III.

Per tre anni Loris condusse la vita più vagabonda.

Egli stesso più tardi non avrebbe osato raccontarla tutta, malgrado la

crudità dell'orgoglio, col quale metteva come una sfida in ognuno dei

propri eccessi; ma pellegrinando dai toundras gelati del nord ai deserti

ardenti del mar Caspio, dai laghi a vasche di granito della Finlandia

alle tepenti terrazze di Crimea, dalle steppe immense come il pensiero

alle foreste più lunghe di ogni pazienza, e nelle quali i tronchi

bianchi delle betulle e le colonne ramee dei pini sembravano soffrire

quanto gli uomini per la inclemenza del cielo; discendendo i fiumi, pei

quali la storia passò come per una grande strada, e che alimentano

ancora colla propria pesca tanta parte del vasto impero; mescolandosi ai

pellegrinaggi dei mugiks verso le catacombe dei santi più gloriosi, o

associandosi ai banditi percorrenti malgrado la sorveglianza spietata

della polizia ogni provincia colla falsità di tutti i mestieri e la

facilità di qualunque delitto, viaggiò come Rakhmetof, l'eroe prediletto

di Tchernicewsky, attraverso tutta l'anima russa.

La sua cultura aiutata da una meditazione, che quell'esilio spirituale

rendeva più intensa, gli scopri molti segreti della vita e della storia

nazionale. Indovinò dall'opposizione delle steppe colle foreste la lotta

secolare fra le due metà della Russia, il nord sedentario e il sud

nomade, tra il russo ed il tartaro; sentì la fatalità del primo stato

moscovita, cinto da una barriera naturale di selve e di là straripante

sulla steppa, ove pastori ed agricoltori vagavano nel primo inconscio

atomismo sociale; comprese il lento procedere della civiltà per questo

impero, di cui ogni provincia è un regno, e nel quale le città sorgono

ad immense distanze sulle campagne sommerse dalla propria immensità, ma

sopratutto sofferse e vide soffrire ogni varietà di miseria con quella

rassegnazione russa, che nè il clima potè mai vincere, nè il dispotismo

stancare. Il popolo, preoccupato solo di vivere, accettava qualunque

condizione naturale e politica; il suo socialismo agricolo, anzi che da

un'idea sociale, derivava dal sentimento del primo gruppo domestico reso

inscindibile dalla necessità della guerra incessante alla natura; la sua

religione, bizzarro miscuglio di tutti i paganesimi, aveva tuttavia una

idealità inestinguibile di giustizia terrena. Il popolo viveva

mestamente. Le sue canzoni cadevano come lagrime sonore lungi per le

steppe nel silenzio dei tramonti, quando il sole invece di sparire

sembrava allontanarsi per l'infinito della pianura, come la lucerna di

un pellegrino, e le ombre della notte precipitavano compatte dal cielo.

Il popolo non aveva nè un'idea politica, nè un presentimento sociale. La

facile isba fabbricata colla scure, e che il fuoco deve divorare

inevitabilmente dopo pochi anni, era come una tenda piantata nella

steppa, dalla quale gli giungevano sul soffio silenzioso del vento

gl'inviti di un viaggio senza meta e senza scopo. Perchè restare come un

punto immobile nello spazio? Ma lo Czar delle foreste moscovite aveva

con un ordine incatenati i mugiks alla gleba, servendosi delle loro

abitudini socialiste nel comune per ribadire loro la catena. Adesso solo

i cosacchi erano nomadi, mentre i contadini attendevano colla pazienza

dei prigionieri di essere vecchi, e quindi liberi da tutti i debiti

comunali, per abbandonare il villaggio e partire pellegrini col bordone

e la bisaccia magari verso Terra Santa, ove era morto un redentore senza

poterli redimere. Liberi come il vento sui prati ed instabili del pari,

i cosacchi vivevano in piccole repubbliche senz'altro statuto che il

cavallo; questo era per loro l'ozio e la libertà, il coraggio nella

battaglia e l'ebbrezza continua nella pace. Correre, sfuggire persino a

sè stesso, sul piano ove il verde è infinito come l'azzurro del cielo,

non avendo altro padrone che il capriccio e altra virtù che

l'indipendenza, ecco la vita! Essi accettavano lo Czar come il maggiore

degli Etmani, il generalissimo della loro cavalleria. Ma nemmeno essi

pensavano. Perchè diventerebbero civili, se la civiltà costringe l'uomo

a sedersi per sempre, lavorando colle mani o colla testa, per crearsi

prima un bisogno e poi un comodo, sino a soccombere sotto uno sciame di

problemi pungenti e velenosi quanto i calabroni della steppa?

Nell'immenso impero russo i cosacchi erano adesso l'estrema poesia

selvaggia, mutata dalla raffinata barbarie del dispotismo czaristico in

una bestiale prosodia, giacchè gli ultimi manipoli della loro orda

antica, ridotti nelle città a gendarmeria, riscattavano dal governo il

privilegio della propria indipendenza col servire agli abusi della sua

forza.

Oggi i cosacchi, una volta così efficaci nella storia russa, non sono

più che una varietà della sua vita; altri popoli più selvatici di loro

furono aggregati all'impero, e vi accampano come prigionieri, che

l'impossibilità della rivincita mutò gradatamente in servi o in coloni.

Interi regni turchi sono ora provincie russe; Kirghiz Mussulmani e

Kalmouks buddisti macchiano della propria presenza l'ortodossia russa,

conglomerati nel governo imperiale, di cui sentono solamente la forza. E

l'impero dilaga nell'Asia. Tutte le religioni, le civiltà, le barbarie e

i climi hanno la propria zona nell'impero russo; gli ebrei addensati

nella Polonia vi soffrono di una schiavitù più atroce della polacca;

sulle altezze impervie del Caucaso, ove l'umanità trovò la sua massima

bellezza, gli antichi villaggi indipendenti ripensano ancora nel

silenzio dell'oppressione le gesta di Schiamil, il loro ultimo eroe;

sulle sponde del mar Bianco, nel regno eterno dell'inverno, gli uomini

passano come fantasmi, e vivono sotterra come animali. La Russia è più

che metà dell'Europa, la Siberia è quasi metà dell'Asia.

Loris errò tre anni senza scopo e senza meta: voleva tutto vedere e

conoscere.

Coll'invidiabile facilità della propria razza potè adattarsi rapidamente

a tutti gli ambienti, associandosi alle carovane, unendosi ai

pellegrinaggi, o errando solo e fermandosi ovunque era possibile, colla

curiosità di un dotto e la passione indefinibile di un predestinato, che

credesse così di compiere la propria preparazione. Era diventato più

alto e più robusto. In quella vita, dalla quale bisognava conquistare

giorno per giorno il pane, egli si era fatto a tutti i rischi e a tutti

gli usi; poteva soffrire lungamente la fame, e dormire sulla steppa o

nei boschi, mendicare o rubare secondo i compagni del momento.

La terribile empietà della sua prima educazione gli era scoppiata

nell'anima, polverizzando la fragile crosta dei sentimenti più civili

assorbiti in quella vita al castello. Una sinistra poesia raddoppiava

l'energia della sua volontà in quella lotta insensata di un'esistenza,

concepita oltre ogni ordine legale; nessuna morale inceppava la logica

implacabile del suo pensiero. Attraverso le sofferenze di tutti quegli

oppressi, egli non raccoglieva che il grido soffocato della vendetta o

il rantolo dell'odio impotente, e quando capitava tra una festa di

popolo, quella allegria in tanta abbiezione di miseria gli faceva male.

I suoi compagni, quasi sempre malandrini o mendicanti, non gl'ispiravano

che disprezzo; i più vivevano così, perchè preferivano quell'ozio

avventuroso alla fatica di una qualunque altra esistenza regolata.

La sua prima compagnia fu una banda di zingari, che traversavano la

steppa verso l'Asia; visse a lungo con essi, imparandone il gergo e i

mestieri, ma senza innamorarsi di quella loro libertà fraudolenta, che

li rende così enigmatici nella storia e seducenti nella poesia. Poi dai

pescatori del Volga, l'immenso fiume, apprese a reggere una barca e a

frequentare i mercati. Quella rude operosità lo stancò presto. Percorse

i conventi più celebri, fingendosi pellegrino, iniziandosi a più di una

setta religiosa; stette coi cosacchi, guardiano di puledri, guidò le

greggie dei pastori, che le contano a migliaia e migliaia.

Come i romei non possedeva che una scodella, una bisaccia e un bastone.

I suoi abiti cadevano a lembi, parlava sempre in dialetto colla più

aspra volgarità. I suoi capelli e la sua barba, incolti, gli davano

un'aria strana e malgrado tutto signorile, che gli attirò spesso

l'attenzione pericolosa della polizia: tre o quattro volte fu gettato

nelle carceri con altri vagabondi, ma potè sempre uscirne grazie alla

prontezza del suo spirito e all'arbitrio capriccioso della polizia

stessa. Si serviva di un passaporto rubato nelle più tristi circostanze

ad un vagabondo, che gli somigliava. Nei più rigidi inverni si arrestava

dove poteva. In un convento, ove i frati lo accolsero ingannati dalla

sua devozione e dal racconto fantastico della sua miseria, rimase tre

mesi copiando antichi manoscritti greci. Poi fece parte di una banda di

ladri da cavalli, che nascondevano i puledri rubati entro una foresta, e

da essa li avviavano a mandre verso un altro governo. In questo

esercizio pericolosissimo, perchè i mugiks si associano in truppa per

dare la caccia ai rapitori, e li uccidono senza pietà ovunque li

sorprendono, il suo coraggio e il suo ingegno gli assicurarono presto

un'autorità indiscussa sui compagni. Egli rubava indifferentemente ai

mugiks e ai signori, ma divideva il guadagno colla banda largheggiando

verso di essa con modi da capitano. Però una volta furono colti; egli e

due altri solamente poterono salvarsi nel bosco.

Era stata la stagione più bella della sua vita, dopo la quale si mise in

un'associazione di giuocatori di frodo, che si recavano alle fiere

suonando varî istrumenti. Avendo accumulato qualche danaro in tutti

questi mestieri, lo portava cucito nelle vesti, ma viveva sempre colla

più avara frugalità.

Alla grande fiera di Ninhny Nowgord s'incontrò con uno strannik, un

errante, personaggio bizzarro di una fra le più stravaganti sette russe.

Era un ometto di bassa statura, tarchiato, di una incredibile forza

muscolare. Sebbene non avesse più di quarant'anni ne mostrava cinquanta,

e vestiva di pelli di montone anche nell'estate, coi sandali ai piedi,

fasciandosi le gambe di cenci immondi. I capelli lunghi e crespi, di un

colore incerto fra il rosso ed il castano, gli crescevano a cespuglio

dalla testa, sulla quale non portava berretto di sorta. Sotto la barba

lunga un lupus gli divorava l'angolo sinistro della bocca. I suoi occhi

piccoli e bianchi sotto la fronte bassa, quasi sorretta da due enormi

sopracigli villosi, parevano spenti: e rideva spesso scoprendo una

rastrelliera di denti corrosi, attraverso i quali passava un alito

fetido. Si chiamava Topine.

Loris l'incontrò col proprio gruppo sull'imbrunire a non molta distanza

dalla città. Cadeva il tramonto, dalla campagna venivano soffii

profumati, che ammollivano l'aria troppo calda. Loris, che aveva fatto

anche lo stregone e sapeva dire la buona ventura, lasciò andare innanzi

i compagni per strologare un crocchio di ragazze tornanti dalla

falciatura dei prati. In quella passò Topine a passo rapido, trascinando

faticosamente una gamba, che gli doleva. Le ragazze se lo mostrarono con

un grido di orrore, egli rispose loro con un gesto osceno.

Quando Loris le ebbe contentate, ricevendone pochi kopeks per le solite

fandonie profetiche, allungò indarno il passo per raggiungere gli altri;

ma conoscendo la bettola, ove andrebbero ad alloggiare, cedette

insensibilmente alla blandizie della sera. D'un tratto, alla svolta

della strada, udì uno strepito di voci, e scoperse un gruppo di mugiks

schiamazzanti intorno a qualcuno, che bestemmiava con voce più aspra.

Quando fu loro presso, Loris s'accorse che avevano circuito Topine e,

dileggiandolo, volevano costringerlo a ballare. Uno fra essi aveva già

cominciato a scuoterlo, ma Topine rivoltandosi ferocemente lo aveva

atterrato con un pugno. Naturalmente s'impegnò una rissa. Topine faceva

sforzi sovrumani per saltare fuori dal loro gruppo, ma stretto da ogni

parte, malgrado tutta la sua robustezza, non poteva riuscirvi. Un pugno

gli aveva scrostato i grumi del lupus, così che un sangue giallastro gli

colava per la barba. Loris, ubbidendo ad un irriflessivo istinto

generoso, si slanciò al suo soccorso, rovesciò un mugik, pervenne nella

sorpresa sino a Topine e lo liberò dalle mani, che lo tenevano

avvinghiato. Quindi si postò fieramente dinanzi a lui, senza parlare,

brandendo un lungo coltello.

L'effetto ne fu irresistibile, gli altri arretrarono. Loris ordinò a

Topine di andare innanzi, e rimase in faccia a tutti, guardandoli così

terribilmente che non osarono attaccarlo. Ma Topine si era fermato a

poca distanza per sostenerlo in un nuovo assalto.

Quando ripresero la via insieme erano già amici.

Loris gli confessò di andare a Ninhny con una compagnia di suonatori

ambulanti, l'altro gli rivelò la propria setta. Era un errante, di

coloro che come gli antichi profeti si erano ritirati nella solitudine,

in fondo alle foreste, nelle quali non penetravano ancora i servitori

dell'Anticristo, lo Czar. Aveva abbandonato moglie, figli e comune per

non avere più alcun rapporto colla società legale; portava al collo una

croce benedetta a Gerusalemme sul sepolcro del Redentore, e la mostrava

ai gendarmi dicendo loro: Ecco il mio passaporto vidimato dal Re dei

Cieli. Naturalmente i gendarmi lo arrestavano, ma egli s'ingegnava per

evitarli. Nel suo delirio settario affermava che l'epoca dell'Anticristo

era già incominciata, e che lo Czar era il nemico di Dio, come i ricchi

lo erano dei poveri, mentre egli non voleva aver nulla di comune con

essi. Vivendo solo nel pensiero di Dio, girava da dieci anni per tutto

l'impero russo, alloggiato e nutrito segretamente da quei

correligionari, che imperfetti nella fede restavano ancora nel mondo

comunicando di nascosto coi perfetti, gli erranti. Loris conosceva già

confusamente quella setta. Poi Topine gli chiese con accento cupo:

— Sei tu un credente?

Loris alzò le spalle.

Presso la città si separarono.

— Giacchè rimarrai parecchi giorni a Ninhny, ti rivedrò, disse Topine.

Due giorni dopo, sull'imbrunire, Loris fu fermato da Topine in un vicolo

già oscuro della città.

— Vuoi venire con me? gli mormorò misteriosamente: ti condurrò da

Ouliana, la Boghiniia.

— Boghiniia, una madre di Dio! esclamò Loris meravigliato.

— Sì, la Boghiniia, replicò Topine con accento ispirato: essa è l'ultima

nipote di Ivan Timofewich Souslof. Sotto il regno di Pietro I, Dio Padre

discese frammezzo a nuvole di fuoco sul monte Gorodine, nel governo di

Vladimir, e vi si fece uomo sotto la forma di Daniele Philippovich.

Quindi generò da una donna vecchia di cento anni un contadino per nome

Ivan Timofewich Souslof, e lo riconobbe per proprio Cristo prima di

risalire al cielo. Iwan Timofewich Souslof scelse dodici apostoli, coi

quali predicò sulle rive dell'Oka i dodici comandamenti del suo padre

Sabaoth; poi lo Czar lo fece imprigionare, flagellare, torturare, e

finalmente crocifiggere presso la porta santa del Kremlino. Fu

seppellito il Venerdì, ma risuscitò a confusione degli infedeli nella

notte dal sabato alla domenica. Allora lo arrestarono di nuovo e lo

crocifissero. Questa volta lo scorticarono e, perchè non potesse più

risorgere, la sua pelle fu ridotta in cenere. Ma una donna avendo

ottenuto di gettare un lenzuolo sul suo cadavere, Ivan Timofewich

Souslof risuscitò ancora. Adesso la sua pelle è formata di quel

lenzuolo, e Ivan Timofewich si è ritirato sul monte Gorodine, dal quale

ritornerà nella pienezza dei tempi.

La sua voce gutturale si era fatta a mano a mano più stridente durante

la lunga filastrocca. Loris lo ascoltava curiosamente.

— Vuoi tu venire dalla Boghiniia? Io sono un suo servo; le porto

l'elemosina dei credenti di Jaroslavt, disse traendo di sotto la pelle

di montone un sacchetto, e battendovi colle dita orgogliosamente.

— Oro?

— Tutto.

— E perchè non te lo tieni?

— E scritto nei dodici comandamenti «non rubare. Se qualcuno ha rubato

solamente un kopek, gli si metterà nel giorno del giudizio finale quel

kopek sulla testa, e il peccato non gli sarà rimesso, che quando il

kopek si sarà fuso al calore del fuoco.»

— È bella la Boghiniia?

— Più di te, e Topine lo guardò con ammirazione.

Loris sapeva qualche cosa della setta dei Klysty e sulla loro adorazione

della donna, ma non aveva mai potuto accertarsi della verità dei loro

riti pazzi e licenziosi. Quell'incontro con Topine cominciava a

divertirlo. Quindi tentò d'interrogarlo, ma Topine rispondeva di

ignorare i loro segreti, tradendo involontariamente un grande terrore.

— La Boghiniia è bella ma terribile, una sua parola basta a dare la

morte.

— Perchè dunque mi conduci da lei?

— Tu sei bello, rispose sottovoce; se ella vuole, può farti diventare

come lei. Non mi hai tu salvato la vita? esclamò con orgoglio selvaggio,

sentendo di rendergli un beneficio anche maggiore.

Erano usciti dalla città, annottava.

Loris, all'idea di un abboccamento con una donna bella e potente, aveva

sentito rinfocolarsi tutto il suo odio ripensando a Tatiana. Da tre anni

la ferita del suo cuore sanguinava come il primo giorno, sebbene non

amasse più quella fanciulla, della quale l'immagine gli stava confitta

nella memoria come una placca rovente. Ma da tre anni ruminava la

propria vendetta, preparandosi in quella peregrinazione ad impadronirsi

dell'anima popolare. Sotto i suoi cenci qualche volta si sentiva più

potente dello Czar prigioniero dei propri funzionari, in fondo ad un

palazzo di marmo, nel quale non giungeva dal di fuori alcuna voce. Ma

prima di scendere nella lotta dovrebbe ancora entrare nel mondo dei

signori per impararne i segreti come di quello dei poveri. Quindi a

forza di meditare la propria vita si era convinto di essere un

predestinato. Tutto era stato strano e terribile nella sua fanciullezza;

la sua educazione, la morte del padre, il suicidio della madre,

l'accoglienza e poi la cacciata dal castello. Egli aveva dovuto amare

Tatiana per spremersi dal cuore l'unica goccia d'amore, diventando

invulnerabile a questo sentimento, che perde tutti gl'individui.

Chi era quest'altra donna, contro la quale lo gettava il destino?

Con rapidità spaventevole concepì tosto il disegno di sopraffarla. Il

fanatismo istintivo di Topine non poteva ingannarsi se, malgrado il

terrore che di lei provava solo nominandola, osava così senza

preparazione alcuna condurre lui vagabondo e cencioso da una boghiniia.

L'anima semplice di quello strannik aveva dunque sentito che egli era un

predestinato?

Camminavano in silenzio, la strada era deserta.

Si fermarono davanti ad una casa in muratura, chiusa da un altissimo

stecconato nero interrotto da un cancello a grosse sbarre di ferro

foderate da lamiera per togliere ogni vista ai curiosi; pareva una

fortezza. Alti pini le coprivano quasi interamente il tetto coi rami; si

distingueva poco più lungi un altro caseggiato.

Topine rattenne Loris per una mano, poi improvvisamente, a più riprese,

imitò il fischio della vaporiera.

Il cancello si aperse, e comparve un vecchio in caffetano rosso, tutto

raso. Topine gli pronunciò all'orecchio una parola, quegli squadrò

Loris, e li accompagnò fino alla porta. La casa aveva i muri a scarpa,

colle finestre piccole e nere.

Topine disse a Loris:

— Resta qui.

— Alla porta? E invece lo spinse avanti così vivamente che l'altro non

osò resistere.

Il servo accese una piccola lanterna, quindi li condusse per una scala

di legno attraverso alcune stanze sino ad un gabinetto tutto giallo. I

suoi mobili erano dorati, le pareti rivestite di damasco.

Loris si guardava attorno meravigliato, Topine tremava.

Poco dopo entrò una donna vestita di rosso, con una lunga veste a coda:

era alta, bianchissima, con un'immensa capellatura nera. Topine le si

gettò ai piedi, baciandole le pantofole rosse ricamate d'oro, e senza

far motto, le pose innanzi sul tappeto il sacchetto.

Ma ella esaminava Loris, rimasto ritto col berretto spelacchiato sulla

testa; in quella camera, così stracciato ed altero, pareva anche più

bello.

— Chi è il tuo compagno? chiese a Topine, percuotendogli con una

pantofola la fronte per farlo alzare; ma egli rimase nullameno bocconi.

— Il mio salvatore: senza di lui mi avrebbero ucciso e rubato il

sacchetto.

Ella pareva perplessa; la sua fisonomia diventò terribilmente severa.

Tornò a guardare Loris, poi riabbassando su Topine un'occhiata d'un

disprezzo infinito si torse verso l'uscio, donde era entrata.

Allora Loris s'avanzò.

— Grazie! mormorò Topine con voce soffocata.

— Alzati, Topine, gli disse Loris: la commedia è più breve di quanto

supponevo. Per sdebitarti della vita, che mi devi, bai creduto nella tua

semplicità di farmi conoscere una Boghiniia! L'ho vista, è abbastanza

bella per fare da madre di Dio.

E il suo accento aveva una ironia così signorile, che la donna si voltò.

— Perchè, fu pronto Loris a seguitare, componendosi nell'eleganza di un

gentiluomo, non potrei io stesso quantunque così vestito essere un

personaggio come voi? Se il mio presentatore, aggiunse con fine sorriso,

non mi ha presentato, la colpa è ancora più mia che sua, giacchè non gli

ho ancora detto il mio nome. Ma nemmeno vi chiederò il vostro. Chiunque

io mi sia....

— Ma, signore, riprese la donna, che cominciava a subire l'ascendente di

quella disinvoltura, la vostra presenza in questa casa....

— La casa non è dunque vostra? Che cosa potete temere da me? Quel

sacchetto è pieno d'oro, non avrei potuto prenderlo a Topine? Forse

consentiste a divenire pei vostri credenti una madre di Dio per l'oro?

Topine mi disse che eravate bella con accento di così mistico terrore

che desiderai di vedervi. Volevo giudicare le facoltà estetiche del

nostro popolo. La Russia ha ancora abbastanza fede, se può adorare Dio

nella manifestazione della vostra bellezza.

L'imbarazzo della donna cresceva visibilmente; l'alterigia fredda del

suo classico viso di statua era scomparsa. Loris si accorse che la

signorilità di quella conversazione gli dava un vantaggio enorme.

— Voi non saprete mai chi io mi sia. Se mi supponete un funzionario del

governo, così travestito per sorprendere i riti della vostra setta,

stimereste troppo il governo. Chi può ancora servirlo e per uno scopo

così basso, per impedire a uomini, che nulla più consola, l'estasi di

adorare una bellezza di donna, che pare loro un anticipo sul paradiso?

Voi, che non credete in Dio, giacchè rappresentate la parte di sua

madre, potete comprendere come non tutti gli erranti debbano somigliare

a Topine, e la bellezza non sia il solo sintomo di un'altra

predestinazione. La vostra è una setta di deboli, i quali obliano il

proprio dolore nella contemplazione della bellezza; ma il loro dolore,

passando nella vostra vita, vi ha reso così tragicamente bella. Il

dolore, seguitò con accento cupo, è presso a trionfare nella Russia;

presto avrà il suo eroe. Vi pensaste mai nella solitudine divina, che i

vostri adoratori vi hanno fatto?

Loris aveva parlato con modi aristocratici, ma il suo sguardo

sfavillava.

— Chi siete voi, signore? ella esclamò finalmente.

— Quando una donna è curiosa, il suo cuore è ancora muto, altrimenti

ella avrebbe già indovinato. Andiamo, Topine.

E si voltò verso di lui tuttora ginocchioni, cogli occhi spalancati,

senza intendere verbo. Topine ubbidì macchinalmente.

Ella era sempre così incerta. Topine le si rigettò ai piedi baciandoli.

— Andiamo, ripetè Loris con voce imperiosa. L'altro lo seguì.

Quando furono nella strada, Loris gli disse:

— Domani tornerai dalla Boghiniia, e se ti dice di cercarmi, mi troverai

alla stalla dei tre Magi tutta la giornata.

La bellezza della Boghiniia aveva riacceso gli ardori del suo sangue

giovane, mutandogli quel disegno di conquistarla nella necessità di un

trionfo improvviso. Con quella donna sperimenterebbe per la prima volta

la propria potenza. Ella doveva essere senza dubbio un forte carattere

per imporsi così all'adorazione di numerosi fanatici. L'imponenza del

suo volto, lo splendore ardente de' suoi grandi occhi, e sopratutto

quella indefinibile alterigia, che nullameno si era scomposta sotto la

fredda lusingatrice violenza del suo attacco, rivelavano una natura

superiore. In quella setta misteriosa dei Klysty, derivata da un ritorno

puerile al vangelo primitivo, e discesa grado grado nel più demente e

lascivo misticismo, l'adorazione della donna non poteva essere che

l'ultima sconfitta della virilità. Come la loro ragione si era prima

smarrita sulla traccia di Dio per chiedergli la spiegazione della vita,

il loro sentimento si perdeva nel senso dinnanzi alla donna. L'estasi

della rivelazione, ottenuta coll'ebbrezza dell'amore sensuale, era per

quei fanatici la soluzione del problema umano e divino; quindi la donna,

nella quale si elabora la generazione, questo mistero dei misteri,

doveva essere per loro il maggiore dei simboli.

Loris si domandava per quale strano processo quella donna aveva potuto

elevarsi tanto alto. Evidentemente la Boghiniia era ricca, e poichè

Topine lo aveva condotto da lei, giudicandolo bello, questa vivente

divinità si permetteva i capricci di tutte le altre donne. Diventando

l'amante della Boghiniia arriverebbe dunque alla ricchezza. Loris sapeva

che i capi di tutte le sette religiose nella Russia sfruttavano con pari

destrezza la credulità dei loro adepti.

I suoi compagni erano ritornati malconci alla stalla dopo aver giuocato

in una stamberga, ove erano stati scoperti e bastonati così da dover

scampare, abbandonando anche quel poco danaro, che possedevano prima.

Quindi destarono Loris per chiedergli qualche rublo.

Egli rispose con male parole di non averne, e si riaddormentò.

L'indomani non uscì di casa aspettando Topine, che venne solo a sera.

Pareva più misterioso, ma Loris s'accorse che era anche più allegro.

— Ella stessa m'invita? Che cosa ti ha detto di me quando ti ha

richiamato?

— La Borghiniia non confida i propri segreti ad un povero verme come me,

ma può fare di un verme un angelo.

L'appuntamento era alle dieci della notte.

— E tu dove abiti?

— Nel suo canile. Verrai solo, io stesso ti aprirò il cancello.

— Ma chi è la Borghiniia? chiese Loris con impazienza.

Topine se ne andò senza rispondere.

Alle dieci Loris si fermava dinanzi al cancello di quella casa, e Topine

lo introduceva nello steccato. Appena dentro gli parve d'intendere uno

strano ronzio di voci. Invece di dirigersi alla porta girarono dietro la

casa verso un enorme capannone bruno, del quale era impossibile

indovinare l'uso. A Loris sembrò che le voci crescessero; poi entrarono

per una porticina, al buio, in una specie di andito pieno di un forte

odore di terriccio. Adesso non poteva più dubitare, il capannone era

pieno di gente ed illuminato; la luce filtrava dalle fessure

dell'assito. Più innanzi v'era un uscio a vetri.

— Mettiti lì, gli disse Topine e scomparve.

L'uscio, chiuso dal di dentro e bipartito, aveva nel mezzo di ogni

battente un largo vetro tenuemente colorato in rosa.

Quel capannone era un'immensa sala, tutta parata di bianco in mussolina

indiana sapientemente panneggiata e frangiata d'argento; la sua vôlta

scompariva sotto un tulle candido e cilestro, come un cielo che si

vedesse tra nuvole lattee. Egli n'ebbe una grande impressione di

soavità, attraverso quel vetro rosa, che toglieva a tutto quel bianco la

inevitabile crudezza dei toni opachi. Trenta o quaranta persone, vestite

di lunghi accappatoi bianchi, strette nel mezzo a circolo intorno ad una

lunga tinozza bianca, posta sopra un tripode acceso, giravano lentamente

tenendosi per mano e salmodiando. Le loro teste gittate indietro, così

che i colli ne divenivano gonfi violentemente, guardavano al cielo. Un

alito leggero di vapore saliva dall'acqua bollente della tinozza,

perdendosi nell'aria.

Loris osservava estatico. Tra quella gente v'erano fanciulli e vecchi,

donne dai capelli bianchi spioventi sulle faccie grinzose, e giovinette

dal viso fresco di primavera, che parevano impallidite per una dolorosa

emozione. Tutti gli accappatoi erano uguali, tutte le teste e i piedi

nudi; un tappeto bruno sul pavimento imitava la terra. Molte lampade

dorate, sospese a cordoni bianchi, penzolavano dalla vôlta, spandendo

colle incerte fiammelle una luce misteriosa; dinnanzi alla tinozza,

coperto di un drappo nero, saliva per tre gradini una specie di trono,

agli angoli del quale ardevano quattro alti candelabri. E il circolo

girava sempre lentamente, mormorando, strisciando sul tappeto i lunghi

accappatoi; si sentiva già lo sforzo di qualche respiro, alcuni si

portavano le mani al collo come per sottrarsi allo spasimo di una

soffocazione. Poi si fermarono, e una voce declamò questo versetto:

«E accadrà negli ultimi giorni, dice il Signore, che spanderò il mio

spirito in ogni carne, e i vostri figli e le vostre figlie

profetizzeranno, e i vostri giovani vedranno delle visioni e i vostri

vecchi sogneranno dei sogni.»

Il circolo ricominciò a girare, prima adagio alternando ritmicamente i

piedi e scuotendo le teste, poi crescendo a grado a grado di velocità.

Era la danza sacra dei dervischi, la ronda stordente, che prelude alla

frenesia della rivelazione. Cominciavano i rantoli e le grida. Quindi

d'un tratto il circolo si spezzò; gli uomini scaraventarono lungi le

donne per restringersi in un cerchio più piccolo e più rapido, ma esse

si riattaccarono fra loro a grandi urla, e si scagliarono in una ridda

inversa circuendoli. Allora la visione s'intorbidò; non si distinsero

più che due pareti bianche, formate dagli accappatoi, sui quali

ondeggiavano penzoloni le teste coi capelli svolazzanti, due pareti

circolari, aggirantisi come sopra un perno segreto, rapite da una bufera

insensibile. Non si poteva sorprendere una fisonomia, afferrare una

forma, nel volo di quel bianco abbacinante. Loris ne risenti

l'impressione angosciosa.

Essi giravano sempre più rapidi, trasportati dal reciproco impulso,

nell'impossibilità di arrestarsi. Si udiva il fischio rantoloso del loro

respiro, s'indovinavano nei tremiti di una impossibile caduta gli

spasimi di un deliquio, che l'energia dei più forti ritardava.

Loris si tolse da quel vetro per ritornare nel buio dell'andito. Una

collera profonda ruggiva nel suo spirito allo spettacolo di quell'ultima

degradazione della preghiera umana. Avrebbe voluto essere già fuori da

quel corridoio, ma nelle tenebre non trovava più la porta, per la quale

era entrato. Perchè dunque era venuto a questa suprema imbecillità

religiosa? Attraverso l'assito gli giungeva ancora il rumore turbinoso

della danza come un sordo murmure di acqua, che s'inabissi nelle bocche

di un molino. Involontariamente tornò ad ascoltare. Così nell'ombra

contemplava ancora quelle due pareti umane, bianche e rigirantisi sopra

sè stesse, colle teste che trabalzavano cadavericamente; vedeva certi

sorrisi tormentati, certe occhiate livide, certi denti balenanti dalle

bocche spalancate, come gli era parso di osservare dianzi. Ma essi

turbinavano sempre; se li sentiva intorno, quasi al di dentro, colla

vertigine di un vortice. Poi un urlo immenso, lacerante, lo colpì.

Tornò a spiare dal vetro. La ronda era finita, tutti giacevano in un

alto mucchio bianco, palpitante e semivivo, come sepolti sotto la neve

negli ultimi conati dell'agonia. Le lampade sacre agitavano leggermente

gli azzurri lucignoli come stelle tremolanti nel cielo lontano; dalla

tinozza il vapore dell'acqua s'alzava in una nuvola sempre più densa,

ondeggiante nell'aria al pari di un incenso.

Loris tentò di aprire l'uscio per accostarsi a quell'ammasso di caduti,

che subitamente si rialzarono come sferzati da uno scudiscio invisibile,

mettendosi a saltare soli, dimenandosi nelle più incredibili

contorsioni. Dopo la preparazione collettiva di quella ridda cominciava

il tormento singolo dell'attesa in ognuno, l'estremo sforzo verso

l'estasi col sommovimento di tutte le fibre. Qualcuno preso da un

tremito convulsivo sembrava oscillare come una canna, colle ginocchia

piegate e la faccia cinerea; altri balzava furioso come un cavallo

slanciandosi nell'aria, chi si dondolava in una specie di valtzer; un

vecchio roteava sopra sè stesso, colle mani in croce e gli occhi chiusi,

insensibile a tutto. Loris vide una giovinetta bella, dal volto

marmoreo, che colle braccia abbandonate e la bocca aperta protendeva il

ventre in un conato mostruoso, che le spezzava le reni e la faceva

singhiozzare. Poi coppie di uomini e di donne saltellavano prendendosi

per le mani, urtandosi rabbiosamente coi petti, e cantavano. Una donna,

coll'accappatoio rigettato sui lombi sino alla cintura, scopriva un seno

grasso, dondolante, di una carne stanca; verso di lei veniva un'altra

donna colle braccia tese e l'occhio fisso come dietro un fantasma, che

si fosse involato dal vapore ondulante sulla tinozza. Molti caduti in

ginocchio si percuotevano le mammelle, o si rotolavano sul tappeto.

Uno gridava monotonamente: oh! oh! spiccando balzi prodigiosi per

ghermire una lampada sospesa troppo in alto; una vecchia, dopo aver

corso pazzamente intorno alla sala, venne a cadere moribonda sul primo

gradino del trono.

Quello scoppio di demenze individuali era anche più insopportabile della

prima ridda. Invano Loris si richiamava alla memoria quanto aveva letto

su questi riti orientali, e le spiegazioni nevropatiche che ne dava la

scienza moderna; la scomparsa totale della personalità umana in quei

bianchi fantasmi, grottescamente saltellanti come per forza magnetica,

sconvolgeva la sua stessa ragione. Non solo non poteva comprendere quale

stato intellettuale si formasse in essi con quella voluta agonia di

tutte le forze fisiche, ma egli stesso si sentiva cogliere da qualcuno

di quegli spasimi così intensi, che nessuna crisi della vita vera,

malgrado tutte le sue tragedie, avrebbe potuto provocare.

Essi saltavano sempre con una energia inesauribile. Le loro faccie,

sudicie di sudore e bianche come la calce, esprimevano un tormento senza

nome; dai loro occhi, nei quali lo sguardo si era spento, uscivano lampi

vitrei, mentre le loro bocche incapaci di formulare più una parola si

stiravano nell'avidità febbrile della sete.

— Oh! oh! oh!

Qualcuno mormorava ancora torcendosi nelle ultime convulsioni; quella

vecchia caduta sui gradini del trono li saliva leccandovi come delle

orme invisibili, e colle mani incrociate dietro la schiena chiamava

tutti gli altri.

Allora da una porta laterale apparve un'alta figura di donna.

Loris palpitò.

La Borghiniia aveva i capelli sciolti come un immenso manto nero, che

toccava quasi il terreno; sulla fronte le tremolava una grossa stella di

brillanti. Era vestita di un accappatoio azzurro, stellato d'argento. Si

fermò sull'uscio colle braccia alte, guardando al cielo. Il suo volto

statuario, insopportabilmente bianco, pareva quello di una Niobe, tanto

era il dolore che ne gelava i lineamenti; ma le sue labbra erano più

rosse di una ferita, e i suoi occhi ingranditi dalle occhiaie livide

nuotavano in una fiamma azzurrognola. Lentamente salì al trono. Tutti

erano caduti ginocchioni, colle mani tese; alcuni piangevano.

Ella li guardò con una inesprimibile passione d'amore, incrociandosi le

braccia dietro la nuca, e arrovesciando la testa così che i capelli le

si confusero sul velluto nero del trono. Nel largo manto aperto si

scoprì nuda alla adorazione dei credenti.

Loris dal proprio uscio la vedeva di fronte, atteggiata scultoriamente

sul fondo turchino dell'accappatoio come dentro una nuvola; il suo seno

pareva di vergine, coi capezzoli rosei, e il suo ventre di madre. La

linea ondulante delle anche si piegava ai ginocchi di un'estrema

finezza, interrompendosi agli stinchi, chiusi da due monili di

brillanti; mentre le coscie, leggermente divaricate in quella violenza

del ventre proteso, mostravano ai fedeli la gloria della sua maternità

in un divino impudore.

Sorrideva. Brividi luminosi le scendevano dalla fronte per tutte le

carni, spegnendosi sul velluto del tappeto.

L'adorazione cominciava.

Tutti i volti di quei fanatici s'illuminavano della sua bellezza come

fiori ai primi raggi del sole. La tinozza le innalzava ai piedi una

nuvola molle e vorticosa, e le lampade intorno al trono impallidivano ai

bagliori della stella brillantata, che le tremolava sul capo.

Quella vecchia, rannicchiata sui gradini del trono, le si nascose sotto

il manto accovacciandovisi come una scimia e salendole colle lunghe mani

grinzose lungo le reni, mentre il viso incartapecorito le sorrideva

animalescamente al contatto aromatico di quelle carni brinate e

marmoree. Poi una giovinetta montò tremando gli scalini per abbandonarsi

sul corpo della dea, e cadde colla bocca sulla sua bocca. Ambedue

oscillarono; ma la dea si scosse rovesciando la giovinetta svenuta ai

propri piedi. Allora un hurrà fece palpitare i veli della vôlta. Tutti i

fedeli si rialzarono stringendo un'altra ronda furiosa intorno al trono.

La diva, insensibile, con quel cadavere ai piedi e quella bestia fra le

gambe, quasi sostenuta da quel manto azzurro, e pura come il marmo,

pareva sfidare coll'enigma del proprio sorriso dolentemente voluttuoso

la loro passione. Un fascino divino emanava dal suo corpo potente di

tutte le forze della maternità e fulgido di tutti gli splendori

virginei; il suo ventre palpitava più del suo seno, il sorriso le errava

come una fiamma sulla bocca rossa. Essi cantavano, urlavano

sgambettando, stirandosi, stracciandosi quasi le membra, mentre i loro

accappatoi sollevati dal vento li nascondevano quasi, e la frenesia del

loro entusiasmo scoppiava in gesti e grida cannibalesche.

Quindi la catena si spezzò in tanti anelli, che rotolarono sul

pavimento, rimbalzando intorno al trono.

La dea si raddrizzò. La sua testa olimpicamente altera conservò sulla

bocca quell'espressione dolorosa, le mani le caddero lungo i fianchi, e

le sue coscie le si allargarono ancora, mentre il ventre palpitando più

violentemente sembrava soffrire quasi le angoscie del parto.

Tutti si avventarono simultaneamente al trono per salirne i gradini,

schiacciandosi con trasporto frenetico. Erano grida rauche, urli e lotte

disperate, nelle quali l'oblìo del sesso e dell'età permetteva ogni

trionfo della forza. Ma sulla piattaforma, presso la dea, ridiventavano

improvvisamente immobili. Poi s'inginocchiavano, la baciavano ai piedi,

sui ginocchi, sotto al ventre; quindi si rialzavano barcollando, gli

uomini le baciavano il seno per memoria del latte succhiato alla

nutrice, e le donne invece si stendevano sulla sua bocca.

Ella rimaneva immota. I suoi occhi fisi sopra una lampada non avevano un

tremito, il suo ventre solo tremava sempre. Un effluvio di amore e di

terrore saliva intorno a lei coll'alito ardente di tutti i fedeli;

qualcuno dimentico delle prescrizioni terribili le errava un istante

colle mani tremule sulle carni, altri stringeva il suo manto. Una

fanciulla le era caduta bocconi ai piedi, e si lasciava schiacciare dai

sorvenienti, piuttosto che muoversi. Solo la vecchia accovacciata, sotto

il manto, sorrideva nell'orgoglio del proprio privilegio, e sfidando il

loro riserbo spaventato accarezzava colle dita il dorso della dea.

Loris si era obliato nell'incanto.

Improvvisamente la dea vibrò, tutti si ritrassero; ella, spiccando un

salto, giunse all'uscio di Loris, l'aperse e scomparve.

Loris si trovò stretto fra le sue braccia prima di aver tempo di

muoversi.

Ella lo aveva sollevato e lo portava correndo; traversarono il prato,

salirono nella casa, al buio, sino a quel gabinetto. Loris si sentì

gettato sul divano.

Poco dopo ella ritornava vestita modestamente di bruno, e si metteva ai

suoi piedi guardandolo.

Quindi gli abbandonò la testa sui ginocchi.

Loris rimase in quella casa oltre un mese. Ouliana, innamorata sino alla

sommissione, avrebbe voluto abdicare al grado di Boghiniia per andare a

vivere con lui a Mosca; ma non era abbastanza ricca per questo. In

danaro contante non possedeva allora che trentamila rubli, il resto lo

aveva profuso in gioielli e nel lusso dell'appartamento. Loris non le

aveva nemmeno detto il proprio nome, contentandosi di cangiare i vecchi

cenci in un modesto abbigliamento di gentiluomo campagnuolo.

Topine rintanato nel canile, con due grossi veltri, che lo amavano,

viveva inorgoglito di quel trionfo di Loris come di un successo

personale. Nella demenza delle proprie idee settarie egli ammetteva

solamente l'amore vagabondo per non riconoscere nel matrimonio un patto

sociale; e non diversa era l'opinione dei Klysty e della Boghiniia, che

ogni tanto prescieglieva qualcuno fra i propri adoratori. Però in quella

casa, malgrado l'intimità di una vecchia serva, colla quale s'amavano

nel più sozzo libertinaggio, Topine fu presto ripreso dal proprio umore

randagio. Una mattina ne parlò a Loris, che passeggiava meditabondo

entro lo steccato.

— Dove vai? questi gli chiese.

— A Voronege.

— Conosci il villaggio di Kourlak?

— Ho vissuto molti mesi nelle tane della sua foresta. Nel villaggio

vicino di Twer vi sono quattro _imperfetti_.

Loris si oscurò nel volto.

— Aspettami laggiù, nella foresta, fra un mese: lo voglio.

Allora Topine gli spiegò in quale tana era solito ad abitare, ma Loris

non la conosceva. Convennero quindi che Loris si sarebbe presentato a

Sevastianucko, lo stregone di Twer.

Topine partì.

Venti giorni dopo Loris rientrando nella camera di Ouliana le disse

freddamente:

— Mi occorrono ventimila rubli.

Ella balzò radiante dal letto: era la prima volta che Loris le chiedeva

qualche cosa. Aprì uno stipetto e gli presentò in un pacco tutti i buoni

di banca, che possedeva. Loris era sempre così cupo.

— Chiudili in una busta da lettera, e mettili sul tavolo da notte della

mia camera.

Ma siccome la busta vi rimase intatta quindici giorni, Ouliana finì col

credere che Loris avesse voluto fare un'esperienza su lei, domandandole

quella somma.

Poi Loris scomparve lasciandole questo biglietto laconico:

«Un giorno sarete superba per l'impiego del vostro danaro».

Nessuna firma.

Loris era partito in ferrovia per Voronege; di là venne a Twer, e seppe

da Sevastianucko che Topine doveva ritornare la sera stessa dal

villaggio di Zeutko. Quindi si avviarono insieme verso la foresta per

incontrarlo a mezza strada.

Era il plenilunio, una di quelle notti russe, quando il sole discende

appena sotto l'orizzonte, delle quali nessuna parola e nessun pennello

potrebbe esprimere la divina trasparenza e la delicatezza delle

sfumature. La luce pallida aveva al tempo stesso qualche cosa di etereo

e di vivente; si sarebbe detto che i due crepuscoli si fossero fusi

nella stessa trepidazione. Traversando quei luoghi Loris non potè

difendersi dalla tristezza delle memorie; camminava a testa bassa, in

silenzio, senza avvertire la bellezza della sera. Quando entrarono nella

foresta senza aver incontrato Topine, lo stregone prese un sentiero a

destra; dopo quindici minuti si fermarono dinanzi ad un albero, intorno

al quale densi ed alti cespugli facevano macchia. Lo stregone v'entrò.

L'albero, vacuo al piede, dava accesso ad una grotta abbastanza ampia,

nella quale Topine dormiva sopra un grosso mucchio di fieno.

Riconoscendo Loris, diè un grido.

Lo stregone aveva acceso una piccola lanterna da tasca.

— Lascia questa e vattene, gli disse Loris.

L'altro parti senza rispondere. Allora Loris uscì dalla grotta per

esaminare se la luce di quella lanternina fosse visibile fra i cespugli;

s'accorse di no.

— Sono venuto a dormire con te, dammi metà del tuo fieno.

Il suo disegno, non ancora ben chiaro, era d'impadronirsi di Tatiana.

L'indomani mandò Topine dallo stregone per sapere notizie del castello.

Questi, che vi aveva qualche aderenza nel servidorame, fu largo

d'informazioni: il vecchio principe, declinando sempre più, non usciva

che di rado in carrozza con madama di Aubrivilliers e Andrea

l'intendente. Tatiana era stata lungamente ammalata, e proprio uno

stregone, non egli, l'aveva guarita. Ora brillava di salute e di

bellezza.

Dal principio della primavera si era data a percorrere le campagne con

Vaska, cacciando e correndo sempre a cavallo. Era l'ammirazione di

tutti. Qualche volta usciva sola sopra un alto baio, incredibilmente

secco e leggero, un cavallo inglese, del quale lo stregone parlava con

disprezzo.

Adesso erano in visita al castello le contessine Oglobine.

Lo stregone promise di andare al castello; tre giorni dopo recò altre

notizie. L'indomani, nel pomeriggio, le signorine attraverserebbero la

foresta per recarsi allo stagno di Asok; Tatiana monterebbe il suo

cavallo inglese, le contessine la seguirebbero su due morelli russi. Ma

Tatiana aveva detto segretamente con Vaska, che le perderebbe a mezzo la

foresta, prendendo il sentiero degli androni per giungere prima allo

stagno.

Loris da tre giorni nascosto in quella tana, ove Topine gli portava i

viveri dal villaggio per mezzo di Sevastianucko, concepì tosto

l'agguato. Era sicuro di Topine. Lo Strannik non aveva che due vizî, la

vodka e le donne; pel resto si poteva fidarsene a tutta prova. La notte

usciva spesso dalla tana per andare al villaggio di Twer, dove aveva più

di un'amica, e ne ritornava quasi sempre ubbriaco. Loris l'interpellò

bruscamente:

— Andrai subito a Kourlak da Elia Mitolka, il fabbro; comprerai dieci

metri di filo di ferro del numero cinque. Se torni ubbriaco ti spacco la

testa, gli disse mostrandogli una piccola rivoltella.

La faccia di Loris era fosca.

— Che c'è, _barine_?

— Domani tenteremo la prima vendetta; ne va della nostra vita.

Topine eseguì puntualmente la commissione.

In tutto il resto della giornata Loris studiò la foresta per indovinare

da qual punto entrerebbe la comitiva, e come si dividerebbe pei

sentieri. Quasi tutti conducevano allo stagno di Asok, famoso nei

dintorni per la pesca delle anguille; ma il più breve ed insieme il più

pericoloso era appunto quello degli androni, attraverso un'avvallamento

del suolo dovuto ad antico lavorìo delle acque, abbastanza bello di

selvaggia orridezza. Loris sapeva che fra quelle anfrattuosità v'era una

caverna, nella quale più di una volta aveva riposato da fanciullo col

babbo. La rinvenne. Un folto di pruni selvatici, fra cui i cani stessi

avrebbero stentato a cacciarsi, la nascondeva ad ogni sguardo. Ordinò a

Topine di portarvi la lucernina, provò se dal di fuori la sua luce si

scorgesse, e vi fece disporre due grossi fasci di fieno. Uno avrebbe

servito da letto, l'altro per otturare ermeticamente l'ingresso.

— Di chi ti vendicherai, _barine_?

— Di una principessa.

— Oh! esclamò Topine passandosi con atto goloso una mano sulla barba

sempre impegolata di marcia: pane bianco! Come faremo?

— Te lo dirò domani.

Quella notte Loris avrebbe scommesso di avere la febbre. Gli pareva di

vedere Tatiana in mille modi, ascoltava la sua voce fra un murmure

lontano di applausi e di fischi per quest'opera di vendetta, nella quale

una principessa bella e vergine avrebbe pagato per tutta l'aristocrazia.

Poi, a certi momenti, temeva di venir meno nella stretta suprema, e si

sferzava colle ingiurie per esasperare il proprio odio.

Prima ancora che l'alba sorgesse vagava già per la foresta. Tutto era

incanto. Le macchie splendevano di fiori, l'erba mormorava; gli uccelli

vagavano a stormi o cantavano solitari, gli insetti ronzavano a nuvole

entro le pezze di sole distese fino a terra dai rami degli alberi. Una

freschezza innocente saliva dagli antri più cupi della foresta, dove

l'ombra ed il freddo, in altra stagione, soffiavano indefinibili

terrori.

Ma Loris s'irritò di quella pace. Nella caverna trovò Topine attaccato

al fiasco della vodka.

— Non voglio che t'ubbriachi quest'oggi, gli gridò strappandoglielo.

Poi uscirono assieme. Loris credeva di non ingannarsi sul punto, ove

entrerebbe la comitiva: sarebbe nello spiazzo della grande betulla di

Sant'Elia, perchè un'immagine del santo era confitta nel suo tronco

biancastro. Topine sollevava difficoltà per ostentare la propria

conoscenza della foresta; finalmente convennero di tutto.

— Ma se pigliano invece dallo sbocco della Cerva? obbiettò ancora

Topine.

Loris gli rispose con una bestemmia, e andò a mettersi in agguato.

Fumava. Topine, che non poteva ammettere questo per le proprie idee

settarie, gli chiese un mozzicone di sigaro per farne una cicca.

Attesero lungamente. L'aria era snervante malgrado il vento odoroso, che

susurrava fra gli alberi. Tratto tratto minimi rumori sembravano

ingigantirsi e vanire; qualche animale invisibile passava stornendo fra

i cespugli. Loris s'incantò a guardare un ramarro, che lo spiava. Poi

udirono delle voci e dei passi frettolosi; erano due servi del castello,

e due mugiks carichi di attrezzi da pesca, che si affrettavano verso lo

stagno. Avevano preso per quel sentiero degli androni.

Passò ancora del tempo. Loris e Topine erano sdraiati a poca distanza,

questi pareva sonnecchiare; sulla faccia di Loris passavano a quando a

quando delle nuvole. Era vestito elegantemente di un panno cenerino, due

stivali molli e giallognoli gli arrivavano alle ginocchia; una camicia

di seta a fiorelli su fondo paglino, aperta sul collo e rattenuta da una

cravatta svolazzante, gli scopriva la sommità del petto bianco come

quello di una donna. La barba tagliata a punta dava un'aria marziale al

suo viso, rimasto ancora delicato malgrado il sole e il freddo della

steppa. Aveva gettato sull'erba il cappello bianco a larga tesa.

— Eccola! esclamò.

S'udiva da lungi il latrato di un cane. Loris e Topine s'alzarono a

disporre l'agguato, nascondendosi reciprocamente dentro la macchia, per

la quale passava il sentiero e tendendovi il filo. Ne avevano piegato i

capi a cerchio, tenendoli stretti in pugno con un fazzoletto per non

farsi tagliare le dita dallo strappo, quando il cavallo vi avrebbe

urtato. Se non fosse stata Tatiana, bastava abbassare il filo sino a

terra, che niuno se ne sarebbe accorto.

Loris si sentiva battere furiosamente il cuore, non poteva star fermo.

Ogni tanto sporgeva la testa dai cespugli, non capiva quasi più, e si

pentiva bestemmiando ferocemente per affrettare la catastrofe. Distinse

il fremito di un uccello fra le fronde.

Poi un galoppo poderoso risuonò, le piante stormivano; una voce

femminile gridò:

— Ohep!

Loris alzando imprudentemente il capo vide a poca distanza una figura di

donna con un lungo velo bianco svolazzante dal cappello a cilindro,

curva sul collo di un gran cavallo baio lanciato alla carriera.

— Topine! gridò.

Fu un attimo. Forse la donna aveva udito, ma non avrebbe potuto frenare

il cavallo; poi un impeto come di valanga rovesciò tutto, e Loris e

Topine si trovarono addosso al cavallo caduto, colla faccia graffiata

dagli stecchi, travolti, quasi schiacciati, perchè il filo non si era

rotto. Il cavallo pareva tramortito, la donna, sbalzata di sella a

cinque passi, si rialzava. Ci fu un minuto d'incertezza.

Ella si rivolse.

— Topine! urlò Loris già in piedi. L'altro si levò pesantemente, ma

scorta la donna si slanciò; parve un lupo, la rovesciò, le gettò le

sottane sul capo, gliele fasciò strettamente, e con quel fardello,

tutt'altro che leggero sulle braccia, si mise a correre rapidamente.

Quel latrato si perdeva in lontananza.

Il cavallo, che si era rotta una gamba, gettò un nitrito doloroso

tentando di rizzarsi.

Loris si voltò involontariamente a guardarlo dalla svolta del sentiero,

precipitandosi dietro Topine.

Fu una corsa di pochi minuti, penetrarono nella macchia quasi

contemporaneamente. Nella caverna la lanternina agitava una luce fioca.

Topine gettò la donna sul mucchio di fieno, appoggiandosi per non cadere

alla parete, e cercando cogli occhi il fiasco della vodka.

La donna balzò in piedi; le vesti le si abbassarono sugli stivali, si

tastò istintivamente il cappellino a cilindro, di felpa nera, tutto

ammaccato. Era rossa dalla soffocazione delle vesti. I suoi occhi gonfi

sulle prime non discernerono nulla, poi vide Loris senza riconoscerlo;

Topine restava dietro di lei. Tatiana travide la sua figura mostruosa,

colla barba, così vestito di pelli, e rinculò guardando l'altro.

Allora le sfuggì un grido.

Loris spinse l'altro fascio di fieno all'imboccatura della caverna.

Quando si rivoltò, Tatiana non si era ancora riavuta. Adesso la poca

luce della lucerna bastava a tutti e tre per esaminarsi minutamente.

Nessuno parlava, si sentiva il rantolo di Topine diminuire a poco a

poco.

Loris incrociò teatralmente le braccia. Gli era caduto il cappello, la

sua bella testa aveva un'espressione satanica di trionfo, guardandola

cogli occhi fissi.

Ella levò il capo.

— Un agguato! esclamò con voce tremula.

L'altro non rispose.

Tre persone erano troppe in quella caverna, nella quale si sarebbero

toccate al più piccolo gesto. L'amazzone verde di Tatiana, diventata

nera nella penombra, era rimasta colla coda sul fieno; ella se ne avvide

e con un moto di pudore istintivo se la ravvicinò ai piedi. Il loro

imbarazzo cresceva.

— Perchè mi avete rapita? gridò finalmente Tatiana con tutta l'alterigia

del proprio carattere.

— Credo che vi sarà difficile indovinarlo.

— Infatti se avete sperato, che cederei così alla vostra violenza, vi

siete ingannato grossolanamente.

— Meno di voi, principessa, che vi credete ancora tanto amata che vi si

rubi per possedervi, ribattè Loris con gelida ironia.

Tatiana vacillò, non comprendeva più.

Egli parve contemplarla con ammirazione. Infatti così vestita, con

quell'amazzone che le guantava mirabilmente il busto, un grande mazzo di

capelli biondi rialzato sulla nuca sotto il cappellino, cui le

ammaccature sembravano dare un'aria biricchina, pareva anche più bella.

Il velo bianco le era caduto sul ventre come una falda di neve.

— Eppure, seguitò Loris lentamente, siete diventata più bella. Ti piace,

Topine?

— Vieni qui, esclamò improvvisamente.

Topine gli si accostò.

— Ti piace? Guardala bene, è una principessa.

Topine aveva sbarrato gli occhi, e guatava estatico quell'incantevole

figura di giovanetta tremante, col seno che le palpitava perdutamente.

Ma guardandola un luccichìo gli si accendeva negli occhi bianchi, poi

sbirciava il padrone come un cane.

— E bella, non è vero? Nella tua miseria non ne hai avuto mai un'altra

come questa. Solo le donne dei signori sono così belle, ma sono anche

più vili delle altre donne. Sono capaci di far frustare un povero che le

ami, e di riderne.

Tatiana fremè; avrebbe voluto rispondere, ma un terrore inesplicabile la

dominava. Le sue labbra tremavano, chiuse gli occhi. Loris attese che li

riaprisse.

Tatiana si sentiva girare quella caverna intorno, un brivido freddo le

scendeva lungo il dorso sino ai piedi. Un tremito della lucerna le parve

l'ultimo incomprensibile schianto. Balzò indietro spaurita, urtando nel

fieno, quasi vi cadde.

Loris ebbe ancora un sorriso.

— Ti piace? mormorò posando una mano sulla spalla di Topine e

carezzandolo come un animale: da migliaia d'anni i pari tuoi soffrono

tutte le fami.

Sulla faccia di Topine apparve un sogghigno bestiale.

— Mangia, disse Loris spingendolo violentemente su Tatiana.

Allora avvenne una scena orribile. Topine traballando cadde quasi su di

lei, e l'abbracciò così che si rovesciarono entrambi sul fieno. Ella si

dibatteva furiosamente, quasi soffocata dalla stretta erculea di

quell'uomo, che non sapeva ancora tutto quanto voleva, e le pesava

addosso con tutto il corpo. Topine le stava sopra alla bocca colla vasta

ulcera del lupus, schiacciandole quasi il petto, mentre ella faceva

sforzi prodigiosi per scostare la faccia, cercando cogli speroni di

ferirgli le gambe.

— Ah! mordi, gridò ad una speronata, che gli ferì il polpaccio. Quindi

sollevandola robustamente la conficcò con una mano nel fieno e le calcò

un ginocchio sul ventre.

Tatiana rantolò.

Ma al contatto di quel corpo Topine si sentiva infiammare. Un calore

spasmodico gli serpeggiava nelle vene e sulla pelle, facendogli come

scottare i cenci che la coprivano. Era diventato scarlatto, cogli occhi

bianchi pieni di sangue, la bocca aperta famelicamente; una riga di

marcia gli colava adagio per la barba. Egli contemplava Tatiana, quasi

svenuta sotto la sua mano, sentendo col ginocchio il palpito molle del

suo ventre.

Un urlo sordo sfuggì al petto di Topine, che ritirò vivamente la mano

dal collo di Tatiana per portarsela sotto la casacca. A quell'atto Loris

si sentì come uno schiaffo sul volto. Ma fu un attimo. La mano di Topine

era già scomparsa sotto le gonnelle di Tatiana, raspando ferocemente.

Ella tentò ancora di sollevarsi, ma Topine più rapido le entrò tutto fra

le ginocchia slargandole, e le traboccò sul collo.

La lotta ricominciò più atroce e più pazza. Ella si divincolava cercando

di sfuggire sul fieno, egli le aveva messo un gomito sul collo e la

soffocava tenendole sempre la mano sotto le sottane, oscillando alle

scosse, che ella gli imprimeva, e perdendo spesso l'equilibrio.

Rantolavano. Il cappellino di Tatiana rotolò sul fieno e cadde

dall'altro lato con suono sordo; ella si volse macchinalmente a

guardarlo. Topine ne profittò per spingersi oltre, ritirando un istante

la mano e ricacciandogliela subito dopo sotto il ventre.

Tatiana gettò un urlo insopportabile.

— Loris... Loris!...

Con una suprema convulsione di vergine fece arco della testa sul fieno

e, puntando ambo i pugni al volto di Topine, lo respinse.

Loris vide Topine staccarsi dal suo grembo, ove le sottane lo

nascondevano a mezzo. Tatiana rimase scoperta fino a mezzo le coscie; i

suoi stivali alla scudiera parevano stravaganti in quel momento. Ma

Topine le si riavventò addosso mormorando fra i denti, lottarono ancora;

Loris intese un'altra volta il proprio nome, poi Topine furibondo

scagliò un pugno sulla testa di Tatiana, che gettò un sordo gemito, e

sollevandole tutte in pugno le sottane le si distese rabbiosamente

sopra.

Ella tremava ancora. La sua testa semisvenuta si muoveva spasmodicamente

sul fieno, mentre il petto le si sollevava spaventosamente.

— Ah! le sfuggi in un gridò straziante, cui ne segui un altro selvaggio

di Topine, che si squassava su lei.

Loris incontrando lo sguardo agonizzante di Tatiana dovette abbassare il

proprio.

Tatiana si senti morire.

Quando rinvenne, si trovò sotto Topine assopito sulla sua faccia; la

marcia del lupus le aveva macchiato tutto il mento. Ebbe uno sguardo

vago, poi vide Loris colle braccia incrociate, che la contemplava,

pallido come un morto.

Allora con un balzo respinse Topine, e cadde dall'altro lato del fieno

raggomitolata alle pareti. Si sentiva ferita, sanguinante. Tutto un

mondo era crollato dentro di lei; Topine stava rovesciato per terra,

laidamente sozzo di sangue e di bava.

Loris volse le spalle a Tatiana afferrando Topine per un braccio.

— Vattene.

L'altro si riassettava istintivamente con una mano, cercando Tatiana

collo sguardo.

— Vattene, gli ripetè con voce piena di fremiti Loris, spingendolo verso

rimboccatura, e spostandone con un piede il fascio, che l'otturava.

Topine esitava.

Ma Loris si cacciò vivamente la mano in tasca, ne trasse la rivoltella,

e a denti stretti gli susurrò:

— Vattene o ti uccido.

Topine uscì.

Loris non si rivolse, voleva dar tempo a Tatiana di rimettersi. Quei

minuti gli parvero un secolo. Non poteva più respirare in quella

caverna, nè ritrovare il proprio equilibrio; finalmente intendendo un

moto di Tatiana si voltò.

Ella aveva già raccolto il cappellino, era disfatta, incredibilmente più

bella. Si vedeva che non poteva camminare; una vergogna inconsolabile

trapelava dal suo stupore di ammalata.

Loris s'intese prendere alla gola da una pietà quasi egualmente

desolata, ma facendo un ultimo sforzo raccolse il proprio cappello

bianco a larga tesa, e si avanzò d'un passo.

Temeva quasi di non poter parlare: Tatiana lo guardava intontita, come

interrogandolo sul perchè di quell'assassinio con tale tragica

incoscienza che Loris indietreggiò.

Perchè aveva egli fatto così?

Allora Loris, che non voleva perdere dopo la vittoria, trovò nella

perfidia della propria vanità una suprema ingiuria:

— Ora, principessa, vi sfido a denunziarmi.

Ed uscì.

Il Nemico, vol. II · 第 8 / 16 题