I.

Quando nel gran mondo torinese di cento anni fa, si veniva per caso a

discorrere del castello e del parco di Racconigi, accadeva spesso di

sentir soggiungere:

— Anche i Claris hanno una bella campagna da quelle parti.

Però il marchese Enrico Costa de Beauregard, che nel 1796 scriveva: —

_Raconis est un des plus beaux lieux du monde_ — non avrebbe potuto in

buona coscienza dir altrettanto di Robelletta. Rari amici e conoscenti

si recavano a visitare la contessa al tempo della villeggiatura; e la

villa di casa Claris, meglio che a questi pochi, doveva forse la sua

fama ai molti che non vi erano mai stati.

Tenendosi in Polonghera, sulla fine del secolo XVII, la grossa gabella

del sale proveniente da Nizza, mentre se ne mandava una grossa parte

a Torino sui barconi del Po, con l’altra si provvedeva, per mezzo di

carri, Murello, Racconigi, Cavallerleone ed altri comuni vicini. La

strada per cui passavano questi carri è detta anche oggidì strada del

_sale_.

In un punto di questa sboccava un viale largo e diritto, che metteva,

tra due sfilate d’olmi, a un cancellone di ferro, ritto fra pilastri

guarniti di brutte arpie di pietra molto mal scolpite. Quello era

l’ingresso di Robelletta. Il fabbricato poi si divideva in due parti:

una signorile e l’altra rustica. La parte signorile, di due piani,

oltre il terreno, aveva una facciata schietta e severa, senz’altri

ornamenti che un terrazzino con graziosa ringhiera di ferro battuto,

ed una gran meridiana scrostata e scolorita. Cigolavano alte sul

tetto due ventaruole, tutte rugginose, con l’iscrizione C. d. R. 1777.

Nella parte rustica, assai più bassa e più lunga, erano le stanze dei

contadini, la stalla, i magazzini, il fienile. Una grossa muraglia, con

un portone quasi sempre chiuso, separava il cortile dall’aia, i signori

dai servi.

Dietro la casa era il giardino, che sebbene vago e assai grande, non

aveva che far con un parco.

Tutti gli anni, quando la stagione si faceva propizia, il conte

Annibale avvertiva la contessa Polissena che, a dì tanti del mese

corrente, si sarebbe recato alla Florita: palazzina con vigna situata

alla sinistra della strada di Moncalieri, non lontano da Cavoretto, in

luogo appartato ed ameno.

La contessa distribuiva tosto gli ordini, e si disponeva a partire per

Robelletta.

Il cavaliere Telemaco Mazel della Comba, informato di quanto avevano

stabilito i due coniugi, deliberava subito di fare una visita ad un

certo suo castellotto, posto tra Cavallerleone e Cavallermaggiore, e

veniva ad offrire la sua compagnia alla dama, della quale era da anni

sviscerato ammiratore ed amico.

La partenza e l’arrivo seguivano nel giorno prefisso, sempre nello

stesso modo e colle stesse formalità.

Una bella mattina, a Robelletta, si vedevano giungere i barocci

dei bagagli; più tardi, verso mezzogiorno, un gran veicolo pieno

di servitù; infine nel pomeriggio, preceduta dal cavaliere Mazel,

che si compiaceva di far da battistrada, la carrozza ampia e comoda

dell’illustrissima signora contessa.

Il cavaliere, entrato in cortile, metteva piede a terra e, all’arrivo

del legno, con un garbo tutto suo, offriva la destra alla nobil

signora. Questa scendeva e volgendosi subito a sinistra, rispondeva con

un cenno grazioso ai saluti ed alle riverenze dei contadini maschi e

femmine affollati al portone. Sbucavano dietro di lei pianamente, don

Nicolao Bonhomine, il prete di casa, e la signorina Teresa Virando,

damigella di compagnia, rinfichisecchita dagli anni e dall’uniformità

del servizio.

Intanto Mazel, baciata la bianca mano ingemmata che aveva tenuto fra le

sue, dava un passo indietro e piegato il capo e la persona, mostrava

poi, rialzandosi, un volto composto a certa commozione, qual di chi

lascia, Dio sa per che tempo! una persona sommamente diletta. Inforcata

quindi la sella, si allontanava curvo, dinoccolato, seguito dal fido

cameriere Chambery, pur esso a cavallo.

L’assenza del buon gentiluomo non durava mai più di ventiquattro ore;

il giorno dopo, sul far della sera, egli era di nuovo a Robelletta;

occupava un elegante appartamentino al secondo piano, e non si moveva

più che per riaccompagnare a Torino la signora del suo cuore.

Ma nel maggio del 1797 egli non ricevette l’annunzio della partenza con

la consueta soddisfazione: il tempo non era fermo; le strade non erano

sicure; poi lo seccava aver per compagno nel viaggio, e probabilmente

anche nel soggiorno, Massimo Claris, giovane e bollente ufficiale, al

quale il conte Claris padre, per certe sue ragioni e previa licenza

dei superiori, credeva opportuno di far mutar aria. Il contino non gli

rendeva l’ossequio ch’egli sentiva di meritare; la sua presenza, senza

che sapesse spiegarsi il perchè, gli era sempre riuscita noiosa durante

il quotidiano adempimento dei suoi doveri di perfetto servente. E poi

insomma il cavaliere andava in sulla persona che pareva una maestà a

mirarlo, ma sentiva di non esser più giovane e cominciava a non veder

più di buon occhio tutti quelli che lo erano ancora.

Il tragitto da Robelletta al castello avito sembrò a Mazel più lungo e

sopratutto più uggioso d’ogni altra volta. Sulla pianura si stendevano

nuvoli bassi e densi, i quali comprimevano l’aria e la rendevano

immota ed affannosa. L’aspetto della campagna, inondata dalle pioggie

eccessive ed invasa dai bruchi, faceva presagire una nuova carestia,

forse più aspra di quella del 95.

Alla vecchia stamberga lo aspettava un mare di noie e di guai. Il

custode non avendo ricevuto l’annunzio del suo arrivo, non aveva nè

ammannita la cena, nè data aria alle stanze: Mazel dovette contentarsi

d’una frittatina di due uova e d’un po’ di formaggio, e dormire in

una camera parata di un damasco stupendo, ma dove il tanfo di muffa

e di racchiuso levava il respiro. La mattina seguente si destò un

po’ rasserenato, ma si rannuvolò tosto vedendo che un fulmine aveva

diroccata la metà del torrione, e che a voler tener su le mura,

sgretolate dagli anni e dalle intemperie, erano necessarie pronte,

importanti e costose riparazioni.

Anche nel podere annesso il disordine ed il trasandamento erano grandi;

gli fu impossibile dar le sue istruzioni e sbrigarsi di tante faccende

in un giorno, gliene abbisognarono tre. Si rimise in cammino nel

pomeriggio del quarto, ma colto per istrada da due gagliarde scosse

d’acqua che lo obbligarono a cercar rifugio prima sotto il portico

d’una cappelletta, poi in un tugurio isolato, non potè essere a

Robelletta che molto tardi, quando la contessa s’era già ritirata.

La disdetta raddoppiò in lui la bramosia di rivederla, cosicchè si

alzò di buon’ora, come non s’era più alzato da anni, forse forse dalla

mattina del suo famoso duello col vassallo di Pantaneto; uscì di camera

profumato, incipriato, rinfronzolito, e discese adagio adagio le scale,

perchè si sentiva le ossa gravi e fiaccate dallo strapazzo di quei

fastidiosissimi giorni.

Un servitore finiva appunto di dar ordine alle stanze terrene: —

Cospetto! era proprio presto! — Si fece alla soglia per considerare il

tempo: — Finalmente, lodato Dio! il cielo era tutto sereno. — Si voltò,

e, quando meno se lo aspettava si trovò fronte a fronte con Massimo.

— Oh! — esclamò questo — già alzato?

— Già — rispose Mazel — e tu dove vai?

— Fin lì sulla strada. Un momento fa, stando alla finestra, ho visto

passare una veste chiara, una veste color di rosa... A quest’ora,

capisce, e da queste parti, val ben la pena di vedere chi è?

— Qualche contadina vestita da festa...

— Che contadina! Una signora, son certo che è una signora. Vado e torno.

— Sì; e ricordati che è domenica... Sventato!

Il giovane non rispose, non l’udì forse nemmeno; era già in cortile. Il

cavaliere attraversò la stanza d’ingresso, entrò nel salotto buono, e

si adagiò sopra una poltrona.

Auf! quel Massimo, quanti dispiaceri non aveva già dato ai suoi

genitori, e, per rimbalzo, anche al più intrinseco fra gli amici di

casa. Prima avevano avuto a dolersi di lui perchè si accostava troppo

al fare di certi scioperati che si gloriano d’essere audaci con le

donne, intemperanti negli svaghi e nelle spese, presuntuosi, arroganti,

malcreati, quasi che il grado di tenente o di capitano fosse un

privilegio per insolentire con tutti e per tutto. Poi...

Qui il cavaliere sentì che esagerava; Massimo non era nè presuntuoso,

nè arrogante; era una testa calda che operava sempre senza giudizio.

La sua esaltazione di mente lo aveva tratto a sbagliar nel passato e

poteva imbarcarlo in brutte faccende per l’avvenire.

Nel ’92, l’abbandono della Savoia e di Nizza al primo rompersi

della guerra, senza un serio tentativo di difesa, aveva sollevato il

malcontento di tutti. Il Re, colpiti più o meno severamente quelli

che dovevano rispondere a lui delle proprie azioni, aveva creduto

opportuno, per riguardi di disciplina, di punire, col privarli

del grado, due giovani ufficiali, i quali avevano osato biasimare

apertamente i loro capi: Borgarelli d’Isone e Massimo Claris. Tutti

e due avevano poi fatta la seconda campagna come semplici soldati

volontari, portandosi in modo da riaver subito quanto avevano perduto

e meritare un avanzamento per giunta. Ma in casa Claris la memoria del

castigo durava più viva che quella del compenso. Il conte Annibale,

uomo d’inflessibile severità di principii, dava a divedere molto

spesso che non aveva ancor compiutamente perdonato a suo figlio. La

contessa viveva inquieta, temendo sempre qualche nuovo errore; tanto

più che Massimo non mostrava affatto di volersi ravvedere; anzi veniva

manifestando idee sempre più eteroclite e sempre meno pacate.

— Già — conchiuse tra sè il cavaliere, seccato da cotesti ricordi

— questo benedetto ragazzo sarà sempre il nostro tormento. — Così

pensando si alzò e girellò per le sale cercando come passare la noia.

Sfogliò il _Palmaverde_ e il _Calendario per la Real Corte_; tolse

una statuina da un tavolincino, ov’era in pericolo, e la portò sul

caminetto; odorò voluttuosamente, chiudendo gli occhi, un mazzolino al

fresco in un bel vaso di Vinovo; e nell’atto, senza che egli sapesse

il perchè, gli si ripresentò alla mente l’immagine di Massimo col suo

leggiero soprabito color tanè chiaro, la sottoveste bianca, i calzoni

di pelle e gli stivali con la rivolta, che tornavano così bene alla

gamba ed al piede.

— Peccato — diss’egli tra sè — che sia un animale sì fatto, perchè poi

è un bel giovane, e veste benissimo.

E qui, come per fare un confronto, andò a porsi davanti a una magnifica

spera _alla rococò_, che posava inclinata sur una nobile _console_

messa a oro. La pausa fu lunga e meditata. Mazel vi si mirava dalla

testa ai ginocchi, poi indietreggiando compiva l’esame: il ventre

cominciava a pronunciarsi un po’ troppo, ma c’era di che confortarsi

considerando le gambe; quelle si potevano dir veramente tornite, sì che

le calze finissime non vi facevano una grinza.

— Hum! — mormorò egli, tra’ denti — gambe di questa forma, nel secolo

venturo, non se ne vedranno forse più.

Alla fin de’ conti egli non aveva che cinquantasei anni; poteva

togliersene cinque grazie alla freschezza delle gote, alla bianchezza

dei denti, e sopra tutto a certe sapienti manipolazioni del suo

cameriere... Però Chambery non era più quello d’una volta; le sue mani

non erano più ferme, e nel ravviargli i capelli, nello stringere col

compasso le ciocche, spesso tirava troppo più l’una che l’altra, un

affare serio...

— Niente — disse Massimo, affacciandosi all’uscio — sono andato fin

presso alla cascina del Colombetto senza trovar anima viva. Eppure,

creda, che non ho sognato: ho visto realmente una signora accompagnata

da un signore, e parevano giovani tutti e due. Bisogna dire che abbiano

svoltato. Però non saprei dove...

— Dimmi un po’ — interruppe Mazel — quel cameriere che avevi

ultimamente... Frontino, mi pare?

— Fiordelis.

— Bene: sai che sia già collocato?

— Non saprei proprio.

— Perchè, se fosse ancor libero, forse mi deciderei a mandare a spasso

Chambery, che oramai è vecchio... Pettina bene quel giovinotto.

— Benissimo, ma è una canaglia.

— Non importa, purchè faccia il servizio. Dove vai?

— A dar un’occhiata in scuderia.

— Bada che a momenti si suonerà per la messa; non allontanarti, eh!

Rimasto di nuovo solo, il cavaliere guardò l’orologio. Cospetto!

era impossibile che l’amabil contessa non fosse desta ed alzata.

Non scendeva perchè forse ignorava tuttora il suo ritorno. Allora

escogitò un modo delicato e sottile di avvertirla della sua presenza

e manifestarle nel tempo stesso la smania ch’egli aveva di rivederla.

Sedette al cembalo, crollò le mani per liberarle dai pizzi, poi,

accompagnandosi, cantò modulatamente un motivino patetico, che egli

giudicava dovesse suscitare, nel cuore di colei che lo udiva, un

subisso d’affetti.

Com’ebbe finito andò per vedere se mai don Bonhomine fosse già nella

cappella, il cui uscio privato si apriva di fianco alla scala. Ed ecco

che subitamente un fruscio di serica veste gli fece balzare il cuore

dalla gioia. La sua signora, la sua regina, scendeva appoggiata al

braccio della secca compagna: scendeva con la testa alta, leggermente

inclinata a diritta sur un collo vezzoso e sottile, come quello

di Maria Antonietta. Anche negli occhi, nel naso, nella bocca ella

ricordava alcun poco l’altera figlia di Maria Teresa. Aveva poi la

dignità e la venustà del portamento propria alle dame dell’antico

regime.

Mazel, immobile, l’ammirava a tutto potere; un lieve sorriso, ch’ella

gli schiuse guardandolo, lo scosse; salì ad incontrarla e presale la

mano, vi accostò una, due, tre volte le labbra, accompagnando l’atto

con un gemito sordo, che esprimeva bramosia, tenerezza, riconoscenza,

beatitudine. La condusse quindi, senza lasciar le sue dita, alla

sala da pranzo, ove sedettero di fronte. La damigella di compagnia

posò sulla tavola un libro e un ventaglio e si ritirò. Intanto, da un

altr’uscio, entrò un domestico con tutto il servito da cioccolata.

La contessa ricusò con un atto quasi impercettibile; ma il cavaliere,

presa la chicchera, intinse nella calda bevanda spumante una fettina di

pan francese, e la recò, immollata a puntino, alle labbra. Dopo di che

credette opportuno di avvertire l’astensione della dama.

— Oh! — fec’egli — e perchè?

— Perchè non ho appetito.

— Cioè non volete avere appetito.

Ella contrasse le ciglia e non disse altro. Il cavaliere sentì che

il suo pensiero era altrove e le esaminò il viso: era pallida; e il

pallido candor della pelle pareva lievemente annebbiato di livido al di

sotto degli occhi.

— Ohimè — disse fra sè, contristato: — è dunque vero? La cara metà di

me stesso un giorno più dell’altro si fa mesta ed accasciata!

Un anno prima, già angustiata da un cominciamento di pinguedine, la

contessa Polissena s’era fisso in capo che ottimo partito fosse lo

scemarsi il cibo, ch’ella usava pur già assai frugale; poi, sembrandole

che questo non bastasse e volendo anche dar al suo vivere una regola

più confacente all’età in cui entrava, si era rivolta ai medici. Il suo

caso era stato lungamente e minutamente discusso, imperocchè bisognava

stabilir nettamente, prima di tutto, se si trattasse d’una vera e

propria malattia; poi, quando la cosa risultasse provata, se il male

fosse di quelli che van combattuti fortificando il corpo, o distrutti

debilitandolo.

Mentre i luminari della scienza consultavano senza nulla concludere,

il buon cicisbeo non lasciava senza conforto il suo idolo. Egli si

mostrava d’una galanteria senza pari, si stemperava in dichiarazioni ed

in complimenti, coglieva tutte le occasioni per affermar gagliardamente

che non l’aveva mai vista sì formosa, sì elegante, sì seducente.

— È inutile — diceva egli — una donna non può dirsi veramente bella se

le manca l’espressione, e questa non si acquista che con la maturità;

che è poi l’età perfetta dell’uomo e della donna.

Quanto alla delicata, scabrosa questione del magro e del grasso, chi la

pensa in un modo e chi in un altro.

Mazel, benchè cavaliere cristiano, trattandosi di cosa affatto profana,

non si adontava d’andar d’accordo coi turchi; i quali, essendo quei

gran conoscitori che ognun sa, le donne improsciuttite e mummificate

non le voglion neanche vedere.

Sapeva questo, perchè glie l’aveva detto un medico che era stato

in Barberia a esercitar nei serragli; e aggiungeva una quantità di

osservazioni scientifiche di nuovo conio, che destavano l’ilarità degli

amici e talora avevano anche la virtù di rasserenar per un momento la

stessa signora.

Ma quella mattina, lì da solo a sola, non sapeva più cosa dire; mandava

giù pianamente una fetta dopo l’altra, pensando al modo di rompere un

silenzio che incominciava a pesargli.

Alla fine, una voce sommessa chiese licenza d’entrare; e, ad una breve

parola affermativa, Gringia, il maestro di casa, si presentò sulla

soglia profondamente inclinato.

La contessa e il cavaliere si alzarono.

Nel cortile, riuniti davanti alla porta della cappella, i contadini

e le contadine aspettavano per entrare che i padroni fossero a posto.

Indossavano tutti i loro migliori vestiti. Gli uomini tenevano in testa

cappelli a cencio o a tre punte, di sotto ai quali usciva il codino,

attorcigliato in più modi. In quasi tutti si scorgeva lo studio d’aver

negli abiti qualche cosa del militare; e ciò non per ostentazione o per

moda, ma per impulso di persuasione, per spirito naturalmente marziale.

Erano giubbe d’un taglio che davano aspetto di milite a chi le portava;

casacche cenerine adorne di galloni, o addirittura vecchie uniformi

riconoscibili al colore, ai bottoni, alle rivolte. Fra le donne, alcune

avevan le treccie chiuse in una cuffia più o meno ricca di gale e di

trine; altre la testa e le spalle coperte da un velo.

In un subito si levò un breve mormorìo, seguìto tosto da silenzio

profondo. I signori entravano nella cappella dall’uscio laterale.

Si vide Mazel porgere alla contessa due gocce d’acqua benedetta

sull’estremità delle dita, segnarsi devotamente con lei, secondar

con un inchino la riverenza ch’ella fece all’altare, e porgerle,

accompagnandola al banco, il libro e il ventaglio.

Entrarono le persone di servizio; entrarono i contadini; e, alla fine,

nel momento in cui il prete compariva all’altare, entrò anche Massimo,

che andò a inginocchiarsi accanto a sua madre.

Il cavaliere gli lanciò un’occhiata severa, poi si trasse davanti una

sedia e cercò subito di concentrar la mente in un pensiero di devozione

sincera. Ma lo sguardo, fisso da prima sull’altare, salì pian piano,

senza ch’egli se ne accorgesse, al gran vecchione bianco e barbuto

dipinto sulla volta, ridiscese tosto sulla pianeta rabescata di don

Bonhomine, si posò sul panno d’arazzo che pendeva davanti all’uscio,

risalì fino alla finestra... e la trovò chiusa.

Così dunque l’aria pura e vitale non poteva venire ai suoi magnanimi

polmoni che dalla porta che gli stava alle spalle, e l’intervallo era

pieno di servitorame d’ambo i sessi e di villani d’ogni età.

— Boh, che tanfo malefico!

Ficcò il pollice e l’indice nel taschino della sottoveste, frugò,

trasse un gingillo d’oro che, appena schiuso, gli creò intorno una

squisita atmosfera olezzante. Osservando la donna amata, gli parve che

anch’essa respirasse a fatica: aveva le labbra semi-aperte e lavorava

assai di ventaglio.

— Ehee! — pensò egli — lo so bene che si soffoca. Ma perchè stringersi

anche nel busto a quel modo?... Per me forse? Poverina!

Poteva sì o no proporle d’uscire un pochino? — No: ella avrebbe

sopportato qualunque disagio prima che mancare a un dovere verso Dio;

e poi appunto in quel momento la vide curvarsi sul banco e coprirsi

il viso con le mani, come per raccogliersi in più intima e fervorosa

orazione.

— E come prega! — seguitava tra sè il cavaliere. — Uhm! non sarà

per Annibale certo: hanno stanze, villeggiatura, tavola, servitori,

carrozza, tutto a parte... Pregherà per suo figlio... o per sè

stessa... Poverina, poverina!

Sì sì, doveva esser così: la contessa implorava dall’Eterno

Dispensatore d’ogni grazia una dilazione, una sosta nell’inesorabile

fuga del tempo. Ella soffriva di sentirsi invecchiare, temendo forse di

veder intiepidire quell’adorazione che le era sì accetta, sì preziosa,

indispensabile, forse!

Mazel provò un senso di commiserazione profonda. Il caro nodo durava

oramai da molti anni. Egli era il cavaliere servente legittimo,

accettato e stipulato per contratto matrimoniale; il marito l’aveva

sempre trattato con molto riguardo; gli amici e gli affini, con

gran deferenza; nel bel mondo era stato proposto molte volte come

esempio. Infatti, cospetto! egli poteva vantarsi d’aver osservato

scrupolosamente tutti i patti, d’aver atteso sempre con ogni

sollecitudine al suo ufficio. Si sentiva senza paura, senza macchia,

disposto a perseverare. Oh Dio, sì, dispostissimo!

E affissandosi nella sua dolcissima fiamma, rinnovò solennemente il suo

giuramento di fedeltà.

S’udì il campanello dell’elevazione. La contessa non si mosse.

Mazel si stupì. Un momento dopo la vide che si abbandonava tutta,

languidamente a sinistra. Si rimescolò, si slanciò: fu appena in tempo

a sorreggerla.

Corse subitamente per la piccola cappella un fremito di esclamazioni

soffocate, uno scricchiolare di banchi e di seggiole, uno stropiccìo

sgominato di piedi. Don Bonhomine si voltò e rimase là, sbalordito,

con le braccia alzate. La damigella, la cameriera, il maestro di casa

si accostarono premurosi; gli altri servitori si fecero strada fra

il contadiname a furia di gomitate per uscir subito e trovarsi fuori,

pronti a ogni ordine.

La gentildonna, levata di peso dall’amico e dal figlio, fu trasportata

nelle sue stanze. Seguì uno sbatter d’usci; passi rapidi suonarono

sul pianerottolo; una voce concitata gridò confusamente alcuni

ordini. I servitori attruppati col naso in aria a piè della scala,

si precipitarono tutti insieme in cortile, come ne fosse toccato per

l’appunto uno a ciascuno.

— Un medico! Un medico! Un medico!

— Su, ragazzi! — diceva il maestro di casa: — uno a Polonghera, subito;

o a Murello; o a Racconigi. Animo, a te, Tracco!

— Io? Ma non son niente pratico, io.

— Allora avanti: Biglia, Merlo, Pomero, a voialtri, presto!

— Ma cosa! — protestava Merlo — qui si tratta di correre, ohe: bisogna

mandare gente giovane.

— Diavolo! — esclamava Pomero — gente svelta.

— Gente in gamba! — aggiungeva Biglia.

Gringia agguantò un contadinotto e lo buttò con uno spintone nel viale.

— A Polonghera, tu, alò! Via di galoppo. Un altro a Racconigi, adesso;

e un altro a Murello. Scarpe in mano e ali ai piedi. Fzzzt! Volate!

La bufera · 第 5 / 43 题