I rei e lordi costumi di quelle bolgie erano stati ab antico cagione,
che, per legge immutabile dell'ospizio, le maestre e le discepole di
esse non potessero avere commercio di sorte alcuna col resto della
comunità! Questa legge io imparai ben presto, per avere, insino dai
primi dì, chiesto indarno per grazia alla badessa di vedere una volta
sola suora Geltrude. Laonde, quando la rividi, e vidi gli occhi suoi
soffermarsi sulle gelosie che me le celavano, m'indovinai tutto il
desiderio che l'era rimasto di me, dopo il materno amore che m'avea
posto.
Quando la messa finì, la nostra aguzzina, se mi consentite il nuovo
vocabolo, c'impose a tutte di tornar via. Io mandai l'ultimo sguardo a
suora Geltrude, che, all'_ite missa est_, levò di nuovo l'occhio alle
gelosie, e li rabbassò all'immagine; e il loro girarsi mi parve l'iride
della speranza.
Ritornando alle spelonche io tremava tutta, e le gambe negavano
il loro ministero. Mi soffermava a ogn'istante, levando il mento
in su a guisa d'orba, cercando, come sciogliendomi da un sogno,
l'immagine di suora Geltrude che ancora mi tremolava negli occhi. Ma
un ceffone dell'aguzzina mi distolse con la sua realtà da tutte le
mie immaginazioni: perchè io m'era dimenticata di dirvi, che, nella
scuola ov'io era, gli ammaestramenti o qualunque sorta di ammonizioni,
per instituto, non si davano con la parola o con la voce, ma o con
pugni, calci, schiaffi, sgrugnoni e simiglianti, o veramente con certi
scurisci o ferze che le suore avevano sempre in pronto accomodati a
quell'opera, per maggiore utilità delle scolare.
Era il dì delle ceneri dell'anno ventidue, quando io ebbi quella
celeste visione, che tale veramente m'apparve. Durante tutta la state
io aveva sofferto un tal caldo, un tal sito, un tal soffocamento in
quegli antri, e, per quanto mi sforzassi di tenermi netta e di pagare
col solo nutrimento che m'avanzava un poco d'acqua fresca, che non se
ne poteva mai avere, io era stata infetta e morsa da tante maniere
di luridi e fastidiosissimi insetti, che, a raccontarvi il tutto,
mi parrebbe quasi di destarvi troppo sozzi pensieri, e d'abusare
troppo dell'amorevole pazienza che m'avete promessa. E non una volta
mi sovrastò la morte da certe impetuosissime correnti di sangue.
Sopraggiunse l'inverno, e mi trovò senza calze, con quei zoccoli
e quella sottana e la camicia; cose tutte che mi sarebbero state
medesimamente arraffate, se, a tormele, io non ne fossi rimasta nuda
nata. E indozzando e marcendo ogni dì più in quelle più tosto cisterne
che abitazioni a uso umano, mi sottentrò un'altra sorte di soffocamenti
di spietatissimi catarri e di scese alla testa spaventevoli. Verso
la fine del gennaio mi era soprappresa una specie di paralisia o di
tremito per tutta la persona, per il quale a grande stento potevo
soccorrere alle più urgenti necessità della vita: e spesso avevo così
impedita la mano destra, che quel tozzo di pane ero necessitata di
accostarlo alla bocca con la sinistra. Finalmente, tra la gioia e il
dolore, io mi fui così violentemente scossa e rimescolata alla vista di
suora Geltrude, che, conducendomi a stento in quel mio purgatorio, mi
assalì una fierissima febbre.
Io stetti ventuno giorno in un quasi continuo delirio; nè conservo
memoria veruna di quello ch'io facessi o dicessi, o che altri facesse
di me. Solo mi rammento che tutte quelle ridicole a un tempo e
spaventose favole, delle quali un'educazione plebea suole riempiere
la misera testa dei fanciulli, tutte, non già più come favole, ma
come veri e materiali tormenti, mi fecero assaggiare l'inferno sulla
terra durante tutto quel lunghissimo delirio. Lascio stare i diavoli
con le ali di vispistrelli, con le zanne di cinghiali, con la coda,
con le corna, coi piedi d'avvoltoio, con le branche di sparviere, con
gli uncini fra le branche, che chi m'artigliava e fendeva il petto,
chi m'uncinava per la gola, chi m'arroncigliava le chiome, che ora si
nascondevano tutti sotto il letto, ora ne riuscivano gittando fuoco
dalla bocca e dalle corna. Ma io mi credetti veramente più volte in
inferno, ora passeggiando, ora nuotando, ora giacendo in un oceano di
fuoco; e vidi Lucifero così orrendamente brutto, come mai immaginazione
seppe immaginarlo, che mi dannava eternamente a quel fuoco, e che mi
mostrava per mio padre un diavolo, per mia madre una diavolessa, e per
miei fratelli molti diavolettini. E quel fuoco io non lo vedeva solo e
toccava, ma lo sentiva, e n'era atrocissimamente cotta e bruciata.
E questa era l'ardentissima febbre, che non m'uccise, io non so
perchè; ma dopo il ventunesimo dì di estuazione e di bollimento più che
infernale, io me ne rimasi libera, ma con una stupefazione nel cerebro
che parecchi dì mi tenne stordita. Poi cessò anche lo stordimento,
e, quel che forse vi parrà strano, o padre, allora fui veramente
infelice. Allora compresi la grandezza del male che aveva avuto, e la
nullità delle forze che mi avanzavano per sopportare la mia miseria, e
l'impossibilita di racquistarle. Allora compresi d'essere rimasta per
soprappiù sulla terra, e quanto m'era sembrato dolce la convalescenza
fra le carezze e i baci di suora Geltrude, tanto mi sembrò allora, e la
tenni poi sempre, la più terribile delle malattie.