Il giovinetto che era con me in quella spècie di scàtola bucata che è
l'automòbile Bologna-San Piero a Sieve, pareva su le spine.
Egli era in quella età beata ed ancora implume, in cui nei tempi antichi
si andava paggi e damigelli presso qualche barone. Mi si presentò nel
fatto: Pierettini Giùlio, impiegato nella ditta «Daruk und Sohn»,
fabbricatrice di grammòfoni, fonògrafi e dischi dei più cèlebri artisti,
con depòsito generale in Milano, via X, n. 7.
Egli non andava, come me, a Scaricalàsino — paese alla sua volta anche a
lui sconosciuto — ma più oltre....
— Mio dio, dio mio! — diceva fra il sèrio ed il faceto — se si va avanti
così, io sono completamente rovinato!
— Ma in che cosa rovinato, bel signore?
— Ma i miei vestiti, _porco can_! Non vede lei in che stato sono
ridotto?
Confesso che io fui molto sorpreso da queste parole, perchè io ammiravo
— oltre che il paesàggio — anche il mio compagno.
Egli era un paradigma: pareva venuto fuori, fresco fresco, da una ditta
di mode: _High life, English taylor, Al mondo elegante_.
Egli non guardava punto il paesàggio; ma si stava tutto composto sul suo
seggiolino, e ad ogni colpo del polverone, piegava il capo come il
soldato nuovo, ai primi colpi di fucileria.
Disse:
— Supponendo di arrivare sano e salvo, io mi presento che sembro un vero
mostro. Pensi, in un _hôtel_ di primo òrdine, pieno di signori e
signorine, sbarcare così! Ho preso tutto — e indicava la valìgia —
_smoking_, _pijama_..., ed ho dimenticato la spolverina da viàggio! Ho
dimenticato? Non ci ho pensato.
— Lei va a fare un poco di villeggiatura? — domandai.
— Sì, un po' di campagna, e se ne ha il diritto! Tutto il giorno in
ufficio! — E mi spiegò come il fìglio di un conduttore di un _hôtel_,
nel Mugello, impiegato anche lui presso una ditta di Milano e suo buon
amico, lo avesse invitato quale òspite graditìssimo per una ventina di
giorni. — Un _hôtel_ di nuovo impianto — mi andava spiegando — in
posizione splèndida; ottocento metri sul mare; _garage, tennis_, due
fonògrafi _monstre_, sempre della ditta _Daruk und Sohn_; insomma tutto
il confortàbile moderno: al mattino, prima colazione, caffè latte e che
latte! mèglio di Milano; burro, miele, _confiture_, pròprio come in
Germània; secondo _lunch_ a mezzogiorno, _potage_ e due portate; alla
sera, poi, minestra, altre due portate, dolce; e fiasco in tàvola.
Sentisse che vino! Vero Chianti! Mica di quello che si fàbbrica a
Milano! Chi vuole, fa la cura del latte; e chi vuole, fa la cura del
vino di Chianti. E tutto questo po' po' di roba per lire dieci al
giorno. Sono prezzi da fallimento, prezzi _réclame_: in Svìzzera un
trattamento sìmile vale almeno venti lire....
Ora egli si sarebbe divertito, avrebbe fatto rìdere, ballare le
signorine, avrebbe mangiato molte fràgole, mangiato molti spaghetti col
sugo, una cosa che a Milano «lascia alquanto a desiderare». Avrebbe
imparato la lìngua fiorentina: _Costassù, codesto costì_, e _non la mi
fàccia il nesci!_ una cosa complicata mica male, che a scuola non era
riuscito a capire.
— Lei ha studiato?...
— Tutte le tre tècniche, ma, in confidenza, la lìngua milanese è la vera
lìngua del commèrcio.
Naturalmente non andava _costassù_ a mani vuote — e mi mostrò un
pacchetto rotondo.
— Una torta? — domandai.
— Mai più! Alcuni dischi straordinari, Caruso, Bonci ed altri cèlebri
divi e dive. Non li conosce? No! Nemmeno al fonògrafo? Non la interessa
il fonògrafo?
— Sinceramente, preferisco non sentirlo.
Mi guardò con istupore.
— È il primo che sento. E lei dice di vìvere a Milano? — E ammutolì
guardàndomi.
Aveva la fisonomia di un buon figliuolo; e siccome ai miei occhi egli
pareva moltissimo elegante, così giudicai ùtile di approfittarne per
risòlvere il diffìcile problema della differenza che intercedeva fra me
e le persone eleganti in gènere, e lui in particolare.
Dissi dunque:
— Lei si lamenta di arrivare a destinazione mal conservato. Che cosa
dovrei dire io, allora? Guardi queste scarpe gialle! Sono otto giorni
che le porto e non si capisce più di che colore esse sìano. Se poi
avessi comperato delle scarpe con la mascherina bianca e nera, come le
sue, chi sa in quale stato sarèbbero ridotte.... Le sue scarpe dèvono
possedere un qualche segreto....
— Sono scarpe di _american shoe_, — disse — ed è già il terzo mese che
le porto.... Ma la sera bisogna mètterci il suo bravo stirascarpe; e
così si consèrvano nuove.
— Allora passiamo ai calzoni. Anche lei è in viàggio; ma i suoi calzoni
sèmbrano dipinti come nei figurini. I miei..., i miei arrossìscono di
fronte ai suoi.
Anche per i calzoni la cosa era sèmplice.
— Quando si lèvano, la sera — diceva — si fìssano nel loro
stira-calzoni....
— E tutti questi arnesi per stirare, scusi, li porta con sè?
— Certamente! — rispose meravigliato della mia meravìglia.
— Passiamo ad altro. Confronti il mio cappello col suo....
Sorrise di compiacenza. Se lo tolse e me lo spiegò.
— Cappello _sans-gêne_, forma capricciosa, qualità _extra-extra_. Un'ala
deve posare su l'orècchia sinistra; il nastrino posteriore va a due
centìmetri dalla lìnea di tosatura, e così rimane fisso e non si sforma.
Vede?
Nel levarsi che egli fece il cappello, era rimasta scoperta la testa:
una testolina oblunga, un poco a forma di cetriolo: ma la lucidezza
della capigliatura era ammirèvole.
— Scusi, prima che lei si rimetta il suo copricapo _extra-extra_, mi
spieghi un po': c'è anche lì qualche cosa per stirare i capelli?
Prescindendo — ben inteso — dal colore, i miei capelli hanno l'abitùdine
di rizzarsi obbrobriosamente....
— Per lustrare ed ammorbidire i capelli — rispose — io faccio uso della
brillantina Organ di Coty, al profumo di eliotròpio. Provi anche lei.
Proverò, ma credo che resteranno ìspidi lo stesso: il difetto sta sotto:
nel cervello.
Mi nacque un dùbbio; e dopo avere ringraziato, esposi questo dùbbio
così:
— Non le pare, bel signore, che dover lustrare e stirare tutte queste
cose, sia un poco come diventare il cameriere di se stessi?
Quel buon figliuolo fece una mossa còmica: levò le cìglia sino a far
ritirare la già pìccola fronte del suo lungo pàllido volto; spalancò,
storse la bocca, instupidì le pupille. Io lo avevo obbligato ad un
esercìzio ben crudele: pensare!
Ma si rimise sùbito, come un vispo galletto che, immerso nell'acqua,
scuote le penne coraggiosamente e riprende il contegno di prima.
— Sarà — rispose allegramente. — Ma io ho osservato che quando esco di
casa poco _soigné_, per esèmpio col berretto da ciclista, la gente mi
saluta con meno rispetto. Le signorine, poi, quando si è eleganti,
guàrdano e guàrdano anche per prime! Ma quando non si è eleganti, niente
guardare! Questa, capirà, è una cosa molto sèria, specialmente per un
giovinotto. Io poi le dirò per conto mio questo fatto curioso: se non ho
la cravatta a posto, non mi sento a posto nemmeno moralmente.
— Bravo! A propòsito di cravatte! Come va che la sua cravatta sta come
torre ferma; e la mia gira come un quadrante per il collo?...
— Sèmplice! Lei la fissa con queste molle automàtiche.... Permette?
Mise delicatamente il pòllice e l'ìndice nel taschino del gilè, ne
trasse sùbito un astùccio, dall'astùccio due mollette; mi venne vicino
con la sua testolina lucidata all'eliotròpio, e come glielo permetteva
l'andar balzelloni nell'automòbile, fissò e _mise in valore_ anche la
mia cravatta.
Mentre egli si stava così chino, io assaporavo il profumo della sua
testolina all'eliotròpio.
— Le cravatte svolazzanti — disse — è bene che lei le èviti. Hanno un
caràttere democràtico, ma non sono niente _chic_.
— Perchè, scusi, lei è aristocràtico?
Vidi la sua fronte incresparsi ancora sotto il martìrio di una
meditazione.
— Lasci, lasci, già anch'io non so bene se sono democràtico o
aristocràtico — dissi, e ringraziai della molletta e del consìglio.
— E un'ùltima spiegazione, la prego — aggiunsi di poi: — lei, come ho
potuto osservare, ha trovato sùbito la scatolina delle mollette; lì vedo
che spunta il fazzoletto; di lì vedo che vien fuori l'astùccio delle
sigarette. Io, invece, per trovare un oggetto necessàrio, devo ogni
volta fare un viàggio per tutte le tasche: cerco il fazzoletto, viene
fuori un toscano; cerco il toscano, viene fuori il temperino....
— Ma ogni tasca, signore — rispose quel caro giovane — ha la sua
particolare missione....
Egli mi spiegava la missione delle vàrie tasche: ma ogni tanto si
arrestava: la fuga dell'automòbile, giù per le discese, gli levava il
respiro.
Capii come, oltre che dall'assenza della spolverina, il giovanotto era
preoccupato della pazza corsa a cui si abbandonava l'automòbile. Diceva
anzi:
— Quel diàvolo di _chauffeur_ deve aver bevuto chi sa quanti cicchetti
di grappa! Nelle svoltate, che non ci si vede a cento metri, lui lància
questo baraccone alla terza velocità. Guardi come cala giù per i
_tourniquets_! Roba da matti! Se ci imbattiamo in un'altra automòbile,
mi dice lei dove andiamo a finire?
— Più di morire — risposi — io credo che non ci possa capitare....
— E le par poco? Mi par tanto! — E voleva dire: «Allora, addio
cappellino _extra-extra_, addio spaghetti col sugo, addio fràgole e
signorine».
— Ma scusi — obbiettai — se lei deve andare soldato, con la guerra che
c'è in Lìbia, con questi nuvoloni neri che pàssano sull'orizzonte
d'Europa, è mèglio star preparati.
— Per questo sono a posto: fìglio ùnico di madre vèdova! — esclamò
allegramente.
— Va bene! Però ammetterà che una volta o l'altra bisogna morire....
— Di questo poi non me ne parli, sa! Mi vèngono i brìvidi solo a
pensarci.
— Eppure avrà inteso dire che una volta o l'altra bisogna morire....
— Così ho inteso dire, e così sarà: ma io non ci penso. Mi viene una
paura, se ci penso! Quasi quasi farei la strada a piedi. Questa è una
corsa alla morte!
Io dissi allora gravemente: — _Thànaton gar dediènai oudèn allo estì e
sofòn eìnai dokèin, me onta!_ Così è, il mio caro giòvane. E sa chi dice
così?