Era quella stagione in cui è indarno all'uomo l'essersi renduto
certo che l'umana speranza è indarno; in cui egli si pente d'essersi
rassegnato al dolore, e crede d'aver errato nel suo giudizio, e
scambiando il desiderio con la cosa desiderata, osa ricredersi e
rivolere la felicità. E non la trovando nella sua conversazione, dà a
quella la colpa del suo dolore, e spera che, mutandola, sarà felice.
E più quella gli pare immutabile, e più egli se n'adira, e più agogna
e fa ogni estrema prova di mutarla, e la muta. E dopo averla mutata,
ritrova non la sperata felicità, ma un dolore più grande.
Una notte Cammillo non trovò luogo dalla smania, e carezzandolo io
assai più del consueto, e rammentandogli quello che veramente era,
che ormai io era incinta la terza volta di lui, e che sperava, s'egli
mi giurasse alla fine sull'altare quella fede già tante volte in
tante guise giuratami, che Iddio ci sarebbe pio del suo perdono, e ci
vedremmo barcollare sulle ginocchia e per casa un piccolo Cammilletto,
egli, dopo aver fatto come una gran prova di baciarmi con labbra
aridissime di noia, mi respingeva tutto tremante da se, dandomi l'amore
per ispiegazione di quel tremito, che pareva tutt'altro che amoroso.
Io attesi sempre a consolarlo insino all'aurora, che non mi giunse mai
tanto invocata. Mi levai ed apersi la finestra, donde si scorgeva una
striscia del Campidoglio e dell'Esquilie, ed all'aria contaminata dal
chiuso e dalla lucerna della notte, sottentrò un fiato d'aura odorosa
di primavera, d'aura odorosa ancora d'immortalità, e tale, in fine,
quale solo in Roma si respira. Apersi l'altra finestra, che poichè la
stanza faceva canto, non rispondeva sulla piazza, e vidi il sole che si
levava da monte Mario, e poggiando a perpendicolo della cupola di San
Pietro, sembrava come averla in protezione, e quasi godere d'indorarla
de' suoi raggi. Ond'io, già innebriata di tante maraviglie, che pur si
scorgevano da uno de' più gretti angoli di Roma, dissi:
Deh vieni, Cammillo, vieni a vedere se in tutto il suo eterno giro il
sole rischiarò mai cosa più bella di quella cupola: vedi s'egli non
n'è consapevole, e non la contempla come il padre la sua figliuola
prediletta.
Ma Cammillo mi guardò come chi ha in odio il sole, e non mi rispose;
ma, tratto un gran sospiro di noia, si levò come furioso, e si vestiva
dicendo con una certa aria risoluta:
Già t'intesi, Ginevra. Tu già la cominci con le tue visioni poetiche,
che voglion dire, al solito, che essendo un bel giorno, tu t'annoi
di stare a casa, e vuoi essere condotta a spasso. Or sia con Dio, e
véstiti; che per voi altre donne lo stare a casa è come sedere in sulla
bragia.
A villanie cotanto immeritate io sentii come stagnarmi sul cuore
quelle aure allegre che aveva bevute, e divenir dolore. E mi sentii di
repente come un fortore negli occhi, che mi espresse poche lacrime,
ma amarissime. Ma spesso l'uomo perdona per generosità, spesso per
amore, e più spesso per bisogno che ha di non credere tanto reo colui
da cui dipende la vita sua, per non disperarsi della vita. Io gli
perdonai per queste cose tutte insieme, e rasciuttemi le lacrime, mi
risolsi, comunque egli pensasse del fatto mio, di farmi condurre,
o, per meglio dire, di condurlo a spasso, sperando che quelle aure
fresche e placidissime di quel beato mattino dovessero poter calmare il
turbamento che mi pareva che fosse ne' suoi nervi, e quasi annaffiare
l'aridità di quella sua noia.
Mi vestii, dunque, spacciatamente una mia veste bianca, e mi velai
il capo d'un velo ancora bianco, quasi presaga che il giorno che mi
sorgeva era giorno di sacrifizio. S'andò fuori, e Cammillo, per Piazza
Madama e per Ripetta, mi condusse nella Piazza del Popolo. Quivi,
contemplato fra i palpiti più inesplicabili l'antichissimo obelisco
che già Augusto dedicò al sole, e poscia fissi un cotal poco gli occhi,
che contra il suo consueto aveva da più dì tutti chiazzati di sangue,
sulla vetta del Pincio, li fermò finalmente come a fatica sopra di me,
senza che gli venisse fatto di raddolcirli, e chiamò a viva forza sulle
labbra un sorriso, che non vi venne; e:
Vogliamo uscirci della porta, e passeggiare lungo il Tevere?
Mi disse, tornando di subito gli occhi all'alto del colle, quasi non
bastassero a sostenere i miei, che fisamente lo consideravo. Io, che
non ho memoria d'avergli mai disdetto il menomo de' suoi desiderii,
dissi subito di sì, e c'inviammo verso la porta.
Uscendo dalla porta del Popolo si trova la via Flaminia, ch'è ora la
via di Firenze; e questa, a un miglio forse da Roma, taglia il Tevere
con l'antico ponte Milvio, ora volgarmente Molle. A sinistra di questa
via scorre il bruno fiume, fra mille gorghi e rigiri; nè mai vidi
niuna cosa terrena così vivamente rappresentarmi a un tempo la vita e
l'eternità. Torbido sempre ed agitato, e quasi ritornando di continuo
in se medesimo, rappresenta la vana ed inutile agitazione dei mortali;
e fra tanta agitazione e tanto ritornare in se stesso, pure corre di
continuo al mare e mai non s'arresta, e pure rappresenta l'immortalità.
Fra la via e il fiume è alcuni rialti tutti piantati a vigne, che pur
lasciano in sull'estrema ripa un fresco ed erboso prato, che dà la via
insino al ponte a molti buoi e bufali che per l'ordinario vi traggono
a pascolare, ed a qualche Italiano che quivi viene a nascondersi
dall'insopportabile dolore che gli è il corvo roteante intorno alla
colonna Traiana.
[Illustrazione: TAV. V. ... ed era il prato silenzioso e
deserto, e non s'udiva un fiato, se non che il fiume mormorava
e qualche bufalo... — Carte 348.]
Quivi ci conducemmo noi per un viottolo a sinistra della porta; ed era
il prato silenzioso e deserto, e non s'udiva un fiato, se non che il
fiume mormorava, e qualche bufalo che pasceva, o giacendo a muso in su
parea quasi contemplare stupido la natura, a quando a quando muggiva.
Eravamo, io credo, tanto allontanati dalla città, quanto rimaneva
a pervenire al ponte, allorchè Cammillo, al quale ingrossandosegli
convulsivamente il fiato, io dissi baciandolo:
Cálmati, angeletto mio, non mi far morire.
Fattosi negli occhi come chi è uscito del senno, mi traboccò d'un
calcio nel fiume.