La giornata si era fatta bellissima; spirava vento, un vento mite,
a grandi folate blande; e l’erba, i fiori, le fronde si movevano,
godevano, brillavano nel sole che andava acquistando possanza.
Anche nel piccolo bosco di Riochiaretto i pioppi e gli ontani
stormivano festosamente; ma nella cavità ove nasce il ruscello che dà
il nome al luogo, la superficie dell’acqua non faceva una crespa. La
vita era tutta nel fondo renoso; là, fra parecchie polle men ricche,
una ve n’era abbondante e di gran forza, che sollevando di continuo
la rena, formava una specie di nebbietta lucida, secondo che le
sfaccettature dei corpuscoli minerali agitati riflettevano i raggi
luminosi.
Luigi Ughes, addossato a un tronco, contemplava sua moglie; la quale,
seduta sul margine del pelaghetto, non si saziava di mirare il minuto
turbinìo.
— Liana — diss’egli dopo un poco — non ti par tempo d’andare?
La giovane signora crollò dolcemente il capo, senza alzarlo.
— No? — riprese Ughes, sorridendo. — A me piace quello che piace a te;
restiamo pure qui fino a domani.
— Non senti come si sta bene? — mormorò Liana. — Che quiete!... Vengo,
sai, ma mi devi promettere di ricondurmi qui molto presto.
— Possiamo ritornar oggi, dopo desinare.
— No, prima desidero di vedere gli altri luoghi che mi hai decantato.
Però prevedo che questa sarà la mia passeggiata prediletta. Non
so perchè, ma sento che sarà così... Sono anche sicura che non
dimenticherò mai questa mattinata.
— Perchè?
E Ughes, staccatosi dall’albero, si accostò, e prese ad accarezzarle
leggermente i bei capelli giovanili pendenti in rosso, un bel rosso
bruno, lumeggiato d’oro.
— Pensa — seguitava ella intanto: — fra un anno, fra qualche mese, noi
avremo già scordato tante cose. Non rammenteremo che le circostanze
importanti di questi primi giorni che siamo insieme. Poi, con l’andare
del tempo, chi sa...
— Oh! — fece suo marito, con accento di rimprovero, lasciandosi andar
sull’erba vicino a lei. — Via, non guardar più nell’acqua, è di lì che
ti vengono le idee nere. Non guardar più.
In quel momento arrivò fino a loro il suono d’una campanella lontana.
Liana alzò un poco la testa, stette in ascolto.
— Dev’essere la campana di Robelletta — disse Ughes. — Oggi è
domenica... — Pensò un poco, poi soggiunse animandosi: — Liana, questo
è il quinto giorno che siamo a Murello; cinque giorni di felicità
piena ed intera! Però, viva Dio! non è troppo a confronto di quello che
abbiamo patito. Guarda, in certi momenti, quando non ti vedo, quando
non ti sento, dubito ancora; non so se sia proprio vero che noi siamo
uniti!
Le cinse la vita con un braccio. Ella vi si appoggiò, vi si abbandonò
con passione; diceva soavemente:
— Sì, sì, siamo uniti... Eccomi, sono qui, sono la tua Liana, tua,
tua, tutta tua. Non ci lascieremo più. Voglio consolarti di quanto hai
sofferto; voglio cancellare tutte le memorie dolorose, cacciarle via
tutte, per sempre. Adesso non pensar più, te ne prego, lo voglio.
Ughes taceva, figgendo anche lui gli occhi nella scaturigine fonda.
Stettero così a lungo, come affascinati. Un gelo, uno sgomento strano,
penetrava a poco a poco, sottilmente, nell’animo loro. Perchè, potendo
volgere con fiducia, con gaudio la mente al futuro, si sentivano
trascinati a riandar sempre, con pertinace angoscia, i casi della loro
vita passata? Perchè?
Luigi Ughes, nato a Torino e rimasto orfano in tenera età, era stato
raccolto da uno zio, Gioanni Battista Vietti, medico a Murello. Il buon
vecchio, educato e istruito il nipote secondo i suoi mezzi, l’aveva poi
rimandato in città perchè si applicasse allo studio della medicina: —
Il miglior modo — diceva — di farsi un personale e procurarsi un pane
onorato.
Ughes si era dato tutto allo studio, riuscendo prima a distinguersi tra
i compagni per capacità, per raro profitto, per egregia condotta; poi a
conseguire con molta lode la laurea.
Dopo, la sua vita, ch’era stata tutta di quiete e abbastanza felice
nel tranquillo e inalterabile suo corso, mutava aspetto. Egli aveva
sempre sentito una certa inclinazione per la lingua italiana; potendo
ora disporre un po’ più liberamente del suo tempo, prese a frequentare
la casa dell’avvocato Gaetano Oliveri, ove settimanalmente si adunavano
amici e cultori delle belle lettere e dei buoni studi per leggere prose
o poesie di loro invenzione.
Giuliana Oliveri — Liana, come la chiamava suo padre — era allora una
cara giovinetta, piena di grazie naturali e d’una dolce ingenuità. Fin
dal primo vederla, Ughes provò un’ammirazione schietta e rispettosa,
una grande bramosia di trovarsi spesso con lei; ben presto si sentì
irresistibilmente portato ad amarla. Scrivendo allo zio, manifestava
alla lontana il suo desiderio di accasarsi, appena avesse finito le
pratiche nell’Ospedale Maggiore di San Giovanni. E lo zio, rispondendo,
parlava di tutt’altro; però chiudeva invariabilmente tutte le sue
lettere con queste parole: — Studia e lavora, lavora e studia, che un
giorno o l’altro, più presto di quel che credi, io ti cederò il mio
posto.
Ora avvenne che una sera, trovandosi testa a testa con l’avvocato,
Ughes non si potè più contenere, e gli aperse con poche parole, ma per
benino, l’animo suo. Oliveri lo ascoltò sino in fondo, non nascose che
gli sembrava troppo giovane, ma aggiunse che ci avrebbe pensato.
Invece di pensarci, interrogò subito sua figlia; e siccome ella si
mostrò modestamente lieta, i due giovani furono considerati promessi.
Intanto in Francia era scoppiata la rivoluzione. Essa si presentava
agli spiriti generosi ed ardenti come l’avveramento di antiche e
solenni profezie, il trionfo della giustizia e della libertà, un
immenso, maraviglioso, irrefrenabile moto dell’umanità verso una nuova
èra di civiltà e di gloria.
Anche in Piemonte, anche in Torino spirava un’aria che non pareva più
quella di prima. Idee ed opinioni nascoste ed accumulate da secoli,
nessuno avrebbe saputo dir dove, lampeggiavano or qui ed or là,
precedendo il tuono dei fatti.
Il popolo acquistava a poco a poco, confusamente, la coscienza della
propria dignità, della propria indipendenza, dei propri diritti, delle
proprie forze. Molti fra i borghesi si riunivano, cercavano, per dir
così, di orientarsi; attendevano febbrilmente a procacciarsi i fogli,
le lettere, le gazzette, gli opuscoli che venivano clandestinamente di
Francia, per leggerli in segreto, commentarli e discuterli.
Fin le adunanze letterarie di casa Oliveri presero bel bello una tinta
politica; ma Ughes, benchè assiduo frequentatore di quelle, non si
tenne dal prender parte ad altre riunioni meno temperate e serene;
cosicchè sul finire del 1793 si trovò impegnato in una conventicola
composta d’uomini risoluti a far novità.
Forse alla trama, perchè molto vasta, mancava la saldezza, forse un
avvenimento fortuito e inopinato spezzò qualche filo; fatto sta che nel
maggio del ’94, ad un tratto, il Governo cominciò a inquisire.
Fu una lugubre sequenza di perquisizioni, di arresti, di delazioni, di
processi, di condanne. Ughes, avvertito misteriosamente del pericolo
che lo minacciava, riuscì, come parecchi altri congiurati, a lasciar
subito Torino.
Lo zio Vietti potè leggere, con indicibile sbigottimento, in casa del
sindaco Domenico Godano, la circolare del conte Delfino di Trivero,
governatore della città e provincia di Saluzzo, nella quale si ordinava
alla comunità _d’invigilare di buon concerto coi risp.vi sig.ri
Giusd.ti p. l’arresto di certo Luigi Ughes Torinese come sospetto di
miscredenza, e di Giacobinismo nel caso venga a capitare nei rispettivi
loro luoghi, e territori facendolo successiv.e tradurre con sufficiente
scorta in questa città, ecc. ecc._
Poco dopo, cioè il 7 agosto, per sentenza dell’Ecc.ma Delegazione,
Ughes, riconosciuto complice di una cospirazione contro il Regio Stato,
fu condannato alla confisca dei beni e nella vita; giustiziato in
effigie ai confini del Piemonte, a Borgo San Dalmazzo, e posto fra i
ribelli e banditi di primo catalogo.
Il buon vecchio zio cominciò a dimagrare; batteva spesso la febbre; e
ad ogni colpo picchiato all’uscio di casa, s’immaginava fossero i birri
o i soldati venuti per catturarlo invece di suo nipote.
Passarono alcuni mesi prima che Ughes potesse dar notizia di sè.
Liana viveva in grandissima inquietudine, stava di continuo
ansiosamente in sull’aspetto, ma era in quell’età in cui non si dubita
mai, nè si dispera; e quando Oliveri s’ingegnava con quelle ragioni e
quelle carezze che sa trovare un padre amoroso, di farle entrare certi
suoi consigli che egli stimava fossero per il suo meglio, ella crollava
il capo, corrugava le ciglia, dichiarava di sentirsi sicura che Luigi
sarebbe tornato e di non voler in niun modo rimuoversi da ciò che aveva
fermo nel cuore.
Finalmente si seppe in confuso che il giovane medico si trovava al
servizio di Francia; quindi, in modo preciso, che egli era stato dagli
ufficiali di sanità dell’esercito delle Alpi impiegato provvisoriamente
nelle ambulanze.
Era un primo raggio! Poi le nuvole trascorsero di nuovo dinanzi alla
faccia del sole, alternando per lunghi giorni la luce della speranza e
il buio dell’incertezza.
Nel ’96 il cielo tornò tutto sereno. Con l’articolo 8º del trattato di
pace concluso a Parigi il 15 maggio, il Re di Sardegna si obbligò ad
accordare amnistia piena ed intera ai sudditi condannati per opinioni
politiche; ad annullare processi e sentenze; a restituire i beni mobili
ed immobili, o a rimborsare il prezzo, ove fossero stati venduti.
L’indulto generale fu pubblicato il 5 luglio; Ughes lasciò tosto
l’ospedale militare di Gap, ove era stato nominato medico ordinario,
e volò a Torino. Trovò Liana che ringraziava Dio d’averla creata;
l’avvocato felicissimo di rivederlo; gli amici tutti concordi nel
fargli affettuose dimostrazioni di amorevolezza.
Diede poi tosto una scappata a Murello per rivedere lo zio. Questo
era di molto malandato e stentava a reggersi in piedi. La gioia di
riabbracciare il nipote operò un miglioramento, pronto sì ma effimero,
nella sua salute; dopo qualche tempo dovette allettarsi, e tanto si
aggravò che Ughes, il quale già l’aveva lasciato, tornò subito per
assisterlo.
L’infermo, benchè agli ultimi, era in pieno sentimento. Non gli si
vedeva più in viso quel non so che di torbido, di affannoso che vi
avevano impresso le vicende passate; era diventato placido, sereno,
quasi sorridente.
— Me ne vado — diss’egli. — Luigi, domani a quest’ora sarai in lutto...
Abbi pazienza, ti tocca sospendere ancora le nozze... È una seccatura
che durerà poco. In compenso ti lascio il mio posto e quel poco che
ho al mondo. Il poderetto rende assai bene. Troverai anche una piccola
somma in contanti messa da parte e serbata per i casi imprevisti... Ti
raccomando Menica e Gabriel; li conosci, neh? Non metterti più contro
quelli che hanno i fucili e i cannoni. Lascia stare Voltaire e Rousseau
e compagnia brusca; leggi le cose del signor abate Metastasio, che
non c’è niente di più bello al mondo. Vivi allegro e quieto, e parla
qualche volta di me con tua moglie...
— Liana — disse Ughes, dopo il lungo silenzio grave, — si fa proprio
tardi, sai.
Si alzò, prese ambe le mani di lei e l’aiutò ad alzarsi. Uscirono dal
boschetto nei campi, avviandosi per il viottolino che mette capo alla
strada del sale. Al di là di questa, a mano sinistra, si scorgevano
le nobili ventaruole di Robelletta; le chiome dei più alti alberi del
giardino.
A un certo punto, Liana si soffermò, schermì con la destra gli occhi
dal sole e domandò a suo marito il nome della casa.
— Me l’hai detto dianzi, ma non lo rammento più.
— Robelletta — rispose Ughes.
— E appartiene?
— Alla contessa Claris.
— Or mi ricordo, l’altra sera il parroco ce ne annunziò l’arrivo. E
come ne parlava! Non la finiva più: una dama adorna di tutte quelle
doti, che possono meritare i giusti elogi dei saggi: pietà, religione,
affabilità, tratto cortese, perspicacità d’ingegno, facilità di
espressione; istrutta profondamente nella storia sacra e profana, nella
geografia, nell’astronomia, nelle belle arti... E dopo di lui cominciò
il notaio, che enumerò le parentele, le aderenze, le amicizie. Quindi
il tuo amico Bechio...
— Bechio non è mio amico.
— È un patriotta come te.
— Può darsi, ma non è mio amico.
Liana, che precedeva, si voltò, guardò suo marito.
— Cos’hai? — diss’ella, timida e seria.
— Niente — rispose Ughes, abbassando gli occhi.
— Non capisci che parlo in celia?
— Sì, sì. Va avanti: cosa diceva Bechio?
— È inutile... E poi c’eri anche tu...
— Non ci ho badato. Di’ su tutto, ti prego.
— Diceva che un giorno o l’altro bisognerà pure illuminare Robelletta,
come i repubblicani di Francia hanno illuminato i castelli e le ville
dei feudatari...
— Basta, immagino il resto.
Voltarono nella strada; Ughes offerse il braccio a sua moglie.
— Senti — diss’ella — se ti è antipatico, perchè lo ricevi? Scusa,
parlo ancora di Bechio.
— Oh Dio!... Non saprei. Egli veniva già in casa di mio zio, con don
Prato, con Arignani, col chirurgo. Lo zio non lo vedeva di buon occhio
neanche lui, ma era medico e Bechio essendo speziale, capirai che...
Insomma non parliamone più, vuoi?
Giunsero in silenzio allo sbocco del viale: non ci si vedeva anima
vivente. Liana si fermò, trattenne il marito.
— Ma guarda — mormorò sottovoce, — tutto tace; non pare una casa
disabitata?
Non aveva finito di dire, che il cortile si empì come per incanto,
tumultuariamente, di uomini, di donne, di ragazzi.
— Cos’è stato? — esclamò Liana, scotendosi.
— Nulla — rispose Ughes — escono da messa; ci deve essere una cappella
privata...
— Ma no, ma no: io dico che succede qualche cosa di serio. Guarda come
son tutti in faccende, scalmanati! Non ti pare che...
Ughes la chetò con un cenno; stava in orecchi per afferrare una parola
chiara, significativa, fra ’l ronzìo confuso. Ma in quella il cancello
fu aperto con impeto: un contadino, poi un altro, poi un altro ancora,
saltarono nel viale, venner giù di galoppo.
— Cosa c’è? — gridò il giovane. — Dove andate?
Il primo si arrestò, gli altri tirarono via volando.
— La contessa! la contessa! C’è venuto un accidente alla contessa!
Andiamo pel medico tutti...
— Vengo io! — esclamò Ughes. — Torna indietro a dir che vengo. Presto!
— Indicò a Liana una delle panchine che fiancheggiavano l’ingresso e
soggiunse: — Abbi pazienza, aspettami qui...
— Va, va! — interruppe sua moglie, — per amor di Dio, va subito!
Il ragazzotto tornava indietro, vociando:
— L’ho già qui, il medico, l’ho già qui! È quel di Murello.
Ughes lo seguì rapidamente. Appena di là dal cancello, si trovò
attorniato dai servitori, che con voce sommessa ed in aria compunta,
volevano ad ogni costo ragguagliarlo di tutto. Ma un giovane, alto di
persona e di signoril presenza, balzò fuori, gli afferrò un braccio,
lo trasse in casa, poi su per una scala fino a un gabinetto buio, dove
intravvide una forma femminile distesa sur un canapè, e alcune altre
persone che si davan gran moto all’intorno.
Il medico spalancò la finestra, pregò si lasciasse aperto anche
l’uscio per stabilire subito una corrente d’aria pura; poi si appressò
all’ammalata.
La contessa Polissena era smorta smorta, aveva le palpebre abbassate
sulle pupille immote, madide le tempie. Ughes le spruzzò un po’ d’acqua
in viso, le accostò alle nari una boccettina che aveva con sè; e,
dopo un poco, vide che riapriva gli occhi e cercava di raccogliere
gli spiriti smarriti. Come poi gli parve tempo, ordinò alle donne
di trasportarla pianamente e senza scosse nel suo letto, e uscì sul
pianerottolo, seguìto immediatamente dal contino e dal cavaliere Mazel.
Tutti e due gli stavano alle costole susurrando:
— Ebbene? Ebbene? Ebbene?
— Niente di grave — rispose Ughes; — uno svenimento, una cosa
passeggiera.
— Eh? — fece il cavaliere, volgendosi a Massimo — l’ho detto subito che
si trattava d’uno svenimento. Però, non capisco: conosco la contessa da
anni e questa è la prima volta che le succede un simil caso. Cospetto!
ci ha fatto impaurir tutti. Ci dev’essere un influsso: nemmeno io non
mi sento proprio bene. Ogni tanto ho certi sfinimenti che appena mi
reggo ritto. In questo momento, per esempio, ho una languidezza di
stomaco della quale è difficile farsi un’idea.
— Qualche volta basta l’appetito — disse Ughes, blandamente.
— Crede? Meno male. Tornando alla contessa, adesso bisognerebbe
scongiurare il pericolo d’un nuovo mancamento delle forze vitali con
una buona cacciata di sangue. Questo almeno è il mio parere. Che ne
dice?
Il medico non fiatò.
Un momento dopo madamigella Virando venne a dire che la signora
contessa desiderava di parlare col dottore.
Rientrarono tutti nel gabinetto e di là passarono nella camera attigua,
dove, in un gran letto a padiglione di stoffa cremisi damascata, Ughes
rivide la dama. Fatto un inchino, si approssimò e le chiese il permesso
di sentire il polso. Ripetè poi pacatamente quel che aveva già detto ai
due uomini:
— Niente, ma proprio niente di grave.
La semplicità garbata dell’atto, la sincerità del tono rassicurarono la
gentildonna più e meglio d’un lungo ragionamento.
— S’accomodi, la prego — diss’ella con voce languida, ma piena
d’affabilità.
Era aliena, l’altera donna, sia per indole che per costume, dal
dimostrare facilmente e volgarmente ciò che sentiva; ma questa era
un’ora scura per lei, un’ora di smarrimento e di confusione; ella aveva
sete di benevolenza, di conforto, di aiuto.
Considerò un momento la fisonomia seria e piacente del giovane che le
stava davanti, poi prese a parlare abbandonatamente, come se già avesse
piena fiducia nei consigli di lui, come se sperasse più in lui, pur
ignorando perfino il suo nome, che in tutti i barbassori ch’ella aveva
fin qui consultati. Oltre alla gravezza di testa che la tormentava
assai spesso, si sentiva immalinconire ogni dì più. Le pareva che
l’abbattimento del corpo fosse effetto dell’abbattimento dell’anima.
Cercava il modo di riposarla, quest’anima stanca, e non lo trovava, non
lo trovava. Non sapeva ella stessa che si facesse. Soffriva come non
aveva sofferto mai. Non ne poteva più...
Il medico ascoltava attentissimo, comprendendo dal tono accorato,
da certe frequenti pause espressive, che gli bisognava sottintendere
moltissime cose. Per la contessa Polissena la primavera fiorita era
già lontana; l’estate pur anche si andava dileguando, e con essa la
luce e il calore. Poteva l’autunno rischiarare ancora la sua vita con
fuggevoli riflessi, allietarla con qualche soffio soave... ma l’autunno
precedeva l’inverno! Nulla nel complesso della bella persona dava
indizio di decadenza o di sfacelo; ma ad ogni parte era necessario il
sostegno o l’appoggio di un’altra. Nel cuor della donna vibrava ancora
l’eco delle gioconde canzoni d’un tempo, ma doveva disporsi a sentirlo
affievolirsi via via, e tacere ben presto per sempre. Era questo, era
il pensiero della dissoluzione inevitabile che la opprimeva di giorno,
la soffocava di notte, non le dava più un’ora di pace.
Ughes, seduto accanto al letto, aveva appoggiato il gomito sinistro
sul ginocchio, chinata la fronte nella palma, e rifletteva. S’udiva
nel silenzio profondo il passo di Massimo, che, ancor commosso e
sottosopra, andava su e giù per la stanza.
— Fermo, Massimo! — mormorò Mazel, mollemente sdraiato sur una
poltrona. — Cospetto, faresti girare la testa a un reggimento!
Il contino lo guardò di traverso, poi si addossò alla parete e incrociò
le braccia sul petto.
— Mah! — sospirò il cavaliere, alzandosi adagino e movendosi verso il
letto in punta di piedi. — Bisognerebbe poter indurre questa adorabile
dama a non pigliar per complimenti le verità sacrosante che dicono
e ripetono gli amici. Risponda a me, signor dottore: le pare che con
quegli occhi, con quelle due superbe luci, si possa esser malati sul
serio?
— Lei deve farsi coraggio, signora madre — disse Massimo, — cercar di
distrarre la mente dalle noie, dai fastidi; fare il possibile per non
star sola.
— Se non lo è mai! — brontolò Mazel. — Se non lo è mai!
Intanto Ughes aveva rivolto sottovoce qualche domanda alla contessa;
udito a qual cura dietetica si fosse assoggettata, non disapprovò, ma
consigliò alcune modificazioni, facendole intendere delicatamente che
miravano in modo più innocuo al medesimo scopo.
— Questo — diss’egli, alzandosi — e un po’ d’esercizio tutti i giorni,
e l’aria balsamica della campagna, devono bastare a favorire l’azione
intrinseca e riparatrice della natura, che si rimetterà da sè nel
primitivo equilibrio.
Prese congedo ed uscì. Il cavaliere, occupato in quel momento a dar
garbo alla gala che gli si increspava allo sparato, accennò appena del
capo.
Massimo invece discese col medico, lo accompagnò fino al cancello e
stava per lasciarlo, quando, data per caso un’occhiata nel viale, vide
Liana.
Ella passeggiava lentamente; la veste color di rosa pallida or si
smorzava nell’ombra dorata degli olmi, or si avvivava nel sole. Il
contino tirò avanti, seguitando a parlare di sua madre.
— Veramente mi ero accorto anch’io che dava un po’ giù; ma attribuivo
questo alla stagione, all’angustia di vedere come si mettono male
le cose del nostro sciagurato paese. Ha un animo tanto sensibile, se
sapesse!... Ma insomma, poichè lei mi assicura che non sarà nulla...
— Ne sono intimamente persuaso — disse Ughes, affrettando il passo e
sorridendo a sua moglie.
Ella aveva esitato un momento scorgendo il contino; ora veniva
premurosamente ad incontrarli.
Massimo s’inchinò; Liana rispose, poi si volse verso suo marito.
— Buone nuove — disse Ughes — la signora contessa si è già riavuta. È
stato un malessere di nessuna importanza.
— Fortuna che lei è venuto a tempo — osservò Massimo.
— No, signore; quando sono arrivato ella stava già meglio...
— Eh, capisco, ma...
— Ad ogni modo io sto a Murello. Medico Ughes, pronto ad ogni loro
cenno, a qualunque ora del giorno e della notte.
— Io la ringrazio, la ringrazio quanto so e posso, anche a nome di mia
madre.
Si separarono. Ughes e Liana tornarono nella strada. Massimo voltò;
passando sotto le finestre della contessa, vide Mazel ritto dietro la
invetriata, che lo guardava con un risetto che teneva di sogghigno. Gli
fece una spallucciata e in un batter d’occhio fu su.
— L’hai riveduta, eh, la rosea veste? — disse Mazel. — Di qui non
discernevo bene la faccia, ma, cospetto: _un port de reine!_
— Come si sente adesso, signora madre? — domandò Massimo, stizzito
contro il cavaliere, senza sapere il perchè.
— Sempre meglio. Se posso avere una buona nottata, domani sarò bell’e
guarita. Dunque, sentiamo: com’è questa signora?
— Com’è?! Non ho mai visto una figura più bella in mia vita.
— Poh! — fece Mazel.
— Carnagione bianca — continuò il giovane — di color vivo e gentile;
una ricchezza straordinaria di capelli; dentatura che sembra un avorio,
labbra porporine... Non so niente degli occhi, ma li credo neri o
castagni.
— Anche il medico è simpatico — disse la contessa. — Non è vero, Mazel?
— Peuh!...
— Solamente... Dì un po’, Massimo, non ti par che somigli a qualcuno?
— Non saprei proprio.
— No? Ebbene io trovo che ricorda straordinariamente quel giovinotto
che tu avevi preso...
— Cospetto! — esclamò Mazel. — Fiordispino, eh? ma è vero, verissimo.
— Non tanto — disse Massimo, freddamente. — Fiordelis aveva un aspetto
basso, volgare, e il dottor Ughes si direbbe nato distinto.
— Uhm! — mormorò Mazel — fino a un certo punto, solamente fino a un
certo punto.
Qui il maestro di casa venne ad annunziare l’arrivo del signor Tabasso,
medico di Polonghera.
— Ringraziarlo — disse il contino — compensarlo e mandarlo a farsi
benedire. Chi sa che tanghero!
Ma il cavaliere dichiarò che gli pareva cosa savia ed opportuna sentir
anche il suo parere.
Il dottor Tabasso approvò in massima le ordinazioni del collega;
prescrisse per di più l’uso interno del vino vecchio, come specifico
contro l’abbattimento, e l’applicazione d’un sacchetto pieno di
zafferano sul cuore, per combattere la malinconia.