Era del mille ottocento ventuno. Io era giunta all'undecimo anno
dell'età mia, e divenuta alquanto altetta della persona, se non che,
sotto la sferza del dolore, venivo assai tenue e minuta. Pure non
potettero gli stenti miei sterilire tanto la natura, che qualche
segno di giovinezza non cominciasse già a spuntare in sul mio seno. Oh
giorni! Oh momenti eternamente ineffabili d'affanno, di dolcezza e di
speranza! Era di marzo. A un tratto mi si mutò la scena del mondo. Fin
allora io m'era sentita lentamente mancare, e tutto intorno a me m'era
sembrato che lentamente mancasse. La distruzione, la morte, il nulla mi
era apparso la meta finale a cui tendesse ogni cosa creata, e l'assenza
del dolore mi era sembrato il desiderio più grande che potesse nascere
nel cuore dell'uomo. A un tratto mi parve che l'universo moribondo
rinascesse. Una vita, una forza nuova ed incognita e più che umana, mi
parve che penetrasse nel seno d'ogni cosa e di me stessa. I cenci che
appena mi coprivano, cascavano in pezzi come prima; come prima io nè
mangiava, nè dormiva, nè riposava, e d'ogni altra cosa più necessaria
alla vita sostenevo inopia come prima. E nondimeno ogni giorno, ogni
ora, ogni fiato dell'aura vitale, in cui nuotava allora qualunque cosa
terrena, mi rendeva assai maggiore di me stessa e d'ogni angoscia e
d'ogni stento: e pareva che m'infondesse una nuova anima, tutta diversa
da quella di prima già spenta; e mi pareva che con questa io trionferei
l'universo sulle ali del vento. Il fine al quale io era stata creata
non mi parve più nè l'assenza del dolore, nè il riposo, nè la morte; ma
la vita, il movimento, il piacere, la felicità, il paradiso. A questo
paradiso, a questa beatitudine sovrumana ed ignota ed incommensurabile
ed infinita io mi slanciava da un istante all'altro fra i voli della
mia fantasia. Ma l'infinito non poteva capire nell'essere mio ch'era
finito! Alla fine, dall'altezza di tutti i cieli io precipitava come
nel più basso baratro della terra, e la perdita di quel paradiso mi
ritornava alla disperazione. E già quasi il prestigio dispariva. Ma
quella disperazione non era più freddo desiderio di morte, ma calda,
ardente, smaniosa ansietà di piacere, dalla quale riscoppiava ad ora ad
ora la speranza.
Un giorno, era il mezzodì, e il cielo era di una così viva serenità,
e l'aere così tepido e odorato, che quasi parea che la natura si
guardasse in seno a se stessa, come compiacendosi d'essere tanto bella.
Io andava con la secchia alla fontana. Quando fui presso al palazzo
Santo Buono, levando gli occhi a caso, vidi un vecchio curvo e canuto,
che con la destra si appoggiava a una lunga canna e con la sinistra al
braccio d'un giovinetto, che alla sembianza, ed all'amore col quale lo
guidava, mostrava d'essergli figliuolo. Se la fantasia non m'inganna
ancora, io non immaginai mai angelo del paradiso tanto bello, quanto
era quel garzonetto. Era bianco fino al pallore, avea gli occhi d'un
vivo cilestro, i quali egli volgeva languidamente, come affaticato e
stanco da un lungo soffrire, e molti biondi capelli e alquanto crespi
gli scendevano morbidamente sugli omeri. Oh padre! Chiunque dice che
la povertà avvilisce; chiunque ne rivolge gli occhi schivo come da
cosa paurosa e brutta, io vorrei che avesse veduta quella coppia.
Quale nobiltà, quale riposo nel sembiante del vecchio; quale affetto,
quale innocenza negli occhi del giovinetto! Qual mai decoro traspariva
dai cenci medesimi che li ricoprivano! S'indovinava, ma non si udiva,
ch'essi domandavano la vita per Dio. E quando io ebbi un poco coltivato
lo spirito, e ch'io lessi di Omero e di Belisario ciechi e mendichi
che un garzoncello guidava per mano, mai, per entro il prestigio
dell'antichità e della favola, non seppi immaginare due più nobili
figure.
Quand'io levai gli occhi al garzonetto, riscontrai i suoi, che mi
sembrarono come da lunga pezza fissi sopra di me. Oh padre! Io non
credo al fascino: ma certo l'onnipotenza d'uno sguardo sarà sempre il
più inesplicabile de' misteri. Io vidi o mi parve vedere in quegli
occhi un sentimento di compassione per lo stato mio; e credetti a
un tratto che fra me e lui altro sentimento non fosse scoppiato se
non la simpatia della sventura. Ma mi corse un lungo brivido per
le membra e per l'ossa: e questo brivido, che pur era amarezza e
dolore, mi sembrava piacere. Quello fu il primo istante in cui questa
parola non fu più senza senso per me. Oh gran Dio! Quanti e quanto
nuovi sentimenti mi si successero con la rapidità del fulmine nel
più profondo dell'anima. Quella che mi parve alla prima una dolce
riconoscenza alla pietà ch'egli mi aveva, si trasformò magicamente
in un tenero sentimento di compassione per lui. Mi apparve (chi il
crederia?) più infelice di me! mi sembrò ch'egli avesse bisogno di
me, e ch'io fossi fatta per consolarlo. In che modo io avessi potuto
consolarlo, non sapevo vedere! Pure mi pareva, che avvicinandomi a lui,
stringendomelo forte forte al seno, e colmandolo di mille miei baci,
che così io lo avrei consolato. Alla fine mi tremarono le ginocchia, mi
sentii come mancare, poi ruppi in un dirottissimo pianto, e mi parve
che s'egli avesse sostenuta e stretta me sul suo seno, e mi avesse
ricolma di suoi teneri baci, che solo su quel seno io avrei trovato
quella pace, alla quale avevo indarno sospirato dal dì che fui conscia
di me stessa.