L'ultimo pensiero ch'io ebbi di lui fu quel dì che, levatami di quella
cameretta da mezza scala, suora Geltrude mi condusse all'aperto in
quella loggia ond'io imparai la prima volta, che perchè gli uomini
sieno quaggiù così vili e traditori, non però il cielo nasconde loro,
come dovrebbe, le sue bellezze: delle quali, ultima sua ingiustizia,
sorride così allo scellerato come all'innocente. Poi l'amore e ogni
altro sentimento giovanile naufragò nell'orribile oceano delle mie
sventure; e quando cominciai a vivere al fianco di suora Geltrude,
i suoi ammaestramenti e le mie letture m'indussero pensieri al tutto
canuti. E se talvolta mi si affacciavano alla mente i desiderii della
prima età, erano come un battello che fende l'onda tranquilla d'un
lago, la quale fra un istante ritorna alla sua usata tranquillità.
Quand'io riconobbi quel giovane a' suoi crespi e biondi capelli, a'
suoi occhi, a tutte le sue nobili e malinconiche sembianze, io sentii
in tutta me stessa un turbamento d'una natura insolita, che non
somigliava nessuno dei mille e mille di cui tutta la vita mia era una
crudele e incredibile storia. Egli non mi vide, e la sala fu quasi in
quel momento stesso inondata da un pelago di quelle giovani. L'aria
cominciò a imbrunire, le finestre si chiusero; ed io tornai agli uffici
della vita consueta, gelate le mani e il volto, tremante, palpitante,
ma certissima che in breve sarei tornata al mio tristo ed ordinario
riposo.
Sonò l'ora della cena, ed io, giudicando quel turbamento dover esser
causato in gran parte dall'inedia, n'andai più volonterosa che mai al
refettorio, per pigliare alcun ristoro da quella minestra, che benchè
rea e poco appetitiva, la necessità della natura mi faceva mattina
e sera trangugiare senza troppo ribrezzo. Ma quando fui a mensa, e
la minestra venne, io avrei bevuto più tosto il veleno che solo una
cucchiaiata di quella; e così debole e tremante come v'era venuta, così
me ne tornai nella mia sala, che proprio le ginocchia e le braccia
non mi reggevano ad assettarmi il letto, che ogni sera bisognava
ricostruirlo, perchè la mattina, per isgomberare un poco l'angustia
delle sale, assi, trespoli e paglioni, tutto s'acconciava di traverso
sul muricciuolo.
Quando fui a letto, di dormire fu niente. Era maggio, ed ogni
maniera d'insetti formicolavano in quelle sale; ed io, benchè avessi
agevolmente impetrato da madama di non cacciarmi indosso certe
gonnelle d'un fiero capecchio ed altri non dissimili arnesi che lo
splendido ospizio somministra altrui, e benchè avessi presa gran cura
che il pagliericcio fosse nuovo, non però potevo con tutta la mia
superstiziosa nettezza fuggire il sudiciume universale, ch'è inutile
ogni nettezza a chi vive nel brago fra i porci. Io era sempre in
battaglia con le brutture e con gl'insetti, senza nulla potere contro
la vittoriosa corruzione; e senza giovare nulla a me, davo da ridere
di molto all'universale. Ma satolla, se non di pane, certo di dolore,
di fatica e di fievolezza, non m'era ancora seguíto la notte nè di non
dormire, nè d'accorgermi pure di alcun insetto. Quella notte io n'ebbi
o mi parve averne addosso i milioni, dando ora di qua ora di là le
più smaniose volte, e non trovando mai luogo: ad ogni ora sospirando,
perchè ad ogni ora mi parve di affogare dall'oppressione; ed invocando
ad ogni ora la luce, che mi pareva tanto lontana, che quasi estimavo
impossibile di mai più rivederla.
L'immagine di quel bel giovane, che tutte le volte che mi veniva
fatto di velare un cotal poco gli occhi, tornava come a viva forza
a svelarmeli, e la troppo nuova stranezza del sempre crescente
turbamento ch'io sentiva in me, cominciarono ad indurmi nell'animo
alcun sospetto ch'io non fossi, a mio malgrado, infetta d'un sentimento
ch'io non aveva nè la volontà nè il coraggio di confessare a me
stessa. Ma l'orgoglio in che io era salita di me medesima dopo il
mio tanto studiare, dopo l'essere stata, per così dire, iniziata da
suora Geltrude nei più alti misteri della società degli uomini, e
del mondo, fulminò, annullò in sul nascere quel sospetto; perchè io
mi teneva troppo da più che da poter essere vinta da un sentimento
d'amore, troppo da più che da poter mai allogare l'amor mio in chi di
molto non mi fosse superiore: nè l'essermi superiore mi parea già cosa
facile, perchè avvezza sempre a vivere fra gente sciocca, scellerata e
vigliacca, io non concedeva fra me stessa a nessuno nè il mio ingegno,
nè la nobiltà del mio sentire, nè quelle congiunture che mi avevano
levata tanto al di sopra di me stessa. E nè pure volevo conceder tanto
al mio garzoncello mendico.
Sonò finalmente la sveglia e riapparve la luce, ed io mi precipitai dal
letto come si precipitò dall'apparecchiato rogo colui che, condannato
alle fiamme, sentì gridarsi grazia intorno; e racconcio il letto nella
solita guisa, mi messi, sperandone l'usata quiete, al lavorío. Ma la
mano negava l'ufficio consueto, ed io era ad ogni istante da me stessa
soprappresa, che fissi gli occhi nella parete che m'era al dirimpetto,
vi dipingeva con essi ora i capelli, ora la fronte, ora tutto il capo
appoggiato sul gomito, di quel mio giovane. A mezzodì presi tre sole
delle cucchiaiate della minestra, la sera non ne assaggiai gocciolo;
l'angoscia, il tremore, il palpito, lo stupore mi s'andarono sempre
crescendo; lavorare non potetti mai in tutto quel dì; la notte vegnente
la passai due cotanti più fiera ed affannosa dell'altra: e dopo una
lunga ma vana resistenza, prima al fatto e poi al riconoscimento
di esso, mi accorsi alla fine, e mi palesai a me stessa, ch'io era
disperatamente innamorata, perduta, impazzata di quel mio primo amore,
e che nè allora ne mai, v'avrebbe avuto più luogo la ragione.