Allorchè i soldati, condotti da Missizio, entrarono nell’exedra, Nerone
agonizzava ancora.
Rivolse su loro gli occhi stralunati e ad un Centurione, che voleva
porgli la cappa sulla ferita:
— È tardi, — disse. — Questa è la fede?
Prima di spirare si raccomandò ancora che non gli venisse recisa la
testa.
Allora si fe’ innanzi Severino, liberto di Galba, uscito da pochi
giorni dalla prigione in cui era stato chiuso nei primi tumulti a
favore del suo padrone, e gli promise che verrebbe rispettata questa
sua volontà.
Poichè fu spirato, i soldati gli si aggrupparono d’attorno e fissavano
con senso di raccapriccio quella livida faccia, macchiata di sangue, e
resa ancor più spaventosa dal tetro riflesso delle faci resinose.
La notizia della sua morte fu accolta in Roma con grande allegrezza, e
molti della plebe uscirono per le vie col capo coperto da un cappello,
come usavano fare gli schiavi quando venivano liberati.
Purtuttavia v’erano molti cittadini, sopratutto tra la plebe stessa,
che dimenticando le atrocità di lui, e non rammentando che le feste,
gli spettacoli, le prodighe elargizioni, e gli splendori della casa
Aurea, quasi lo rimpiangevano.
Ebbe solenni esequie, e folla immensa assisteva al passaggio del
funebre corteggio, che accompagnava il cadavere, coperto da coltre
bianca trapunta in oro, al campo Marzio ov’era preparata la pira.
Quella sera istessa due donne, avvolte in nero amitto, salivano il
colle degli Ortuli.
Erano Egloga ed Alessandria, che portavano le ceneri di Nerone chiuse
in vaso di porfido.
Atte le seguiva da lungi, e mentre deponevano l’urna nel cinerario dei
Domizii, piegò un ginocchio, e pregò, ripetendo nel suo idioma natio
l’invocazione di Antonina: _misericordia, o Signore, misericordia di
lui!_