Nelle taverne, nelle _tonstrine_ ed in altri pubblici ritrovi
intavolavano il discorso sopra Antonina, e cercavano prendere a volo
ogni frase, che potesse dar loro qualche lume.
S’introducevano, con varii pretesti, nelle case, in cui sapevano
dimorare famiglie cristiane, e là interrogavano gli ostiarii e gli
altri schiavi, ora con subdole dimande, ora apertamente, promettendo
larghe ricompense, o spaventando colle minacce, sopratutto le donne.
Quando nelle vie vedevano dei cittadini parlar sommesso fra loro
s’accostavano tendendo l’orecchio.
Una delle prime visitate da Aniceto fu la casa di Menecrate. Vi trovò
la vecchia madre, la quale rispose che il figlio era assente.
Il pedagogo, dapprima colla dolcezza, poi con mali modi voleva sapere
da lei ov’egli fosse ito, ove si trovassero Atte ed Antonina. Ma la
povera donna continuava a dire:
— Ti giuro per gli Dei ch’io non lo so.
E lo ignorava di fatto.
L’Apostolo, venuto in città, dopo aver accompagnate le due donne, prima
di tornarsene a casa, andava ad avvertire di quella fuga il citaredo,
che s’era guardato bene dal dirlo a sua madre, come dal palesarle che
quel dì si sarebbe recato a visitare la sua fidanzata.
Più volte Aniceto tornò nella viuzza del Fornice Fabiano, ma non
gli venne mai fatto di trovarsi con Menecrate. Questi, tornato a
sera, e saputo dalla madre la visita del pedagogo, e lo scopo che lo
guidava, aveva di nuovo lasciata la città e s’era ricoverato in una
_magalia_[138] di pastore, vicina alla campagna di Faonte.
Ma sul citaredo, più che sulle altre ricerche, contava Aniceto per
iscoprire il rifugio d’Antonina, poichè Atte era con essa.
Suggerì a Nerone di catturare la madre di Menecrate, e colle torture
obbligarla a palesare ove fosse il figlio.
Il tiranno rispose:
— Tu avesti l’incarico ed ampie facoltà. Fa quello che vuoi; ma ad ogni
costo trova l’ostinata cristiana, o guai!
Quest’ultima parola mise in tempesta il sangue del tristo, che stabilì
d’impadronirsi al più presto della misera vecchia.
Intanto cominciava il popolo a levarsi a rumore contro Nerone e gli
esecutori dei suoi ordini.
Costoro, nell’impazienza di riuscire, avevano finito per invadere le
case sospette e maltrattarne gli abitanti.
Questo inaudito sopruso aveva destato lo sdegno universale.
Il pedagogo, al quale più volte nelle strade erano state rivolte
ingiurie e minacce, avrebbe voluto affidare l’incarico della cattura ad
altri, non sentendosi sicuro.
Ma il timore di perdere il premio e la benevolenza di Cesare, gli
diedero coraggio.
E mal glie n’incolse.
Presso le _taberne_[139] molta gente s’affollava attorno alle derrate
esposte nei diversi _fori_ (o mercati) o faceva circolo attorno ai
saltimbanchi, applaudendo alla loro bravura negli esercizii di forza e
di destrezza, e scherzando con una procace giocoliera greca, che faceva
capriole indietro tra spade e coltelli puntati in terra.
Ad un tratto s’intese da lungi un tumulto, e dal Fornice di Fabio
comparve una turba di gente in mezzo alla quale alcuni soldati
trascinavano verso il Mamertino una vecchia, che gridava e si dimenava
per svincolarsi da loro e chiedeva aiuto.
— È la madre del citaredo Menecrate, — dissero alcuni. — Guarda!
Guarda!... Lo scellerato Aniceto la spinge innanzi e la percuote. Ma
perchè?... Ma dove la conducono?
— Al carcere Mamertino per sottoporla alla tortura, — rispose Sporo
ch’era tra gli spettatori dei saltimbanchi.
— Salviamola! Salviamola! — urlarono alcuni, scagliandosi con impeto
contro i manigoldi, che cercavano di far resistenza, ma vennero
disarmati.
Aniceto afferrò la donna pei capelli, perchè non fuggisse; ma ad un
tratto mandò un urlo e la sua mano cadde troncata da un colpo d’ascia.
Mentre alcuni ponevano in salvo la prigioniera, i più inferociti
presero Aniceto, e lo gettarono boccone sulle punte di ferro dei
saltimbanchi, e colle ginocchia gli premettero il dorso, perchè più
profondamente quelle armi gli penetrassero nel petto.
Poscia gli legarono una corda ai piedi, e tra grida e scherni ne
trascinarono il cadavere sanguinolento fino al ponte Palatino, e lo
precipitarono nel Tevere.
Sporo, spaventato da quello spettacolo di sangue, ma contento in cuor
suo che Aniceto fosse andato tra i più, corse a dar la notizia della
catastrofe nel palazzo dei Cesari.
Ma già Domizia l’aveva annunziata al nepote dicendogli:
— Rendi grazie ai Numi, poichè non ti verrà più fatto di rintracciar
Antonina: non correrai più il rischio di avvilire il nome del Domizii,
scongiurando un’altra figlia dei Claudii ad accettare la tua mano. Il
complice del vergognoso progetto, il tuo cattivo Genio, il malvagio
pedagogo, non è più. Il popolo poc’anzi ha fatto giustizia di lui, e
salvò la vittima ch’egli trascinava al supplizio.
Nerone, nel parossismo dell’ira, chiamò ad alta voce Elio e Doriforo,
ch’erano nelle stanze attigue, per saper da loro se fosse vero quanto
narrava Domizia.
E i due liberti si presentarono, preceduti da Sporo, che confermò la
notizia.
Al maniaco tiranno non importava la morte d’Aniceto; ma lo esasperavano
lo sfregio fatto dalla plebe alla sua autorità, il sentirsi impotente a
raggiungere il suo intento, e sopratutto l’aria di scherno e di trionfo
che assumeva la zia. I loro occhi s’incontrarono, e quelli di Nerone
mandarono un baleno tremendo.
Si morse le labbra, ma nulla disse.
La stessa sera la scienza di Locusta uccise la misera, come aveva
ucciso Britannico.
Da quel momento tutti gl’istinti selvaggi di Nerone tornarono a
sfrenarsi con inaudita violenza. Per odio contro Antonina, ch’erasi
ribellata alla sua volontà e poi sottratta alla sua vendetta, riprese
più fiera che mai la persecuzione contro i cristiani.
Si lusingava ancora di vederla a’ suoi piedi a chieder pietà. Ma Paolo
prima di dividersi da lei l’aveva nuovamente scongiurata a non esporre
la propria esistenza, a subire coraggiosamente il martirio, ove fosse
caduta in potere del tiranno, ma non cercarlo per fanatismo o desiderio
di gloria.
Assai grave però le riusciva di rimanere inoperosa nel sicuro rifugio,
mentre soffrivano i suoi fratelli.
Dolorose assai erano le novelle, che di loro portavano i contadini,
tornando dai mercati di Roma.
Alcuni riferivano d’aver visto dei cristiani condotti al circo per
esser dati in preda ai leoni, e come, non solo la plebe, ma i patrizii
e lo stesso Nerone assistessero al cruento spettacolo.
Altri narravano aver udito sotto il Mamertino i lamenti di quelli
che venivano sottoposti alle torture, e poi crocefissi, ed essersi
imbattuti in drappelli di manigoldi, che a suon di tromba conducevano
denudate per la città vergini, e matrone, percotendole coi flagelli.
Gridavano e piangevano così, che gli stessi pagani ne provavano pietà,
e spesso i più ardimentosi cercavano di strapparle ai loro carnefici,
imprecando a Nerone.
Non mancavano inoltre di ripetere le esagerate voci, che correvano in
Roma sui progetti feroci dell’Imperatore.
Dicevano ch’egli volesse appendere alle croci, presso il palazzo,
alcuni cristiani e copertili di pece, bruciarli vivi ed assistere dalla
terrazza allo spettacolo di quell’incendio, che doveva rischiarare gli
orti Neroniani. Queste però ed altre dicerie di simili crudeltà non
s’avverarono.
Appena fu noto a Menecrate il pericolo corso da sua madre, e da un
amico gli venne rivelato ch’essa trovavasi nascosta in casa d’una sua
vecchia parente sulla via Ardentina, risolvette d’andare a prenderla,
malgrado i pianti e le preghiere di Atte. Sapendo che i satelliti
del tiranno lo cercavano, si travestì da bifolco, e conducendo un
plaustro[140] tirato da buoi, partì per la città.
Due giorni dopo tornava colla madre distesa nel plaustro e coperta col
fieno.
Egli aveva interrogato alcuni cristiani per aver notizie dell’Apostolo,
ma nulla era riuscito a sapere.
Tutti temevano che insieme agli altri avesse subìto il martirio;
ma asseverarlo nessuno poteva. Questa incertezza teneva Antonina in
angustia.
Faonte s’incaricò d’informarsene, e lasciate le ospiti in custodia di
Menecrate e d’Epafrodito, andò a cavallo in città.
E pur troppo tornò apportatore di sinistre novelle, a lui comunicate
nella stessa casa Aurea dai liberti Elio e Doriforo.
Nerone aveva mandato a Paolo un Tribuno perchè chiedesse perdono d’aver
posti in non cale gli ordini suoi e svelasse il rifugio d’Antonina e
d’Atte, se voleva che cessasse la strage dei cristiani, e non ricadesse
sul suo capo il sangue versato dalla vendetta di Cesare.
E Paolo faceva rispondere ch’egli non aveva mai tradito, che pura
d’ogni colpa era la sua coscienza, e che delle opere sue non rendeva
conto che a Dio.
Il giorno stesso veniva decapitato nella _carnificina_ del carcere.
Parve che il sangue cristiano, invece di ricadere sul capo di Paolo,
fosse salito al cervello di Cesare.
La rabbia nel veder vinta la sua volontà lo rendeva frenetico,
e per dimenticare la provata umiliazione, i patiti insuccessi,
gl’insoddisfatti desiderii, e mostrar di far buon viso a sorte avversa,
non v’era eccesso davanti a cui indietreggiasse.
Erano divenuti quotidiani le gozzoviglie e gli stravizii nel palazzo
dei Cesari. Non di rado, ai canti, ai suoni ed ai festosi clamori
facevano eco da lontano i ruggiti delle fiere e le voci lamentose dei
martiri.
E allora il briaco Imperatore, ostentando indifferenza, voleva che
raddoppiasse il giulivo frastuono della festa.
Talvolta, tutto vestito di bianco, e colla testa coronata di rose,
cenava disteso sul triclinio, circondato da nude etère, che alzavano ad
ogni tratto la coppa d’oro per bere alla Venere dissoluta, all’amore,
alla voluttà. Non contento di questi piaceri, spesso travestito,
colla larga tesa del petaso abbassata sulla fronte, si recava nei
lupanari della Suburra, o in qualche lurida taverna, dove si metteva
a combattere coi lottatori, o a giuocare a dadi, e usciva di là
contaminatore e contaminato.
S’univa nel frenetico al perverso istinto la smania di vendetta contro
Antonina.
Egli credeva, che non solo la strage dei cristiani, ma le sue stesse
turpitudini le darebbero il tormento dei rimorsi.
E non cessava per questo, ed aggiungeva sempre infamie ad infamie.
Appena tramontato il sole, indossava i suoi travestimenti, e quando non
entrava nelle taverne e nei lupanari, passeggiava per le vie seguito da
lontano dai Tribuni.
Ed ora si divertiva a scassinare le botteghe, e rubare le mercanzie,
per rivenderle poi nella stessa casa Augustale. Ora si portava ad
atti insolenti verso la gente che passava, oltraggiando le donne e
beffeggiando gli uomini, ed anche battendoli; e se questi osavano
difendersi, li faceva ferire dalla sua scorta e gettare nelle fogne.
Una volta s’imbattè in un Senatore, che andava a diporto colla sua
giovine sposa. Avvicinatosi loro, abbracciò improvvisamente la donna, e
si portò con essa ad atti osceni.
Ma questa volta trovò pane pe’ suoi denti; chè il marito s’avventò
contro di lui, lo gettò in terra e lo percosse in malo modo.
E i Tribuni, o non avessero visto o avessero finto di non vedere,
vennero a soccorrerlo quando il Senatore e la moglie s’erano
allontanati.
Non così fortunato fu il Prefetto del pretorio Attico Vestino, al quale
egli chiese di cedergli la moglie Statilia Messalina, minacciando di
prenderla per forza, ov’egli non la cedesse di buon grado.
Essendosi Attico energicamente opposto all’infame pretesa, Nerone,
benchè si trattasse d’uomo a lui fido, lo fe’ tagliare a pezzi dai suoi
sgherri, e presa Statilia, publicamente la sposò, credendo con questo
far sfregio ad Antonina.
Ma pochi giorni dopo, poichè ebbe fatto di lei le sue voglie,
ignominiosamente la discacciò per essergli venuta a noia.
Come il sasso caduto dall’alto rapidamente precipita quanto più
s’avvicina al fondo del burrone, così le scelleratezze del tiranno si
raddoppiavano presso l’imo dell’abisso, in cui erasi gettato.
Ma l’ora della giustizia era suonata.
Sergio Galba trionfava. Le legioni di Gallia e di Spagna, e tutte le
altre lo proclamavano Imperatore.
Nerone sedeva a mensa quando gli furono portate le lettere, che davano
la fatale notizia. Salito in furore stracciò le lettere, rovesciò la
tavola e ruppe due nappi, da lui chiamati _omerici_ perchè v’erano
scolpiti dentro alcuni versi del poeta greco, ed ai quali egli teneva
assai.
Il popolo non aveva più rispetto alcuno per lui. Per via lo derideva,
l’oltraggiava ad alta voce.
Un giorno egli tornava in sella gestatoria dal teatro, dove prendendo
parte ad una rissa sorta fra gl’istrioni, aveva dal suo palchetto
tirato sassi, pezzi di panche e scheggie di predelle, contro il
publico, molti ferendo, tra cui un Pretore.
Non è a dirsi le contumelie che gli furono lanciate quel dì mentre
passava.
La paura lo invase, e tornarono le spaventose immagini a turbargli il
sonno.
Ora si vedeva coperto da miriadi di formiche alate, ora circondato
dalle statue ch’erano nel teatro di Pompeo, e che gli vietavano il
passo. Sognava che la sua prediletta chinea fosse divenuta metà cavallo
e metà bertuccia; che stando al governo d’una nave, compariva Poppea,
e strappandogli di mano il timone, lo conduceva in mezzo a tenebre
fittissime.
Consultato l’astrologo Babilo, questi diede ai sogni interpretazione di
mal augurio. Le formiche significavano gl’insulti della moltitudine; le
statue indomabili ribellione alla sua volontà; il cavallo mutamento di
condizione, a cui egli sarebbe condannato.
Tanto grande era divenuta la sua prostrazione di spirito, che lungi
dall’adirarsi per la spiegazione data da Babilo ai sogni, disse a lui
quasi piangendo:
— Ahimè, credo che tu sii questa volta, come sempre, esperto indovino,
poichè altri presagi funesti furono da me avvertiti. Dal Mausoleo
udii chiara una voce che mi chiamava per nome. Le statue dei Lari,
mentre stavano adornandole, caddero in terra. M’è pur tornato in mente
che alle ultime calende di Gennaio, lungo tempo dovemmo attendere
per sacrificare agli Iddii e fare i soliti voti insieme ai patrizii
e ai Cavalieri, perchè non si trovavano le chiavi del Campidoglio.
Non basta, o Babilo, nell’ultima favola, che in publico cantai sopra
Edipode sbandito, mi fermai sul verso che suonava così “_Padre, madre e
moglie mi comandano di morire_.„
E queste cose egli narrava con forza di parlar concitato e tremando da
capo a piedi.
Pure, malgrado tutto ciò, malgrado le acclamazioni a Galba e le grida
di morte e di vendetta, che giungevano al suo orecchio, non si decideva
ad abbandonare la speranza di superare il periglio.
Avendo i Tribuni, i Centurioni, e i Pretoriani rifiutato di seguirlo
nella fuga, cominciò a fantasticare se non gli convenisse d’andare
supplichevole presso i Parti, o presso Galba, oppure presentarsi al
publico nei rostri, vestito di nero, e il più umilmente che da lui si
potesse, dimandar perdono, e pregare che almeno gli fosse concesso il
governo dell’Egitto.
Sembrando a lui lodevole il vile progetto, ne rimise l’esecuzione
alla dimane, e prima di coricarsi scrisse l’orazione da recitarsi al
popolo[141].
Verso la mezzanotte destossi di soprassalto, balzò dal letto, e non
trovando più i soldati che stavano a guardia della sua persona, mandò
fuori Elio, e gli amici che dimoravano nel palazzo, per informarsi di
ciò che si dicesse o facesse nella città.
Attese lungo tempo in ansia grandissima, e non vedendoli a tornare,
uscì con Pittagora, Doriforo e Sporo per cercarli uno ad uno nelle loro
case.
Bussarono indarno ripetutamente alle porte: nessuno rispose.
— Questa è la fede! — mormorò sconfortato il tiranno.
E tornò a casa dove l’attendeva più spiacevole sorpresa.
Tutte le guardie erano fuggite, portando via le ricche suppellettili,
le _accubitalia_[142] e perfino un vasetto di legno, contenente un
veleno, ch’erasi fatto preparar da Locusta.
Ciò gli dimostrò chiaramente a quale estremo egli fosse ridotto.
Disperato, tornò ad uscire, e andò in cerca, prima di Spetillo
Mirmillone, poi di Cercopiteco per essere ucciso dall’uno o dall’altro,
non avendo il coraggio di farlo da sè stesso.
Il primo lo accolse benignamente, ma all’omicidio si rifiutò.
Il parassita invece l’avrebbe ben volentieri respinto, ma lottando tra
la paura della vendetta popolare, e quella del tiranno, preferì evitar
questa, ch’era più prossima, e lo fece entrare.
Quando intese del cómpito sanguinario che da lui si richiedeva, esclamò:
— Cosa mi chiedi, o divo Cesare! Io ucciderti! Io che non sono capace
di torcere il collo a un’oca! No, va, fuggi, salvati ch’è meglio.
Preziosa cosa è l’impero, ma più preziosa assai la pelle.
E lo spinse quasi fuori dalla porta.
— Ma dunque, — proruppe Nerone, come fu in strada, — io non ho più
amico nè nemico.
E prese correndo la direzione del Tevere per gettarvisi.
Ma i due liberti lo trattennero, ed egli non oppose loro resistenza
alcuna, perchè non aveva proprio fermo proposito ancora di finirla
colla vita.
Credeva d’aver agio di procrastinare la sua partenza, ma s’ingannava.
Passando vicino ad un accampamento di soldati, giunsero al suo orecchio
le acclamazioni a Galba, e le minacce, i sarcasmi e le improperie che
si scagliavano contro di lui, ch’era chiamato il _Pappocitene_[143]
degli Enobardi.
Udì cittadini, che si chiedevano l’un l’altro cosa fosse accaduto
nella casa Aurea. Se Nerone fosse stato preso e morto, oppure fosse
fuggito. Altri udì dimandare ad alcuni vigili, che andavano in ronda,
se cercassero Nerone.
Tutto ciò gli addimostrò che non v’era tempo da perdere.
Giunto quasi di corsa al palazzo dei Cesari, mentre ansando e
tremando per la paura si gettava indosso una sdruscita cappa, s’udì un
sotterraneo boato e la terra tremò.
Nel tempo stesso si scatenò tremendo uragano con fulmini, tuoni e
dirotta pioggia.
— Anche gli elementi mi muovono guerra, — gridò Nerone. — Che sia
maledetto tutto il creato!
E ripreso il cappellaccio, e per maggior sicurezza, coprendosi il
volto con un fazzoletto, montò a cavallo, ed accompagnato da Pittagora,
Doriforo e Sporo, si diresse verso porta Collina. Malgrado l’impazienza
d’uscire dalla città, andavano al passo per non destare sospetto.
A poca distanza dal campo dei pretoriani, il cavallo di Nerone,
spaventatosi per un cadavere che giaceva in mezzo alla via, s’impennò e
cadde il fazzoletto dal volto del fuggitivo.
— Vale Caesar! — gridò una voce.
Era quella del pretoriano Missizio, che al chiarore d’un baleno l’aveva
riconosciuto, e si dirigeva poi frettolosamente verso il campo, forse
per avvertire i compagni.
I due liberti, che a malincuore seguivano il perseguitato tiranno, col
pretesto d’inseguire Missizio, spinsero a corsa i loro cavalli e si
perdettero nelle tenebre.
Nerone era fuori di sè per lo spavento. Non volle attendere il loro
ritorno, e disceso di sella, e fatto discendere Sporo, continuarono a
piedi per aspri sentieri il tragitto.
Stracciandosi le vesti contro le siepi, camminando nella pozzanghera
fino alla tibia, bagnato dalla pioggia, affranto, affamato, arso dalla
sete, gemendo per l’angoscia, giunse in luogo oggi detto _Le Vigne
Nuove_ fra la via Salaria e la Nomentana, dov’era la casa campestre di
Faonte.
Come questi fu prevenuto dell’inaspettata visita, tremò per la
sicurezza delle due ospiti, ma lo stato miserando di Nerone lo
rassicurò.
Lo trovò gettato in terra, che raccoglieva col cavo della mano l’acqua
fangosa da una pozzanghera, e beveva dicendo:
— Ecco il falerno che rimane a Cesare.
Dimandò al liberto un sicuro rifugio, e l’altro che voleva tenerlo
lontano dalle stanze, ove dimoravano Antonina ed Atte, gli propose
di nascondersi pel momento in uno speco, dov’era stata scavata della
pozzolana.
— Vuoi tu, che mi seppellisca vivo insieme a Sporo? — osservò
malinconicamente Nerone.
— Traversato lo speco, ti troverai, o divo Cesare, in una cella agiata
e sicura che comunica colle celle vinarie[144]. Potrei farti passare
dalla casa, ma ho degli ospiti, e non vorrei che tu fossi riconosciuto.
— No, no, — rispose Nerone impaurito, — nascondiamoci nella caverna.
E fattasi distendere da Sporo sotto le ginocchia una vesta per non
lacerare le carni sopra i sassi, camminando carponi, pervenne alla
cella, ch’era abbastanza larga e prendeva luce da un angusto pertugio.
V’era un lettuccio, su cui si gettò estenuato, ed avendo ancora fame
e sete, si cibò di pane stantìo e d’acqua tiepida, dividendo col
giovinetto il misero pasto.
Avendo poi inteso che lo andavano cercando per impadronirsi di lui,
disse a Faonte, piangendo come un fanciullo:
— O fido liberto, tutto è finito per me. Fa qui scavare una fossa della
lunghezza del mio corpo, adattavi alcune pietre, che farai scavare in
qualche prossima _lapidicina_[145]. Pensa poi a ragunare delle legna
pel rogo, e fa portar dell’acqua per lavare il mio cadavere. Ahimè! che
arte mi sono condotto a fare in morte!
E questa esclamazione ripetè più volte tra i singhiozzi.
Mentre s’intratteneva in questi discorsi, destinati a far credere
ch’egli fosse risoluto a morire, entrò nella cella uno schiavo che
portava lettere per Faonte.
Nerone, avido di notizie, gliele strappò di mano, lesse, ed il suo
volto più che mai si contrasse per lo spavento.
Il Senato lo aveva dichiarato nemico di Roma, e lo faceva cercare per
punirlo, giusta l’antico costume.
— E che costume egli è mai questo? — chiese tremando a Faonte.
E il liberto rispose, ch’egli verrebbe appeso nudo pel collo ad una
forca, e lo si ucciderebbe a colpi di verga.
Rimase lungo tempo muto, cogli occhi sbarrati, fissi in terra, e
stringendosi nella rozza cappa per ripararsi dai brividi della febbre.
Tutto ad un tratto si scosse, e sfilati dalla cintura due pugnali, che
aveva portati seco, ne tentò le punte sulla pelle del petto, gemendo, e
guardando Faonte e Sporo, nella speranza d’essere trattenuto.
Ma il giovinetto rimaneva come istupidito, e il liberto, approvando
l’eroica risoluzione, o fors’anco non prestandovi fede, se ne stava
impassibile.
Nerone allora, deponendo i pugnali, disse che la sua ora non era per
anco suonata.
— Ho trentadue anni, — esclamò singhiozzando, — voglio vivere ancora.
Poco dopo, preso da agitazione grandissima al pensiero che potevano
i soldati del pretorio scoprire il suo ritiro, ordinava a Sporo di
piangere e lamentarsi sulla sua sorte, e ripeteva:
— È ben vituperosa cosa il vivere in questo modo.... — E soggiungeva in
lingua greca: — Questo non si conviene a Nerone.... no, non si conviene
questo. In tali frangenti bisogna essere svegliati.... Orsù, svegliati,
Nerone!
Pareva vergognarsi lui stesso della sua viltà.
Venuta la sera, sopraffatto più che mai dai presentimenti e dalla
paura, non volle più rimanere nella sotterranea cella, in cui diceva di
mancargli il respiro e la luce, e volle che Faonte lo conducesse nella
casa in mezzo agli ospiti suoi.
Con qual cuore l’altro si sottomettesse a quell’ingiunzione è facile
immaginarlo.
Ne prevenne Antonina, la quale rispose:
— Ora più non lo temo. Nella terribile situazione in cui si trova mi fa
pietà.
Abbandonata la caverna, e traversate le celle vinarie, era Nerone
entrato appena nell’exedra e s’intratteneva con Faonte ed Epafrodito,
quando il silenzio della notte fu rotto da lontano frastuono.
— Cos’è mai questo? — chiese Nerone tremando.
E due schiavi vennero a dire che numerose tede si vedevano avanzare
dalla via Salaria.
Era di fatto una coorte, di cui le grida di _viva Galba_ e _morte
all’Enobardo_, dapprima confuse, si facevano a poco a poco più
distinte.
Nerone, non sapendo più che si facesse, nè che si dicesse, ora
dimandava che lo lasciassero fuggire altrove, ora pregava che qualcuno
s’uccidesse per dargli l’esempio.
E piangeva, e si strappava le vesti ed i capelli.
Intanto la coorte era giunta e circondava la casa.
— Non c’è più scampo, — disse Epafrodito, — fatti coraggio ed ucciditi,
o Cesare.
E gli mostrò un coltello.
Nerone lo respinse colle mani.
— No, no, io non posso! Che qualcun altro m’uccida.
— Io ferirò, se tu lo imponi.
— Sì, ma prima ascoltatemi tutti, e promettetemi che la mia testa non
verrà recisa, ma arsa insieme al corpo, e dite ad Antonina che ella fu
cagione della perdita mia.
E Antonina comparve altiera e bella, dicendo:
— Non me, te stesso accusa, e rispetta la giustizia divina, che ti
condanna a morire lo stesso giorno in cui uccidesti la sorella mia.
Nerone diede in un urlo selvaggio, vedendo la donna che tanto aveva
cercata, e tentò svincolarsi da Faonte e da Epafrodito che lo tenevano,
per scagliarsi contro di lei.
Quest’ultimo però non glie ne diede il tempo, e gli confisse il
coltello in gola
Atte mandò un grido di raccapriccio e si copri il volto colle mani,
scoppiando in pianto, mentre Antonina s’inginocchiava ai piedi del
morente, levando gli occhi al cielo e mormorando:
— Miserere di lui, o Signore!