Perchè? c'è cosa? Mi si vuole costringere? per soperchieria?

DIRETTORE.

Abbia pazienza, professore. Cerchi di mettersi un poco nei miei panni e

di considerare che da due anni a questa parte, dalla mattina alla sera,

in direzione, a casa mia, se esco a fare due passi per istrada, io sono

oppresso, vessato da tutti, padri di famiglia, persone che non conosco,

che vengono a protestare contro il preteso scandalo di codesta sua

permanenza nell'insegnamento.

TOTI.

Ah sì? Ah sì?

DIRETTORE.

Purtroppo, professore! Creda che è una protesta civile vera e propria —

generale!

TOTI.

E lei la chiama civile?

DIRETTORE.

Civile nel senso che la società si reputa offesa — io non voglio

entrare adesso a vedere se a torto o a ragione — dalla condotta

della sua vita privata, reputandola incompatibile col suo ufficio di

educatore della gioventù....

TOTI.

E lei, signor Direttore?

DIRETTORE.

Le ripeto che io non voglio entrare a vedere....

TOTI.

Dunque vuol dire che anche lei è d'accordo nel giudicare disonesta la

condotta della mia vita privata?

DIRETTORE.

Ma no, non dico questo! Dico che lei, uomo privato, nella sua coscienza

onesta, può infischiarsi del giudizio della gente, se lo reputa

ingiusto. Come professore, addetto a un ufficio pubblico, non può più

infischiarsene, deve tenerne conto, come devo tenerne conto io, da

direttore; e perciò son venuto a consigliarle, ancora una volta, di

mettersi a riposo.

TOTI.

E di sottoscrivere così al giudizio della gente?

Alzandosi.

No, signor Direttore! Io aspetto che qualcuno — poichè lei non lo vuoi

fare — venga a discutere con me, non quello che pare, ma quello che

è; la mia coscienza appunto. Non mi ritiro! Accetto la guerra! Voglio

vedere chi ha il coraggio di venirmi a dire in faccia ch'io sono una

persona disonesta e se ciò che faccio non è fatto a fin di bene!

DIRETTORE

stringendosi nelle spalle e

accomiatandosi.

Capirà ch'io ho fatto, professore, il mio obbligo d'amico....

TOTI.

E io la ringrazio.

DIRETTORE.

La prevengo che si minaccia di portare la protesta agli enti

superiori....

TOTI.

Facciano! facciano pure!

DIRETTORE.

E che se domani dal Ministero mi si chiedesse qualche rapporto....

TOTI.

Lei risponda come crede, che m'ha consigliato di chiedere il riposo, e

ch'io non ho voluto saperne. La vedremo, signor Direttore!

DIRETTORE.

E allora non mi resta più altro che salutarla e augurarle che la sua

signora si rimetta presto in salute.

TOTI.

Grazie infinite, e le sono obbligatissimo, creda, signor Direttore.

DIRETTORE.

Non s'incomodi.... Piuttosto, mi dia ascolto, per carità!... Segua il

mio consiglio: si ritiri!...

TOTI.

No, no, l'accompagno, prego.

Il Direttore esce. Il professor

Toti lo accompagna e poco dopo

ritorna; ma trova su la soglia

dell'uscio a sinistra Lillina,

abbattuta, coi capelli in disordine,

gli occhi rossi di pianto. Ha per

mano Ninì, il bambino.

Ah, tu... Vuoi darmi il bambino?

LILLINA.

Per favore.... Non posso badarci.... Dov'è andata Rosa?

TOTI.

L'ho mandata io.... Ma dammelo qua il piccino.... Qua, Ninì.... vieni

qua con me,

Se lo toglie in braccio.

vieni qua, bellino.... lasciala stare la mammina; vedi che ha la _bua_?

LILLINA.

È così fastidioso....

TOTI.

Forse perchè ti vede così, povero piccino.... Siamo io e lui, come due

mosche senza capo; è vero, Ninì? a vedere la mammina così... Sai che

sono già tre giorni?...

LILLINA.

Ma che posso farci se mi sento male?

TOTI.

Lo so! E ti pare che non ti compatisca, figliuola mia? Siedi.... siedi

qua.... Vado a lasciare il bambino alla donna, fino al ritorno di

Rosa....

LILLINA.

No, no.... ho paura, ho paura che non gli badi troppo....

TOTI.

Glielo raccomando io, di badarci, non temere! Ma già Rosa non può

tardare molto.

Esce con Ninì per l'uscio in

fondo e rientra solo, poco dopo.

Nel frattempo Lillina, sedendo, s'è

nascosto il volto tra le mani. Toti

rientrando e vedendo Lillina in

quell'atteggiamento, scuote il capo,

poi le si accosta piano piano e le

dice:

Non vuoi dirmelo, è vero? non vuoi proprio dirmelo, che cosa ti senti?

LILLINA.

Ma gliel'ho detto! Mi fa male.... mi fa tanto male il capo....

TOTI.

E nient'altro?

LILLINA.

Nient'altro. Non posso neanche tenere gli occhi aperti....

TOTI.

E neanche sentir parlare, chè ti gira il capo. So anche questo.

Intanto, il medico non vuoi che si chiami; e credo anch'io che sarebbe

inutile chiamarlo....

LILLINA.

Per carità, mi lasci stare! non mi dica nulla! Abbia pazienza ancora

per qualche giorno.... e vedrà, vedrà che mi passa.... mi passa

tutto.... tutto.... tutto....

Scoppia in un pianto

irrefrenabile.

TOTI.

E lo vedo che ti passa! Ti passa bene.... Insomma, dico, senti,

figliuola mia, senti: voglio parlarti seriamente. Dopo tante prove che

t'ho dato, dopo che per due anni ti ho dimostrato come voglio esser

considerato da te, sai che mi pare? un'offesa mi pare, un'offesa, che

tu non voglia confidarti con me!

LILLINA.

Ma che vuole che le confidi, se non ho nulla, proprio nulla da

confidarle? perchè vuol tormentarmi così?

TOTI.

Voglio tormentarti, io? No, figliuola; non voglio tormentarti; vorrei

soltanto che tu parlassi, che tu mi dicessi che cos'è accaduto, perchè

da tre giorni stai così....

LILLINA.

Ma se non è accaduto nulla! Glielo giuro.... Nulla!

TOTI.

E perchè stai così, allora?

LILLINA.

Ma perchè mi sento male! Quante volte gliel'ho da ripetere?

TOTI.

Ah, dunque, devo parlare io? E che credi che, per quanto vecchio, io

sia già così rimbambito da non capire che tu non puoi star così, solo

perchè ti fa male il capo?

Lillina si alza e fa per

andarsene, ma egli la trattiene a

sedere.

No, aspetta, figliuola! Sta' qua, sta' qua ad ascoltarmi; e lascialo

il mai di capo, chè questa anzi sarà la ricetta per fartelo passare!

Dimmi una cosa: tutte queste chiacchiere che fa la gente t'han forse

messo così in soggezione davanti a me, da farti credere che tu non

possa più parlarmi, che tu non possa più dirmi tutto ciò che ti sta sul

cuore? Bada che sarebbe l'ingiuria più grande che tu potessi farmi, il

tradimento più brutto: quello di vedere in me.... ciò che non voglio

neanche dire! Tu con me puoi parlare, sempre, come mi parlasti la

prima volta! Ho fatto tutto ciò che ti promisi allora, e non mi son

tirato indietro d'un passo, lo puoi ben dire! Se la gente parla, se

la gente ride, e c'è chi protesta e chi minaccia — (mi hanno anche

mandato in casa il Direttore, hai visto?) — ebbene, tutto ciò a me non

importa nulla, e non deve importarne nulla neanche a te, perchè tu e

io sappiamo bene che non facciamo niente di male, e dobbiamo pensare

a star tutti uniti e a non darla vinta, aspettando che il tempo mi dia

ragione: non ora — presto — alla mia morte — quando vi avrò lasciati a

posto, tutti tranquilli e sistemati. — Hai inteso? hai inteso?

LILLINA.

Sì.... sì.... ho inteso....

TOTI.

E dunque parla, adesso! Che è stato? Vi siete litigati?

LILLINA.

No, che litigare! Non mi son litigata con nessuno...

TOTI.

E perchè da tre giorni, allora, lui non viene?

LILLINA.

Che vuole che ne sappia io perchè non viene? Non è venuto....

TOTI.

Son tre giorni che non va neanche alla Banca. Me l'ha detto jeri il

cassiere. Si vede che farà male il capo anche a lui.... Santo Dio,

santo Dio, ragazzi.... pensate che il tempo rimane per voi, e che

un giorno che togliete a me, è peccato!... Son tre giorni che non

canti.... tre giorni che non ridi....

Lillina scoppia di nuovo a

piangere forte.

Ecco, vedi? E poi dici che non è niente.... Dev'essere accaduto

qualcosa di grosso! E tu devi dirmelo!

Si sente sonare il campanello.

Ah, eccoli qua.... Se non vuoi dirlo a me, lo dirai almeno a tua madre!

LILLINA

balzando in piedi tra i

singhiozzi.

Mia madre? Ha fatto venire mia madre? Io non ho niente da dirle!... non

ho niente da dire a nessuno! Mi lascino stare per carità! Mi lascino

stare!

Via di corsa per l'uscio a

sinistra.

TOTI

resta costernato a guardar l'uscio

per cui Lillina è uscita — tentenna

il capo — aspetta — poi, non vedendo

entrar nessuno, si fa all'uscio in

fondo e grida:

Chi è? Rosa!

ROSA

si presenta su la soglia.

Eccomi qua.

TOTI

contraffacendola.

“Eccomi qua„. Come? Non si viene a dare la risposta? Che t'hanno detto?

ROSA.

Che stanno per venire. Sono usciti dopo di me. Faccia conto che sono

qua. Ma badi che non volevano venire.

TOTI.

Non volevano?

ROSA.

Nossignore. Perchè dicono che non vogliono immischiarsi nei suoi

affari, nè punto nè poco.

TOTI.

E chi ha detto loro d'immischiarsi? Chi vuole che s'immischino?

ROSA.

Io non so nulla. Hanno detto così.

TOTI.

Ma tu non hai detto loro, che la signora non stava bene?

ROSA.

Come non gliel'ho detto? Gliel'ho detto. Si sono guardati negli

occhi....

TOTI.

E tu allora hai sciolto lo scilinguagnolo, e figuriamoci! Basta. Non fa

nulla. Dimmi almeno quello che sai, quello che hai detto loro....

ROSA.

Io? E che vuol sapere da me? Io non ho detto niente a nessuno, perchè

non so niente, perchè qua faccio la serva e non faccio altro mestiere!

Chi sa lei s'avesse a credere!

TOTI.

Basta! basta! T'ho detto mezza parola....

ROSA.

Nossignore! Per saperci intendere! Se mi vuole, mi tiene; se non mi

vuole, mi mandi via. Ma io non sono nè spia, nè altro! Rispetto la

signora; voglio bene al bambino; e glielo dico in faccia: lei solo qua

non mi piace! Se mi vuole, mi tiene; se non mi vuole, mi mandi via!

Si ode di nuovo il campanello

alla porta. Rosa si prende la veste

pulitamente per due lembi, l'allarga

strisciando una riverenza, e va via.

TOTI

gridandole appresso:

Linguaccia! Linguaccia!

Entrano serii e impettiti

Cinquemani e sua moglie Marianna,

senza salutare. Cinquemani con un

vecchio cappellaccio in capo e la

mazza; Marianna con un velo nero sui

capelli e un'ampia, antica veste a

quadretti neri.

Caro Cinquemani.... cara suocera.... accomodatevi, accomodatevi....

MARIANNA

a denti stretti.

Grazie tante.

Non s'accomoda.

CINQUEMANI

alzando una mano con gravità.

Non possiamo trattenerci molto.

TOTI.

Sta bene; ma almeno mettetevi a sedere....

A Cinquemani.

Se volete posare il cappello.

CINQUEMANI.

Non poso niente. Le ripeto che non posso trattenermi molto.

TOTI.

Voi almeno, signora suocera, abbassatevi il velo sulle spalle.

MARIANNA.

Grazie, nossignore. Non mi abbasso niente.

Siede.

CINQUEMANI.

E poi le dico che il cappello io me lo levo a casa mia. Qua non è casa

mia. Per cui....

Siede.

TOTI.

Qua è la casa della vostra figliuola. Se voi non avete mai voluto

considerarla per vostra....

CINQUEMANI

alzandosi.

Marianna, pst! andiamo via!

Marianna si alza.

TOTI.

Siete pazzo? Che v'ho detto? Ma non facciamo storie, via! che ho ben

altro adesso a cui pensare! Sedete, sedete, e discorriamo.

MARIANNA.

Discorriamo? Lei? Vuol discorrere lei? Prima lei deve sentire il

discorso che dobbiamo farle noi.

A Cinquemani.

A te. Attacca!

TOTI.

Sentiamo codesto discorso. Ma sbrigatevi, per carità!

CINQUEMANI.

Il discorso è questo. Tanto io, quanto mia moglie; io

S'appunta l'indice sul petto.

e mia moglie,

La indica.

va bene?

TOTI.

Benissimo. Avanti!

CINQUEMANI.

Benissimo. Lei sa che tanto io, quanto mia moglie non abbiamo messo

piede in questa casa, se non il giorno dello sposalizio.

MARIANNA

agitandosi sulla seggiola e

convellendosi.

E lo sa Iddio, lo sa Iddio quello che abbiamo sofferto!

TOTI.

Voi? E perchè? quando?

MARIANNA.

Ah, perchè, dice? quando, dice? Ma ora stesso, ora stesso! Sappia che

con tanto d'occhi ci ha guardato la gente, davanti a tutte le porte,

affacciata a tutte le finestre, vedendoci venire qua!

TOTI.

Vi hanno guardato, e poi?

CINQUEMANI.

Basta, Marianna! Lascia parlare a me!

TOTI.

Un momento, Cinquemani. Voglio prima saper questo: — Non vi ho detto,

non so più quante volte, alla scuola, di venire qua con vostra moglie,

a trovare la vostra figliuola?

CINQUEMANI.

Sì.... me l'ha detto.... sì....

TOTI.

Chi vi ha proibito allora di venire?

MARIANNA

scattando.

Ah, vuol sapere chi ce l'ha proibito?

CINQUEMANI

balzando in piedi anche lui e

accorrendo come a parare la moglie.

Aspetta, Marianna, che gli rispondo io! — Giacchè lei mi parla

della scuola, deve sapere che alla scuola io la saluto per semplice

considerazione sociale, e basta! Perchè lo so io solo, e il signor

Direttore, tutte le porcherie che scancello dai muri per lei e per la

mia figliuola! Cose da far cadere la faccia a terra! la faccia a terra!

MARIANNA.

E vuol sapere chi ci ha proibito di venire qua!

CINQUEMANI.

Lei è la favola del paese! E il paese ha ragione! E io e mia moglie;

tutt'e due — lo sappia! — siamo col paese!

MARIANNA.

Perchè siamo gente che non ha perduto ancora il santo rossore della

faccia! Il santo rossore, qua! qua!

Batte le mani sulle guance.

CINQUEMANI.

Gente onorata siamo!

TOTI.

E via, smettetela! Volete sapere che cosa siete? Due asini siete! Due

asini!

CINQUEMANI.

Lei mi parli con rispetto, perchè sono suo suocero!

TOTI.

Ma statevi zitto! Suocero! Sapete bene come e perchè mi sono presa la

vostra figliuola!

MARIANNA.

Lei se l'è presa perchè ha voluto prendersela!

TOTI.

Sissignori! E con tutto il cuore!

MARIANNA.

Non per noi! Perchè per noi poteva restare dov'era, che sarebbe stato

meglio! Vergogna nascosta, anzichè pubblica, come lei l'ha ridotta! Ma

sa che non possiamo più affacciarci alla strada? mettere il naso fuori

la porta, per paura d'aver beccata la faccia dalla gente?

TOTI.

Avete finito? Vi siete sfogati? Posso ora parlare io?

CINQUEMANI.

Che finire! che sfogare, no! Aspetti! A lui, dica un po', a lui, a

quello svergognato, ladro dell'onore delle famiglie, a colui che l'ha

coperto di ridicolo dalla testa ai piedi, a lui doveva far dare il

posto di fiducia alla Banca? Glieli deve guardar lui gl'interessi?

TOTI.

Ah! è per questo? È questa tutta la vostra indignazione?

CINQUEMANI.

No! Questa è per giunta! Non le bastava avergli permesso, con lo

scandalo di tutto il paese, che seguitasse a venir qua?

MARIANNA.

E pretendeva che ci venissimo anche noi, oh!, insieme con lui! In nome

del Padre....

Accenna il segno della croce.

CINQUEMANI.

Zitta, Marianna! — Non bastava questo? Pure a guardia degli interessi

doveva esser messo? Che bisogno aveva d'un tutore di questo genere

mia figlia? Con la posizione che lei le lasciava e con questa fortuna

piovuta dal cielo, non poteva forse restar libera, padrona di sè, mia

figlia, senza questo scandalo, ricca col bambino, signora, guardata

dalla madre e da me? Non c'ero io? Che cosa sono io? non sono il padre?

Alla moglie.

Di' tu! Di' tu! non sono il padre?

MARIANNA.

Legittimo e naturale! Innanzi agli uomini e innanzi a Dio!

Accoglie il marito tra le braccia

quasi piangente e lo esorta a

calmarsi.

TOTI.

Bravi! bravi! E questo si chiama ragionare? Quattro soldi di pensione

sarebbero toccati a vostra figlia.... Chi poteva mai immaginarsi che mi

sarebbe venuta quest'eredità? Certo che se avessi potuto immaginarlo,

avrei preteso che — non solo la vostra figliuola — ma qualunque

altra ragazza che avesse voluto venir con me per assistermi e darmi

onestamente un po' di conforto nella vecchiaja, aspettasse con un po'

di pazienza la mia morte, per poi fare ciò che le sarebbe piaciuto.

Ma se è venuta troppo tardi questa fortuna? Troppo tardi! Capite? Che

potevo più fare?

CINQUEMANI.

Basta. Sa perchè siamo venuti noi, adesso? Siamo venuti perchè, con

l'ajuto Dio, pare che ormai sia tutto finito....

TOTI.

Che? Che dite? Tutto finito? Come avete detto?

CINQUEMANI.

Tutto il paese lo dice!

TOTI.

Che dice? Finito? Dove? Quando? Chi l'ha detto a voi?

CINQUEMANI.

Ah, come? lei s'infuria, invece di ringraziar Dio?

MARIANNA.

Signori miei, se ne dispiace! In nome del Padre, del Figliuolo e dello

Spirito Santo....

TOTI.

Ma che è? Che è accaduto insomma? Possibile che non debba saperne nulla

io solo? Ditemi subito quello che sapete! Ah, per questo allora piange

da tre giorni quella povera piccina? È una cosa seria! Che si dice

in paese? È inutile che voi vi facciate la croce con la mano manca!

Aspettate a farvela! Perchè ci sono io, qua, ancora! ci sono io!

MARIANNA.

Ma ci sono i santi sacerdoti, anche, per grazia di Dio!

TOTI.

I sacerdoti?

CINQUEMANI.

I sacerdoti, i santi sacerdoti, sissignore! Ah lei non lo sa che la

sorella di lui....

TOTI.

Di Giacomino?

CINQUEMANI.

Sissignore, la signora Rosaria Delisi, ha messo sossopra tutta la gente

di chiesa — sacerdote per sacerdote! — A proposito, veda che sarà qui

tra poco Padre Landolina.

TOTI.

Padre Landolina? E chi è?

MARIANNA.

Un sant'uomo! Il beneficiale di San Michele! Ecco chi è!

CINQUEMANI.

Il padre spirituale della signorina Delisi! Ecco chi è!

TOTI.

E vuol venire.... vuol venire a parlare con me?

CINQUEMANI.

Credo. È venuto jersera da me, credendo che io fossi dalla parte sua! —

Ma come? io? — gli ho detto....

TOTI.

E allora, verrà da me?

Si stropiccia le mani.

Sta bene! sta bene! Lasciatelo venire! Ah! Se mi vuol parlare, è segno

che ancora han da vedersela con me! E ce la vedremo! — Intanto.... —

no, aspettate....

Si rivolge a Marianna.

Voi, fatemi il piacere, entrate là da vostra figlia....

Indica l'uscio a sinistra.

MARIANNA.

Io? Io non voglio più vederla!

TOTI.

Non facciamo storie! Oh, non facciamo storie, chè qua la cosa è seria!

Entrate là e cercate con le buone, con garbo, senza furie, di farvi

dire che è stato, che cosa è accaduto tra loro....

MARIANNA.

Ma chi? io? È pazzo, lei, o che cos'è? Io mettermi a parlare di questo

con mia figlia? Per chi m'ha preso?

TOTI.

Per una buona madre, v'ho preso! Ne avete, cuore, sì o no? Qui si

tratta di cuore! Di che credete che si tratti? Entrate, vi dico!

MARIANNA.

Entro, ma non parlo, gliel'avverto! Se parla lei parlo io....

TOTI.

Va bene, sì! Forse, appena vi vede, vi butta le braccia al collo e vi

dice tutto....

MARIANNA

al marito.

Puoi entrare!

CINQUEMANI

grave, dopo una pausa.

Entra!

TOTI.

Con garbo, mi raccomando....

MARIANNA.

Le ho detto che io non parlo! Se parla lei, parlo io.

Via per l'uscio a sinistra.

TOTI.

Oh! Voi mi farete, in questo mentre, un altro piacere, Cinquemani. Non

dubitate che poi saprò come regolarmi con voi....

CINQUEMANI.

Oh, sa? da quest'orecchio io non ci sento. Io sono un pubblico

funzionario, sa? umile, sì, ma pubblico funzionario, e non me ne sono

dimenticato!

TOTI.

Lo so. Vi siete invece dimenticato di esser padre.

CINQUEMANI.

Vorrei sapere quanti siamo i padri qua!

TOTI.

Il meno di tutti, voi, con codesta aria di Carlomagno che vi date!

Finiamola! Sentite ciò che vi debbo dire.

CINQUEMANI.

Lei parli.

TOTI

s'accosta prima all'uscio a

sinistra per sentire se Lillina

piange di là; poi, tornando a

Cinquemani.

Dunque, presto, mi raccomando: scendete in piazza....

CINQUEMANI.

E poi?

TOTI.

Salite alla Banca Agricola....

CINQUEMANI.

E poi?

TOTI.

E poi il canchero che vi porti! Così volete farmi il favore?

CINQUEMANI.

Lei parli. Se non mi dice che cosa debbo fare alla Banca?

TOTI.

Non dovete far nulla. Dovete soltanto vedere se c'è Giacomino Delisi.

CINQUEMANI.

Io? Quel laccio di forca? Professore, dov'ha più la testa lei? Se io

vedo quel laccio di forca, volto!

TOTI.

E va bene! Ma forse non lo vedrete neppure, perchè sono tre giorni che

non va nemmeno lì. Col cassiere almeno siete disposto a parlare?

CINQUEMANI.

Non ho difficoltà. Ma non di quel signore là, badiamo!

TOTI.

Non ce ne sarà bisogno! Basterà che, a nome mio, gli domandiate se c'è

novità. Dite soltanto così, che vi saprà intendere.

CINQUEMANI.

E se vedo quello?

TOTI.

Voltate.

Si sente sonare il campanello.

Oh Dio, fosse lui!

CINQUEMANI

cercando di scappare, di

nascondersi, in gran confusione.

Chi lui? chi lui? Non voglio vederlo, sa? Badi che se lo vedo....

Si nasconde mezzo sì e mezzo

no, in attesa, dietro l'uscio a

sinistra.

ROSA

si fa all'uscio comune.

C'è Padre Landolina. Dice che vuol parlare con lei.

CINQUEMANI

rinfrancato venendo fuori.

Ah, non gliel'ho detto io? Eccolo qua.

TOTI.

Va bene. Fallo entrare.

Rosa, via.

CINQUEMANI.

Io vado.

Si avvia.

Meno male che finalmente cominciano a entrare persone per bene in

questa casa.

S'inchina profondamente a Padre

Landolina che entra.

Padre reverendo!

Via.

LANDOLINA.

Chiarissimo professore....

TOTI.

Reverendissimo.... Favorisca, s'accomodi, prego.

LANDOLINA.

Grazie mille....

TOTI.

S'accomodi.... No, qua, prego.

Gl'indica il canapè.

LANDOLINA.

Sto bene qua, grazie....

TOTI.

Ma che dice! Lei è persona di riguardo.

LANDOLINA.

Per carità... Obbligatissimo.... Obbedisco, grazie.

TOTI.

A che devo, reverendo, l'onore di questa sua visita?

LANDOLINA.

Ecco, professore. Se permette, io avrei bisogno di tutta la sua bontà,

riconosciutissima, non tanto per quello che vengo a chiederle, quanto

per me, per trovare io il coraggio di parlarle d'una cosa molto....

molto delicata, ecco....

TOTI.

E coraggio, allora! Le metto a disposizione — poichè lei me la

riconosce — tutta quella bontà che le abbisogna, padre. Vedo che lei

parla con.... con molto tatto, e sono sicuro che se ne prenderà quanta

gliene può bastare, e non più!

LANDOLINA.

Ah, non dubiti! Nei limiti della discrezione, s'intende! È un caso di

coscienza, professore.

TOTI.

Coscienza sua, o coscienza d'altri?

LANDOLINA.

Si tratta, professore, d'una povera anima cristiana — non so se a torto

o a ragione (non voglio indagare) — addolorata, offesa di certe dicerie

pregiudizievoli che corrono in paese a carico del proprio fratello.

TOTI.

Ho capito. Lei dunque viene a nome della sorella di Giacomino Delisi?

LANDOLINA.

Fa il nome lei, professore, non lo faccio io.

TOTI.

Senta, padre. Poichè si tratta di questo, glielo pongo per patto. Lei

deve levarsi i guanti, se vuol parlare con me.

LANDOLINA

mostra le bianche mani ignude, con

un sorriso fino sulle labbra.

Ma io.... veramente....

TOTI.

Non dico dalle mani. — Dalla lingua, dico. — Il discorso con me

dev'essere senza guanti: chiaro, aperto. Glielo dico avanti! Io so

sempre, padre, quello che dico e quello che faccio, e non mi son

nascosto mai, perchè non ho nulla da nascondere! — Giuochi a carte

scoperte, se vuol giocare con me!

LANDOLINA.

Ma non vorrebbe lei, scusi, rispettare il mio ufficio sacro, il mio

ufficio, per esempio, di confessore?

TOTI.

Ah, scusi, scusi! C'è forse qualche segreto di confessione?

LANDOLINA.

No. C'è — come le ho detto — il dolore, l'offesa d'una povera anima che

viene al fonte della pietà....

TOTI.

Che sarebbe il confessionile?

LANDOLINA.

Lei lo chiami come vuole — a sfogarsi, a chiedere ajuto e consiglio al

suo padre spirituale.

TOTI.

E lei se ne viene da me?

LANDOLINA.

Sì, professore, perchè so che questo giovine, questo fratello, fu anche

suo alunno e che perciò, se vogliamo, fu anche lei per lui, in un certo

senso, padre spirituale....

TOTI.

Ma senza confessionile!

LANDOLINA.

Senza, s'intende! Lei sa che è orfano, il giovine, e che la sorella,

di parecchi anni maggiore di lui, gli ha fatto da madre, quasi fin

da bambino. Le è cresciuto sotto gli occhi, timorato, rispettoso,

obbediente....

TOTI.

Ma sì, padre. Può abbreviare. Vuole che io non conosca Giacomino?

Lo conosco meglio di lei e meglio anche di sua sorella, ne può star

sicuro!

LANDOLINA.

Lo dicevo perchè tutte queste buone doti, professore, che lei conosce

nel giovine, sono merito dell'amore e della buona educazione che ha

saputo dargli la sorella.

TOTI.

E non dico di no!

LANDOLINA.

Benissimo. Ma come avviene che ora su questo giovine così bene educato,

così esemplare sotto tutti i rispetti, sian potute sorgere in paese

queste dicerie pregiudizievoli? Evidentemente, professore, sono sorte

dal fatto che il giovine viene con una certa frequenza in casa sua. La

malignità della gente.... essendo la sua riverita sposa anche lei molto

giovine....

TOTI.

Veniamo, padre, allo scopo della sua visita. Se permette le parlo io,

ora, senza ambagi, lesto lesto, alla spiccia. — Lei, mandato dalla

sorella, vorrebbe che io, per troncare queste che lei chiama dicerie

pregiudizievoli, dicessi a Giacomino di non mettere più piede a casa

mia. È vero?

LANDOLINA.

No, professore, non questo, propriamente.

TOTI.

E che altro vorrebbe allora da me?

LANDOLINA.

Ecco. Io le ho parlato della sorella: del dolore della sorella per

queste dicerie, che non fanno male soltanto al giovine, ma anche....

TOTI.

Non s'interessi, non s'interessi di me, la prego!

LANDOLINA.

Pensaci, Giacomino! · 第 2 / 4 段