Il primo sorso dell'aura fresca e odorosa di primavera ch'io
inghiottii, e il primo bacio di Cammillo, mi cancellarono, come
per miracolo, dalla mente tutti i pensieri, e insino la memoria,
dell'ospizio. Quel dolce e carezzevole cielo mi parve il mio tetto
naturale, e Cammillo, sul cui braccio mi fui tosto appoggiata, il mio
antico compagno. O vane menti de' mortali, com'è vero che un'aura vi
muta!
Noi venimmo a piedi insino alla piazzetta di san Piero ad Aram,
dove entrammo in una carrettella che ci attendeva. Questa saettò
per la Marina e per Santa Lucia, e, in meno che non è credibile, ci
trovammo a Chiaia in sulla piazza di San Pasquale. Quivi scendemmo
a un magnifico albergo, dove Cammillo, condottami in una stanzetta
terrena, nella quale aveva raccolte tutte le sue valigie e fagotti ed
altri arnesi da viaggio, e tiratosi l'uscio dietro, mi diede mille
baci: ma pure, facendosi una gran violenza, si sciolse da me ed io
da lui, perchè l'ora stringeva. E fattami rivestire in furia abiti
più recipienti, quindi mi condusse al piano nobile in una gran sala,
dov'era apparecchiata la più ricca mensa ch'io potessi mai immaginare.
Quivi erano assai altri artisti, e il Russo con la sua moglie, e
signori altri grandissimi napoletani e forestieri, nè di signore era
difetto. Ai quali tutti, ed al Russo specialmente, mi presentò come
sua moglie. Questi aveva una barba folta e lunga, con un certo berretto
senza falda in testa, che pareva uno di questi papassi greci, e con una
smisuratissima pipa in bocca, del cui fumo annebbiava leggiadramente
la mensa, la sala, i signori e le signore tutte che v'erano. Gli occhi
gli si riscontravano l'un l'altro angolarmente, aveva il naso camoscio,
e il colore del viso era gialleggiante, e tutto insieme rammentava i
mogolli. Era, o per meglio dire, si sforzava di essere tutto amabile
e cortese; nè sapeva sforzarsi di tanto, che, per entro la larva
accattata dalla Francia, non trasparissero in istrano accordo la
goffaggine e la ferocia nativa. E nondimeno signoreggiava tutta quella
brigata, ed è ineffabile la viltà con la quale i più alti barbassori
napoletani gli parlavano, non s'intende perchè, come a loro maggiore.
Il Russo mi s'appressò con un viso che parea un lupo affamato, tanto
ch'io m'arretrai d'un passo, quasi temendo un pubblico assalto. Ma
egli non volea dirmi, e non mi disse, che tre o quattro amabilità da
studente francese, ed ecco il siniscalco e gli altri suoi schiavi
ci messero a tavola, e fu mangiato saporitamente, e le lusinghe
e le piacenterie dei nobili napoletani crescevano ad ogni nuova
imbandigione.
Terminato il convito, il Russo, che, come intesi, aveva già spedito la
sera innanzi le sue mule col grosso del carriaggio e con ventiquattro
schiavi, ordinò che si mandasse tosto pei cavalli, ch'egli voleva
allora allora partire in sulle poste. Quei signori napoletani e quelle
signore s'accommiatarono con assai riverenze, quasi come pregando
Iddio che prestamente questo regno, anzi Italia tutta, divenisse
una provincia russa, acciocchè potessero passare più spesso di così
deliziose serate; e poco di poi s'udì giù per la corte un gran suono di
campanelle.
Ecco, ritornati nella nostra stanzetta terrena, facemmo portare i
nostri arnesi nella corte. Quivi era una carrozza, una carrettella
ed un carretto. Cammillo e il siniscalco fecero acconciare la nostra
robicciuola sulla carrettella, e dodici schiavi, che parevano le più
sime pecore ch'io abbia mai viste, usciti delle stalle ove dormivano,
acconciarono quel che rimaneva del carriaggio del loro signore sul
carretto. Poco stante scese giù il Russo con la mogliera e con la
pipa, che figliuoli non avea altrimenti; ed entrati essa coppia
nella carrozza, Cammillo, il siniscalco, il segretario ed io nella
carrettella, e i dodici schiavi montati sul carretto, ed assettatisi,
anzi sdraiatisi a uso bestie, sulle casse, sui bauli e sulle ceste,
di che l'avevan ben carico, facemmo partita ad un gran suono di fruste
e di campanelle, fra i più servili ossequii del locandiere e di tutta
quella sua infame canaglia[5].