XX.

In tutto il mese di giugno, il cavaliere Telemaco Mazel non era andato

che quattro volte in casa Claris e sempre di sera. Egli si veniva

mutando, e sfuggiva la luce del giorno per non impressionare l’amica.

Soffriva incomodi, i quali tanto o quanto alteravano la sua sanità, e,

guardandosi nello specchio, vi si vedeva giallo, con le pesche agli

occhi, il collo che andava diventando color di nocciola e grinzoso

come quello delle testuggini. Avrebbe voluto dar la colpa di tutto

questo al caldo, alla stagione e sopra tutto agli eventi, così infausti

per tutti coloro che si conservavano fedeli al Re; ma a queste idee

si sostituiva, ahimè! sempre più molesta ed insistente, quella della

vecchiaia vicina, inevitabile, accompagnata dalla bruttezza, dagli

acciacchi, dalle malattie.

Aveva consultato successivamente Garonis e Ambelli; tutti e due

lo avevano dichiarato guaribile, mediante una cura non lunga, non

difficile, ma esatta.

Egli ebbe l’avviso che la contessa stava per partire appunto un giorno

in cui si sentiva più indisposto e più scuro che mai. Pensò da prima

d’andare in bussola al palazzo e chiederle scusa di non poter servirle

di scorta come tutti gli altri anni; poi invece le scrisse ch’era

malato, a letto, ma pronto ad alzarsi, a far ciò che considerava come

un dovere. Non pensava alla possibilità d’un aggravamento, al pericolo

di restar per istrada; lo inquietava, lo turbava l’idea di arrivare a

Robelletta nè vivo nè morto, l’idea di averle a cagionar noie, pene,

disturbi.

La lettera ottenne l’effetto ch’egli aspettava e bramava. La contessa

rispose subito, pregandolo di non muoversi e d’attendere a curarsi ed a

guarire.

Mazel riscrisse confuso, umiliato, compunto, ringraziando come avesse

ottenuto una grazia, un grandissimo favore. Prometteva di raggiungerla

appena avesse potuto reggersi in piedi.

Così una bella sera, mentre il sole declinando verso occidente

arricchiva d’oro e di porpora le nuvolette vaganti per il cielo

tranquillo, gli abitanti di Robelletta videro entrar nel viale la

carrozza della loro signora e osservarono con molta sorpresa che non

era nè preceduta, nè seguìta dall’antico cavaliere.

La contessa Polissena riprese subito il tenor di vita di tutti gli

altri anni: leggeva, scriveva lettere, faceva e riceveva qualche

visita. Nei primi giorni non si occupò affatto di suo figlio: lo vedeva

a desinare, lo vedeva a cena, ma non gli domandava mai come avesse

passato il suo tempo.

Però un dopo pranzo, mentre passeggiavano discorrendo in un viale, ella

credette d’accorgersi che Massimo andava diventando un po’ irrequieto,

come se desiderasse, ma non osasse lasciarla.

— Vuoi andare? — diss’ella, pacatamente. — Va pure.

— Oh signora madre...

— Va, va in pace. Ricordati, passando in casa, di mandarmi madamigella.

E... buona fortuna.

Massimo che aveva già fatto due o tre passi, si voltò a guardarla.

La contessa sorrise:

— M’hanno detto che la signora Ughes esce tutti i giorni con suo padre

e con te...

— È verissimo.

— Bisognerà che tu me la faccia conoscere questa sirena. Vuoi?

— Scusi, signora madre, ma io non capisco...

La contessa non rispose, si fece grave, pensò un momento.

— Domani — riprese poi — farò probabilmente una visita al santuario

della Madonna. Fa di trovarti con loro da quella parte, verso

sera. Bada però che l’incontro deve parer casuale, perciò non devi

avvertirli, non devi dir niente. M’hai inteso?

Massimo promise e si allontanò rapidamente, ma giunto sulla strada

che metteva a Murello, sentì ad un tratto venir meno ogni volontà di

andarvi. Entrò in un prato e si gettò sull’erba, nell’ombra di certi

alti pioppi.

Che significava questo desiderio di sua madre? Doveva rallegrarsene?

Accettarlo come un augurio? Era possibile che ne derivasse un

bene qualsiasi? — E fantasticò fino a tardi senza venire ad alcuna

conclusione, senza intravvedere un punto chiaro, uno spiraglio sereno

nella densa caligine che gli nascondeva l’avvenire.

Tutta quella sera, e la notte, e il giorno seguente, finchè non venne

l’ora di andare in casa Ughes egli si sentì amaramente tribolato da

un pensiero: — E se Liana non riuscisse simpatica alla contessa? Se

questa trovasse ch’egli aveva collocato male il suo amore? — E il

dubbio, senza che egli sapesse come, nè perchè, andò sempre crescendo

e prendendo un’importanza che gli pareva foriera di nuovi e gravi

avvenimenti.

Massimo entrò in casa Ughes mentre battevano le quattro. Liana lavorava

nel salottino, vicino ad una finestra; l’avvocato dormicchiava sul

sofà. Egli si rizzò subito all’apparire del contino e ordinò ad alta

voce, in modo d’essere udito dalla cucina: vino bianco, sciroppo di

ribes, frutta e ciambelle.

Aveva fatto una buona sfogata di chiacchiere col parroco e col notaio

al mattino, desinato con buon appetito, digerito bene: era quindi di

ottimo umore.

— Adesso si beve — diss’egli, — e poi si va a spasso.

— Possiamo andar fino alla Madonna — suggerì Massimo, quasi sottovoce.

— Eh — fece l’avvocato — quella è sempre una passeggiata amena e

piacevole.

V’era stato la sera prima ed avrebbe preferito rivolgersi a tutt’altra

parte, ma perchè contrariare sor contino?

Quel giorno, come sempre, Liana sarebbe rimasta volentieri a casa, sola

con i propri pensieri, ma sapeva di far piacere a suo padre, di far

piacere a Massimo, venendo con loro, e cedeva. L’impeto di speranza

che l’aveva spinta a partir per Murello era caduto; il nuovo periodo

di attesa febbrile interamente finito. I giorni si succedevano tutti

uguali, in una quiete sorda, piena d’incertezza.

Massimo, comparso all’improvviso una bella mattina, era stato ricevuto

dalla signora con tranquilla amabilità, senza esclamazioni, senza

alcuna dimostrazione di maraviglia, come si fossero lasciati da poche

ore, non da quasi tre mesi. Continuava a frequentare la casa, ad

accompagnarla fuori: pago di notare nel contegno di lei, nei suoi modi

una affabilità semplice, costante, sicuro indizio che la sua compagnia

non le era sgradita.

Uscirono e presero la strada che metteva al santuario. Liana camminava

silenziosa fra i due uomini. Oliveri recitava ad alta voce una

poesia giocosa che gli aveva mandato l’avvocato Bottalla per il suo

compleanno. Massimo guardava avanti, si voltava indietro, sperando e

temendo ad ogni momento di scorgere la carrozza di sua madre. Respirò

vedendo deserto il piazzale davanti alla cappella: meno male, erano i

primi, la contessa non aveva dovuto aspettare.

Sedettero sur una panchina; e Oliveri, invaso, infiammato dall’estro,

cominciò a improvvisare un sonetto in risposta all’amico. Voleva anche

appiccarci la coda, quando Massimo lo interruppe stendendo il braccio

ed esclamando:

— Mia madre!

— Oh, oh! — fece l’avvocato, chetandosi subito e palpandosi la

parrucca, la gala del petto, i manichini. Soggiunse poi piano, mentre

la carrozza arrivava sul piazzale: — Signor conte, mi dica lei come

devo comportarmi.

La contessa discese, s’avviò con la testa alta e gli occhi bassi verso

la porta della chiesetta, vi entrò.

— Bisognerà ch’io faccia il mio dovere in qualche modo — seguitava a

dire Oliveri, già in piedi. — Credo conveniente, indispensabile qualche

segno di rispetto, di ossequio. Si tratta della madre di chi ci onora,

si può dire ogni giorno... E capirà... Insomma, adesso vedremo.

Massimo cercava invano qualche parola per disporre la signora Ughes

alla presentazione; la vedeva seria, indifferente; temeva di trovarla

poi fredda e riluttante quando fosse giunto il momento. Così intanto

egli taceva, fissando con un po’ di batticuore la porta socchiusa,

presso la quale adesso stava di piantone un lacchè.

Dopo pochi minuti, che parvero secoli al giovane, la contessa

ricomparve, e dalla soglia girò con gli occhi il piazzale. Mentre

un altro lacchè, ritto accanto al legno, s’affrettava a spalancar lo

sportello, Massimo e Oliveri si scoprivano il capo, e Liana si alzava.

La contessa li vide; si mosse bel bello guardando Liana e sorridendo

a fior di labbra. Incontrandoli, fu la prima a parlare, e lo fece

graziosamente. — Aveva sentito dire tante belle cose di loro da suo

figlio! Massimo si mostrava così soddisfatto d’averli per vicini,

affermava di trovarsi così bene in loro compagnia, che aveva destato in

lei una curiosità grande, un vivo desiderio di conoscerli. Era proprio

contenta di trovar finalmente una buona occasione.

Liana aveva appena cominciato a proferire alcune parole gentili, quando

Oliveri la interruppe. — Diamine, toccava a lui di rispondere! A lui

padre, avvocato, poeta! — E lo fece con una dozzina di frasi ampollose,

gonfie d’una rettorica ricercata, stantia ed anche un pochino servile.

Si avviarono poi tutti a piedi verso Murello: le signore davanti, gli

uomini dietro. Fatto così un breve tratto, la gentildonna si fermò, si

accomiatò e risalì nel legno, che li aveva seguiti di passo.

Massimo riaccompagnò a casa l’avvocato e sua figlia, poi pigliò per le

scorciatoie: non vedeva l’ora di essere a Robelletta, di sapere quale

impressione avesse ricevuto sua madre, che cosa pensasse di Liana.

Trovò la contessa in piedi, presso la finestra del salotto terreno,

interamente assorta nella lettura d’una lettera. Egli tornò nel cortile

e andò su e giù per dieci minuti, finchè un servitore venne sull’uscio

e fece un inchino.

Entrò nella sala da pranzo. La contessa e la vecchia damigella erano

già a tavola; don Bonhomine stava per sedere.

La cena fu silenziosa. La contessa aveva l’occhio freddo, la fronte

un po’ corrugata. Non era sdegno, ma poteva esser peggio. Massimo si

sentiva gelare, mangiò poco e non fiatò mai.

Don Bonhomine e sora Teresa, come la chiamavano i servitori, si

ritirarono appena preso il caffè. La contessa si alzò, passò nel

salotto, seguìta dal figlio, e se lo fece sedere accanto sur un piccolo

sofà.

— Ecco — diss’ella, — leggi questa lettera.

Massimo, un po’ inquieto, prese il foglio che gli porgeva sua madre, vi

diede un’occhiata e si riconfortò subito non vedendovi nè il suo nome,

nè quello di Liana.

Era l’abate Arbaudi che scriveva da una sua villa vicino ad

Alessandria. Anche in quella città i malintenzionati, indettati e

diretti dal generale Ménard, comandante della Cittadella, avevano

formato un comitato e cominciato a macchinare ed a corrispondere con

gli altri comitati impiantati qua e là.

Per farsi un’idea chiara dei loro disegni, don Castellani, amico

dell’abate, prete ardito ed accorto, s’era governato in modo da

trovarsi presente ad una conventicola segreta e decisiva. Aveva visto

allora che il caso era gravissimo.

I repubblicani, rioccupato Carosio, pensavano di approfittare

dell’agitazione che poteva produrre la dedizione della Cittadella di

Torino, per tentar nientemeno che un colpo di mano contro Alessandria.

Contavano naturalmente sulla cooperazione dei soldati francesi, e

speravano che il moto si propagasse per tutto il Piemonte. Non c’era

tempo da perdere; la bomba doveva scoppiare il 5 luglio: non si

trattava di giorni, ma di ore.

Il governatore Solaro fu subito avvertito e prese le sue misure. Mezzo

squadrone di Piemonte reale alla Cascina grossa; un distaccamento

di Peyer-im-hoff alla Spinetta; uno di Saluzzo a Marengo e uno di

guastatori a Castel Ceriolo. D’Osasco poi, all’alba del 5, era in

battaglia tra porta Ravanale e porta Marengo, con trecento soldati,

parte di Saluzzo e parte guastatori, e con ottanta dragoni. Il conte

Alciati, partito dal Bosco con quattrocento uomini di Savoia e di

Stettler, e cento di cavalleria, era giunto alle quattro e tre quarti

alla Spinetta. I contadini della Fraschea avevano ricevuto anch’essi

istruzioni, incoraggiamenti, armi e munizioni.

Poco dopo le cinque, un ufficiale, postato in avanti, aveva veduto

spuntare sulla strada di Marengo una colonna di circa mille uomini, con

bandiere e cannoni. Era l’_Armata infernale_, partita allegramente da

Serravalle, passata senza trovar impedimenti presso Tortona, e quasi

sicura di arrivare pacificamente fino ad Alessandria.

L’ufficiale, lasciati scaricare ai suoi i fucili, aveva ordinato

la ritirata senz’altro. E i repubblicani subito dietro a furia,

spensierati e baldanzosi.

Ma ad un tratto: — Avanti! avanti! — ecco a sinistra una forte schiera

di soldati lanciati alla baionetta. I rivoltosi li avevano accolti a

fucilate e a cannonate; ma poi, sentendosi galoppare Piemonte reale

e altra cavalleria alle spalle, s’erano buttati disordinatamente

nelle boscaglie e nei campi. La battaglia sarebbe finita così, appena

incominciata, con pochissimo spargimento di sangue, se non fossero

saltati fuori strepitando e sparando i frascheruoli appiattati fra i

cespugli, dietro gli alberi, nei fossati. Ufficiali e soldati avevano

fatto quanto umanamente si poteva per strappare i vinti dalle mani di

quegli arrabbiati; ma la carneficina era stata lunga ed orrenda.

Due giorni dopo la caccia all’uomo durava ancora, s’udivano ancora

schioppettate, strida, gemiti, bestemmie...

Quando fu a questo punto della lettera, Massimo, disgustato e

attristato, lasciò di leggere, sebbene vi fosse ancora tutta una

pagina.

— L’abate ha ragione — disse la contessa, credendo ch’egli fosse

arrivato fino in fondo: — Se tutti i nostri contadini odiassero i

francesi e i patrioti come quelli della Fraschea, le cose andrebbero

assai diversamente.

— Sì, ma che orrore, signora madre! Che tempi!

— Eh già! Non son tempi da idillio, figliuol mio.

Massimo si morse il labbro e si alzò.

— Permette? — diss’egli. — Vado un po’ fuori.

— Va pure — rispose la contessa. Ma subito lo richiamò con la voce e

col gesto: — No! Aspetta; vieni qui, siedi. Sta a sentire. Garonis mi

parlò una volta d’una malattia molto strana e terribile. Ne ho scordato

il nome, ma i sintomi sono questi: chi n’è colto sente le ossa diventar

molli come le carni, le carni diventar flaccide e come stemperate nel

sangue e negli umori; tutti i congegni del corpo si rilassano, le forze

si riducono a niente... Io provo questo, ma nello spirito. Non ho più

vigore, non ho più coraggio, non son più padrona di me, non posso più

adoperar la volontà in nessuna maniera... Mi par di vedere intorno

molti e molti ridotti così. È un’influenza che colpisce, gli uni dopo

gli altri, tutti quelli del nostro ceto. Tu l’hai addosso, come mio

fratello, come Mazel, come tanti dei nostri amici... L’epidemia non ha

risparmiato nè la Corte, nè i ministri. I nostri avversari hanno saputo

impossessarsi della nostra forza morale e se ne valgono, e ne abusano.

Ci sono anche altre cose che non so discernere, e che pure...

S’interruppe, poi riprese tosto con accento di rammarico grave:

— La fortuna sorride alle forze soverchianti dei novatori. Essi sono

padroni del campo, o lo saranno presto. Si combatte ancora, ma i

colpi sono sempre più radi, sempre più lenti... Ma non bisognerebbe

lasciar niente d’intentato, niente. Lottare, lottare con coraggio, con

pertinacia animosa per risparmiarsi almeno i rimorsi. Sentiamo un po’,

credi tu d’aver fatto tutto quel che potevi?... No, no, no! E continui

a startene colle mani alla cintola!

— Cosa devo fare? — chiese Massimo, cupo.

— Fa.

— Almeno mi dica...

— Puoi cominciar domani, puoi metterti in giro, andar nelle città

più vicine, nei villaggi, nelle ville, nei castelli, puoi visitare

gli amici, i conoscenti, sentir le loro idee, far qualche proposta...

stringer altre relazioni.

— Se la nobiltà è moribonda, crede lei ch’io possa prolungarle la vita?

— Chi ti dice che sia moribonda? Ti sembra così facile distruggere il

passato, cancellare la storia, annientare tanti ricordi di gloria,

di onore, di lealtà?... Oh Massimo, Massimo, almeno provare! Vuoi?

Mettiamoci tutti d’accordo. Stringiamoci insieme. Arbaudi accenna

nella chiusa della sua lettera a cose che non può spiegare: chi sa

che il fuoco non sia già avviato in qualche altra parte! I piemontesi

sono sempre stati fedeli, devoti al Re; adesso poi sono oltraggiati,

minacciati, oppressi... Bisognerebbe incorarli, sostenerli, spingerli

ad un grand’impeto eroico... Pensa, Massimo, pensaci, sai. Io spero

molto in te... Tu poi devi confidare in me. Ho veduto la signora Ughes.

La rivedrò. Non ti lascierò dimenticare da lei, sta tranquillo. Credo

che sia appunto venuto il momento di diventar più prezioso, di farti

desiderare. Non c’è niente che renda tanto pregevole e cara alcuna cosa

come il vederla pronta a sfuggirci. Questo lo sai anche tu.

Massimo pensava che dovesse e potesse fare. Non gli riusciva più di

spiccicare parola.

— Ora va — riprese poi la contessa, dopo un lungo silenzio. — Stasera

abbiamo parlato abbastanza. Va e che la notte ti porti consiglio.

Massimo salì in camera e si affacciò alla finestra per rinfrescare e la

fronte e la mente all’alito tranquillo della notte. Non c’era luna; la

pianura si stendeva nereggiante e sterminata sotto il gaio scintillar

delle stelle. Vi affissò gli occhi: gli parve di vederla brulicar

tutta di fantasime armate. Stette un poco sospeso, immobile, come se

aspettasse di sentirsi sfavillare nell’animo un’aspirazione bellicosa.

Nulla!

— No — pensò egli, — non sono nè un prode, nè un eroe, sono un povero

ufficiale che ha fatto quel che ha potuto, quand’era tempo... Dovrei

provarmi a dar fuoco alla polveriera, a suscitar la guerra civile; una

guerra da selvaggi, da cannibali... Io? Per l’amor di Dio, scusate se è

poco!

La bufera · 第 26 / 43 题