Il conte Annibale ricevette suo figlio assai benevolmente, come nei
giorni in cui non aveva nulla da rimproverargli; riprese poi subito
un contegno grave e riserbato, forse per fargli intendere che aveva
perdonato, ma non dimenticava. Era un’idea sottintesa, e toccata spesso
incidentemente, che le mancanze di Massimo venissero come segnate in
un gran registro immaginario; il conte, nella sua bontà, talvolta si
piegava e tirava mentalmente due righe in croce sull’una o sull’altra
pagina, ma queste non impedivano mai di rileggere e di ricordare quanto
era stato scritto.
Il conte, la contessa e il contino cenarono insieme.
Massimo aspettava con una certa ansietà che suo padre gli manifestasse
le sue intenzioni; gli dicesse che cosa si voleva da lui. Ma quegli
prese a discorrere di cose indifferenti e continuò finchè rimasero
a tavola. Cominciò poi, quando furono passati nel suo gabinetto, un
lungo elogio dei parenti, degli amici, dei conoscenti che in quegl’anni
avevano data la vita per la patria e per il Re; seguì a questo una
violenta ed abbondante invettiva contro _certi tali_ che una volta
altro non facevano che vantar l’antichità del loro lignaggio e i
servizi resi in tutti i tempi alla monarchia, e adesso stavano zitti
e cheti, ch’era una pietà a vederli, o mostravano una fiacchezza,
una perplessità, una sfiducia peggiore e più dannosa d’un’aperta e
dichiarata opposizione.
— Conosco uno — diceva egli, fremendo, — un ufficiale superiore che
fu ferito nel secondo fatto dell’Authion; che guarito, continuò a
combattere valorosamente nelle altre campagne. Invece di gloriarsene,
si direbbe che adesso ne arrossisce: poveretto, si è trovato lassù
perchè non poteva far di meno; se si è portato bene, non l’ha fatto
apposta!... È un’ignominia!... Spira un brutto vento che fa girar le
teste come tante banderuole. Però ve ne sono ancora degli uomini che
non si lasciano smovere nè da paure, nè da speranze, nè da ambizioni.
Ve ne sono ancora dei cuori d’oro, d’oro finissimo e senza mistura. Lo
dico io che ve ne sono ancora!
Venuta l’ora in cui era solito d’andare a letto, porse la piccola e
cerea mano a suo figlio perchè la baciasse.
— T’aspetto domani mattina alle otto in punto — disse poi. — Sii esatto.
Massimo non solo fu esatto, ma anticipò come sempre. Il cameriere lo
introdusse nel gabinetto, lo avvertì sottovoce che il conte era ancora
in camera e gli mostrò l’uscio socchiuso. Il giovane potè vedere, per
lo spiraglio, suo padre curvo sull’inginocchiatoio che faceva orazione.
Stette fermo, aspettando in silenzio, finchè sentì che aveva finito.
Allora gli andò incontro, e gli chiese come avesse passata la notte.
— Hm! — fece il conte, — al solito, al solito.
Sedette alla scrivania, raccolse e ordinò prestamente alcune carte, poi
si volse e guardò un momento suo figlio con freddezza sarcastica.
— Tu non devi saper più niente — diss’egli — delle cose di questo
mondo. Tu vivi sulle nuvole, tu... Bene, adesso fammi il piacere di
scendere quaggiù e di star a sentire.
Massimo prese una sedia e si collocò di fronte a suo padre.
— Sai, o non sai, — domandò questi — che la Repubblica Cisalpina ci ha
regalato il conte Cicognara come nuovo ministro plenipotenziario, e la
Repubblica Francese un nuovo ambasciatore che si chiama Ginguené?
Sì, Massimo questo lo sapeva.
— Meno male — brontolò il conte.
Tacque un momento, poi ripigliò sorridendo a fior di labbra.
— Un bell’originale questo Ginguené. Per farsi un’idea dei piemontesi,
non ha trovato di meglio che leggere e rileggere Machiavelli.
Cosicchè arrivato qui con la testa piena di questo e di chi sa quali
strampalerie borgiane, non fa altro che sognare congiure, insidie,
tradimenti, pugnali, veleni... Figurati che ha perfino saputo
scoprire un non so che di finto e di malvagio nel sorriso del ministro
Priocca!... Tanto Ginguené, come Cicognara, tra le loro istruzioni
hanno quella d’incoraggiare, favorire, spalleggiare i rompicolli
amatori di novità. Questi accennano a rizzar la testa sempre più; e il
Governo dovrà cercar presto il bandolo di qualche altra brutta matassa
giacobina.
Qui il cameriere fece entrare Mazel. Questi salutò il conte, e vedendo
Massimo, fece un atto scherzevole che voleva dire: — Buon per te, che
hai avuto giudizio! — Poi si gittò in una poltrona.
— Si parlava del nuovo ambasciatore — disse il conte.
— Ah ah! — esclamò il cavaliere. — Hai raccontato a tuo figlio
l’ingresso a Corte del _citoyen_ Ginguené? La presentazione delle
credenziali? No? Cospetto! Prima di tutto, bisognava vederlo con
quell’abito pomposo, col sciabolone al fianco! Poi ha cominciato a
parlare, con una certa faccia, con certi gesti, arrotondando certi
periodoni: — Sire, il Direttorio, il Direttorio, il Direttorio... E
non la finiva più col suo Direttorio. E come dev’esser rimasto vedendo
Sua Maestà così semplice! Sentendo che invece di rispondergli con
altre magnifiche ciance, gli domandava se avesse fatto buon viaggio,
e come stava la signora!... A proposito, e la presentazione di questa
alla Regina! La _citoyenne_ Ginguené a Corte! Un altro bel fatto.
Il predecessore Miot s’era già presentato all’udienza con stivali e
sproni, ma almeno aveva lasciato che la moglie vestisse l’abito di
Corte; come del resto ha pur fatto la contessa Cicognara. Ma Ginguené
no, cospetto! Repubblicano lui, repubblicana naturalmente la sua metà.
— La Corte è in lutto? Bene, ti vestirai di bianco: veste bianca,
calzette bianche, tutta bianca dalla testa ai piedi; ultima moda e
avanti! Vedremo cosa saprà dire questo Re, questa Regina, e il loro
circolo di _aristocrates_, di _aristocruches_, d’_aristochiens_!
Nessuno ha mostrato d’accorgersi, _et voilà!_... Buon giorno, Violant.
Complimenti; siete il primo, o quasi, stamani!
Salutava così il rubicondo e corpulento marchese, senza badare che
questi lasciava dietro di sè l’uscio spalancato. Lo seguivano infatti
quattro altri signori, ai quali il conte distribuì sorrisi e strette di
mano. Li pregò poi di sedere, e rivolgendosi a Violant, gli domandò del
figlio.
— Mah! — rispose il marchese, stringendosi nelle spalle. — Sarà rimasto
addormentato!
Massimo comprese che quella radunanza non era casuale e doveva essere
stata preceduta da altre; girò gli occhi intorno per riguardare i
presenti. Aveva a destra l’abate Arbaudi; un ometto vivo, ciarliero,
petulante, avvezzo a considerar tutte le cose come attraverso due
rosee, fantastiche lenti, a vederle non quali erano, ma quali le
avrebbe desiderate. A sinistra il cavalierino Di Capolea, grande
ottimista anche lui. Egli era appunto nel maggior brio della sua
giovinezza; non pensava che a farsi abile nel maneggio delle armi,
non sognava che allori, non parlava d’altro che di vincere o morire
per il Re. Sedeva di rimpetto il conte Micard, di Tournon, rimasto a
Torino in grazia ad un articolo del trattato di Parigi, che autorizzava
il Re di Sardegna a mantenere al suo servizio emigrati savoiardi e
nizzardi. Costui era di quegli uomini rinomati, i quali par che diano,
a chi ha il bene di usar con essi, qualcosa della loro pomposità.
Egli poteva vantarsi di aver saputo dar fondo signorilmente a un vasto
patrimonio; d’aver passata una parte della sua gioventù a Versailles,
e di ricordare, così un po’ alla lontana, Luigi Stanislao Saverio,
conte di Provenza. Questa rassomiglianza era stata da lui coltivata,
perfezionata, studiata fin nei particolari più minuti e leggieri. Per
esempio, egli non si separava quasi mai dalla sua mazza; mollemente
sdraiato in un seggiolone o sur un sofà, si baloccava in più modi con
quella, ficcando molto spesso il puntale in una scarpa, per imitare
un vezzo del suo illustre modello. Raccontava poi volentieri aneddoti
e storielle licenziose, lanciava motti piccanti, si divertiva a far
gl’indovinelli, a parlar per enigmi; e non c’era chi lo superasse nel
dar arguto risalto alle cose più libere e più scandalose.
Il barone Claudio Brunel stava immobile, ritto nel vano di una
finestra. Coi suoi capelli canuti, la fronte rugosa, il naso aquilino,
il labbro di sotto allungato in fuori, pareva l’immagine della severità
e del rigore. Era questi un vecchio ufficiale, pieno d’onore e di
energia, ma ancor contristato dall’inutilità degli sforzi fatti durante
le passate campagne; corrucciato dal modo con cui era stata troncata
la guerra; tormentato dal sentirsi radicata in cuore la certezza che la
monarchia precipitava a certa ruina.
Il conte Annibale pure era rimasto in piedi; parlava da un momento,
con le spalle alla scrivania, guardando ora l’uno, ora l’altro di
quelli che lo ascoltavano; e ad un punto, avvedendosi dagli occhi di
Massimo ch’ei non era più lì con la testa, lo ammonì di star bene
attento, perchè poteva per avventura venir chiamato a dar qualche
parere anche lui. Riprese poi subito il filo del discorso per dire come
gli paresse veramente venuto il momento di formare in Torino un forte
nucleo di gentiluomini, alieni da ogni ambizione e da ogni cupidigia;
i quali, lasciate a parte tutte le altre questioni che occupavano le
menti e agitavano gli uomini, non pensassero ad altro che a sostenere
francamente, gagliardamente i diritti della Casa di Savoia.
— Bisogna — proseguì egli — aver l’accortezza di non lasciarsi
distrarre da nulla; non pensare che allo scopo. Il fine loda l’opera,
signori miei... Si potrà poi, si dovrà anzi, cercare fautori e aderenti
nelle altre città.
— E nelle campagne! — esclamò l’abate Arbaudi. — Questo è importante.
— Meno di quello che lei crede — disse Di Capolea. — I campagnuoli sono
tutti devoti al Re.
— Tutti mi pare un po’ troppo — osservò Mazel.
— Creda, non esagero — replicò il cavalierino: — la cosa è così.
— Tanto meglio, tanto meglio! — ripigliò l’abate. — Allora sì, allora
si può pensare sul serio a trasformare il Piemonte in una nuova Vandea.
Per questo sarebbe indispensabile aver con noi tutti i parroci. La voce
del prete, in Vandea, sollevò e scatenò contro i _bleus_ migliaia di
uomini!
— Signor abate — disse il cavalierino, — creda a me, non è necessario
guardar tanto in là. Basterebbe che i contadini imitassero tutti
l’esempio dei nostri barbetti, veri eroi.
— E veri briganti — susurrò Violant.
— Non combattono secondo l’arte della guerra, ma che importa!
E balzando in piedi tutto infiammato, Di Capolea prese a celebrar i
fatti dei _suoi_ barbetti, come se li avesse visti, come se li avesse
praticati, come se non vi fosse stato fra i presenti più d’uno che
poteva parlarne con ben altra autorità. Ah! i francesi l’avevano
fatta grossa col maltrattare i montanari nizzardi, violentare le loro
famiglie, saccheggiare le loro case, devastare i loro averi. Li avevano
spinti ad armarsi, a formarsi in compagnie ordinate e disciplinate, a
scegliersi dei capi. Che servizi avevano reso costoro durante tutta
la guerra, come informatori, come esploratori e sopra tutto come
ausiliari! Destri, instancabili, temerari, espertissimi conoscitori dei
luoghi, tormentavano senza posa il nemico, vagando intorno ai campi,
distruggendo i posti staccati, decimando le retroguardie, predando i
depositi, i carri, i bagagli, impadronendosi degli uomini or con la
forza, or con l’astuzia. Appiattati nel fondo d’una valle, apparivano
d’improvviso come se uscissero di sotterra; sparpagliati sulle cime
dei monti, tiravano schioppettate che parevano venir dalle nuvole;
inseguiti, fuggivano ricaricando e sparando, e mai si dava caso che
venissero colti.
— Come i _chouans_! — interruppe l’abate. — Come i _chouans_, tali e
quali.
— A costoro — ripigliò il cavalierino, più infervorato che mai — si
sono poi uniti tutti i soldati, tutti quei poveri miliziotti nizzardi
licenziati dopo la pace, che i francesi, sempre avventati, sempre
imprudenti, vollero considerare e trattare come emigrati. Adesso i
barbetti sono da per tutto, sanno tutto, hanno amici, protettori,
partigiani tanto in Nizza, come negl’infimi villaggi delle montagne.
I francesi hanno un bel pubblicare bandi, ordinare cacce, promettere
ricompense a chi arresta o denunzia, hanno un bel fucilare, fucilare e
fucilare, i barbetti sembrano rinascere e moltiplicarsi, si fanno ogni
dì più audaci, più implacabili, più feroci.
Il conte Annibale, il quale volgeva spesso gli occhi a suo figlio
per stimolarlo a mostrarsi un po’ caldo, un po’ volenteroso, un po’
zelante, vedendo che assolutamente non pensava ad aprir bocca, finì per
domandargli se credeva i contadini della pianura pari in forza ed in
coraggio a quelli della montagna.
— Oh mio Dio, no! — disse il conte Micard, mentre Massimo preparava la
risposta. — Volete mettere a confronto le talpe e le marmotte?
— Cosa! — esclamò Di Capolea. — Come se i montanari fossero giganti e
quei del piano pigmei!
— Non è questione di statura — rispose il savoiardo, — è questione di
denti.
— Per me i denti sono le armi! — gridò il giovinetto. — Armateli tutti
e vedrete! Dunque fiducia, cuor forte, e mettersi subito all’opera
allegri ed animosi. Non è vero, barone?
Brunel alzò il capo per dargli un’occhiata tra l’attonito e
l’infastidito. Uscì poi lentamente dal vano, e mentre tutti si
volgevano a lui, Massimo e Di Capolea fecero l’atto di cedergli il
posto.
— Prego! — diss’egli. — Fermi, fermi, padroni. Hum!... Francesi se ne
accoppano un po’ da per tutto: nella valle d’Aosta, sulla strada da
Alessandria a Tortona, sulla strada da Cuneo a Nizza... Alle porte
di Nizza, padroni, e di pieno giorno, si accoppan francesi! Hum!
assassinamenti questi, e nient’altro! Assassinamenti inutili e dannosi,
ecco. Chi paga i fratelli Maino e quelli che lavorano tra Tortona
e Alessandria? Il governatore d’Alessandria, s’intende. Chi paga i
fratelli Contini, capi barbetti? Il conte Saluzzo. Chi paga gli altri
furfanti sparsi in tutto il Piemonte? Sua Maestà, e si dice anche
il prezzo: venti soldi al giorno. A Torino si provvedono le armi, i
danari, perfin l’arsenico per avvelenar le acque dove bevono i soldati
francesi. Bestialità, corbellerie che fanno ridere noi, ma che possono
servire di pretesto a prepotenze, vessazioni e forse peggio. Sicuro che
se si fosse potuto provare anche questo... hum!... l’azione di piccole
squadre contro le grandi masse... Attaccare, battersi, sparire prima di
venir sopraffatti... e ricominciar sempre da capo, infischiandosi della
logica, della tattica, di tutto. Quelli che devono rispondere a chi
di dovere delle proprie azioni, non possono farle certe cose, ma gli
altri!
Puntò un tacco sul pavimento come volesse sfondarlo, agitando
nervosamente la punta del piede.
— Eheee — soggiunse concitato — adesso è tardi... Spezzarla la spada,
non consegnarla al vincitore! O buttarla via, visto che non serviva,
e dar di piglio a una falce, a un tridente, ad un randello. Allora sì,
perdinci, allora sì!
Quand’egli ebbe finito, nessuno aperse bocca per un pezzo; tutti
si aspettavano un altro ragionamento, un’altra conclusione, e si
guardavano un po’ sconcertati.
Massimo solo non poteva staccare gli occhi dalla faccia del vecchio
militare; vi vedeva tutta la maestà di un’anima elevata, e, mentre
la riverenza l’avrebbe mosso a inchinarsegli e ad imprimere un bacio
rispettoso sulla sua destra abbronzata ed incallita, il cuore si
espandeva per una dolcezza ineffabile, quale non aveva forse provata
mai nella compagnia dei suoi genitori.
Finalmente il conte Annibale riprese la parola:
— E così, signori, quando ci rivedremo? Bisogna fissare fin d’adesso un
nuovo convegno.
— Giovedì, alle tre, in casa mia — disse Violant.
— Alle tre non posso, alle tre non posso! — esclamò l’abate. — Se fosse
di sera...
— Giovedì sera, giovedì sera — ripetè forte il conte Annibale. — Siamo
intesi?
Vi fu un breve mormorìo di acquiescenza; poi tutti si alzarono. Brunel
salutò militarmente ed uscì il primo. Massimo lo seguì subito: gli
pareva di doverlo ringraziare per aver espresso idee ch’erano pure
le sue, per le quali aveva sopportato amarezze e rimproveri. Non osò.
Discese lo scalone, attraversò l’atrio dietro di lui, e si fermò sulla
soglia del portone. Dopo un momento gli passò accanto, salutandolo con
un sorrisetto, l’abate Arbaudi. Mentre lo guardava allontanarsi franco,
con la testa ritta, mostrando la bella gamba, udì camminare e parlare
dietro le spalle.
Il conte Micard diceva a Violant:
— Caro marchese, bisogna aver pazienza; in tempi come questi, quello
che meno si vede sono le cose evidenti.
Passarono, accennando appena del capo. Massimo si voltò per rientrare e
si trovò faccia a faccia con Di Capolea.
— Vedrai che non si farà niente — disse questi. — Troppi saccentoni,
troppi animali a sangue freddo. Quel barone! _Un vieux radoteur._
L’abate ha ragione. Quando i Tricolori sapessero che ogni casa può
essere una piccola fortezza, ogni campo un campo di battaglia, ogni
argine una trincea; che ogni siepe, ogni tronco, ogni cespuglio può
nascondere un agguato, allora sì che farebbero presto a sgombrare il
paese! Sono tentato di far gente, buttarmi alla campagna e provare per
conto mio. Chi sa!... Non foss’altro che per dare il buon esempio. E tu
dovresti unirti a me, sai.
— Cosa vuoi ch’io possa ancora fare? — rispose Massimo, mestamente.
— Per riuscire in certe imprese ci vogliono qualità delle quali io
manco totalmente: ci vuole abilità, e non posso dire d’averne; ci vuol
fede, e non ne ho più; ci vuole sopratutto una forte volontà, e la mia
è stanca, variabile, pronta a cedere al più leggiero soffio di vento
contrario.
— Bene — ripigliò il cavalierino, distratto. — Ma pensaci; credi a me,
val la pena di pensarci. Vincere o morire! Vincere o morire!
Ça ira, les patriotes à la lanterne!
Ça ira, les patriotes on les pendra.
Seguirono a questa altre riunioni, in casa Claris e in casa Violant,
più o meno numerose, e in ore diverse.
Massimo, docile alla volontà di suo padre, desideroso di compiacere a
sua madre, interveniva a tutte assiduamente. Ma come l’acqua limpida,
spruzzata in un muro, non lascia di sè alcuna traccia asciutta che
sia, così uscivano subito dalla mente del giovane tutti i discorsi che
udiva. Gli pareva che si dicessero pochissime cose con molte parole,
e che se ne dicessero eziandio delle insulse. Invece di accendersi,
l’animo diveniva ogni dì più torpido e più accidioso.
Un giorno ch’egli finiva svogliatamente di desinare, prima di recarsi
ad uno di questi uggiosi convegni, il servitore lo avvertì che un
signore desiderava parlargli.
Massimo spinse via il piatto, si alzò seccato e passò nella stanza
vicina. Vi trovò Oliveri peritoso, ossequioso e sorridente, che
dopo una farragine di scuse, di cerimonie, di complimenti, cominciò
ad esporre le ragioni che l’avevano indotto a venir disturbare, in
quell’ora indebita, l’illustrissimo signor contino.
— Stamane — diss’egli, — essendo uscito per far due passi dopo
colazione, come mi ha raccomandato Chiovetti, ho visto diversi
capannelli in piazza San Carlo; pensando che qualche cosa bollisse in
pentola, ho cercato subito di avere informazioni. Così venni a sapere
che i nostri patriotti — dico nostri per modo di dire — minacciano
un grande attacco alla periferia del Piemonte, ma un attacco serio,
sperando forse in un movimento interno che li aiuti a scombussolare
ogni cosa... Io già lo prevedevo, sa. Da qualche tempo è ricominciata
la grandine dei libercoli, dei proclami, dei foglietti incitanti il
popolo a rivoltarsi, i soldati a disertare. I brulotti, insomma, quelle
navicelle piene di materie combustibili e di fuochi artificiali delle
quali si fa uso in guerra per incendiar ponti od altre opere di legno
e dar fuoco alle grosse navi nemiche. Lei le sa meglio di me queste
cose. Veniamo al punto. Torno a casa, trovo mia figlia con un viso
così ingrullito, così melenso, che proprio faceva rabbia. — Aspetta,
aspetta! — dico io. E le do le nuove. Misericordia! Non l’avessi mai
fatto! Sgranò tanto d’occhi, e si mise a tremare, come se battesse
la febbre. Cosa vuole? Tutto questo combina con un sogno che ha fatto
stanotte e con certi suoi presentimenti... Si figuri! E voleva scendere
nella strada per sentire, per sapere, benchè Menica avesse già messo
in tavola... Basta; ho ingollato in fretta un boccone e son venuto
qui a importunar lei, sperando d’ottenere dalla sua amabilità qualche
particolare di più.
Massimo guardò l’orologio. Mancavano pochi minuti all’ora fissata, e
doveva ancora andare fino al palazzo Violant. Si scusò con l’avvocato,
promettendo formalmente di venire, appena libero, a comunicare alla
signora Ughes quanto avrebbe potuto raccogliere.
Uscirono insieme e si separarono appena fuor del portone.
Giunto in casa Violant, Massimo si avvide subito che non aveva bisogno
d’interrogare e che gli bastava di star a sentire. Non si parlava
d’altro che del nuovo subbuglio. Pareva d’essere in una di quelle
giornate d’estate, in cui, dopo un’afa e un ardore insopportabile,
s’ammontano per aria nuvoloni scuri, bianchicci, cenerognoli; i lampi
sanguigni guizzano per ogni lato, e s’aspetta ansiosamente per vedere
se s’incomincia coi goccioloni, oppure con la grandine.
Si parlava, fin dagli ultimi di marzo, d’un conciliabolo tenuto a
Milano dai rifugiati piemontesi, con intervento di alcuni ufficiali
disertori venuti da Vercelli. S’era poi saputo che costoro, d’accordo
col Comitato rivoluzionario di Genova e con altri giacobini residenti
nel Delfinato, avevano stabilito di violar la frontiera e penetrare in
Piemonte. E le notizie si erano venute facendo più precise e più gravi.
Il generale Fiorella, comandante della guardia nazionale di Milano,
e i piemontesi Baratta, Rossignoli e Soman erano riusciti a mettere
insieme da sette a ottocento uomini, un guazzabuglio di piemontesi,
lombardi, veneti, francesi, polacchi, dalmati, corfiotti, americani; e
a fornir loro abiti, fucili e cannoni. Costoro si andavano attruppando
sui confini dell’Alto Novarese, sotto gli ordini di Seras, aiutante di
Brune, e di due ufficiali francesi: Lions e Léotaud.
Si aggiungevano a queste altre voci sinistre. Si affermava, si
smentiva, si confermava che i repubblicani si disponessero pure a
scendere nelle valli Valdesi. Si dava per certo che dalla Liguria
movessero due torme: la _Divisione del mezzodì_, condotta da Spinola,
nobile genovese, da Pelisseri e Trombetta, piemontesi, e afforzata
da una mano di finti disertori francesi, provenienti da Tortona e
comandati da Camillo Guillaume; l’_Armata infernale_, guidata da
Giuseppe Tordo.
In casa Violant si facevano già i nomi degli ufficiali destinati
a contrastare ai ribelli. Il brigadiere Policarpo d’Osasco, aveva
l’incarico di ributtare le bande liguri. Il conte Del Carretto di
Millesimo, colonnello del reggimento Torino, e Alciati, colonnello
dello stato generale, dovevano rintuzzare l’orgoglio di quel maledetto
Seras o Serassi, chè chi lo chiamava in un modo e chi in un altro.
Una colonna formata dai reggimenti Cuneo, Acqui, La Marina e Mondovì,
comandata da Avogadro di Ronco, andava a mettersi a disposizione di
Dellera, governatore di Mondovì, per guardare le valli dell’Ellero, del
Tanaro e delle due Bormide.
— E a Pinerolo? — domandava qualcuno. — Chi ci pensa?
— Il marchese di Ceva, se non mi sbaglio, — rispondeva un altro.
— Meno male. Perchè, ehi! pensando a Pinerolo, si copre la capitale, si
copre la capitale!
Si annunziava pure imminente la pubblicazione d’un bando, nel quale
Sua Maestà avrebbe, come già altre volte, sollecitato i sudditi fedeli
ad armarsi per cooperare coi soldati al mantenimento dell’ordine;
promesso perdono ai disertori ed a quanti s’erano già uniti ai ribelli;
minacciato di far passare per le armi chiunque si ostinasse a non
cedere.
Al palazzo Violant, oltre a quelli che vi si erano dato l’appuntamento,
si trovavano in quell’ora molti amici e congiunti, venuti per portare o
avere notizie, e discuterle per lungo e per largo. La sala, nella quale
sono i due stupendi arazzi di fabbrica torinese, disegnati da Beaumont,
era piena, vi si soffocava. Il marchese diede l’ordine di aprire il
salone contiguo, uno dei più grandi della città, di semplice ma nobile
architettura, ornato di pregevoli sculture dei fratelli Collini. Si
popolò in un momento; e allora nella sala degli arazzi non rimasero che
gruppetti qua e là che si parlavano stretti e concitati.
Massimo era ben ragguagliato, oramai; vedendo che nessuno badava a lui,
neppure il severo genitore, se la svignò.
Pochi minuti dopo arrivava in contrada Nuova e saliva di corsa la scala
dell’avvocato. Questi era solo nel salotto, sdraiato nel suo seggiolone
con un foglio in mano. Vedendo entrare il contino, si levò in fretta
gli occhiali e si alzò.
— Ebbene, che nuove abbiamo? — domandò egli. — Sulla gazzetta non c’è
ancor niente, proprio niente. S’accomodi, chiamo subito mia figlia.
Liana entrò in quell’istante.
— Grazie! — diss’ella al giovane. — L’aspettavo con tanta impazienza!
Mi fa il favore di parlare?
Si lasciò andar sur una seggiola, ch’era a fianco dell’uscio, e stette
attentissima.
Massimo riferì, più ordinatamente che potè, quanto aveva inteso.
Quand’egli ebbe finito, Liana alzò gli occhi con un moto leggiero
della testa all’indietro, come se affissasse lo sguardo smisuratamente
lontano.
Dopo aver pensato un momento, il contino aggiunse altri particolari,
che gli parevano curiosi. Quel Seras o Serassi, spedito dal generale
Brune a diriger le mosse d’una delle colonne repubblicane, era
piemontese, nato a Pinerolo. Essendo alto della persona, tutto ben
rispondente e proporzionato, aveva preso servizio nella guardia del
corpo. Messo in arresto per aver sedotta in Isvizzera la figlia di un
ministro protestante, visto che per certa intromissione diplomatica
la scappata poteva costargli cara, s’era rifugiato in Francia, mentre
appunto l’antico regime andava a rifascio. L’animo ardito, l’aspetto
maestoso gli avevano procurato il grado di ufficiale superiore.
Liana si alzò d’improvviso, si accostò vivamente, brillando negli occhi.
— Dunque — diss’ella — i patrioti si avanzano da tre parti. Dove sono
adesso quelli che vengono di Francia?
— Par che siano ad Abriez — rispose Massimo, — un piccolo borgo...
— Chi li comanda?
— Ho sentito vari nomi, fra gli altri quello di Andrea Chantel, ex
ufficiale di artiglieria, fratello dell’avvocato condannato a morte e
giustiziato nel ’94.
Liana battè con forza le mani, esclamando con accento profondamente
convinto:
— Luigi è con loro!
— Euh! — fece Oliveri, alzando le spalle.
— E cosa faranno?
— Cercheranno di arrivare a Pinerolo — rispose il giovane; — se ben
inteso...
— Va bene! — interruppe Liana. — Noi andremo a Murello.
— Sì, cara — disse l’avvocato, blando: — quando farà caldo.
— No, babbo: partiremo domani mattina.
— Un’altra adesso! Oh santo cielo! Ma ti par verosimile che...
— Anche l’altra volta sono stata tanto tempo senza saper nulla, poi le
prime notizie son venute di là, son venute di Francia.
— Sì, ma senti, l’altra volta...
— Sarà così anche questa. È il cuore che me lo dice. Mi sono sforzata
d’immaginare mio marito a Milano, a Genova, in due, tre, quattro altri
luoghi... Niente. Invece adesso lo vedo lassù tra quelle montagne. Lo
vedo, capisci!... Quand’era studente, Luigi aveva un amico sommamente
diletto, un sottotenente; non rammento più il nome, ma mi pare che
fosse appunto Chantel. Non è probabile che siano insieme? Da Pinerolo
Luigi verrà a cercarmi a Murello. Crederà di trovarmi dove mi ha
lasciata. È naturale. Può avermi scritto d’aspettarlo, ed io non
aver ricevuta la lettera, perchè perduta od intercettata. L’abbiamo
già spiegato tante volte così bene questo affare delle lettere!
Come farebbe il Governo, come farebbero i ministri per saper le
cose appuntino, se non fermassero e leggessero certe lettere? È così
chiaro. Vedi, babbo, quante ragioni ho di sperare? — Soggiunse poi,
rivolgendosi con un atto soavissimo al giovane. — Mi scusi, signor
conte, se mi abbandono così, ma lei è di casa oramai...
Oliveri aspettava con le braccia aperte che sua figlia avesse finito.
— Partire! — esclamò egli. — Si fa presto a dire: partiamo, ma e il
mezzo?
— Una carrozza.
— E i preparativi?
— Possono esser fatti in un’ora.
E Liana s’avviò verso l’uscio dond’era venuta; l’avvocato la seguì, ma
si fermò sulla soglia per non lasciar solo il contino.
— Ti avverto che il tuo calcolo è sbagliato, sbagliatissimo —
ripigliava egli. — Se mai Pinerolo non sarebbe che una tappa, una tappa
militare. Padroni di Pinerolo, gl’insorti marceranno sulla capitale;
strategicamente si fa così. Domanda al signor contino, che se ne
intende. Tuo marito non sarà mica lui il generale in capo! Voglio dire
che non può aver facoltà di spostar i suoi verso Murello, solamente
perchè egli vi ha lasciata la moglie! Capisci?
E continuò a snocciolare argomenti, finchè non fu persuaso che
predicava veramente al deserto.
— Almeno — conchiuse poi, lamentevolmente — pensa tu alla mia roba.
Io non mi sento proprio di far la valigia. Non so più dove io abbia la
testa.
E se la prese a due mani, e se la palpò tutta quasi temesse di
scoprirvi una fessura, per la quale il cervello potesse realmente
svampare.
Massimo teneva le braccia incrociate, il capo chino sul petto.
— Che farò quando Liana sarà partita? — diceva tra sè. — Che farò
domani, tutta la giornata? Che farò doman l’altro? Adesso, quando non
sono qui, passo le ore aspettando il momento di venire. Che sarà di me
se non trovo un impiego del tempo, una maniera qualunque di vivere?
Liana era ancor lì, e gli pareva già lontana! Sentiva i suoi passi
presti e leggieri, distingueva il gemere d’un cassetto aperto e
richiuso, il cigolar d’un’imposta, il fruscìo lieve d’una stoffa
maneggiata e piegata. La fantasia gli mostrava la camera, dove non
aveva mai posto il piede, in tutti i più minuti particolari; e quella
era una tortura indicibile. Con che febbre, con che foga ella si
apparecchiava a partire! In quel momento si sentiva forse già nelle
braccia dell’uomo col quale aveva continuato a vivere spiritualmente,
del quale attendeva appassionatamente il ritorno. Non c’era dubbio:
Ughes era vivo. Altrimenti egli avrebbe dato un avviso, o naturale o
soprannaturale, a chi lo amava e lo aspettava così. Era vivo, era vivo
e sarebbe tornato, e se la sarebbe ripresa per sempre...
Massimo sentì una trafitta al cuore acuta, penetrante, quasi materiale;
balzò in piedi e, per farla finita, si accostò all’avvocato.
— Vorrei fare i miei saluti alla signora — diss’egli, — se si potesse...
— Per Bacco! — esclamò Oliveri. — Liana! E il conte? Diamine, almeno un
po’ di...
— Mi perdoni — disse Liana, ricomparendo.
Porse la mano al giovane, che la prese con ambo le sue.
L’avvocato spianò gli archi delle ciglia, sorrise, come faceva sempre
quando li vedeva d’accordo e vicini.
— Buon viaggio — mormorò Massimo. — Non posso voler la riuscita
d’un’impresa che considero funestissima, micidiale al mio paese... Ma
auguro a lei, con tutta l’anima, tutte le felicità che può desiderare.
— Lei è un amico — disse Liana, con dolcezza melodiosa, — un amico vero
e leale.
— Quando ci rivedremo? — domandò Oliveri al contino.
— Oh! — esclamò Liana, fervidamente. — È vero; venga presto in campagna
anche lei. Se Dio volesse che ci ritrovassimo tutti, come l’anno
passato! Che giorni sono stati quelli, che giorni! Si ricorda?
Massimo non rispose, s’inchinò e uscì rapidamente.