— Che strada! — brontolava Oliveri, sporgendosi fuor del legno. — E che
tempo!
La strada era veramente molto fangosa, ma il tempo non poteva dirsi
brutto. Glielo faceva parer tale la gran seccaggine di lasciar Torino.
Il cielo era nuvoloso, ma non oscuro; anzi i vapori alti e radi
accennavano a dileguarsi.
— I cavalli non c’è male — seguitava l’avvocato, parlando alla figlia,
— due caprette, ma vanno; il legno è perfido. Senti come crocchia. E
dianzi come si rimballava sul selciato!... Guarda, guarda come lavora
tutto per sghembo!
— Gesù! — susurrò Menica, seduta con una paniera sulle ginocchia di
fronte ai padroni — e quel vetturino, che ceffo!
Oliveri non lo aveva osservato, gli indirizzò subito la parola per
farlo voltare.
— Ehi, brav’uomo, come vi chiamate?
Colui, che andava sonnecchiando, si scosse e rispose che il suo nome
era Bono Biagio, ma che la gente lo chiamava _Lesna_.
— E le strade, come sono le strade?
— Infami, vede bene.
— Vi domando se sono sicure?
Lesna girò alquanto la testa, tanto da mostrare un viso forte ricagnato
e ulivastro.
— Sicure non lo sono mai. Verso Poirino c’è Frustafer che batte
la campagna coi suoi disertori; e verso Pinerolo c’è la banda di
Malanotto. Da questa parte non so, non ho inteso dir niente. Speriamo
di non fare cattivi incontri.
Per un quarto d’ora vi fu silenzio, poi il vetturino, destandosi da
un altro sonnerello, ritornò spontaneamente sull’argomento. — Già,
bisognava sempre sperar bene, ma qualche volta questo non bastava.
Proprio su quella strada lì, egli s’era trovato in un bell’imbroglio.
Il signore doveva ricordarsi anche lui d’un fatto capitato la sera
di venerdì, 2 giugno 1786? No? Diavolo! Eppure era stato pubblicato
e ripubblicato in tutti i paesi grandi e piccoli dello Stato. Ecco
com’era andata. A quel tempo egli, Lesna, faceva la staffetta e
portava la valigia delle lettere a Nizza. Quella sera, sulle undici
ore di Francia, mentre si trovava tra porta Nuova e la chiesa di San
Salvario, due birbanti gli erano saltati addosso lesti come gatti;
avevano atterrato e ferito lui con parecchi colpi d’arma da taglio e
vuotata la valigia. Un colpo da maestro! V’era dentro una cassetta,
coperta di tela incerata e sigillata con le arme gentilizie del
generale di Finanza, il signor marchese di Cravanzana, e indirizzata
al signor Biscarra, tesoriere della città di Nizza, la quale conteneva
la bellezza di ventiduemila novecento ottanta e più lire, in tante
doppie nuove da ventiquattro. V’erano altri involti di particolari per
il valore di circa novemila lire, e poi orologi, oreficerie, gingilli
preziosi provenienti da Ginevra.
— E crede lei che li abbiano presi? Nemmen per sogno. E sì che
i connotati io li ho dati precisi. Guardi: uno era alto, con una
sottoveste bianca, logora, e senza calzette; l’altro piccolo, tutto
vestito di grigio, e teneva in mano un paloscio.
Secondo Lesna poi, se le cose andavano di male in peggio, era perchè
non si castigava più.
— Dica lei, è un fatto che non si vedono più quelle belle esecuzioni
che si vedevano una volta. Non per vantarmi, ma io ho assistito a
certe operazioncelle, che farebbero venire i bordoni a chiunque. Lei
non era mica a Vigevano nel ’66? No? Il 31 ottobre 1766! Io c’ero, io.
Il reo principale era un certo Baudolino Testa, di Casal Bagliate,
in provincia d’Alessandria; aveva per complici Giacomo Miladano e
Gioanni Leonardo, tutti e due di Alessandria. Baudolino era accusato
del premeditato, proditorio e barbaro omicidio di Domenico Fusi, suo
padrone, consumato la notte dal 20 al 21 febbraio. Mi par che l’avesse
percosso al capo con una stanga, mentre sonnecchiava in cucina vicino
al fuoco, e finito a coltellate. Guardi che anima dannata! Poi se n’era
andato portando via argenteria, gioie, abiti, biancheria, denari per
il valore di cinque mila lire imperiali. Miladano, detto _Pogarolo_, e
Leonardo erano convinti e confessi d’aver prestato aiuto e assistenza
a Baudolino e d’aver diviso con lui il bottino. Razza di cani, eh? E
noti che stavano anche a loro carico altri furti di mantelli e di vesti
commessi a danno di parecchie persone. Bene, lei sa come la giustizia
accomodò le loro partite?
— Cosa volete ch’io sappia! — rispose Oliveri.
— Furono condannati tutti e tre ad essere strascinati a coda di cavallo
dalle carceri al luogo del supplizio; ad essere arrotati vivi sul
palco con colpo nel petto, e scannati tanto che l’anima uscisse dal
corpo; ad aver rotte l’ossa delle gambe e delle braccia e il loro corpo
intessuto in ruota di legno e levato in alto per tutto un giorno; ad
aver il capo spiccato dal busto, chiuso in grata di ferro ed esposto
sopra una colonna alla porta detta di Novara. Baudolino poi, già
torquito prima, come si dice, si ebbe per soprappiù l’applicazione di
tenaglie infuocate per due volte in una spalla durante il tragitto, e
l’esposizione sulla colonna, oltre che della testa, anche del braccio
destro. La confisca dei beni poi, ben inteso. E se avesse visto che
concorso! Era giorno di pubblico mercato; uomini, donne, bambini, non
si poteva dar passo nè in qua, nè in là, a gittarvi del panìco, non
cadeva in terra, sì la gente era ammassata.
Oliveri, che aborriva le cose lugubri o penose, si andava contorcendo
senza trovar il modo di rompere le parole in bocca a colui.
Liana, immobile e muta, guardava la strada. Ella rivedeva quei luoghi
per la terza volta. Era venuta con Luigi il primo giorno che si
trovavano insieme, finalmente soli, pienamente liberi di soddisfare
la bramosìa di parlar del loro amore, del loro avvenire. Un giorno di
felicità ineffabile; ore fuggite come lampi! Era ripassata, tornando a
Torino col padre: la campagna si stendeva intorno tetra ed avvizzita,
ed il suo cuore stillava sangue. Adesso la primavera splendeva di nuovo
in quella fertile, ridente pianura del bel Piemonte, ed ella cercava
invano di rintracciare qualche pensiero, qualche sensazione, qualche
rimembranza anche confusa, anche indistinta del suo primo viaggio. Il
viaggio di nozze! Che strana caligine offuscava il punto più luminoso
della sua vita!
— È dunque vero — diceva tra sè, — che i ricordi dolorosi s’improntano
nel cervello con ferro rovente, e che tutto il resto si perde e
svanisce?
La volta azzurra era ancor ragnata qua e là; grandi ombre correvano sui
prati e sui campi, ma la magnifica giogaia lontana s’ergeva smagliante
nel sole. L’avvocato non ascoltava più le ciance del vetturino, teneva
gli occhi fissi sur un punto. Chi sa cosa diavolo succedeva lassù! Chi
sa che spettacolo! Vie, aditi, passi asseragliati, ponti abbattuti,
vecchie trincee riparate in fretta, nuove trincee costrutte in furia,
soldati occupati ad afforzarsi nei luoghi elevati, squadre di montanari
mandati ad esplorare le gole, artiglieria in cammino, munizioni in
moto, apprestamenti guerreschi per tutto. Pensava alla possibilità
d’un combattimento appunto in quell’ora; interrogava la forma e il
color delle nuvole, disposto a trovar loro apparenza di fumo; tendeva
l’orecchio se mai sentisse tuonare in gran lontananza le folgori di
guerra. E perchè no? Non si avevano forse esempi di rumori, di suoni
portati dal vento a distanze veramente incredibili!
— Mah! — sospirò poi. — Povera patria mia messa a soqquadro pei
disastri d’una lunga, crudelissima guerra, per la sollevazione d’una
parte del popolo, e minacciata adesso d’una nuova e fatale invasione!
Liana comprese, si scosse, si voltò anche lei verso le montagne,
maravigliata di non aver pensato prima che Luigi forse le aveva già
varcate, stava forse scendendo in Piemonte. Si concentrò tutta nel
dolcissimo sogno, e non levò più gli occhi dalla bianchezza pura di
quelle vette, sulle quali aleggiava per lei la più cara speranza.
Un calesse, che passò loro accanto, portò con sè tutte le riflessioni
politiche dell’avvocato.
— Guardate guardate come si dimena quel postiglione! — esclamò. —
Questo vuol dire che si aspetta una bella mancia!
Si abbatterono in una grossa carrozza chiusa, con lo stemma marchionale
sugli sportelli: Oliveri avrebbe pagato volentieri un tanto per vedere
colui o colei che v’era dentro. Ogni poco poi si lagnava dell’aspetto
solitario della strada.
— Ehe! si vede che c’è qualche cosa per aria — diceva. — Carri,
carrettoni, scorratte, ma legni signorili appena due. È un po’ poco.
E i pedoni?... Frati, contadini, e una falange, una vera falange di
straccioni, con certe facce proibite!...
Di questi continuavano a rintopparne assai più che l’avvocato non
avrebbe voluto. Erano uomini di varie età, cenciosi, sudici, arruffati;
non campagnuoli, nè artigiani, nè accattoni, ma scioperati e vagabondi,
vere crisalidi di malviventi, poco temibili se soli, terribili se per
caso, per opportunità, o per bisogno venivano a formare una banda!
— Almeno — ripigliava Oliveri, — almeno si vedesse qualche drappello,
che so io? qualche pattuglia, qualcuno in divisa, tanto per rassicurare
i viandanti e tener in rispetto i malintenzionati; ma Signore Iddio,
chi pensa più alle strade!
— Eccoli gli uniformi! — esclamò il vetturino ad un tratto, indicando
con la frusta un baroccio che si avvicinava lento, a scossoni.
Era carico di fantaccini; e questi avevano tutti il viso pallido e
smunto, gli occhi incavati, e stavano così fitti che parevano messi al
supplizio.
Liana si sentì stringere il cuore e stava per chiedere spiegazione di
quello che vedeva, ma Lesna la prevenne dicendo:
— Poveri diavoli! Vengono dall’ospedale militare di Saluzzo, e vanno a
finire di crepare a Torino.
Seguitarono il loro cammino e si vennero avvicinando a un borguccio di
poche case, luride, affumicate, cascanti a pezzi. Quivi la scena era
un po’ più animata. Si vedevano tre vacche al pascolo in un praticello
a sinistra; alcuni maiali nel fossato di destra, che grufolavano e si
voltolavano nel fango; pollame sparso qua e là. Una vecchietta filava
seduta presso l’uscio della prima casipola; le scherzavano intorno due
fanciulline ed un ragazzetto. Questi si riponeva or dietro il tronco
d’un noce, or dietro una siepe; le fanciulline gli si accostavan
pian piano e, appena scortolo muoversi e minacciar di rincorrerle,
scappavano strillando e ridendo a rifugiarsi accanto alla vecchia.
Andando innanzi tra le case, l’avvocato e quelli che erano con lui,
sentivano crescere e avvicinarsi un ronzìo, un calpestìo che indicava
un gran movimento. Guardavano ma non vedevano nulla, perchè la strada
non correva diritta che per tutta la lunghezza del borgo.
All’improvviso s’udì uno sparo; seguirono risate, applausi, voci
clamorose, da lontano; un aprir d’usci e di finestre, un domandare, un
accorrere, un abbaiar di cani, uno schiamazzar di galline. Poi si vide
svoltare e venire avanti sulla strada maestra un militare robusto ed
elegante, sur un bel cavallo grigio pomellato. Portava un gran cappello
con pennacchio tricolore, un abito turchino, i cui galloni d’oro
brillavano al sole; aveva ancor in pugno una pistola fumante e parlava
con altri ufficiali che marciavano a piedi. Uno di questi teneva per le
zampe l’anitra che aveva servito di bersaglio al suo superiore.
Il vetturino fermò subito e si affrettò a tirar la carrozza in
disparte. Passò il gran cavaliere pomposo, che fulminò Liana con
un’occhiata conquistatrice; passarono gli ufficialetti disinvolti e
briosi; passò tutta la colonna francese, la quale pigliava un buon
tratto di strada.
— Di dove vengono? — domandava Oliveri, sottovoce.
— Chi lo sa? — rispondeva Lesna: — forse da Cuneo.
— Dove vanno?
— Chi lo sa? Forse a Torino.
— Quello a cavallo è un generale, non è vero? M’ha l’aria d’un corso.
Che sia Casabianca? Dicono che stia facendo un giro in Piemonte, per
visitare tutti i posti. Poveri noi, è uno dei più arrabbiati demagoghi
che siano al mondo!
Arrivarono senz’altri incidenti a Carignano, passarono le ore del
rinfresco ai Tre conigli; e poi via per Lombriasco e Casalgrasso fino a
Polonghera, ove piegarono verso Murello.
Erano appena entrati nella nuova strada, quando il vetturino si fermò
per levare un sasso dal piede di un cavallo che non poteva più andare
avanti. In quel mentre Menica, la quale dal posto che occupava poteva
veder dietro il legno, inarcò le ciglia, alzò le mani ed esclamò:
— Oh guarda chi c’è qui!
Oliveri si voltò, scorse un misero ronzino magro, stecchito, che pareva
vacillare sotto il peso di due uomini e d’una lunga sella che copriva
la groppa fino alla radice della coda.
— Sai chi sono? — domandò egli alla serva.
— Quello che sta sul davanti della bestia è il notaio Arignani: lo
vede il lucernone all’antica? L’altro, col cappello tondo, è certo
un murellese anche lui... Il chirurgo è più alto, il barbiere è più
largo... Toh, sa chi è? È lo speziale!
— Non lo conosco — disse Oliveri.
— Non può conoscerlo — proseguì Menica. — L’anno passato, quando lei è
arrivato a Murello, egli era andato via.
E guardò Liana furtivamente. Ella, in quel momento, era così assorta
nei suoi pensieri che nulla vedeva e nulla udiva.
— Aspetta! — gridò l’avvocato, vedendo che il vetturino, rimontato
a cassetta, era per andare. E, memore delle cortesie ricevute l’anno
prima dal notaio, volle scendere e movergli incontro.
Arignani lo raffigurò subito, si rallegrò assai di vederlo tornare
a Murello, chiese premurosamente notizie della gentilissima signora
Ughes.
— È qui — disse l’avvocato, — è qui con me; ci siamo tutti.
— _Tutti!_ — esclamò Arignani, accentuando la parola. — Come _tutti_?
Anche...
— Eh no, no, no — rispose Oliveri, crollando il capo. — Quello là chi
sa dov’è andato a finire!
Bechio, col suo testone nelle spalle, stava cheto cheto e sogguardava
l’avvocato.
Il buon notaio, giunto al legno, spinse il cavalluccio di fianco,
facendo mille ossequii, mille inchini. Liana lo accolse con un
sorriso, e aspettava ch’egli avesse finito i suoi salamelecchi per
rivolgergli qualche parola gentile, quando, guardando dietro di lui,
vide Bechio. Rammentò in un lampo chi era, la relazione che aveva con
suo marito, come anch’egli fosse scomparso quasi nello stesso modo,
quasi nello stesso tempo. Subito le parve di scorgere una connessione
tra tutti questi fatti: il ritorno di costui era un augurio, una
promessa; annunziava, forse precedeva il ritorno di Luigi! Si piegò
tutta verso di lui, lo interrogò ansiosamente con lo sguardo... Nulla.
Trovò una faccia dilavata, marmorea, priva d’ogni significato, d’ogni
espressione.
S’incamminarono poi tutti insieme di passo, perchè lì la strada
cominciava a farsi malagevole. Intanto si discorreva. Il notaio veniva
da Polonghera, ov’era stato per affari concernenti la sua professione.
Aveva condotto lo speziale con sè per compagnia. Questo era un
viaggetto che non gli andava punto a genio. Avrebbe preferito recarsi
una volta al mese a Saluzzo, a Savigliano, e magari a Cuneo, che una
volta all’anno a Polonghera od a Ruffia, dove temeva sempre di essere
riconosciuto per un buon murellese e accolto a suon di bastonate. Tutto
questo a causa d’un odio antico, d’una vecchia ruggine che durava
da secoli e che forse sarebbe scomparsa, quando si fosse riuscito a
segnar bene i confini di ciascun paese. Con Ruffia s’era fatta da poco
una specie di tregua, ma dalla parte di Polonghera non passava quasi
settimana senza che accadessero guai. Un maledetto pezzo di pascolo,
ove non cresceva che _plon_, un’erbaccia palustre e malsana, serviva di
pretesto e di campo ad alterchi ed a risse, spesso sanguinose e qualche
volta mortali.
— Nell’andata tutto andò bene, perchè nessuno sapeva... Ma adesso ci
hanno visti... Se la passo liscia al ritorno, attacco un voto alla
Madonna degli Orti!
— Già — diceva anche Bechio — finchè si è sul territorio nemico,
bisogna guardarsi da vicino e da lontano: si fa presto a frombolare
una sassata, a dare una schioppettata nella schiena. I torinesi non han
niente a temere. Ma noi, eh, notaio? Noi, capperi!...
E stringendo l’occhio a quelli che erano nel legno, cominciò a
rattrappirsi, a far le boccacce, a raccomandarsi a tutti perchè
guardassero attorno e stessero all’erta.
Procedevano pian piano, il ronzino dinanzi, il legno dietro, non
essendovi modo di avanzare altrimenti.
La strada s’andava facendo sempre più tortuosa e disuguale. Nelle
vicinanze dei boschi e delle macchie che fiancheggiano la Varaita,
s’ingombrò tutta di felci e di sterpi. Si abbassò poi fra prati e
fra campi acquitrinosi, finchè entrò in un vasto terreno incolto,
ove, sotto ai giunchi e alle cannucce, serpeggiavano, con lene corso,
infiniti rigagnoli; i quali, trovando appunto in quell’avvallamento uno
sfogo, vi fluivano dentro, gorgogliando da tutte le parti, si univano e
correvano come in un comodo letto.
Intanto lo speziale non ristava dal ciarlare, dal torcere gli occhi e
la bocca, agitandosi sulla sella come un vero scimmione.
— Ehi, ehi, che roba è questa? Cosa c’è laggiù, dietro quel salice? Una
testa o una spalla?... No, è un viluppo di foglie. Tanto meglio, tanto
meglio.
E dopo un momento:
— Ohè! Non vi pare d’aver visto luccicare un’arma in mezzo a quei
cespugliacci?... Ehm! Una trombonata che venisse di là ci accomoderebbe
tutti pel dì delle feste. Capacissimi di sparare nel mucchio, quei di
Polonghera, senza neanche dire: — scansati — a chi è forestiero. Non
so se sia meglio avanzar pian pianino per star a vedere, o passar lesti
lesti per distrarre la mira.
Forse, benchè scherzasse, non si sentiva troppo tranquillo nemmeno lui,
ma la sua inquietudine era alleviata e come esilarata dal gusto maligno
di stuzzicare e d’inasprire quella del suo onesto compagno.
In un subito cacciò fuori una pistola corta e rugginosa e la brandì.
— Toh, e ora? — esclamò l’avvocato.
— Fermo, fermo! — brontolò il notaio.
— Fermo? — disse lo speziale, — vedrete come starò fermo.
— Sarà mica carica? — domandò Arignani. — Cosa volete fare?
— Altro che carica; carica a palla forzata. Cosa voglio fare? Tirare al
cagnaccio; ditegli che si provi a saltar al muso del cavallo, come ha
fatto stamani. Si può aver pazienza una volta, ma due no!
— Oggi è il giorno di Santa Pistola! — mormorava Oliveri, seccato. — È
la seconda che vedo per aria.
Lo speziale gettava frequenti occhiate verso una cascina, che sorgeva
sulla sinistra, a un tiro di schioppo. Si sentiva da un momento un
abbaiar rauco e rabbioso che si veniva avvicinando; e ad un tratto si
vide sbucare dall’apertura d’una siepe un animale brutto e rabbuffato,
con gli occhi rossi e le fauci aperte.
— Bada a te, che ti brucio! — gridò Bechio, e volle armar la terzetta,
ma sia che il cane gli sfuggisse dal pollice, sia che l’indice premesse
fuori tempo il grilletto, fatto sta che si udì la botta e la testa di
Arignani sparì tutta nel fumo.
Liana si coprì il viso, l’avvocato si rizzò, Menica strillò, il
vetturino arrestò i cavalli. Tutti, che avevano vista la direzione
dell’arma, credevano che il notaio non avesse più il cervello nel
cranio.
Arignani, stordito dallo scoppio, per poco non era balzato dalla sella,
ma ignorando che la palla gli avesse rasentato la nuca, si voltò a
guardare il bestione che scappava impaurito, e domandò sorridendo:
— Fallito, eh?
— Fallito, fallito — rispose Bechio — e ammiccando verso il legno, mise
fuori un palmo di lingua.
Dopo un poco videro emergere tra gli alberi la punta del campanile ed
il tetto del torracchione quadrato; poi scoprirono le prime case di
Murello, bianche e basse, coi loro orticelli e coi loro cortili cinti
da muretti e da siepi.
Liana, stretta alla gola dalla commozione, chiuse gli occhi e non
guardò più, finchè non si sentì nell’abitato. Si soffermarono davanti
alla cappella di S. Sebastiano; e, mentre l’avvocato e il notaio si
promettevano reciprocamente di rivedersi presto e ricominciare le
loro partite sia a chiacchiere sia a’ tarocchi, la signora disse allo
speziale che lo pregava di venir a casa sua un momento, avendo gran
desiderio di parlargli.
— Si figuri! — rispose colui.
La sera stessa, il parroco ed il chirurgo, avvertiti dell’arrivo di
Oliveri e di sua figlia, vennero cortesemente a dare il ben tornato.
Bechio non si fece vedere. Liana lo aspettò tutta la mattina seguente;
poi, dopo mezzogiorno, uscì e andò diviato alla sua bottega.
Bechio era al banco, pestava droghe in un mortaio e discorreva con una
donna. Vedendo entrar la signora Ughes, chinò la testa, per nascondere
forse qualche brutto versaccio, e la pregò di passare nella stanza
contigua:
— Spedisco solamente questa ricetta e sono da lei.
Liana si trovò in una stanzaccia annerita dal tempo e dal fumo; v’erano
poche seggiole di paglia male in gambe, un camino con quattro fornelli,
e una tavola.
Lo speziale entrò di lì a un momento, portando su di una sottocoppa una
caraffa e due bicchierini.
— Anisetta, anisetta — diceva egli; — non vorrà farmi torto, non vorrà
rifiutare un ditino d’anisetta?
Accettato il liquore, Liana disse le ragioni che l’avevano indotta a
venire. Ricordò la partenza di Ughes; espose brevemente le circostanze
dalle quali era stata preceduta, accompagnata, seguita; lo pregò di
manifestarle francamente il pensier suo.
Bechio guardò la signora con certi occhi che parevano dire: — Ed è
questo il modo di parlar d’un affar così grave? — e si fece pensoso.
Dopo un momento andò a serrar l’uscio e le impannate di foglio delle
due finestre.
— Ecco la pura verità — diss’egli, mettendosi la mano al petto. —
Una mattina, sulla fine di giugno dell’anno passato, mi trovavo a
Racconigi. Non dirò in che strada, perchè non importa niente. A un
certo momento mi sento battere sulla spalla, mi volto e vedo Boschis,
il dottorino Boschis, buon’anima. — Cosa c’è di nuovo? — chiedo io.
E lui: — Sei incaricato di far sapere al medico Ughes che si avrebbe
piacere di vederlo. — Eh sì! — rispondo io: — sapete bene che è sposo
novello, che è nel miele fino al collo. — E lui, Boschis, con maggiore
appoggiatura: — Gli dirai che i _fratelli_ hanno bisogno di lui. —
Quando uno vi parla così, non si replica; io sono venuto a far subito
la mia commissione.
— E poi? — domandò Liana, dopo aver aspettato un momento.
— Sor Luigi sarà andato a Racconigi, m’immagino, avrà sentito quello
che si voleva da lui. Io non so altro; non m’impiccio dei fatti degli
altri, io.
Liana si lasciò andare sur una seggiola, incrociò le braccia e
s’abbandonò ai suoi pensieri.
— Sa come ha finito? — ripigliò Bechio, dopo un poco.
— Chi?! — domandò Liana, voltandosi a lui di sobbalzo.
— Oh parlo sempre di Boschis! — rispose lo speziale, ridendo di quel
suo riso grossolano e sinistro, — parlo sempre di Boschis. Dopo il
gran tentativo fatto in luglio per atterrare il mostro del dispotismo
e della feudalità, il dottorino fu preso e condannato dai satelliti
del tiranno. Messo contro un muro con tre o quattro altre vittime, non
si smarrisce niente: vede i fucili spianati contro il suo petto, sta
all’erta, coglie il tempo e giù! lungo e disteso. Non è neppur ferito,
ma lui comincia a dar i tratti come un pollo sgozzato... Si credeva
già salvo, e forse sarebbe riuscito davvero a scapolarsela, se non
era un ufficiale (certo un nobile) che si avvicinò per vedere se quei
poveri assassinati avevano tutti finito di soffrire. Costui s’accorse
che Boschis non aveva neppure cominciato. Allora, senza dargli tempo di
rialzarsi..... Cos’ha?
Liana era balzata in piedi, inorridita. Bechio ammutolì, sbalordito
dagli occhi spalancati di lei, pieni d’un’angoscia terribile.
— Parli, parli — diss’ella, — dica pure che Luigi è morto così! Se
questa è la verità, è meglio ch’io la sappia. Tanto, un giorno o
l’altro, bisognerà bene...
— Ma no, ma no, ma no! — esclamò lo speziale. — Non ha capito che
parlavo di Boschis? È a Boschis, giurabacco, che l’ufficiale ha fatto
dare il colpo spicciativo!... Un’altra gocciola — soggiunse poi,
riempiendo in fretta i bicchierini, — un’altra gocciola, non c’è di
meglio per cambiar le idee.
La signora ricusò con un gesto, e Bechio li votò tutti e due.
— Ancora una domanda — disse poi Liana, tornata quieta. — Come va che
la sua partenza ha seguìto così da vicino quella di Luigi? È caso,
oppure...
— Caso, puro caso — rispose lo speziale, con certa affettata serietà. —
Ero stato avvertito, sapevo ch’era bene mutar aria per qualche tempo.
Ho nemici occulti, ma potenti, gente che ha interesse a liberarsi di
me.
Liana gli domandò ancora se era consapevole di quanto accadeva ai
confini.
— Euh! — fece Bechio, alzando i gomiti e battendo l’aria con le mani
penzoloni dal polso. — E creda che davvero non vorrei essere nei piedi
del Re.
Così dicendo salì sopra una seggiola, tolse da un palchetto, pieno di
stoviglie, di barattoli, d’utensili, un grosso vaso bianco a rabeschi
turchini e lo posò sulla tavola.
— Lei è moglie d’uno dei nostri — diss’egli, — mi fido, ma...
E strinse le labbra, mettendoci il dito in croce. Poi, sciolta la
cartapecora polverosa che copriva il vaso, tirò fuori una manciata
di fogli, che mostrò a Liana. Era una collezione di manifesti, di
proclami, di libelli rivoluzionari, che Bechio sapeva quasi a mente
e si sfogava a declamare, chiuso nella retrobottega, con la schiuma
alla bocca ed arrotando i denti. In alcuni, diretti al popolo
piemontese, i patrioti dichiaravano benemerite le città ed i comuni
che innalzassero l’albero della Libertà; promettevano l’immediata
diminuzione dei carichi e dei balzelli, e grandi vantaggi morali e
materiali; minacciavano di morte chi resistesse. In altri s’invitavano
focosamente i militari ad abbandonar la causa dei tiranni, ad unirsi
alle patriottiche coorti: perciocchè prima d’essere soldati erano
figli della patria, la quale ad essi stendeva amorosamente le braccia
e si raccomandava. In tutti il Re, i principi, i nobili erano chiamati
_tigri coronate, lupi con la pelle di agnello, mostri col cuore di
iena, gli artigli delle arpie, il labbro della sirena, l’occhio del
coccodrillo_...
— Vede! — esclamò lo speziale, come se alla vista di quelle carte gli
s’infiammasse subitamente la fantasia: — Questa è semenza che gettata
al vento da mani pure e generose, cadrà in buon terreno e produrrà una
messe tremenda. Sì, per Bacco, unione, fratellanza, uguaglianza! Finirà
la nostra servitù, la nostra miseria; il Piemonte avrà splendore,
ricchezza, felicità. Coraggio, cittadina! O il tuo Luigi ritorna e
tutto andrà bene, od egli è stato trucidato furtivamente per ordine del
visionario Re di Cipro e di Gerusalemme, e si acquista la gloria dei
martiri!
Anche quest’anno, appena giunto a Murello, Oliveri mandò lettere ai
quattro punti cardinali per ottenere dagli amici e dai conoscenti
informazioni e notizie.
Così venne a sapere che i repubblicani di Liguria, molto ben
consigliati, s’erano accampati a Carosio, terra piemontese cinta di
terre genovesi. Potevano da quel luogo tentar scorrerie nel Tortonese
e nelle Langhe, mettendo le schiere inviate a cercarli ed a punirli,
nella necessità di violare il territorio d’una repubblica che si
adoperava apertamente per renderli grossi ed invincibili.
L’avvocato fece con Arignani un viaggetto a Pinerolo. Vi trovò pace
e tranquillità. La banda discesa dalle cime francesi nelle valli, e
già padrona di Bobbio e del Villar, era stata assalita e facilmente
sgominata da una piccola colonna mandata da Pinerolo. I repubblicani
avevano lasciato cinque o sei morti sul terreno, e chi diceva venti,
chi trenta prigionieri nelle mani dei soldati.
Liana, benchè in quei giorni avesse sempre mostrato di attendere il
ritorno di suo marito con nuova e singolar fiducia, ricevette quella
notizia senza far un gesto, senza pronunziare una parola.
Suo padre, che si aspettava di vederla scoppiare in lagrime ed aveva
preparato una filza di sdolcinate frasi consolatorie, rimase di sasso.
— Che filosofia! — diss’egli, tra sè. — Meno male. Avevo ragione io
di sperare nel tempo. Ecco che incomincia a mettere il cuore in pace.
Andiamo bene, per Giove! Andiamo benone.
E pochi giorni dopo le comunicò senza esitanza e senza preamboli una
lunga lettera narrativa dell’amico Chiovetti.
Il corpo di Seras, forte di milleduecento uomini, aveva preso il
castello di Domodossola e, lasciatovi un piccolo presidio, s’era mosso
risolutamente contro i soldati del Re. Le due schiere s’erano trovate
di fronte tra Ornavasso e Gravellona. I repubblicani, collocata una
compagnia di granatieri a guardare il varco del fiume Toce, che li
riparava a sinistra, avevano cominciato a sfidare arditamente il
nemico.
«A mezzodì — scriveva Chiovetti — si combatteva accanitamente da
ambe le parti. La fortuna, prima repubblicana, si fece ad un tratto
realista. Sei compagnie di granatieri, fatti a pezzi quelli che stavano
sul Toce, riuscivano a prendere i patrioti tra due fuochi. La disfatta
è stata solenne da ricordarsene. Oltre a centocinquanta morti, molti
prigionieri, gli uni presi subito, gli altri catturati dai contadini. A
Domodossola si lavora a moschettare dalla mattina alla sera».
Un lungo poscritto parlava delle bandiere conquistate, gialle, rosse
ed azzurre, con l’iscrizione: — _Democrazia o Morte — Obbedienza alle
leggi militari — Libertà ed Uguaglianza — Anno primo della Repubblica
Piemontese_. Dava i nomi dei reggimenti che avevano preso parte alla
battaglia: Savoia, La Marina, Peyer-im-hoff, Zimmermann e Bachmann; in
tutto quattromila uomini.
Finiva poi con queste parole: «Si dice che tra i fucilati vi sia un
nostro torinese, il giovane Angelo Paroletti, quartiermastro, fratello
dell’avvocato Modesto».
— Ecco qui — disse Oliveri a sua figlia, dopo aver pensato un poco: —
questo significa per l’appunto che se ci fossero altri torinesi morti,
feriti o prigionieri, si saprebbe, si avrebbero i loro nomi come si ha
quello di Paroletti. Dunque fatti animo, cara. È già una gran bella
cosa aver la certezza che tuo marito non s’era messo allo sbaraglio.
Come pure, te l’ho già detto, sono sicuro che non era nemmeno fra
quelli che si avventurarono alla pazza, rischiosissima impresa di
conquistare le valli. L’avrei saputo a Pinerolo. Santo cielo! tu
sognavi già di vederli scender dalle vette, come leoni dalle balze
della Mauritania...
— Oh babbo! — esclamò Liana. — Non capisci che mi passi l’anima? Io
spero ancora, vedi; spero sempre, sempre, sempre!