Alla stazione di Rìmini io ho veduto il soldato, rèduce dalla guerra.
Dove l'avevo già veduto un'altra volta? Certo io l'ho veduto! Quando!
L'ho veduto nel mese di ottobre, non questo, l'altro ottobre, in
Galleria a Milano. Se non è lui, non importa, è uno come lui: vestito di
grìgio; con le scarpe d'ordinanza; una bandierina tricolore sul
berretto. Anzi alcuni avèvano bandierine anche su la bottoniera.
Camminàvano un po' dinoccolati, un po' sperduti, sotto la Galleria;
tendèvano ad andare insieme.
«Viva Trìpoli! Viva l'Esèrcito!» gridava la gente al loro passàggio.
Ma, sul tardi, èrano molto più sciolti e arditi, e prima di arrivare al
quartiere, le stazioni diventàvano molte; perchè ognuno voleva offrire
qualche cosa; una stretta di mano, un sìgaro, un càlice (come si dice a
Milano); un càlice di qualche cosa di piacèvole al soldatino che ci
andava a conquistare Trìpoli _bel suol d'amore_. Poi una sera è partito
il reggimento. Altri cinquantamila soldati il Governo mandava laggiù.
Certamente avremmo vinto. Come scrosciàvano gli applàusi! Si propagàvano
dalla strada, su per i balconi, per tutti i piani; parèvano scrosciare
dai tetti. Una fiumana di gente, per tutta la strada, per via Santa
Margherita, via Manzoni; e, in mezzo a quella fiumana il reggimento si
snodava, si riannodava: si avviàvano i soldatini grigi alla stazione.
Gli studenti portàvano gli zàini affardellati e i fucili. Quando
rimbombàvano i metalli delle bande militari, pareva che gli applàusi
scendèssero giù dal cielo come crepitanti ali di Vittòria, e le bandiere
èrano agitate come se presentìssero la tempesta della guerra lontana. La
stàtua di Carlo Cattàneo emergeva sopra la folla, e pareva avviata anche
lei.
*
Poi un'altra volta l'ho veduto il soldato grìgio; non questa, l'altra
primavera (1912). Se non era lui, non importa. Era sempre lui! L'ho
veduto a Casalècchio di Reno. Noi bevevamo la buona birra e mangiavamo
le sementine abbrustolite; e alcuni soldati facèvano lo stesso, e tutti
intorno a loro facèvano festa. Vuol dire che uno era con le stampelle,
uno aveva la testa bianca, fasciata, uno aveva un bràccio di meno. A
prima vista ciò destava una certa impressione; ma tutti facèvano festa;
ed anche i mutilati sorridèvano.
E un altro ne ho veduto a Pistòia. Se non era lui, non importa! Era il
soldatino rèduce dalla guerra di Lìbia. Era lui. Andava al telègrafo a
telegrafare. Tutti gli si offrìvano, con quel dolce loro parlare, pronti
al servìzio; e molti lo seguìvano, ammirati: lo seguii anch'io. Egli
aveva la bandierina infissa su l'elmetto di sùghero, ma del piumàccio
non rimaneva che qualche penna. Gli stinchi, lunghi, èrano stretti nelle
fasce: portava solo il tascapane ed il fucile. Ma come era lùrido! E il
volto era tèrreo; le pupille èrano abbacinate. Non parlava. Pareva di
quei soldati macabri che il giornale socialista riproduce nelle sue
vignette in disprègio dell'Itàlia se fa guerra, dell'Itàlia se non fa
guerra, cioè un bersagliere con dentro uno scheletro.
*
Per la terza volta io l'ho veduto alla stazione di Rìmini. Se non era
lui non importa! Era il soldato rèduce dalla guerra. Aveva la bandierina
su l'elmetto; era tutto lùrido anche lui e un po', anche, abbacinato.
L'elmetto non soltanto era pesto, ma aveva una strana màcchia: era
forato. Il soldato stava seduto, immòbile, solo, col suo fucile. Ma
nessuno gli faceva festa.
Rìmini d'estate fa _toilette_, e prende un nome esòtico e glorioso nei
fasti mondani: l'Ostenda d'Italia.[5] Òspita gente straniera, conti e
contesse, nonchè una superba colònia ungherese.
[5] Il terremoto dell'estate 1915, poi i continuati
bombardamenti della Guerra mondiale, poi l'afflusso dei pòveri
pròfughi di Venèzia dopo Caporetto e tutte le necessità della
Guerra, hanno mutato il mondano e lieto aspetto di questa città.
Pèggio dev'èssere di Ostenda.
La stazione di Rìmini dava in quel mattino l'idea di Ostenda.
Era tutto un susurrare ossequioso: «Signor conte, signora contessa,
signora marchesa, signor commendatore»; era un servizièvole portare di
valigette e spolverine; cagnolini, sotto il bràccio delle dame; fiori
freschi delle dame; bambini delle dame.
C'era anche quella bandierina infissa sull'elmo; ma nessuno badava a
lei.
«Signor conte, signora contessa!» Fuori della stazione rombàvano le
automòbili dei signori conti e delle signore contesse. Gli automedonti
gridàvano: Grand hôtel, Palace-hôtel, Hôtel Hungària.
Un signore ben pasciuto, ben rasato, con un suo bel naso adunco, un bel
trabucos fra le grosse labbra, ragionava con accento forestiero
suasivamente con un omarino, di _exploitation_ di terreni, di grandi
_hôtels_, di _Kursaal_: e l'omarino, in udire, trepidava per la
ingordìgia.
Un giovanotto, grosso e ròseo come un prosciutto tedesco, con una
barbetta ricciolina, con un collare bianco alla Robespierre, faceva lo
svenèvole in lingua fiorentina con una signorina smancerosa, magrolina,
fresca come una gardènia, che rispondeva in lingua bolognese.
Lui, il bersagliere dalla penna spezzata, era solo, solo, solo.
«Signor conte, signora contessa, signor commendatore, signor usuriere
dal trabucos, signor giovanottone dal collarino _ultra-pschutt_,
signorina gardènia, andiamo a fare una bella ovazione al soldatino
sùdicio che torna dalla guerra e sta solo, solo, solo! _Ad firmandum cor
sincerum, sola fides sùfficit._»
«Siamo andati, siamo andate quando ci fu la Messa di suffràgio per le
ànime dei militari morti in Lìbia; siamo andati, siamo andate quando
hanno recitato il discorso sugli eroi; siamo andati, siamo andate quando
hanno distribuito le medàglie agli eroi. Abbiamo _tricoté_ i berrettoni
per l'inverno e le zanzariere per l'estate.»
«Allora su voi, da bravi, bambini, bei bebè dalle brachesse olandesi,
andiamo a fargli festa, e belle carezze, e belle carole attorno al
bersagliere! battete le pìccole manine, gridate con le argèntee voci:
Evviva! Non venite, graziosi bebè? Perchè? Non è questo il _soldatin che
va alla guerra, màngia, beve e dorme in terra_? È sùdicio? è
scarmigliato? Già, non ha usato lo _shampooing_! Orrìbili insetti si
infìltrano in chi dorme su la terra di Lìbia che nutre le serpi e i
leoni! È tèrreo? Effetto dell'acqua di Marsa-Susa. Ha gli occhi che
fanno paura? Effetto di Saf-saf.»
*
Ma ecco fra l'intrèccio dei binari, precìpita, si arresta il diretto.
— Lìnea Bologna-Milano! — si sente chiamare.
Dagli sportelli di prima classe qualche piedino vezzoso appare.
Deliziosi visetti scrùtano. Altre valigette, altri fiori, altre piume,
altri bebè, altri cagnolini in bràccio. V'è chi scende, v'è chi sale.
«Oh, signor conte, signora contessa!»
— Ma cosa fa quel militare, laggiù in coda...! — io sento gridare.
Due, tre guàrdie del treno si precìpitano, fèrmano il bersagliere che
già è salito a metà, e lo fanno scèndere.
— C'è la terza! — lui dice.
— Ma non sapete — dìcono essi — che voialtri militari non potete
viaggiare coi diretti?
— Ma se ho scritto a casa che arrivavo stasera!
— Ma se ha scritto a casa, torni a riscrìvere: arriverà domani sera!
Presto presto!
Si ribàttono gli sportelli, il diretto è partito. Il bersagliere è
rimasto a terra.
Sono rimasto a terra anch'io.
Vedo il bersagliere, con la sua bandierina su l'elmo, trapassato dalla
pallòttola del fucile Mauser, che segue il folgorante berretto del
signor capo stazione, in grande stiffèlius.
— Ma lo sanno — dice il signor capo senza piegare la direzione del suo
berretto, — lo sanno bene che loro militari non pòssono viaggiare così
diretti.
«Oh, signor capo, fàccia viaggiare il soldato, rèduce dalla guerra,
aspettato da sua madre, lo fàccia viaggiare non soltanto in diretto, ma
in prima classe. Chi lo vieta? La legge? Ma quando la legge ci comanderà
di morire per la pàtria, come potremo noi ripètere i versi del poeta:
_Dic, hospes, Spartae te hic nos vidisse iacentes Dum sanctis pàtriae
lègibus obsèquimur?_ Come potremo, signor capo, se le leggi non sono
sante?
*
Ho seguito il militare in quella città dove avevo deliberato di non
fermarmi. Perchè? Non so. Avrei voluto parlare al soldato, confortarlo e
non lo feci. Mi pareva che avesse dovuto dirmi tristi, amare cose, e io
non avrei saputo che cosa rispòndere. Ero sconfortato anch'io. E allora
come si fa a confortare?
Lo seguii tuttavia.
Andava a capo chino, avvilito. Le automòbili erano partite. I fiaccherai
non degnàvano di offrire la loro vettura al soldato troppo in brandelli.
Due o tre lùridi ragazzacci, qualche megera si offriva per indicargli
una bèttola, un luogo dove riposare.