente ad un nuovo attentato per l'incoronazione di

Alessandro III, dopo la dichiarazione stampata sulla _Norodonia Volia_.

Loris invece lo dichiarava altrettanto inutile che impossibile.

— Allora?

— Una insurrezione. Sareste pronti ad arruolarvi sotto un capitano?

disse loro squadrandoli così penetrantemente, che molti titubarono. Il

capitano verrà forse più presto che non si pensi, forse non potrà

vincere subito, ma anche sconfitto avrà fatto avanzare di un passo la

rivoluzione. I martiri servono solo alle religioni, che possono venderne

le reliquie.

Ma nell'alterezza di quest'idea non sapeva mescersi agli altri,

simpatizzando coi loro difetti e attirando le loro forze. Il suo odio,

troppo profondo contro la società, lo rendeva inabile alla vera

politica, che sarà sempre la conquista delle adesioni incoscienti della

folla. Un orgoglio smisurato gli impediva di agire, perchè ogni inizio

essendo fatalmente piccolo gli pareva indegno di sè; i dispareri lo

irritavano, talvolta s'impermaliva alla contraddizione. Nel suo sogno di

vendetta si vedeva gigante sul mondo, al di sopra di tutti, senza amici,

come Maometto e Napoleone. Così giungeva all'adorazione di sè stesso,

triste pania di tutti gli ingegni, che si isolano, e di tutti i

caratteri, che non operano.

Non leggeva e non scriveva. Poi lo riprendevano i desideri della gran

vita mondana, facendogli sentire spasmodicamente l'indifferenza delle

dame e dei signori, che nemmeno avvertivano la sua presenza. Allora gli

pareva bella la posizione dello Czar, minacciato di morte da tutti i

rivoluzionari, e nullameno fermo a non concedere nulla alle loro

recriminazioni.

Benchè dicesse di essere venuto a Kazan per la biblioteca, non vi aveva

ancora posto il piede, dacchè viveva in una famiglia di piccoli mercanti

di grano, che gli avevano affittato una stanza. Il suo riserbo, la sua

educazione, la sua stessa bellezza lo avevano reso l'idolo della casa,

mentre la padrona, donna grassa sui quarant'anni, si era invano

innamorata di lui, e i bambini invece lo sfuggivano istintivamente.

Nelle lunghe sere che gli studenti venivano a trovarlo, offriva loro la

vodka; si leggevano i giornali clandestini, il _Vpered_, _Zemlia_ e

_Volia_, le opere di Marx, assurdamente permesse mentre quelle dello

Spencer erano proibite. Quindi s'accendevano discussioni letterarie,

nelle quali egli si manteneva indifferente. Allora uno degli scrittori

prediletti era Ernesto Renan; Loris, che ne aveva letto poco, lo giudicò

succintamente:

— Un musicista!

Non accettava nemmeno Zola, perchè il suo naturalismo gli pareva più

falso di qualunque altro idealismo. Quei personaggi, viventi solo di

sensazioni sensuali, erano manichini; il popolo non poteva essere così

nemmeno in Francia. Una volta disse che i casuisti della morale

ortodossa conoscevano l'uomo meglio di lui.

— Zola non ha mai dipinto un grand'uomo: gli sfugge dunque la parte più

importante della vita. I mugiks non furono finora che candidati

all'umanità.

Stimava più utile alla rivoluzione l'impianto di un opificio che un

attentato; nel 1861 la Russia era senza grande industria, in quel

momento possedeva già 85000 manifatture, dentro le quali si veniva

elaborando il proletariato operaio. Ma la Russia non farebbe mai che una

rivoluzione rurale. Questa secchezza di giudizi non piaceva. Egli non

toccava mai le tesi predilette del radicalismo, la soppressione

dell'eredità, l'abolizione della proprietà individuale, il libero amore,

il collettivismo, il comunismo, tutti i sogni dei falansteri e l'utopie

bonarie di una felicità futura nell'uguaglianza dei diritti e delle

funzioni. Il solo libro, che si era degnato ultimamente di leggere, il

_Capitale_ di Marx, diventato la bibbia di tutti i rivoluzionari, non

gli era piaciuto; trovava anzi ridicolo che gli economisti borghesi non

avessero saputo rispondergli. Carlo Marx giudicava assurdo il sistema

capitalista, senza aver saputo scoprire per quale vera ragione organica

aveva potuto durare migliaia d'anni nella storia.

A che pro' la critica? Essa non migliorava l'arte e non distruggeva i

fatti. Chi si sentiva capace d'insorgere doveva tentarlo, non fosse che

per conquistare un posto migliore.

— Tu sei dunque individualista?

— Potrei diventare un ribelle se non lo fossi?

Poi una malinconia cupa s'impadronì del suo spirito. Qualche volta

l'immagine di Tatiana, sanguinante e piangente sotto l'orribile figura

di Topine, gli tornava all'immaginazione. Era essa davvero colpevole

delle frustate di Vaska? Ridendo l'ultima volta a quella finestra,

sapeva veramente del suo supplizio? Certo Loris allora non amava più; ma

questa fredda superiorità di cuore, mettendolo al di sopra dei compagni,

glieli faceva spesso invidiare, quando li vedeva felici nell'ebbrezza

dei loro labili amori.

Come tutti i rivoluzionari, subiva inconsciamente il fascino dell'antica

idea messianica. Se ogni fantastica ricostituzione della società finiva

anche per lui alla ricostruzione di forme viete fra il convento e la

caserma, l'azione storica gli si presentava ancora come opera

individuale. Solamente un grande, sconosciuto ed inconoscibile da

principio, potrebbe organizzare entro la propria superiorità i concetti

amorfi della massa, dando coscienza alle sue vaghe aspirazioni. La

predestinazione del grand'uomo era un dogma oscuro ed orgoglioso del suo

pensiero; tutto gli sarebbe stato possibile tranne il considerarsi pari

al popolo.

Gli mancava l'oblio di sè stesso, così necessario per trovare l'anima

della moltitudine, e quella passione ardente dei minuti particolari, che

forma davvero la caratteristica degli uomini d'azione. Non vi sono

grandi fatti nella vita, ma grandi risultati spesso non visibili che a

grandi distanze. I maggiori artefici della storia cominciarono sempre

inconsapevolmente; le loro passioni coincisero col sentimento delle

masse, mentre l'egoismo della loro carriera li salvò dall'incertezza

dialettica dei sistemi. Credendo operare nel proprio vantaggio

ubbidirono alle impulsioni popolari, finchè si ruppe l'impercettibile

accordo del loro individuo colla moltitudine, e morirono abbandonati.

Loris, sentendo in Proudhon, in Lassalle e in Marx tre delle nature più

vanitosamente aristocratiche del secolo, credeva di somigliare loro; e

si scordava che questi oligarchi rivoluzionari, capaci di spregiare

tutto nel nome del popolo senza credergli, dovevano pure per una

antitesi forse inintelligibile a loro stessi avere coll'anima popolare

qualche profonda affinità.

Ma nella studentesca era già scoppiato un dualismo nel giudizio su

Loris; alcuni, offendendosi che non fosse studente, gli negavano ogni

valore. Chi era? Che cosa faceva a Kazan? A sentirlo non v'era in tutta

l'Università un professore decente, sebbene non avesse mai intesa una

loro lezione; nessun autore aveva per lui abbastanza autorità. Ma gli

altri insorgevano: perchè domandare ad un uomo chi è, quando il suo

valore è manifesto? Non si sapeva forse che le Università russe erano le

ultime del mondo? Se Loris non credeva a nulla, era questa la

caratteristica del secolo, la sua superiorità sugli altri, che avevano

ubbidito a idee riconosciute oggi false. I più rivoluzionari

intervenivano allora: egli insultava i martiri senza avere ancora fatto

nulla. Quali erano le sue idee? Parlava di guerra senza provare che la

guerra fosse possibile. Il suo ingegno era ancora un enigma; però lo

conoscevano coraggioso. In parecchie risse di studenti o fra studenti e

popolani Loris si era sempre gittato in mezzo con una temerità superiore

ad ogni complimento. Era questa la base della sua autorità, poi non

faceva debiti; qualche volta prestava danaro. Nessuno lo aveva mai visto

ubbriaco.

L'opposizione maggiore veniva da un piccolo gruppo, che si vantava

nichilista; essi lo chiamavano per dileggio Catilina da quella sua

frase.

— Catilina era amico di Cesare, ecco perchè Loris non odia lo Czar.

Una sera in un tractir s'accese fra studenti una grossa lite. Loris

aveva parlato male di Tchernicewski, il martire sepolto vivo nella

Siberia, analizzandone succintamente tutte le opere: la sua risposta a

Stuart Mill, poco scientifica e meno filosofica, quasi sempre combatteva

un testo capito al rovescio; il suo romanzo «_Che fare?_» diventava

ridicolo come arte dopo quelli di Dostoievski e di Tolstoi; la sua

stessa prigionia in Siberia, non abbellita da alcun tentativo di fuga,

perdeva ogni interesse.

— Non vale più del suo partito, che non ha osato nemmeno il rischio di

farlo evadere.

I più violenti s'alzarono in piedi, parlavano tutti in una volta. Loris

li lasciò dire, poi volgendosi al gruppo nichilista, che fomentava gli

odî contro di lui:

— Se voi amaste Tchernicewski, esclamò, invece di essere qui a Kazan,

vantandole sue opere, sareste in Siberia per salvarlo.

Fu una doccia fredda.

— Occorrerebbero denari.

— In Siberia? basta il coraggio; io ho girato tutta la Russia per tre

anni senza un kopek.

— Vanteria!

Scoppiò una collutazione fra i nemici e gli amici di Loris; egli vi

assistè impassibile.

L'indomani era chiamato in polizia, una settimana dopo aveva passata la

frontiera.

Rimase cinque anni all'estero viaggiando per l'Europa. Quando giunse a

Parigi non gli rimanevano che poche migliaia di rubli; ma il suo disegno

era fisso irrevocabilmente. Piuttosto che sottomettersi lavorando a

qualcuno, avrebbe rubato sino al giorno, nel quale potrebbe iniziare la

lotta. Su questo non aveva alcun dubbio morale nella coscienza. Con

perfetta lucidezza comprese subito che di tutti i furti il più facile e

il più proficuo è quello del giuoco. Da Parigi venne ad Aix-les-Bains,

ove era sicuro di trovare dei maestri, avendo già scelto come giuoco più

propizio l'_écarté_. Dopo un mese aveva stretta relazione con alcuni

bari e ricevute tutte le lezioni; allora scomparve. Per sei mesi, con

una pazienza da prigioniero, si addestrò nella propria camera a togliere

dal mazzo delle carte il re con tale disinvolta rapidità, che fosse

impossibile accorgersene; egli poi lo avrebbe tentato solamente nei

momenti più opportuni, a seconda del carattere dell'avversario e del

luogo. Quando credette di essere perfetto, si vestì da operaio e si mise

a frequentare le bettole per tentare in basso le prime armi, e giudicare

della propria forza. L'esperimento andò bene; allora ridivenne un

elegante, e andò a Nizza. Si faceva chiamare come a Kazan Loris Orobine,

spacciandosi per un emigrato politico; ma la sua cultura e i suoi modi

squisitamente signorili dovevano ottenergli dappertutto la stessa

simpatica considerazione.

Viveva solo, in un riserbo quasi troppo aristocratico, non concedendosi

alcun vizio. Alcune relazioni con veri signori russi a Cannes gli

valsero l'ingresso nella buona società.

Non giuocava che all'_écarté_ dopo aver misurato il valore

dell'avversario, affettando pochissima passione al giuoco, e non rubando

che nel momento più favorevole. In quella vita mondana gli si era

attaccata una così grande vanità signorile, che avrebbe profondamente

sofferto di un qualunque scandalo proprio; quindi sulle prime vinceva

appena di che intrattenere quella appariscente eleganza. Evitava colla

massima cura le grandi cortigiane e gli avventurieri; per quattro mesi

divenne il compagno indivisibile, quasi l'infermiere, di un vecchio lord

spinitico, che aveva comprato sulla spiaggia di Cannes una villa

incantevole. In questa continua tensione obliava quasi lo scopo

rivoluzionario della propria vita. Finalmente un'estate, ai bagni di

Trouville, potè vincere ad un americano quarantamila franchi. Ciò gli

permise di arrischiare più grosse partite ogni qualvolta lo stimasse

opportuno; dopo tre anni sebbene possedesse trecentomila lire non ne

spendeva più di mille al mese. L'anno seguente ad Amburgo vinse un altro

centinaio di migliaia di lire. Si era proposta la somma di mezzo

milione.

Poi venne nella Svizzera per mettersi in rapporto coi rivoluzionari.

A Zurigo si mescolò fra la folla degli studenti e delle studentesse

russe, a Ginevra conobbe i maggiorenti della rivoluzione, ma non vi fu

bene accolto. Poi informazioni giunte forse dalla Russia gli

rassicurarono la fama. Allora si vide circuito perchè s'inscrivesse nel

partito, ma questo era già diviso in sette, che si combattevano fra

loro. I compagni di Bakounine e gli scolari di Marx si facevano una

guerra mortale. Nelle riunioni si agitavano più questioni accademiche

che non si allestissero complotti; sopratutto mancavano i danari,

quantunque l'Europa supponesse molto ricco il partito nichilista. Loris

avrebbe voluto acquistarvi grande importanza senza farvi prima il

gregario; ma i modi patrizi e il carattere altero glie lo impedirono. I

più lo giudicavano un dilettante, di coloro che simpatizzavano

platonicamente colla rivoluzione senza volervisi compromettere; però la

fredda violenza delle sue idee e la inesorabile perspicacia delle sue

critiche lo facevano sospettare di ben altra natura. Allora fu

sorvegliato. Si seppe che era un giuocatore, si dubitò della sua onestà;

fra i rivoluzionari si affollavano avventurieri di ogni sorta, troppo

addestrati in tutti i giuochi per non sorprendere quello di Loris.

Infatti una sera, in un caffè, Loris, avendo fatto in una partita di

cento lire saltare il re, un baro se ne accorse.

Questo difetto non gli avrebbe molto nuociuto in tale ambiente, se si

fosse gettato a capo fitto nel partito, ma la sua indipendenza da ogni

legame e la poca stima, che mostrava pei maggiori uomini e le massime

imprese nichiliste, gli attirarono molti odî. In un duello rimase

ferito.

Ma ogni giorno si sentiva più scontento di sè stesso. Una sete di gloria

gli bruciava il sangue facendolo sognare di un gran colpo, che lo

mettesse alla testa della rivoluzione, e gettasse il suo nome a tutti

gli echi d'Europa. Visitò la Germania, l'Inghilterra, per fermarsi da

capo a Parigi. Era tornato allo studio nella solitudine delle proprie

ore.

Un vuoto freddo e buio gli si allargava nell'anima, incapace di più

amare, ora che quella fortuna al giuoco lo aveva sottratto alle più

pungenti umiliazioni della miseria. In che dunque consisteva la sua

preparazione? Fino a quando avrebbe durato? Napoleone a venticinque anni

era già generalissimo d'Italia. Nelle più cupe malinconie qualche volta

pensava al suicidio, dicendosi che i tempi non erano maturi, e forse

nemmeno egli possedeva le qualità indispensabili al futuro grand'uomo.

Quell'isolamento morale, da cui non avrebbe potuto uscire nemmeno

scendendo all'azione, lo condannava ad immolarsi per una grande idea o a

suicidarsi, perchè nessuno può resistere nel vuoto. Egli vi si dibatteva

da cinque anni. Un'amara svogliatezza dava un'aria romantica al suo

volto rigido, mentre una maggiore esperienza della vita gli rendeva

egualmente antipatici i gentiluomini mondani e gli emigrati politici, le

cortigiane e i giornalisti, gli avventurieri e i politicanti, fra i

quali era costretto a vivere. I giorni gli sfuggivano a uno a uno come a

quei malati, che sanno di non poter più guarire.

E a poco a poco la Russia l'attirava, col suo popolo vergine e colla sua

estensione di continente metà europeo e metà asiatico, solcata da tutte

le tradizioni, agitata da tutti gli istinti, terrorizzata da un gruppo

di studenti, che aveva potuto dichiarare guerra all'impero, uccidendo

uno czar e tenendo l'altro prigioniero nel suo palazzo. Là tutto era

ancora possibile. La Russia autocratica e piena di piccole repubbliche

cosacche, col comune socialista e un governo senza libertà, si avanzava

lentamente come una inondazione nell'Asia, tentando di arrestare

contemporaneamente in sè medesima il progresso della civiltà. Solo nella

Russia l'incredulità pessimista rinnovava ancora i miracoli delle fedi

religiose, e il dolore del popolo poteva essere il prognostico più

sicuro della sua grandezza.

L'inverno seguente Loris ritornava a Pietroburgo.

Il Nemico, vol. II · 第 9 / 16 题