Il dì seguente in sull'aurora tutti gli studenti partirono, chi da
un lato e chi dall'altro. Quando don Gaetano disse addio a donna
Mariantonia, costei si sfogò con un sospiro che parve che le svellesse
il cuore. Certo l'era svelta quella sola rendituzza, con la quale
l'era sembrato potersi innalzare sopra la sua condizione; ed il dover
ritornare pura moglie di cuoco, senza aver più in casa il signorino
di Catanzaro per bracciere e gli altri signorini per ospiti (benchè
in tutti paresse sempre conoscere i segni dell'antica zappa), l'era
troppo insopportabile dolore. La casa rimase deserta. Don Gennaro
sentenziò che bisognava subito riallogarla, non essendone da lui solo
sopportabile la pigione. Andò fuori; e un momento di poi venne gente,
con la quale donna Mariantonia ebbe presto conchiuso il negozio.
Intanto io giaceva sul pagliericcio, senza potere nè parlare nè
muovermi, ma vedendo e intendendo tutto e perfettamente conscia della
grandezza del mio male. Non isperavo più ben nessuno, perchè sentendo
di non poter vivere, sentivo ancora di non poter mai più rivedere
il mio angeletto, nè sapere nè anche, prima di morire, se il suo
babbo fosse mancato, e in quale stato egli si fosse rimasto. Donna
Mariantonia in tutto quel giorno non mi porse cibo, non mi fasciò la
ferita, nè mi soccorse in guisa veruna, nè pure un solo istante si
volse a guardarmi per conoscere se io era spirata. Solamente l'udivo
talvolta lamentarsi con cupa amarezza, di non aver avuto bastante
riguardo all'incostanza delle cose umane quando mi tagliò e gittò via
così facilmente il segno della Nunziata, ed ora eccole il mio peso, non
punto leggero, sulle spalle. Ed io credo fermamente ch'ella non senza
ragione mi lasciasse la ferita aperta, sperando ch'io dovessi morire
svenata; e sono anche certissima che mi avrebbe ammazzata, se non
avesse temuto d'esserne richiesta a corte e punita con la forca. Io le
costava forse un grano di pane il dì, che monta a tre carlini il mese;
e ho udito dire che ier l'altro un ciabattino, nella via della Taverna
Penta presso a Toledo, abbia dato del succhiello nelle reni a un suo
amico, che non gli potè rendere incontanente la metà d'un grano che
gli doveva. Ma così profondata nel pelago della morte, io non morii,
perchè la natura pare tanto più gelosissima della sua vittima, quanto
più grande è il dolore al quale l'ha ab eterno destinata.
Il dimane era il dì dello sgombero. Donna Mariantonia e don Gennaro,
per non ispender nulla nel trasporto della loro robicciuola, la
trasportarono adagino adagino da se stessi. Alla fine, quando non
v'ebbe più altro in casa, mi presero a braccia con quella pietà ch'era
tutta loro, e strascinandosi il sacconcello dietro alla peggio, mi
portarono in una bottega o casolare terreno nella via di Pontenuovo,
ch'era rimpetto all'uscio nostro; il quale casolare, per cittadino,
poco differiva da quello di Sant'Anastasia: e quivi, posto in un canto
il sacconcello, mi v'ebbero tosto gittata sopra.
Il sangue era ristagnato da se; io cominciava a ritornare; ma
sarei morta di fame, ultimo partito al quale s'era appigliata donna
Mariantonia per levarmisi dinanzi; che richiestane a tutte l'ore,
mai non mi porgeva alcun nutrimento. Io credo che, se bene ancora
fanciulla, io l'avrei volentieri appagata del suo desiderio, e non
avrei più nè domandato, nè preso cibo quando mi fosse stato porto, per
cessare una volta i miei patimenti. La qual cosa io aveva più volte
tentata prima di vedere quel garzoncello: nè mai m'era stato possibile
di venirne a capo; perchè allora le mie braccia giovavano a donna
Mariantonia. Ma dopo ch'io ebbi sperata, anzi gustata, tanta felicità
sulla terra, quanta fu quella di riposare il mio stanco capo sul
seno di quell'angelo di bellezza e d'amore, la morte cominciò a farmi
un orribile spavento. Però cominciai a domandar del pane, che donna
Mariantonia mai non mi dava. Ma io lo ridomandava con maggiore istanza
quando una nostra vicina veniva a visitarci, e mi lamentavo, contra il
mio solito, più pietosamente ch'io poteva; e così era forza alla donna
di concedermi un tozzo di pane, se non voleva essere tenuta quello
ch'ella era. Così sostentavo amaramente la mia vita, che più tosto che
da quel tozzo di pane, ch'io conquistava ben di rado, m'era sostenuta
dal vivo fuoco della speranza, che mi correva e nutriva tutte le vene,
di rivedere l'adorato garzonetto.
Chi vi può dire, o padre, le bestemmie, gli scongiuri, la disperazione
di quella coppia, ch'io non fossi morta, come pareva che fosse dovuto
seguire? Chi vi può dire quanti parlamenti si tennero la notte, quanti
partiti, e tutti crudelissimi e spaventevoli per me, furono proposti?
Quante volte nelle ore in cui tutti gli altri mortali si ristoravano
col sonno dalle fatiche e dai dolori del giorno, io fui spietatamente
percossa e stretta alla gola; e nessuna via, pure ch'ella desse
speranza di non apparire, fu lasciata intentata per finirmi. Io già
lessi che in Inghilterra, dove non si permette lo sparo dei cadaveri,
è una setta di scherani, che vivono vendendo ai cerusichi per loro
esperimenti i cadaveri di quei forestieri che possono pervenire ad
ammazzare. Costoro, montando addosso alla loro vittima, premendole
mortalmente i ginocchi sullo stomaco e ponendo le loro labbra sulle
labbra di lei, ne succhiano, per così dire, lentamente il fuggente
spirito; ed è fama che nel cadavere nessun segno di morte violenta
non resta impresso. Io credo ch'io non sarei più da gran tempo, se don
Gennaro e donna Mariantonia avessero conosciuto questo modo di morte.
E nondimeno tutti gli sforzi loro furono indarno. La ferita cominciava
a rimarginarsi; io cominciava a poter dare volta sul pagliericcio e
giacere un poco su i fianchi; e la mia guarigione non pareva troppo
lontana. All'ultimo, una notte don Gennaro e donna Mariantonia non
rifinirono mai di bisbigliare, ma così adagio, ch'io non ne potetti
intendere nè anche una sola sillaba. La mattina seguente donna
Mariantonia mi si mostrava tanto amorevole, che mi parve un portento
novissimo. Mi fu larga non di pane solo, ma ancora d'un poco di zuppa
che fece bollire con qualche fronda d'alloro. Mi lisciò, mi carezzò; mi
ravviò e rannodò i capelli per la prima volta dal dì che mi tolse; e la
sera, essendo venuta la vicina a veglia, mi diede in presenza di lei un
assai affettuoso bacio. Io era fuori di me, e non mi sapevo risolvere
della strana visione che mi appariva. A notte profonda don Gennaro
tornò con un gran fiasco in mano. Sufolato qualche parola all'orecchio
della moglie, si appressarono entrambi al mio sacconcello, e dicendomi
amorosamente che mi volevano condurre a una cenetta che avevano a
casa certi loro amici, e sollevandomi molto dolcemente dal saccone,
donna Mariantonia mi si pose a portare in braccio, ch'io non avrei mai
creduto che mi potesse. Don Gennaro con la sinistra mano sosteneva
il diritto gomito della moglie, sul quale io pesava di tutta la mia
persona, e con la destra portava il fiasco. Sarebbe stata quella notte
un gran lume di luna, se le nubi non l'avessero oscurata. Mi portarono
per alcuni viottoli ch'io non riconobbi bene, sempre carezzandomi e
baciandomi con infinito affetto. Finalmente, fermatisi di botto, la
luna trasparì un momento dalle nubi ed io mi trovai presso alla buca
della Nunziata. Quivi, spogliarmi nuda, versarmi sulla testa tutto
quel fiasco, ch'era pieno d'olio, ficcarmi a forze giunte nel buco, e
darmi un fiero calcio che, sdrucciolando, mi fe trovare nella ruota che
rapidamente girò, fu un punto solo[2].