Massimo si svegliò però risoluto di accontentare in qualche modo
sua madre. Appena alzato, fece attaccare e si recò col calessino a
Monasterolo, ove sapeva di trovare un antico compagno d’armi, suo
coetaneo.
Il commilitone lo accolse a braccia aperte; gli fece esaminare,
ammirare, provare i suoi cavalli e non lo lasciò parlar d’altro in
tutto il giorno. A sera poi, al momento di separarsi, promise di venire
una volta o l’altra a Robelletta, e Massimo partì soddisfatto come se
fosse già riuscito ad avviar la faccenda.
Il giorno dopo, altra gita. Massimo si ricordò d’un vecchio parente
di sua madre, che viveva in un castelluccio, su quel di Villafranca.
Vi andò a cavallo; fu ricevuto con cordialità dignitosa, trattenuto a
desinare, provvisto d’uno schioppo e condotto in giro fino a notte nei
campi e nei boschi.
Il gentiluomo accettò poi con molto gradimento l’invito di venire a
cacciar sulle terre di Robelletta e fissò anche il giorno.
— E due! — pensava Massimo, ritrottando verso casa. — Neppure costui
non mi ha lasciato parlare, ma forse è meglio. Quello che non ho fatto
io, lo farà mia madre. Ella ha le idee chiare, sa quel che vuole. Per
ora si contenti di avere in me un buon ufficiale d’ordinanza.
Giudicando che il suo mandato consistesse nel richiamare quanti più
nobili poteva a Robelletta, egli continuò ad adempierlo scrupolosamente
a piedi, in legno, a cavallo, senza badare nè a distanze, nè a fatiche.
Egli era sempre stato un po’ ritroso, un po’ orso; adesso, col doversi
presentare a persone per lo più indifferenti, col dover cercare di
allargare il cerchio delle sue conoscenze, si trovava obbligato a
mutar abitudini, a combattere continuamente le sue inclinazioni, gli
pareva perciò di far molto e cominciava a sperare in un risultato
corrispondente allo sforzo.
Vedeva Liana assai più di rado e solo quando, andando o venendo, poteva
passar per Murello; ma trovava un certo compenso nel sapere che sua
madre la vedeva pur qualche volta. Sentendo pronunziare da lei il
caro nome, provava un compiacimento nuovo, singolarmente profondo e
squisito.
La contessa, che usciva spesso verso sera in carrozza, ordinava
di fermare ogni qual volta incontrava Liana e suo padre; e avendo
cominciato ad andare la domenica a messa cantata a Murello, prima di
ripartire, si tratteneva sempre qualche momento con loro.
Ella menava una vita relativamente attiva e occupata. Si faceva
condurre sovente, per diporto, ai villaggi ed alle cittadette
circonvicine; percorreva a piedi i dintorni della sua villa; e mentre
invitava e riceveva in casa gente di qualità assai più che negli altri
anni, praticava volentieri con gli inferiori, trattandoli come li aveva
sempre trattati, cioè con quell’alterezza signorile, che non esclude
l’affabilità e tanto differisce dall’alterigia. Non tralasciava poi
alcuna occasione di alleviare le miserie dei suoi contadini.
Verso la fine di agosto l’avvocato Oliveri fu riassalito dalla podagra
e dovette tenere il letto. Questa volta l’insulto invece di limitar
la sua durata a tre o quattro giorni, si prolungò, suddividendosi in
piccoli accessi più o meno gagliardi, con remissioni intermedie.
La contessa lo seppe; mandò da prima a prendere notizie, poi, un dopo
pranzo venne ella stessa in carrozza e invitò Liana a fare una trottata
per prendere aria e svagarsi un tantino.
La inopinata, graziosissima offerta, se inorgoglì il padre, maravigliò
e confuse molto la figlia. Liana lì per lì non seppe, non potè trovare
una scusa e dovette accettare.
Pochi giorni dopo la contessa tornò; e poichè l’avvocato, sentendosi
meglio, era andato a far una partita a tarocchi in casa Arignani,
riprese Liana con sè. D’allora in poi, o per mantenere la promessa
fatta a suo figlio, o perchè veramente la giovane signora le era
simpatica, o perchè forse le pareva anche utile farsi vedere con lei,
continuò a volerla per compagna nelle sue passeggiate. Così a poco a
poco le due donne vennero in maggior dimestichezza, i loro colloqui si
fecero sempre più facili e schietti.
Nei primi tempi non parlarono di Ughes nè l’una, nè l’altra, come per
comune accordo; poi un giorno, di punto in bianco, la contessa cominciò
a interrogare, e Liana a rispondere; la sparizione del giovane divenne
un argomento da cui non si uscì quasi più.
La gentildonna esaminava e riesaminava il caso con acume, con
cognizione di causa ed anche con una certa effusione d’affetto. —
Ah sì! compiangeva sinceramente la povera signora, onesta e bella,
la quale non sapeva se doveva considerarsi come vedova o no. Una
condizione insopportabile, inverosimile. Siamo tutti mortali e dobbiamo
piegarci al destino: dopo aver assistito alla morte d’uno dei nostri,
o almeno dopo aver acquistata la certezza che non è più quaggiù, si
spasima, si piange, ma poi viene la rassegnazione. Il pensiero prende
una forma, una direzione precisa. In terra tutto è finito, ma ci rimane
la speranza di andare un giorno là dove ci aspettano le nostre care
anime; e lo strazio si cambia in una dolce, malinconica attesa.
Ma così no, così si soffre sempre e non si va avanti. Questo dover
cercar per il mondo, con la mente, una persona; immaginarsela viva,
immaginarsela morta; e qui, e là, e in cento luoghi, doveva essere una
cosa da far veramente ammattire.
E Liana ascoltava con la testa reclinata sul petto, in silenzio.
Così la contessa continuava, senza avere in mente alcun disegno
determinato, a cercar di occupare e distrarre suo figlio, e nello
stesso tempo a mostrarsi disposta a far del bene a colei, da cui
avrebbe voluto staccarlo.
La corrispondenza tra Torino e Robelletta era attivissima. Il conte
mandava di quando in quando alla moglie qualche biglietto sul fare di
questo:
«Sono sempre alla Florita, ma vado qualche volta in città. Tutto va
male, malissimo. Beati quelli che sono caduti pugnando colla santa
illusione di versare utilmente il loro sangue. Non vedono ciò che
vediamo noi. Invidiamoli».
Ma le lettere di Violant, di Mazel e di altri parenti ed amici
spesseggiavano. La contessa era informata sempre e minutamente di
quanto accadeva alla capitale.
Ginguené continuava a vedere in tutti e da per tutto nemici acerrimi
del nome francese. Tutto intorno a lui si lavorava, si macchinava
per far nascere dissapori, malumori, rancori tra il popolo piemontese
ed i soldati di Francia. Poveretti! Questi si avventuravano inermi,
mansueti, fiduciosi nelle strade della città, ed erano insultati,
picchiati, trucidati. E quasi non bastasse, anche calunniati. I preti
del contorno non li accusavano forse di far la caccia alle contadinotte
e di portarle volenti o nolenti in Cittadella?
In Torino, in Asti, in molti altri luoghi i malviventi erano cercati,
blanditi, prezzolati e trasformati in sicari.
Pubblica e libera la vendita dei coltelli e dei pugnali; pubblica e
libera la diffusione di stampe inique, vituperose, fatte per eccitare
all’odio ed alla rivolta. L’ambasciatore non si attentava di incolpare
il Re ed i ministri, ma sì tutti quelli che tenevano i maggiori uffizi
nella gerarchia ecclesiastica e civile, e nell’esercito. Egli si
lagnava incessantemente; presentava note, proteste, richiami.
«Per mettere un po’ in chiaro le cose — scriveva Violant a sua sorella,
— e anche per vedere d’intendersi, Priocca ha chiesto un convegno a
Ginguené. Questi l’ha ricevuto in una sala del palazzo dell’Ambasciata.
Avevano appena cominciato a discorrere quando: patatrac! l’uscio si
spalanca, entra il segretario di legazione Marivault e, con certe mosse
grottescamente tragiche, si avanza e mette sulla tavola un involto
con entrovi stili e stiletti d’ogni misura. Erano armi destinate
all’eccidio dei francesi, sequestrate e portate giusto in quel punto
all’Ambasciata. Eh? Quando si dice il caso!... Ginguené guarda Priocca.
Priocca zitto: non ha niente da dire. Ginguené aspetta un altro poco,
poi si volta al segretario gabbacristiani e gli mostra la porta. Meno
male, stavolta!
«Il risultato dell’abboccamento fu questo: l’ambasciatore s’impegnò a
provar fondate tutte le sue accuse. E qui viene il bello, Polissena
mia. Ecco i fatti prodotti: — Gli ufficiali dei cacciatori (che i
repubblicani chiamano spiritosamente: _scannatori_) hanno comprato e
fatto affilare non so quante centinaia di coltelli da un tale che tiene
bottega accanto alle Tre Corone. Infaticabili arrolatori di barbetti
sono certi Rey e Toselli, tutti e due agli ordini di David, creatura
di Castellengo; quartiermastro dei banditi, un certo Genesio. V’è
pure un capo militare, ma il Governo l’ha sott’occhio, quindi inutile
fare il suo nome. (Sai tu chi sia? Io no). Il cavaliere Lascaris ha
pur egli voce in capitolo tra i masnadieri attruppati nei dintorni
di Torino. Per munire quelli che lavorano sui confini del Nizzardo
si spediscono armi dal nostro Arsenale. L’operazione è fatta da un
certo Magna, che affida le casse al vetturale Gioccolaro. — Di’ quel
che vuoi, non si può essere meglio informati! Andiamo innanzi. — Il
padre dei due famigerati Ferruzza è venuto espressamente a Torino per
toccar denari dall’erario. Sui primi di luglio quaranta accoltellatori
hanno banchettato tutta una notte all’albergo del Gallo, poi giurato
sui coltelli il solito sterminio di tutti i francesi. Un cordaio di
Borgo Po è incaricato di iscrivere gli operai e gli artigiani disposti
a pigliar parte all’eccidio... E via discorrendo, chè poi non ti
voglio seccare. Debbo però aggiungere che l’ambasciatore chiede la
destituzione, o qualche cosa di simile, del conte Thaon di Saint-André,
governatore di Torino; del cavaliere Di Revel, suo figlio, governatore
d’Asti; del conte Solaro, governatore d’Alessandria; del conte di
Castellengo, vicario di Torino, e del suo segretario; del conte Adami,
presidente del Senato; del cavaliere di San Réal, intendente d’Aosta,
tutti segreti aiutatori di congiure e capi di assassini.
«E vorrebbe anche l’allontanamento del reggimento cacciatori.
«Roba da chiodi, sorella mia.
«S’io poi ti nominassi tutti quelli che i rivoluzionari accusano
di assoldar furfanti, la lista riescirebbe lunghetta. Ci troveresti
tutti noi che frequentiamo il casino dei nobili, e molti e molti altri
ancora.
«Se ti dico che Cicognara osa affermare che in Torino si fabbricano più
pugnali che scarpe!»
In un’altra lettera il marchese riferiva alla sorella quanto si era
trovato in seguito a minute e diligenti ricerche ordinate dal Governo.
«1º Il coltellinaio, dal quale gli ufficiali avrebbero preso i
coltelli, non fabbrica più che cesoie, e da un pezzo. 2º I soldati e
gli arcieri fatti uscir di notte da Torino e mandati a frugar nelle
bettole, nelle catapecchie, nei fienili indicati come nascondigli dei
barbetti, non hanno scovato che merciaiuoli, vagabondi e accattoni.
3º Nessuna traccia di armi uscite dall’Arsenale, nessuna traccia del
vetturale Gioccolaro. 4º La sala da pranzo dell’albergo del Gallo è
capace appena di otto o dieci persone. 5º Il cordaio non è depositario
di alcuna lista. — Insomma allo stringer dei nodi: niente o quasi, che
fa lo stesso.
«Anzi a forza d’insistere, si finì per far confessare ad un tal
Richini, detto _Contin_, arrestato appunto come capo di malandrini
stipendiati, ch’egli fermava e predava bensì i convogli che portavano
danari in Francia, ma sempre avvertito da alcuni commissari francesi,
coi quali spartiva puntualmente il bottino. Bisognerebbe anche ridere,
eh, Polissena? Ma come si fa?»
Il cavaliere Mazel, nelle sue lettere, dava notizie sempre migliori
della sua salute. S’avvicinava il giorno in cui, terminata la cura,
dichiarato guarito dai medici, sarebbe partito per Robelletta. Come
sospirava, come anelava di rivedere l’amica! La parola umana non
bastava ad esprimere le torture della lontananza. Ad una pagina o due
piene di svenevoli dichiarazioni d’affetto, seguivano sempre altre
pagine dolenti ed austere. I raggiri, le prepotenze, le bizze, le
spavalderie di Cicognara e di Ginguené non occupavano più il cavaliere,
egli si mostrava impensierito dal procedere ognor più minaccioso ed
invadente dei francesi.
Il 14 luglio essi avevano solennizzato con manovre a fuoco, spari
di cannone, danze e gozzoviglie, la festa della Federazione. Il
10 agosto celebrato con maggior pompa e clamore l’anniversario
dell’imprigionamento di re Luigi; e pareva si preparassero ad una serie
illimitata di esultanze e di trionfi.
In quelle limpide sere d’estate, i padroni della Cittadella si
raccoglievano sui bastioni a godersi l’aura leggiera e refrigerante
che scende dalle montagne. La banda militare suonava le sue arie
repubblicane; e negli intermezzi i soldati intonavano canzoni guerriere
e rivoluzionarie, con accompagnamento di sghignazzate, ritornelli, e
grida di:
— _Vive la République! — A bas le Roi des marmottes!_
La folla, che si accalcava al di sotto, era composta di sfaccendati
indifferenti o curiosi, di patrioti giubilanti e plaudenti, di
realisti indignati e imprecanti, e di soldati fedeli mandati a mantener
l’ordine... ed a mangiarsi le dita.
Di tanto in tanto s’udiva qualche fischio, qualche grido di: — Viva il
Re! — lanciato animosamente come una sfida e seguìto da fremiti, da
lunghi susurri, che parevano da un momento all’altro doversi mutare
in ruggiti. Il governatore Saint-André, paventando il turbine d’ira
e d’odio che si veniva addensando, cercava saviamente d’indurre il
generale Collin a mettere in freno l’intollerabile oltracotanza dei
suoi. Questi ora evitava di rispondere, ora negava che si eccedesse.
Intanto si faceva ogni dì più sfacciata e palese la sua intenzione di
offendere e incitare a rivolta i buoni torinesi.
«Ieri — scriveva Mazel, il 4 settembre — i francesi hanno festeggiato
l’anniversario del 18 fructidor, giorno in cui il Direttorio scampò
alle trame dei suoi nemici. Hanno cantato, ballato, sguazzato tutto
il santo giorno. La sera baldoria nelle taverne, nei caffè e in tutti
i luoghi ove si può stare allegri. Vi furono risse; corsero pugni,
scappellotti, coltellate, si sarà forse anche trovato qualche morto
nei sobborghi. I popolani si consumano di rabbia, e si sfogano come
possono. Credo fermamente che se la Corte lasciasse fare, succederebbe
qui, quello che avvenne a Genova nel ’46».
Il cavaliere Mazel arrivò inatteso a Robelletta il 18 settembre, sul
far della sera. Baciò e ribaciò la mano alla contessa, abbracciò
Massimo, poi entrato nel salotto, ne fece due o tre volte il giro
toccando pareti, mobili, oggetti, come per persuadersi ch’era proprio
desto. Assaporata così la gioia ineffabile di quei primi momenti, diede
libero corso alle parole. — Cospetto! era venuto via senza salutare
quasi nessuno, senza neppur avvertire Garonis e Ambelli che lo avevano
guarito.
— Ma non ne potevo più! Bisogna vedere cos’è diventata Torino in
questi mesi, da che la Cittadella fa, si può dire, parte del territorio
francese... L’altro ieri poi, domenica, è successo un fatto inaudito.
Il tempo era magnifico, nè caldo, nè freddo, quello che ci vuole
adesso per me. Sono uscito verso le quattro e andato pian piano fino ai
viali della Cittadella. Ero lì che guardavo passare la gente, quando
sento vociare: — La Corte! la Corte! — Che Corte d’Egitto! Erano tre
carrozze che parevano venir diritto dalla fortezza. Per un momento non
raccapezzai niente, poi vidi che si trattava d’una mascherata fuor di
stagione. Nelle carrozze c’erano vivandiere, o peggio, camuffate da
dame di Corte, e ufficiali in abito nero, parrucca a borsa, cappello
sotto il braccio, spada al fianco, tutto appuntino. Avevano lacchè,
corrieri, usseri di scorta, e non so che seguito. — Uhm! — dissi fra me
— vedo bene chi volete schernire. Purchè il gioco, duri poco. — Invece
durò, e come! Andarono fino al Valentino; tornarono per San Salvario,
scompigliando brutalmente la gente che aspettava la benedizione davanti
alla chiesa; si fecero vedere da per tutto, sempre più infervorati
nel loro bel divertimento. Intanto era nato un po’ di subbuglio in
piazza Paesana. Alcuni soldati francesi, venuti a parole con operai
piemontesi, avevano messo mano alle sciabole; erano sopravvenuti altri
operai, poi entrato in ballo anche qualche soldato dei nostri. La
voce dell’alterco si sparse in un battibaleno, arrivò esagerata sui
viali della Cittadella, proprio nel momento in cui la mascherata vi
faceva ritorno. Gli usseri ed i corrieri, trovando chiusa la strada
dalla gente agitata, cominciarono a regalar sciabolate e mazzate. Vi
furono subito dei contusi, degli ammaccati, dei feriti... Intanto,
lassù sui bastioni, la musica suonava a gloria. Mi ero avviato verso
casa, per non farmi schiacciare inutilmente le costole, quando ad un
tratto sento uno sparo, poi un altro e un altro, dopo pochi minuti
divennero scariche. Cospetto! pareva una vera battaglia, non mancava
più che il cannone. Però dopo un poco tutto si chetò come per incanto,
e alle otto di sera la città pareva un camposanto. Ieri chi diceva
che la guardia avanzata francese, vedendo crescere il fermento nel
popolo, avesse chiusa la barriera e cominciato il fuoco prima contro
i cittadini inermi, poi contro i soldati accorrenti; chi asseverava
che il primo colpo era stato tirato da una sentinella piemontese
contro due repubblicani che la volevano disarmare, e che tutto il
resto non era venuto che in conseguenza di questo. Comunque sia,
il pericolo d’un grosso conflitto fu imminente e gravissimo. Se non
scoppiò si deve a Saint-André, che riuscì a far sgombrare presto i
viali e, secondato da molti ufficiali, a far rientrare nelle caserme
i soldati. Si deve al generale Mesnard o... Ménard, venuto per caso
da Alessandria a Torino, che corse in Cittadella ai primi rumori,
trattenne Collin, che sbraitava come un ossesso, esortò, comandò,
minacciò, impedì che si facesse una sortita, e sopra tutto non lasciò
che si toccassero i cannoni. A sentire Violant però la faccenda sarebbe
ancor più grave e più complicata. Cicognara, Collin e compagni, facendo
assegnamento sulla complicità vera o presunta dei reggimenti svizzeri
e di uno o due squadroni di cavalleria, avrebbero voluto provocare
realmente un tumulto, per potere intervenire e ristabilir l’ordine,
cioè proclamar la repubblica. In fatti si sa di certo che tra gli
ufficiali mascherati, v’era il vicereggente ed il segretario di Collin,
e dietro le carrozze, un codazzo di giacobini con armi nascoste.
Il colpo sarebbe fallito per causa del generale... Ménard, che, non
informato, si frappose nel momento decisivo; e per causa di Ginguené,
il quale andò in villa, invece di restare a Torino a soffiar nel fuoco
anche lui. Basta, è un caos, un caos politico, un nero miscuglio di
sotterfugi, d’intrighi, di perfidie, di... porcherie. Vedremo cosa ne
uscirà.
— Ecco il male! — esclamò la contessa, concitata. — Si sta a vedere,
mentre è tanto terribilmente tempo di agire. Vi ostinate a restar in
città, soffocati, ridotti all’impotenza da un’atmosfera di infamie e
di brutture, invece di uscire, di gettarvi nelle campagne, dove se non
altro si respira; dove forse si può ancor far qualche cosa!
Più tardi, dopo cena, ella espose lungamente le sue idee, le sue
intenzioni, le sue speranze. Il cavaliere, seduto di fronte, la mirava
come rapito in estasi; ascoltava con un dondolio della testa, quasi la
voce di lei fosse una musica e se ne potessero segnar le battute.
Salì poi alla camera che aveva sempre occupato, si mise a letto; dormì
fino a tardi, e discese riposato, ripicchiato, e pronto a riprendere le
sue antiche abitudini ed il dolce servizio.
Egli sperava di riveder subito l’amica, dovette invece impiegare a
leggicchiare ed a fantasticare il resto della mattina, poichè ella non
comparve che per mettersi a tavola.
La gentildonna si ritirò poi di nuovo subito dopo desinare, per
finire, a quanto disse, una lettera; e Mazel, ritornato in camera,
si appisolò sopra l’ampio e soffice canapè coperto di raso giallo a
righe alternativamente opache e lucide, sul quale aveva, in quelle ore,
schiacciati tanti bei sonnellini.
Vi stava da poco più che mezz’ora, quando Fiordelis venne ad avvertirlo
che la contessa lo aspettava per la passeggiata.
— Ma come! È già in basso? — chiese egli, scuotendosi.
— Sì, signore.
— Cospetto! Ma che ora è?
— Son le tre e mezzo.
— Non capisco.... Una volta non si usciva mai prima delle quattro.....
anzi tra le quattro e le cinque.....
Discese subito. La contessa era già in carrozza; i cavalli focosi
scalpitavano sbuffando.
— Dove si va? — chiese Mazel, accomodandosi accanto alla dama.
— Prima a Murello, poi vedremo — rispose la contessa asciutta.
— Ha la luna — pensò il cavaliere. — Non c’è che star cheto e aspettare
che passi.
Ma giunti alle prime case del paese, sentendo fermare e vedendo un
lacchè saltar a terra e prender frettoloso una stradetta laterale,
dimenticò il proponimento e domandò dove andasse.
— Ad avvisar la signora Ughes — disse la contessa.
— Oh! La moglie del..... E viene con noi?
— Naturalmente.
Liana, seguìta dal lacchè, si avvicinava con passo leggiero, dignitoso,
elegante.
— Che linee! — osservò Mazel sottovoce. — L’attaccatura del collo
magnifica, le anche solide e snelle.... E che occhi! Cospetto, che
occhi!
La signora Ughes giunse alla carrozza; salutò la contessa sorridendo;
accettò, ringraziando e arrossendo, il posto che Mazel le cedette.
Si ripartì. Nessuno parlò finchè il legno non ebbe attraversato il
villaggio; riusciti all’aperto, la contessa si volse a Liana e le
domandò con amorevolezza che cosa avesse fatto in quei due o tre giorni
in cui non si erano vedute.
— Ho pensato molto a quello che lei mi ha detto — rispose Liana.
La gentildonna riflettè un momento.
— Ah! — disse poi — ho capito. Sentiamo come la pensa il cavaliere.
Liana, già pentita d’aver dato appicco al discorso che presentiva,
le rivolse uno sguardo quasi supplichevole. La contessa non le badò e
riprese:
— Mazel, voi sapete in che condizione singolare si trova la signora
Ughes? Ve ne ho parlato? Bene. L’altro giorno le ho chiesto se non
avesse notato qualche fatto strano, raccolto qualche indizio misterioso
e tale da poter essere interpretato come un avviso.... Poichè insomma
a me pare impossibile che due persone innamorate e unite da un vincolo
indissolubile, possano dividersi... e non saper mai più niente l’una
dell’altra!
— Mah! — fece il cavaliere, con un sospiro.
— E le ho raccontato il caso di madame de Saint-Floret. Vi ricordate?
— Quella vecchia signora emigrata che veniva in casa vostra?
— Appunto, morta nel ’96. Poveretta, aveva sposato un cugino, maggiore
nel reggimento d’Anjou. Costui, dopo averle fatto perdere quant’ella
possedeva, era andato in America con La Fayette. Ella non seppe più
nulla di lui, non lo rivide più che una volta in sogno, cadavere
sformato e disfatto, impigliato fra l’alghe nel fondo d’un fiume. Mi
diceva esserle rimasta di questo sogno un’impressione così forte,
lucida e viva, da non poter dubitare ch’egli fosse morto realmente
così.
— Euh! — esclamò Mazel. — Un sogno! Se ne fanno di così strampalati!
— Eppure c’è chi vi crede, e tanto fra i contadini, come fra i signori;
tanto fra gl’ignoranti, come fra le persone più culte.
— Vi è anche chi crede agli spiriti, alle ombre, ai fantasmi. Eppure io
non ho mai visto niente, non ho mai avuto a che fare con loro...
— Lasciamo stare i fantasmi. Non è forse accaduto tante volte di veder
verificati eventi previsti e predetti...
— Uhm! Già, già... Cose che si raccontano. Cose che turbano, ma non
persuadono. Casi, coincidenze, illusioni, allucinazioni, amica mia.
E la fantasia non la contate per niente? Vi par piccolo il piacere
di abbellire o d’imbruttire, secondo i casi? Il piacere di esagerare,
accomodare, trasformare? Mentre si parla, il cervello lavora. La prima
volta si riferisce un fatto esattamente com’è accaduto, ma la seconda,
la terza, la quarta, ehm!... E più si va avanti, più l’immaginazione
si mescola alla memoria. Non avete mai notato le alterazioni a cui va
soggetta la più semplice delle notizie, solo nel passar di bocca in
bocca? Vediamo bene tutti i giorni quel che vale la testimonianza d’un
uomo, o d’una donna, a proposito di cose di nessuna importanza e che
nessuno avrebbe interesse a svisare?
Ogni tanto la contessa guardava il cavaliere di sbieco, stringendo le
labbra; quand’egli ebbe finito, non replicò, si volse a Liana:
— Nel maggio del ’58, mio marito, allora assai giovane, aveva ottenuto
da sua madre il permesso di passare qualche giorno alla Florita, per
riposarsi dallo studio e svagarsi. Una sera, andato in camera per
porsi a letto, e messa la candela sul tavolino, vide a un tratto la
fiammella vacillare, farsi piccola piccola e spegnersi. La riaccese,
guardò, cercò intorno: le finestre e l’uscio erano chiusi, non si
sentivano correnti d’aria, nè soffi di vento, nulla insomma che potesse
giustificare il fenomeno. Un’ora dopo arrivò un uomo a cavallo con la
notizia che la contessa madre era morta...
Liana rabbrividì; Mazel non si attentò di far altre osservazioni.
La conversazione languì durante il resto della passeggiata; languì
anche più quando, riaccompagnata la signora Ughes a Murello, la
contessa e Mazel rimasero soli.
Massimo aveva lasciato Robelletta da quattro giorni. Egli si era
accordato di ritrovarsi a Centallo con alcuni amici, in apparenza per
cacciare nei dintorni, in realtà per affratellarsi e cercare i mezzi di
rendere sempre più larga ed efficace la propaganda anti-francese.
La contessa Polissena, che aspettava con certa ansietà una sua lettera,
non trovandola, entrò in pensiero; parlò pochissimo durante la cena, e
subito dopo scomparve.
Il cavaliere ne fu quasi contento: era persuaso che l’amica fosse
adirata con lui per le idee manifestate e sostenute poc’anzi,
perciò non faceva altro che immaginare e temere lagnanze e rampogne,
preparare e masticare le scuse. Andò a letto molto presto, ma almanaccò
lungamente prima di poter prender sonno.
— È permalosa così, ma è buona — diceva tra sè — e domani mattina
non se ne ricorderà nemmeno più. Non capisco però dove abbia preso
certe ubbie; una volta non le aveva. Può darsi ch’ella finga soltanto
di credere, per qualche suo pensiero nascosto. Ma allora perchè
non dirmelo? O che mi tiene incapace di inventare qualche fanfaluca
ingegnosa? Vuol vedere commossa, turbata, atterrita, spiritata, basita
la sua nuova amica? Son qua io; siamo sempre in tempo!... Un fine lo
deve avere, altrimenti non mi saprei spiegare tanta dimestichezza con
la moglie d’un fanatico morto. Ci sarebbe mai qualche attinenza fra
questo e quell’altro affare ch’ella dice di avere avviato? Polissena
ha il pensier lungo, penetrare nei segreti della sua politica non è
cosa facile... E se invece si trattasse semplicemente di ammansare la
giacobina, e renderla docile e meno scontrosa con Massimo? Anche questo
è possibile... Cospetto! ma io comincio a capirlo l’invescamento di
Massimo: quella donna è piacente, seducente, attraente e... pericolosa.
Pericolosa sì, perchè senza fine desiderabile.
Egli pensò poi al modo di rientrare nelle grazie della sua dama,
senza venire a spiegazioni fastidiose. Bastava tornare destramente
sul discorso che li aveva divisi ed esprimere idee affatto diverse.
In quella ch’egli stava appunto cercando di accozzarne qualcuna, gli
balenò nella mente il ricordo d’un fatto singolare, similissimo a
quelli che la contessa aveva allegati.
Nella primavera del ’94, egli andava spesso a tener compagnia ad una
vecchia parente, la marchesa di Cereseto, il cui figlio Cesare era
capitano nel quinto battaglione dei granatieri, che sotto il comando
del conte d’Andezeno guardava un punto molto importante sulla linea
militare detta della Roja. Una mattina d’aprile egli l’aveva trovata
tutta sgomentata e piangente, perchè poco prima, venendo per caso
a passar nella stanza dov’era il ritratto di suo figlio, l’aveva
visto pencolare, poi staccarsi dalla parete e battere in terra. Ella
presentiva una disgrazia, e non si ingannava: precisamente quel giorno,
precisamente in quell’ora, Cesare era morto, fulminato da una palla nel
cuore.
L’avvenimento allora gli era parso semplicemente fortuito, ora
si sentiva inclinato a trovarlo anche strano. Ad ogni modo il
rammentarsene a tempo gli risparmiava la fatica di lambiccarsi più
oltre il cervello.
Aspettò l’ora della passeggiata con impazienza quasi giovanile; e sentì
poi un certo compiacimento quando potè, presente Liana, dichiarare
all’amica che dopo profonda meditazione su quanto s’era detto il giorno
innanzi, egli aveva mutato parere.
Raccontò quanto era accaduto alla marchesa di Cereseto; ampliando, ben
inteso, un po’ il fatto, fregiandolo con quei particolari che giudicava
atti a renderlo più pauroso ed arcano.
— Davvero — continuò egli — non so spiegare come tutto questo mi sia
uscito di mente. Certo che se me ne fossi ricordato ieri, non mi sarei
mostrato nè così fatuo, nè così corrivo nel negare. Del resto chi sa
quanti altri casi consimili rimangono ignorati! Quelli a cui capitano,
spesso non ne avvertono, non ne comprendono l’importanza... oppure
tacciono per timor del ridicolo. Quelli che ne hanno notizia, o non
credono, o fanno... come ho fatto io.
— Ecco — mormorò la contessa, — in questo genere di dispute è troppo
facile cavarsela con un sorriso ironico, con un frizzo, o stringendosi
nelle spalle. Ma non è ragionare.
— Giustissimo, cara contessa, ma ormai ho confessato il mio torto!...
Via, volete che vi dica di più? Ieri si era anche cominciato a parlar
di apparizioni, di spettri. Io dicevo... Non so più quel che dicevo
ieri, ma la mia opinione schietta e sincera eccola qui. Cos’è un
fantasma? Un’immagine, una figura umana che va e viene, discorre,
gestisce, e non ha corpo. Una cosa strana, inconcepibile. Eppure da
che mondo è mondo se n’è sempre parlato; vi sono memorie, osservazioni,
tradizioni, leggende. Vi si credeva e se ne aveva paura una volta, vi
si crede e se ne ha paura anche adesso. Perciò... Eh, cosa vi pare?
— Avanti — disse la contessa.
— Perciò non mi meraviglierei che anche in questo vi fosse qualche cosa
di vero.
La contessa non aprì bocca. Liana girava gli occhi senza sguardo
sulla campagna; voleva contenersi, raccogliersi, e sentiva sorgere
dall’intimo una bramosia disperata di saper altro, di approfondire
subito quanto aveva inteso. Ecco, la speranza di riveder Luigi vivo
si andava affievolendo, ma l’anima si apriva a nuove impressioni;
queste venivano da lontano, arrivavano a lei attraverso molti e
molti ostacoli, suscitavano immagini vaghe, idee indeterminate,
lampeggiamenti rapidissimi che parevano rischiarare abissi tenebrosi
e profondi. In certi momenti credeva perfino di afferrare un nesso fra
questo stato di esaltazione mentale ed un fatto che doveva sicuramente
accadere.
Ad un tratto si volse a Mazel e lo pregò, lo scongiurò di parlare, di
dirle tutto quello che sapeva. — Dio, Dio! era dunque possibile che una
parte dell’essere umano, una parte di noi continuasse a vivere oltre la
tomba?
Il cavaliere, così incredulo il giorno prima, non voleva poi neanche
mostrarsi troppo credulo adesso; riflettè perciò un buon poco prima di
rispondere.
— Mah! — cominciò poi — questa è una matassa molto intricata, non si
può nè dipanare, nè tagliare, bisogna lasciarla qual è. Non è possibile
di parlare del soprannaturale, senza stabilire bene i confini del
naturale; i limiti di ciò che è naturalmente possibile. E come si fa?
Noi non conosciamo che una minima parte dei segreti di questo mondo.
Certo che del cammino se n’è fatto da Adamo in poi, ma chi sa che
cosa ci rimane ancor da scoprire! In fatto di rimedi, per esempio! Chi
sa che non venga un giorno in cui ogni male avrà il suo specifico, e
l’uomo non morrà più che di vecchiaia. Peccato che noi non ci saremo
più!
Egli continuò così a saltar di palo in frasca, a passar da un
ragionamento all’altro, finchè venne il momento di separarsi da Liana.
A Robelletta la contessa trovò la tanto attesa lettera del figlio. La
lesse, la fe’ leggere al cavaliere, e commentarono insieme le notizie
vaghe e confuse che conteneva. Non pensarono più nè l’una nè l’altro ai
discorsi fatti con la signora Ughes.
Ma Liana invece vi tenne fissa la mente con tenacia e costanza tutta
quella sera, e la notte, e nei due giorni di pioggia che seguirono.
Al terzo, l’azzurro tornò sorridere ai campi. Nel pomeriggio Liana si
ritrovò in carrozza con le due nobili persone e chiese loro apertamente
se credessero alla possibilità di comunicare in qualche modo con gli
estinti. Mazel, preso all’improvviso, balzò sopra il cuscino, poi disse
con la faccia nebulosa e la voce sottile che, essendo la domanda assai
complicata, doveva ponderare bene la risposta.
Ma la contessa non gliene lasciò il tempo e prese francamente la parola.
— L’interrogazione della signora Ughes è giusta — diss’ella, — e mi
par meritevole di molta considerazione. Però io direi piuttosto così: —
Credete voi che le anime dei nostri cari possano mettersi in relazione
con noi? — Allora risponderei: — Sì, e per mezzo dei sogni. Il sogno
ha già in sè qualche cosa di così misterioso, non è vero? Il corpo
giace come morto, intanto l’anima veglia. Io m’immagino che l’anima,
trovandosi in uno stato direi quasi di libertà, possa intrattenersi con
altri spiriti vaganti intorno a noi, invisibili perchè spogliati d’ogni
forma, perchè sciolti da ogni legame materiale. Noi non ci badiamo
perchè troppo occupati e distratti, ma chi sa quante ispirazioni di
quelle che noi diciamo felici, non sono altro che suggerimenti di
persone che abbiamo perdute e che continuano a volerci ed a farci del
bene! Quante volte non accade di addormentarci dubbiosi, perplessi,
angustiati e di svegliarci risoluti e tranquilli!
Ella tacque un momento come se esitasse a continuare. Gli occhi di
Liana brillavano; desiderii tormentosi e impazienze compresse le
scorrevano sul volto e per le spalle e nelle mani, scosse a quando a
quando da tremori violenti.
— Oh signora! — mormorò ad un tratto. — Dica tutto ciò che sa, tutto
ciò che pensa, per amor di Dio!
— Vi sono di quelli che vanno anche oltre — ripigliò la gentildonna. —
Quelli che asseverano si possa sentir la presenza, l’influenza degli
esseri sovrumani, chiamiamoli così, anche nello stato di veglia... È
un’impressione delicata, leggiera come un alito. Provate una commozione
inopinata, inesplicabile, trovate inaspettatamente la spiegazione d’un
fatto lungamente cercata, ricevete a tempo un consiglio, un aiuto, un
impulso... Non dico sempre, ma in certi casi, non potrebbe l’amore
essere più forte della morte? Forse, perchè il miracolo avvenga, è
indispensabile che chi sopravvive continui a pensare molto a colui che
se n’è andato...
Qui la contessa si voltò a Mazel:
— Sapete con chi parlo spesso di queste cose? Con Garonis. Lo
credereste? Eppure... Egli ha avuto la disgrazia di perdere un
figlio, nel quale aveva collocate tutte le sue speranze, tutta la sua
ambizione. L’ho udito affermare tante volte ch’egli continua a vivere
spiritualmente con lui. Il suo Ottavio aveva poco più che vent’anni,
non poteva superarlo nello studio e nell’esperienza, ma mostrava
un’inclinazione straordinaria per la medicina. Orbene, a sentire il
povero padre, la maggior parte delle guarigioni ch’egli ottiene son
dovute ai suggerimenti del figlio. Esagerazioni certo, ma belle, sante,
consolanti esagerazioni!
Liana ascoltava sempre avidamente, tutta vibrante di una commozione
senza nome. Di tanto in tanto domandava a sè stessa se non avesse mai
provato nulla di simile. In sogno sì: sognava spesso Luigi... vivo e
sano però. D’ora in poi sarebbe stata più attenta, pronta ad afferrare
le sensazioni più fuggevoli e confuse. Ecco, questo doveva essere
oramai il suo pensiero, la sua occupazione costante. Non vedeva l’ora
di ritrovarsi a casa per chiudersi nella sua cameretta, ed attendere
nel silenzio e nell’ombra. Ad un tratto fu presa da singhiozzi
convulsi, senza lacrime. Subito la contessa e il cavaliere cercarono di
consolarla, di rincorarla. Ella scoteva il capo, cercava di sorridere,
stringeva fortemente una mano della gentildonna fra le sue. Dopo un
poco riuscì a vincersi, si acquietò, si rianimò, cominciò a scusarsi.
La contessa la considerava amorevolmente; Mazel cercava cortesemente di
tagliar corto.
— Eh no, eh no! Non occorrono scuse. È naturale, si capisce...
Cospetto! si capisce...
E per non cambiar troppo bruscamente discorso venne a parlare di una
dottrina che, a quanto aveva letto, era stata molto in voga presso gli
antichi. Aveva anche un nome lungo, mezzo greco e mezzo latino che non
ricordava. Secondo questa, l’anima appena uscita dal corpo dell’uomo,
entrava in quello d’un animale qualunque, e non ne usciva più per un
lungo volger di secoli.
— Ciò obbligava naturalmente i credenti a non mangiare carne, per
scansare il pericolo d’ingoiare inconsideratamente qualche buon
antenato.
Mazel, esilarato, prese poi ad assegnare facetamente una anima a tutte
le bestie che vedeva. Uno svago facile e che pure gli dava il mezzo
di mostrarsi molto arguto. Egli lo prolungò durante il resto della
passeggiata, e vi tornò nelle successive ogni qual volta si trattava
di evitare un discorso troppo grave od attristante. Cospetto! Questo
non era più andare a spasso, tanto valeva assistere tutti i giorni,
per gusto, a un funerale! La presenza di Liana cominciava a diventare
per lui, non noiosa, ma un pochino superflua. Troppo seria, via...
Non badava a ciò ch’egli diceva, mai non c’era modo di vederle i
dentini, di strapparle una risatina. Diavolo! una donna bella deve
sapersi mostrare sotto tutti gli aspetti: oggi mesta, domani gaia...
ma più spesso gaia che mesta. Così si fa, quando si vuol piacere! Ma
la signora Ughes non si curava affatto di piacergli, e questa era una
novità che lo maravigliava e lo indispettiva.
La contessa poi continuava a non palesar le sue intenzioni, e,
da quel gentiluomo educato e discreto ch’egli era, si guardava
dall’interrogarla.
— È chiaro — pensava: — ella fa di tutto per persuadere la giacobina
che suo marito è andato tra i più. Perchè? Forse per un fine pietoso.
La carità non si fa solamente con pane, e Polissena è virtuosa. Ma
la strada che ha presa può essere fastidiosa e lunghetta. A parer
mio bisognerebbe finirla d’un colpo. Un bel finale come si vede nei
romanzi... E dire che io l’avrei quasi trovato!
In quei giorni Mazel piantava spesso gli occhi in faccia a Fiordelis,
o lo guardava attentamente da capo a piedi, poi aggrottava le ciglia
come se facesse mentalmente un raffronto. Il cameriere non tardò ad
accorgersene, immaginò subito che il suo signore avesse bisogno di
lui per qualche servizio insolito, segreto, scabroso, ed esitasse a
parlargliene per mancanza di fiducia. Cominciò, mentre lo abbigliava
al mattino, mentre lo aiutava a spogliarsi la sera, a far cadere
il discorso sui vari padroni con cui era stato ed a far sentire
scaltramente come tutti lo avessero più o meno adoperato in negozi che
non avevano niente a che fare con le sue occupazioni giornaliere.
Mazel lo squadrava, lo sbirciava e lasciava dire. Ma una sera, dopo
aver posato sul tavolino l’orologio, la tabacchiera, la borsa, gli
domandò a bruciapelo se volesse guadagnare onestamente due luigi.
— Si figuri! — rispose Fiordelis — Anche quattro, anche sei!...