vostre parole, che valutiamo meno dei beli del somaro e del porco,
possono offendere) noi non abbiamo che ad applaudire, e di tutto cuore
dividere le note responsive che ha apposte nel numero 591 della ridetta
Gazzetta del sabato 16 maggio 1835 sotto la vostra stampa imbecille, con
sua firma a faccia scoperta, il prelodato Direttore Cesare Carlo Galvani
nostro pregiatissimo padrone, ed intrinseco amico. Il difetto che
riscontriamo in queste sapienti note consiste nell'estrema moderazione e
riserva che usa seco voi, virtú che se è pregiabile in sé stessa, e
degna della cortesia, urbanità e gentilezza che lo distinguono, diviene
a senso nostro, non lieve difetto praticata con un' _(sic)_ automa qual
siete voi stesso. Difatti se voi, o altri vostri complici e compagni ci
domandassero con qual giustizia noi azzardiamo segnalarvi con epiteti sí
espressivi e caratteristici, noi che godiamo la fortuna di non avervi
mai conosciuto personalmente, risponderemmo che non può non essere che
un uomo di tal calibro quello che ha ardito qualificare il Principe di
Canosa per _un villano_, e per _un uomo stolidamente torbido e
vituperevolmente irrequieto_; quello che di piú, senza provocazione ha
osato lacerare la fama ed i principî della Gazzetta — _La Voce della
Verità_ — unico giornale che polemicamente conservi, ed intrinsecamente
difenda, vendichi e tuteli l'onore d'Italia presso le presenti e future
generazioni; quello che si dichiara il protettore e propugnatore del
pestifero, farisaico, buffonesco giornale dell'Antologia di Firenze, di
quella Antologia, che attraverso la sua innocenza _battesimale_ pretesa,
non poté non eccitare per la soppressione, le provvide illuminate
determinazioni del Governo Toscano, sebbene indulgentissimo._
_Esposta dunque la congruità dei nostri epiteti, ed i motivi pei quali
(sebbene insultati di persona pure nelle villanie vomitate contro _La
Voce della Verità_, essendo noi, da anni della medesima, continui,
dichiarati con firma, e zelanti collaboratori) ci asteniamo nondimeno da
aggiungere e da rincarare sulla difesa fattane dall'ottimo Direttore,
dichiariamo, Signor Niccolò Tommaséo bestialissimo, che l'oggetto
speciale della presente lettera, che soffriamo il vituperio di
dirigervi, riguarda la persona eccelsa del Principe di Canosa che da
quindici anni conosciamo con intrinsichezza, e veneriamo come l'uomo
sommo in Italia dei tempi moderni, l'unico e degno esemplare dei
difensori dell'Altare e del Trono, dell'ordine e della giustizia, del
grande e dell'utile, del giusto del vero e dell'onesto. Verissimo, come
ha osservato nelle sue citate note l'ottimo Direttore della _Voce della
Verità_, che non importerebbe prendere le difese di un esimio
Personaggio, il quale sa abbastanza difendersi da se medesimo, ed alle
di cui molteplici luminose opere non si è trovato dalla malignità piú
diabolica altro argomento di confutazione che dell'ingiurie villane e
sconnesse; nonostante, seguendo noi l'esempio del nostro eccelso amico
il Principe di Canosa stesso, che ha sempre ribattuti, colla sua penna
maestra, i libelli imbecillissimi contro di lui comparsi dei tartufi
liberaleschi settarî, noi caldissimi d'attaccamento per lui, non
resteremo in silenzio, ed il poco che diremo sarà il lampo del molto e
del fortissimo che egli da se stesso scriverà appena verrà in cognizione
delle brutali villanie di voi signor Tommaséo bestialissimo. Noi adunque
mostreremo alcuni dei suoi insigni pregi e meriti consacrati nel
santuario della verità, e tanto piú insigni e chiari, se esso non ne ha
goduto la ricompensa, e se i soli posteri saranno quelli che gliene
tributeranno omaggio e gratitudine. Nell'esporre simili pregi e meriti,
noi intendiamo di ribattere, con arme proporzionata, le villanie del
Tommaséo contenute nella sua recente orridissima stampa._
_I Pifferi di Montagna grandi e piccoli dovrebbero in primo luogo avervi
dimostrato, signor Tommaséo bestialissimo, quanto voi siate bugiardo e
somaro nello scrivere ed asserire che il Principe di Canosa sia stato
cacciato da Napoli, e dalla Toscana. Ecco in qual senso voi dovevate
apprezzare e considerare per inspiratore della Gazzetta — _La Voce della
Verità_ — l'autore dei Pifferi di Montagna. Ciò premesso, noi
esclameremo, che le gesta del Principe di Canosa sono note all'Italia ed
all'Europa, e l'istoria imparziale le registrerà nei fatti sacri
all'onore patrizio e cavalleresco, negli annali della vera scienza
politica e governativa; le di lui opere molteplici ne costituiranno le
prove, e collocandolo a lato degli uomini insigni che ammiriamo, lo
vendicheranno delle amarezze ed ingratitudini pregnanti che soffre ed ha
sofferte. Infatti, Signor Tommaséo bestialissimo, voi avreste dovuto
sapere che la prepotente onnipotenza di Napoleone non potè scuotere
l'imperturbabile fermezza, coraggio e vigore di Canosa, e che i di lui
satelliti intronizzati a Napoli trovarono nel medesimo un avversario che
sconcertò e piú volte distrusse le inique loro manovre vilissime.
Avreste dovuto sapere che quando la reale dinastia dei Borboni trovavasi
vincolata in Sicilia, ove piú vegetativa che governativa la vita menava
sotto le coazioni del gravoso protettorato inglese, i buoni sudditi e
cittadini fisse teneano le pupille sopra Canosa; lui solo riputavano
capace di parlare la verità al suo re, di non transigere cogli stranieri
dominanti; e di fatti sempre degno di mantenere, anzi ogni dí meritò
maggiormente simile lusinghiera immacolata opinione. In tal modo il
partito legittimista per Lui aumentavasi ed invigorivasi, di guisaché
molteplici sforzi operare dovevano i ministri settarî, che il regno di
Napoli e Sicilia dopo la restaurazione diressero per menomarlo ed
avvilirlo, né mai però coi loro diabolici conati pervennero ad
onninamente distruggerlo. Avreste dovuto sapere, Signor Tommaséo
bestialissimo, che il Principe di Canosa nelle sue prolungate militari
fazioni di Ponsa etc., e nei suoi due periodi di ministro d'alta polizia
in Napoli, non ha errato in un solo vaticinio, né altro caldo agitava né
agita la sua testa che quello di realizzare il vero segreto e specifico
per deprimere in eterno i bollori delle rivoluzioni e dei rivoluzionarî:
che sempre propose ed indicò soggetti da impiegarsi con tatto pronto e
sicuro: che se i di lui consigli fossero stati seguiti, la giustizia
distributiva e commutativa non avrebbe sofferto tante enormi lesioni, ed
i governi non si troverebbero nella posizione umiliante difficilissima e
spaventevole di non scorgere altro scampo e rifugio che le baionette ed
i cannoni. Avreste dovuto sapere, Signor Tommaséo bestialissimo, che i
meriti del Principe di Canosa andarono aumentando dopo le _gloriose
giornate francesi Lugliatiche_. Lo spirito pubblico legittimista
languiva maggiormente nell'Italia centrale nel 1831 prostrato dai
parosismi della rivoluzione. Tanti e tanti ottimi sudditi della
legittimità avviliti, timidi, in ispecie in Romagna, soffrivano le
rampogne i motteggi e le oltraggianti calunnie che i settarî e i
giornali venduti alla _Propaganda_ ed alla esiziale, cosí detta,
_giovine Italia_ lanciavano frequentemente, con audacia demagogica
furibonda, contro i migliori Sovrani della nostra penisola, contro il
Clero secolare e regolare, ed in particolar modo, contro la celebre e
benemerita Compagnia gesuitica, e persino oh! raccapriccio! contro lo
stesso Vicario di Gesú Cristo!!! In questa crisi di apatia, di paura, di
scoraggiamento nei buoni, chi si alzò animoso a difendere i depressi, a
confortare gli spiriti avviliti, a porre un argine, in una parola, al
torrente rivoluzionario straripato e impetuoso? Fu il Principe di
Canosa, Signor Tommaséo bestialissimo. Chi se non il Principe di Canosa
imperterrito, mentre altri legittimisti palpitavano del pugnale
liberalesco e delle future minacciate vendette dalla diabolica
_Propaganda_, impugnò il brando, uscí solo avanti a tutti per porsi alla
testa della nuova crociata dei difensori dell'Altare e del Trono? Chi
infuse il novello coraggio al legittimismo italiano, onde osarono i
buoni dichiararsi, a visiera alzata, per veri ed intrepidi legittimisti?
Questo vigore legittimista, quest'unico, sovrabbondante riparo alle
devastazioni liberalesche settarie, tutto è dovuto al Principe di
Canosa; è dovuto al diluvio dei suoi opuscoli che disingannarono
infiniti sedotti, ed arrossire fecero e ricredere i Liberali in buona
fede; è dovuto al giornale della _Voce della Verità_, suscitato a di lui
pensiero, premure ed istanze, giornale che esso illustrò con
intrepidissimi e dottissimi articoli, giornale che altri ne svegliò
d'eguale spirito e dottrina, come _La Voce della Ragione_ etc. etc.,
giornale che esaltò i vantaggi religiosi e politici delle missioni
Apostoliche, quali riportarono e riportano frutti ubertissimi che fanno
e fecero schiantare di rabbia i corifei balbuzienti delle odierne
infernali dottrine e teorie, giornale infine che presagí, consolidò e
commendò l'istituzione preziosissima in Italia dei Militi volontarî etc.
etc. etc., giornale che suscita ed ogni dí aumenta la vostra bile
rivoluzionaria._
_Ed un Personaggio di questa portata, martire, quasi diremo, della
legittimità e della fedeltà, deve qualificarsi di villano, di
stolidamente torbido, e vituperevolmente irrequieto?!!! Di Villano, un
Personaggio che, anche per chiarezza ed antichità di natali, per gesta
gloriose e celebri di antenati, non la cede che alle dinastie regnanti
d'Europa?!!! Ah! Signor Niccolò Tommaséo, voi siete piú che
bestialissimo, e noi siamo assai discreti a caratterizzarvi come vi
abbiamo epitetato!!! Sí, voi piú che bestialissimo, e noi piú che
discretissimi! Senonché, questi meriti sommi del Principe di Canosa
(appena in parte annunziati e nemmeno esornati, se consideriamo la
importanza dei medesimi, e l'intero corso della sua vita non giovine
ripieno di classiche gesta) per Voi, signor Tommaséo bestialissimo, non
sono meriti, ma colpe e delitti enormissimi. Se, diretti dal semplice
senso comune, non si può essere nemici _politicamente_ del Principe di
Canosa (come abbiamo asserito in altro nostro scritto) o senza una
completa aberrazione di idee, o sivvero senza esserlo al tempo stesso
della causa augusta della religiosa e politica legittimità; Voi al
certo, Signor Tommaséo, o siete un matto frenetico da esser subito
rinchiuso, o il nemico piú acerrimo, sebbene miserabile ed impotente, di
Iddio e degli uomini. Talché noi nel terminare la presente lettera, alla
quale desideriamo da voi pronta risposta ed ogni maggiore pubblicità,
non sapremmo rinvenire frase piú opportuna e categorica di complimento
da dirigersi a voi ed ai vostri complici e compagni, che quella citata
nella sua prima nota del predetto ottimo Direttore della Gazzetta — _La
Voce della Verità_ — per cui lo scrittore romano nel Ponto doveva
concedere — _Barbarus his ego sum_._
_Di Voi Signor Niccolò Tommaséo bestialissimo etc. etc. etc._
Senza timore né di veleni né di stili
IL BALI COSIMO ANDREA SANMINIATELLI„.
APPENDICE XXIII (pag. 368).
_Seconda difesa di Gian Pietro Vieusseux fatta da Niccolò Tommaséo._
_La Voce della Verità._
II.
Alle prime menzogne il giornale di Modena sopraggiunge menzogne nuove:
né io le degnerei di risposta se alla pace d'un onest'uomo e caro a me
non fosse insidiato da costoro, e fatto oltraggio alla equità del
governo toscano.
Io li chiamai mentitori perché di sommosse parlando accennarono a G. P.
Vieusseux. Mentitori, perché alle _parti deteriori_ del popolo italiano
lo aggregarono e alle _classi immorali_. Mentitori, perché lo
immischiavano a non so che sognati _bagordi_. Ed eglino, per rispondere
a tali accuse, domandano tempo. Mentitori li chiamai perché profanarono
con calunnia i sacrarii delle tombe, e dissero che certe esequie
riescirono in profani sollazzi: ed eglino afferman ora che le lor parole
non furono mai potute smentire. Mentitori li chiamai perché
l'_Antologia_ denunziarono come congiura, l'_Antologia_ alla qual tanti
uomini onorati da' governi italiani ebbero parte. Ed eglino danno in
risposta un frammento di lettera inedita (smentito dai fatti, poiché se
il Lucchesini credeva pericoloso quel giornale, l'avrebbe dimostrato
altrimenti); citano la sentenza d'un dotto archeologo, dalla qual si
conchiude che lo Zannoni, uomo avveduto del par che buono,
nell'_Antologia_ non volle mai né seppe discernere quella congiura tanto
evidentemente scellerata: e degli altri da me nominati, uomini non men
pii e non men probi, si tacciono. Mentitori li chiamai perché da' tipi
di G. P. Vieusseux dissero escito uno scritto ancor piú stolto che reo:
intanto che G. P. Vieusseux non ebbe mai tipi suoi. Ed eglino
stupidamente ripetono la menzogna confessando l'inganno. Mentitori
perché tacciarono di menzognero il governo toscano la cui censura
permise al Vieusseux di chiamarli calunniatori e bugiardi. Mentitori
perché, di zelo ammantati, la carità del Vangelo rinnegano, spargon
l'odio, il sospetto, lo scherno. Ed eglino confessano la loro esser voce
di scherno.
Ed ora mentitori li chiamo perché nelle menzogne invereconde persistono.
Mentitori perché sull'autorità di libro non autorevole fondan le loro
diffamazioni, e scusan poi non so chi d'_allungare_ quel libro; e
allungare nel lor cosacco linguaggio vale diffondere. Mentitori perché
non solo a G. P. Vieusseux recano dello scritto accennato la stampa, ma
gli antologisti ne fanno affissori ai canti delle pubbliche vie.
Mentitori perché ad un fatto da me rammentato e solo valevole a
dileguare ogni accusa (non aver mai il governo toscano volte le indagini
contro il Vieusseux) rispondono: _non ne sappiam nulla, e non ce
n'importa._ E a loro la verità non importa, e in cose che non sanno
fondano la delazione, i delatori abiettissimi; e il governo toscano che
le sa, vengono provocando e alla sua giustizia insultando. Mentitori
perché s'ingegnano versar la calunnia sul buon prete e caro al governo
austriaco, l'Aporti. Mentitori perché d'un giornale approvato dal
governo di Napoli voglion fare un delitto, e spargere sul nuovo
direttore il velen de' sospetti. Mentitori perché negano collaboratori a
quel giornale uomini probi e credenti, e dall'autorità rispettati: dico
_rispettati_, e sappia _La Voce_ di Modena che i buoni governi
rispettano gli uomini rispettabili; e s'ella non intende il senso di
questa parola lo cerchi in quel dizionario dov'è registrato il verbo
_allungare_. Mentitori perché del gabinetto di G. P. Vieusseux fanno un
centro di _tenebrose mene_; e tali chiamano le opere da lui diffuse, il
dizionario geografico dal Granduca di Toscana generosamente premiato; e
le altre che già noverai.
Stoltamente mentitori li chiamo, perché con risposta lunga quasi tre
volte piú dello scritto mio, pur uno de' miei argomenti ribattere
davvero non sanno. Stoltamente mentitori, perché mentre si fingono alla
potestà devoti, incolpano i principi tutti d'imbecille o colpevole
connivenza. Stoltamente mentitori, perché citano a danno
dell'_Antologia_ le parole del _Journal des Savants_ che le rimprovera
_les doctrines philosophiques et littéraires des derniers temps_: e chi
conosce quel giornale ben sa che le dottrine a lui piú care son le
dottrine dell'età di Voltaire, lo sa nemico ai romantici che religione
cantarono e a que' del _Globo_ che la spiritual natura dell'anima
difendevano. Stoltamente mentitori perché, da me tacciati di falso zelo
ed ipocrita, tacciano l'_interna malvagità_ degli avversarî loro, e le
_teorie degne del capestro_ e le _malizie lambiccate in inferno_: ed
eglino che si confessan voce di scherno, ch'esultano negli scandali e
nelle pene, eglin trovano nella mia risposta _soggetto di pianto_; e
vogliono _forzare all'ozio_ (all'ozio, intendete?) chi loro non garba; e
chi loro non garba paragonano al _ladro_, al _tagliaborse_,
all'_assassino_; e gli danno lo _stilo_, il _coltello_, il _pugnale_, il
_nappo del tossico_, e lo assomigliano ai crocifissori di Cristo; e gli
veggono in fronte _macchie di sangue_; e lo chiamano _a partecipanza_
(nuove voci bisognano alla nuova stoltezza) _a partecipanza_ lo chiamano
di non so che rimorsi e delitti. E chi queste cose scrive, e si lagna
d'essere _vituperato_, e parla di _pantano_ e di _sozzura_ e di
_mondezzaio_, ha nome Cesare Carlo Galvani.
I' lo compiango, non l'odio. Né (dimostrato una volta chi sien costoro,
e condannatili a ristampare la propria sentenza) scenderò piú, se non
mosso da dovere urgente, a risposta. Mel vieta e l'animo da altre cure
oppresso, e carità dell'Italia.
N. TOMMASÉO.
29 maggio 1835, Parigi.
_Dai tipi di Pihan Delaforest_ (_Morinval_)
APPENDICE XXIV (pag. 376).
_Circolare del Vieusseux, del 20 gennaio 1848._
“..... Allorché, dando ascolto a un sentimento mio proprio e agli
amorevoli incitamenti de' miei amici, io mandai in pubblico il manifesto
della _Fenice_, sperava che l'annuncio della resurrezione
dell'_Antologia_ sarebbe giunto gradito all'universale. Né m'ingannai;
imperciocchè buon numero di sottoscrittori, e promesse di collaborazione
da tutte le Provincie d'Italia, vennero subito a confortarmi nel nuovo
disegno. Ma allora io non poteva misurare per quanto spazio si sarebbe
esteso il magnifico movimento politico, del quale Pio IX e Leopoldo II,
colla legge sulla stampa, avevano dato il segnale; ed ancor meno poteva
prevedere i gagliardi effetti che ne sarebbero con sí mirabile
sollecitudine seguitati.
Ma non sí tosto nel regno Lombardo Veneto fu conosciuto il mio
_Manifesto_, che contro la _Fenice_ fu bandito il decreto di
proibizione. Da ciò presi certezza che il mio giornale non sarebbe stato
ammesso neppure a Napoli, a Parma, a Modena. D'altronde, la stampa
politica, e soprattutto la quotidiana, prese in poco tempo tale
importanza, e attrasse talmente l'attenzione del pubblico, che ogni
giorno s'affacciavano a me nuovi ostacoli da superare. Quindi mi
nacquero dubbi sulla opportunità del mio progetto: e anzi che metter
subito mano all'opera, stimai prudente consiglio aspettare il mese
d'ottobre. Venuto l'ottobre, i miei dubbi invece di scemare
s'accrebbero. Mi restava però qualche speranza che la _Fenice_ avrebbe
potuto aver principio col gennaio del 1848. Ma erano illusioni... Ognor
piú gli spiriti van rivolgendosi alla politica; ed un giornale mensile,
come dovrebb'essere la _Fenice_, essenzialmente filosofico, scientifico
e letterario, non troverebbe che scarso numero d'associati, e non
potrebbe sostenersi che mediante rilevanti sacrifizi pecuniari.
Per tali ragioni, non senza provar vivissimo dispiacere, debbo
rinunziare (almeno per ora) a mandare ad effetto il mio disegno, ed
aspettare a riprenderlo tempi piú propizî ad imprese siffatte.....„.
SPIEGAZIONE DELLE SIGLE[1410]
“*„ Gino Capponi.
** Salvatore Viale.
****** Raffaello Uzielli.
A. B. Antonio Benci.
A. G. C. Avv. Giovanni Castinelli.
A. R. Antonio Renzi.
C. C. Carlo Cattaneo.
D. Gaetano Cioni.
D. E. B. Dottor Emmanuele Basevi.
D. P. De Potter.
D. S. Defendente Sacchi.
D. V. Domenico Valeriani.
E. Enrico Mayer.
E. B. Dottor Emmanuele Basevi.
_Ellenofilo_ Enrico Mayer.
E. M. Enrico Mayer.
Em. B. Dottor Emmanuele Basevi.
E. R. Emmanuele Repetti.
φιλαλήθης Costantino Golyeroniades.
Filandro Federico Del Rosso.
Filogine Enrico Mayer.
Flourens G. B. Niccolini
F. P. Francesco Poggi.
F. S. Francesco Forti.
F. S. T. Ferdinando Tartini Salvatici.
F. T. S. Ferdinando Tartini Salvatici.
G. Dottore Giuseppe Giusti (una volta, nella
prefazione all'annata del 1821).
G. B. Z. Giovan Battista Zannoni.
G. C. Gino Capponi.
G. G. Giuseppe Gazzeri.
Gl. C. Pietro Colletta.
G. M. Giuseppe Melchiorri.
G. P. Gabriele Pepe.
Γ. Π. Gaetano Cioni.
G. P. V. Gian Pietro Vieusseux.
G. R. P. Giuseppe Pagnozzi.
Il cieco Patrizio Federico del Rosso.
J. G. H. Jacopo Gräberg di Hemso.
K. X. Y. Niccolò Tommaséo.
L. Michele Leoni, fino a tutto il 1827 compreso.
Dal '29 in poi, Luigi Leoni.
Λ. Giovanni Valeri.
_Lettera di un
viaggiatore al
direttore
dell'Antologia._ Giovanni Valeri (1827, tomo XXV, n. 74,
febbraio, pag. 100).
L. C. Luigi Cibrario.
_Lettere di un
socio ordinario
dell'accademia
archeologica di
Roma._ Giuseppe Melchiorri.
M. Giuseppe Montani.
M. G. Giuseppe Montanelli.
M. P. Mario Pieri.
N. Giovan Battista Niccolini.
N. J. Niccolò Tommaséo.
N. L. B. Napoleone Luigi Bonaparte.
N. T. Niccolò Tommaséo.
O. Gaetano Cioni.
ω Prof. Gaetano Giorgini.
P. Francesco Poggi — e una volta Gaetano Cioni
(nella prefaz. all'annata del 1821).
_Patrofilo_ Giuseppe Bianchetti.
P. C. Pietro Capei.
R. Antonio Renzi.
R. C. Rodolfo Castinelli.
R. Z. Pietro Petrini. (_Degli onori parentali
renduti alla memoria del Tasso_, 1822,
aprile, pag. 331).
S. Domenico Valeriani (_Saggio su l'uomo_
di A. Pope ecc., traduzioni di L. Mancini,
1825, dicembre, pag. 52).
Vincenzo Salvagnoli (Lettera al Direttore
dell'_Antologia_ su una _memoria_
dell'avv. Mugnai, 1825, luglio, pag. 145;
Della libera difesa degli accusati, 1824,
giugno, pag. 177).
S. C. Sebastiano Ciampi.
S. U. Salomone Uzielli.
T. Stefano Ticozzi fino al 1824;
dal 1826 N. Tommaséo.
T. M. Terenzio Mamiani.
T. Q. Z. Vincenzo Antinori.
T. T. Tommaso Tonelli.
_Un italiano_ Giuseppe Mazzini.
U. L. Urbano Lampredi.
_Uno_ (sic)
_vostro
associato._ Sebastiano Ciampi. (finge in quell'articolo
essere uno straniero)
V. A. Vincenzo Antinori.
V. S. Vincenzo Salvagnoli.
V. S. M. Vincenzo Salvagnoli.
X[1411] Antonio Renzi (_D'alcune obiezioni del sig.
di Bonald contro l'insegnamento reciproco_,
1822, ottobre, pag 3.
— _I ragguagli su le esposizioni del 1822-23_.
— _Relazione su l'adunanza dell'Accademia della
Crusca_, 1822, ottobre).
Gino Capponi (Su la tragedia del Niccolini,
_Edipo nel bosco delle Eumenidi_, 1823,
marzo, pagina 186.
— Su la tragedia del Niccolini, _Ino e Temisto_,
1824, febbraio, pag. 142).
Leopoldo Cicognara (_Dell'istituzione delle
accademie in Europa_, 1826, gennaio, pag. 92.
— _Sopra due sale recentemente dipinte nel
palazzo Pitti_, 1827, gennaio, pag. 3).
G. B. Niccolini (_Necrologia di A. Renzi_,
1823, maggio, pag. 204.
— _Necrologia di P. Belli Blanes_, 1823,
ottobre, pag. 187).
Lorenzo Mancini (Sull'_Iliade_ di Omero,
volgarizzata da Lorenzo, 1821, agosto, pag.
212).
X. X. Silvestro Centofanti.
Y. Gino Capponi.
Z. Giovan Battista Zannoni.
CORREZIONI E NOTE
Correggerà da sé il lettore alcune inesattezze sfuggitemi nella stampa,
come ad esempio:
Pag. 3 _stati_ per _Stati_
Pag. 6 e 8 _italiani_ per _Italiani_
Pag. 11 e 15 _escire-esciva_ per _uscire-usciva_
Pag. 181, nota 2ª _La diminuzione austriaca per La dominazione
austriaca_.
Pag. 189 _e quei materiali_ per _a quei materiali_
Pag. 218 _argomenti di scienza, l'Antologia_ per _argomenti di scienza_
l'_Antologia_,
Pag. 241 _dall'altra_ per _dall'altro_
Pag. 231 Scipione Mattei per Scipione Maffei
E vorrà, spero, perdonarmi l'avere scritto (pag. 96) _paterno regime
toscano_.
Altri errori però, piú gravi, mi preme correggere:
Pag. 124, nota 5ª: _del 28 ottobre 1823_ per _28 ottobre 1828_.
E a torto ho affermato che il Vieusseux _inutilmente scriveva_ al
Ministro: Per mezzo del cav. Francesco Branda, al quale con lettera del
28 ottobre, si era il Vieusseux raccomandato, e del cav. Nicola
Nicolini, otteneva egli piú tardi un ribasso. Vero è ch'egli l'otteneva
per essere un “affare di poco momento„, ma tuttavia l'otteneva: come
rilevasi da questa lettera diretta al cav. Nicola Nicolini, e
gentilmente comunicatami dall'avv. Fausto Nicolini. “Stimatissimo signor
cav. Non prima di questa mattina il Ministro delle Finanze ha decretato
la petizione dell'editore dell'_Antologia_ di Firenze con scriversi al
direttore Generale De Turris che si accordava la dimanda per essere un
affare di poco momento. Ve lo passo a notizia, affinché con questa data
possiate scrivere in Firenze. Vi bacio la mano. Napoli li 13 agosto
1829. devotiss.: ser.re e discepolo M. Svone.
Pag. 144: La lettera del Montani su l'_Iliade_ del Mancini, non è
diretta a Francesco Torti, bensí a un amico, F. L.; e nella nota 1ª
corrispondente, si deve leggere non _dell'8 ottobre_, ma del 24 gennaio.
Pag. 130, nota 3ª. Ho fatto ricerca, e ho ritrovato il documento. Non
proprio il Puccini, ma Giovanni Fabrini (e ciò si vede dal confronto con
altri suoi scritti) appose in margine alla lettera del Vieusseux del 17
agosto 1821 queste parole: “_Nota bene_. Il sig. cav. Presidente ha
detto non convenire l'inserzione sull'_Antologia_ dell'articolo
riguardante la ristampa dell'opera del Giannone, e quindi non
permettersi. Il signor Vieusseux ne è stato notificato. 31 agosto 1821„.
Non ho quindi errato un gran che nel dire: “il Puccini scriveva„.
L'impiegato scriveva ciò che il superiore aveva detto. Mi dichiaro
invece in colpa d'avere asserito che il Grottanelli dà errata la
segnatura d'Archivio, che è giusta (_Archivio del Buon Governo_, 1821,
filza 68, num. interno 3497). Resta però sempre vero ch'egli riporta
quelle parole e parte dalla lettera del Vieusseux, in modo non già
“notevolmente diverso„, ma diverso del tutto.