LXXXIV.

Io non so s'io sia troppo donna, ma questo pare a me, che quando non

trabocchi in istoltizia, il più bel dono che Dio abbia fatto all'uomo,

dopo il pensiero, sia l'ardimento. Quel bacio mi vinse; e mi tolse la

forza, non che di resistere, ma di ragionare.

O, come si potrebbe?... io dissi, appoggiandomi sulla sponda del

letto, che già quasi mi venivo meno dal più dolce tremore che mai mi

ricercasse le membra.

Di questo non ti metter pensiero, mi rispose, ch'io già provvidi

al tutto. Già il vecchio portinaio di giù, e già la conversa ch'è

a guardia dell'uscio da scala, sono corrotti e indettati. Costei,

sull'imbrunire, fingerà d'andare giù in cucina per sue faccenduzze, e

lascerà l'uscio aperto che non rugghi al tuo uscirti. Tu, al baccano

che fanno in su quell'ora queste ciacche, cogli un istante ed esci e

vola per le scale ed entra nel casotto del portinaio. E quivi sarò io

per salvarti da tanta miseria, e alle due ore saremo alla barriera del

Serraglio. Domani ci batterà le ventiquattro l'oriuolo di Laterano, e

quivi diman l'altro ti farò mia sposa.

Io non ebbi spazio di dirgli altro, che già più d'una giovane entrava;

ma, come per renderlo certo ch'io era sua, tirata a me la sua mano con

la quale egli aveva ripresa la mia, me la strinsi forte forte al seno

già traboccante di tenerezza, e vi gocciolai su involontariamente uno

scottante ruscelletto di lacrime.

Il giovane rimontò sul palchetto, e sciolta destramente la tela della

sua copia, l'avvolse in giro e ne fece un viluppo. E smontato del

palco, e disfattolo, mandò per un facchino che gliene portasse; e dando

vista di nulla curarsi del fatto mio, s'andò tutto modesto con Dio. Io

appoggiai la fronte sulla mia destra, e mi raccolsi un altro istante

ne' miei pensieri. Poi, stanca di null'altro più che di pensare, la

ritolsi, borbottandomi fra i denti:

Il dado è tratto.

E, il più occultamente che seppi, mi venni assettando con quei cenci

che mi erano avanzati a tante rapine, sì che appena mi trovai tanto

indosso da non mostrare ignude le mie carni.

Era già l'ora che volge il desiderio a chiunque l'ebbe più vivo di

abbandonare la patria, e già un brivido funesto mi correva a quando

a quando le vene; ed il suono mesto e lontano della campana de' santi

Apostoli pareva annunziarmi nuove sventure, e dirmi quasi e ripetermi

distesamente, dove vai infelice, a chi ti fidi; e quel sentimento

inesplicabile che ci fa amare gli uomini e i luoghi che più ci sono

nemici e da cui a fiero stento fuggiamo, se il pensiero di non vederli

mai più ci traversa per un istante la mente, mi sforzarono alle

lacrime, e mi disciolsero le ginocchia allora appunto che io aveva

bisogno di raccogliere in me tutte le mie forze per fuggirmi. E così,

tutta stemperata in sudore e in pianto, e irrequieta e tremante, ma

non però irresoluta, io feci tre volte di levarmi da un piccolo scanno

in cui sedevo, e tre volte ricaddi a sedere. Battettero alla fine le

ventiquattro e mezzo, ed il chiasso ed il frastuono che facevano quelle

lorde era sterminato, nè ad entrare o ad uscire mille volte dall'uscio

di scala, ch'era nella sala appresso a quella ove eravamo, si poteva

essere in verun modo sentita: ed io ch'era a veduta di quell'uscio,

vidi la conversa indettata aprirlo e uscire, e in uscendo lasciarlo

socchiuso; e tentai la quarta volta di levarmi, e la quarta volta fu

niente.

Io sedeva ancora nella mia viltà, e risoluta d'andare, la potenza

mancava, quando la conversa, stata un cotal poco fuori, tornò di

repente e mi lanciò uno sguardo furibondo, e, fattasi, come potette più

disinvolta, verso me, mi diede sommessamente della vigliacca e tornò

via. Questa parola mi ridonò la lena smarrita. Mi levai, e n'andai

dritto all'uscio, che potea vedermi tutto il mondo; e pure nessuno non

mi vide. Varcai l'uscio, e scesi le scale così lentamente che potea

scontrarmi tutto il mondo; e pure nessuno non mi scontrò. Entrai nel

casotto del portinaio, dove m'attendeva palpitante il mio Cammillo (che

così gli era detto), che per una porticciuola segreta mi condusse fuori

all'aere aperto. Ivi, afferratomi con ambe le mani il capo e baciatolo

due volte e rilevatolo verso il cielo ch'era purissimo e stellato:

O sposa mia, mi disse, bevi di quest'aura e di questo cielo, e per

quelli eterni fuochi giura di mai più non abbandonarmi.

Ginevra, o, L'Orfana della Nunziata · 第 118 / 140 题