Mi pare quasi inutile di dirvi, che non sapendo io lavorar nulla da
principio, ne anche far la calza o filare, e poscia che l'imparai,
spesso a bello studio non essendomi dato lavoro da quelle streghe, nè
trovandomi io altro modo di soddisfare a quel grano di più il giorno,
ch'era mestieri per aver la minestra, nè dandomi il cuore, così
cagionevole com'ero, di rosicchiarmi quel vituperevole tozzo; che,
quando il mese della tonacella fu finito, io mi lasciai scroccare in
simigliante guisa quel misero spillo d'acciaio, e quel paio di calze
ch'avevo; rimanendone a gambe e piedi nudi, e ultimamente quel paio
di scarpette, in iscambio delle quali, per non lasciarmi al tutto
scalza, fui provveduta d'un paio di zoccoli assai ben vecchi. Nè
fu una sola quella settimana o quel mese, ch'io dovetti per filo, a
malgrado dell'orrore che ne avevo, contentarmi di quel nefando tozzo di
pane. Mi pare inutile ancora di dirvi che suora Geltrude, come poscia
riseppi, quel dì medesimo ch'io fui strascinata in quelle grotte, mi
aveva mandato per la sua donnicciuola l'altro paio di calze, l'altra
sottana, l'altra camicia, e di più di ciò che già mi aveva donato, due
moccichini di refe; e tutto mi fu rapito dalle suore, se non che, in
quello scambio e in nome di suora Geltrude, mi fu recata una camicia,
non veramente quella donatami da lei, ma un'altra di tela più grossa
e già assai ben logora; e che non avendo ottenuta la licenza chiesta
al duca (il quale, acciocchè dalla partita di lei non rimanesse offesa
la sua ducale maestà nella opinione degli ufficiali dell'ospizio,
bravandola in pubblico e mitigandola in privato, la riteneva), non
lasciava passare mai nè mese nè settimana, ch'ella non mi mandasse
qualche soccorso in roba o in danari, ch'era tutto rubato dalle suore.
Questa vita strascinai io per ben undici mesi, morendomi ora di caldo,
ora di freddo e sempre di fame; non vedendo anima nata, fuorchè
le orride vecchiarde, e le cattivelle e malcondotte giovanette; ed
essendo, solo i dì di festa, menata, come pecora insieme con tutta la
mandria, in certe paurose buche, donde per fittissime gelosie si udiva
la messa nella magnifica chiesa dell'Annunziata. Quella chiesa, udiva
dire io, che per instinto naturale ebbi sempre un'ardentissima cupidità
di sapere, bruciò nell'anno mille settecento cinquantasette, e dal
sessanta all'ottantadue fu rifatta, con assai lode, dal Vanvitelli.
Quarantaquattro grandi e belle colonne corintie di marmo bianco
facevano un vivo contrasto ai miseri occhi miei con quelle tetre
spelonche alle quali erano assuefatti. Ma il contrasto più grande era
fra i visi di uomini e di donne ch'io vedeva nella chiesa, e quelli
ch'ero solita di vedere. Quelli e quegli altri non mi pareva possibile
che appartenessero alla medesima specie. E non potendo dubitare che
quelli che m'erano da presso non fossero stati visi di femmine, quegli
altri ch'io vedeva nella chiesa mi parevano visi d'angeli; e di tutti
io m'innamorava come di qualcosa di superiore a me. Ah padre! dove
troverò io le parole per esprimervi la gioia, il dolore, la speranza,
la disperazione ch'io provai un dì, che vi scorsi suora Geltrude?...
Ell'era appoggiata ginocchioni a uno scanno innanzi all'immagine di
Maria Vergine, e pareva profondata in una preghiera ferventissima. A
un tratto sollevò gli occhi al cielo tutti rilucenti di speranza; poi
gl'inchinò serenati, come se la sua preghiera fosse stata esaudita. Ed,
inchinandoli, li sostenne mollemente qualche istante sulle gelosie che
me le nascondevano, come se m'avesse cercata. Poi li ritornò alla cara
immagine, in cui li tenea fissi quand'io la scorsi.
Ah padre! e non è favola; v'ha qualcosa al mondo ch'è più sublime
dell'amore. Il piacere di beneficare, la gratitudine d'essere stato
beneficato; ah! questi due soli sentimenti rammentano l'origine divina
dell'uomo, e rendono la somiglianza del suo Fattore! E però, credo,
sdegnano di albergare questa terra e solo nel cielo si può sperare di
ritrovarli.