Allora Seneca, rivolto alla moglie, le disse:
— Tu forse, o diletta mia, facesti troppo a fidanza colla forza
dell’animo tuo. Io ti guardo, e ne’ tuoi occhi spaventati,
nell’alterazione dei tuoi lineamenti leggo chiaro il terrore della
morte. Abbandona il funesto progetto.
— Non dirmelo, o Anneo. Io non ho la tua fermezza, son donna, ed
è naturale che la morte mi faccia paura; ma non posso, non voglio
dividermi da te.
Seneca tentava ancora di persuaderla, allorchè gli fu annunziato il
cristiano Paolo.
La donna si ritirò nella sua stanza e fu introdotto l’Apostolo.
Questi, passando per via, aveva visto la casa circondata dai soldati,
che gli avevano impedito d’entrare.
Aveva allora continuato innanzi, ma poi, in preda a sinistro
presentimento, era tornato indietro, e più non trovando le guardie,
dimandava all’ostiario la ragione della loro presenza, e da lui aveva
tutto saputo.
— O maestro, — disse entrando, — la ferocia di Cesare è venuta a
dissetare anche qui la sua sete di sangue. Il povero Paolo, com’è
dovere di tutti i seguaci di Cristo, viene a portarti la parola del
conforto e del vero dolore. Egli, se vuoi, viene a salvarti, perchè non
dimenticò mai la tua benevolenza verso di lui. Tu puoi risparmiare a
Cesare un nuovo delitto, e sottrarre la tua compagna alla morte. Venite
con me, e vi condurrò in luogo, ove gli Aniceti e tutti i satelliti del
tiranno non vi troveranno per certo.
— Ti sono riconoscente, o Paolo, di questa pietosa intenzione,
— rispose Seneca. — Ma quand’anco non fossi deciso a morire, ed
accettassi la tua proposta, credi tu facile cómpito il deludere
la vigilanza di Nerone? I soldati partirono, ma occulte spie
sorveglieranno la mia casa. Saremmo sorpresi, e vi sarebbero tre
vittime invece di due.
— È sacro dovere il tentarlo. Cesare non è padrone della vostra
esistenza come non lo siete voi due. Essa appartiene a Dio.
— Il Fato vuole che noi moriamo, e conviene obbedire al suo decreto.
— Erronea massima degli stoici è questa, che sancisce ogni crimine.
Dunque Nerone uccidendo la madre, la moglie, il cognato, e tanti altri,
non fece che eseguire i decreti del Fato?
— Sì, perchè il destino lo volle malvagio.
L’Apostolo, coprendosi il volto colle mani, esclamò:
— Oh errore abominevole e sacrilego! E tu puoi nutrirlo, tu tanto
saggio, tu che scrivevi un giorno non esservi mente sana senza
Dio[114].
E qui Seneca tranquillamente, come se non fosse vicino a morte prese a
difendere le sue dottrine contro Paolo, che le confutava coi precetti
del Vangelo.
La loro discussione fu interrotta dall’arrivo di Stazio Anneo, medico
ed amico di Seneca, che lo aveva fatto chiamare perchè aprisse le vene
a lui ed a Pompea Paolina, e li assistesse nell’agonia.
Nel desiderio di salvar la vita all’illustre filosofo, la cui
intercessione presso l’Imperatore l’aveva ridonato a libertà, e nella
speranza di convertire un giorno lui e la moglie alla fede cristiana,
l’Apostolo prima di partire tentò ancora d’indurlo a fuggire. Ma Seneca
non si lasciò persuadere, e all’osservazione di Paolo che egli non
curava la morte, perchè non credeva all’eternità dell’anima, rispose:
— T’inganni, io non divido le opinioni di Cleanto, nè di Crisippo[115].
L’anima è eterna, ed è tempo che la mia si sciolga dai vincoli terreni
per vagare eternamente insieme a quella dell’amata compagna nelle
regioni dell’infinito.
Circa un’ora dopo, dal braccio di Paolina, distesa sopra un lettuccio,
con impeto sgorgava il sangue, riversandosi entro un catino d’argento
tenuto da una schiava.
E Seneca che le stava vicino, e di cui il sangue più lentamente
scorreva, accorgendosi che essa orribilmente soffriva, tornò a
scongiurarla di risparmiargli almeno lo strazio di vederla in quello
stato, e le impose di lasciarsi trasportare nelle sue stanze e farsi
dalle schiave ristagnare le ferite.
E Paolina obbedì[116].
Seneca, malgrado le sofferenze, che aumentavano col diminuire delle
forze, si mise a declamare un inno all’anima.
Quindi, per troncare quella lenta agonia, dopo essersi fatto aprire le
vene dei piedi si fe’ porgere da Stazio Anneo una pozione di cicuta.
Al dolore delle ferite s’aggiunsero allora gli spasimi del veleno.
Non potendo più reggere, si fe’ trasportare a braccio nel _caldario_, e
tuffare nell’acqua, di cui prese a spruzzare il medico e gli schiavi,
che gli erano d’intorno, dicendo che faceva una libazione a Giove
Liberatore.
Finalmente cominciò ad ansimare sempre più forte, finchè fu soffocato
dall’aria calda sprigionantesi dai tubi, ch’erano sotto il pavimento.
Il dì seguente il suo corpo fu arso senza pompa, com’egli aveva
lasciato scritto nel suo testamento.
Credeva Nerone di vivere tranquillo dopo la morte di Seneca; ma non
glie lo consentivano l’audacia di Vindice e di Galba, e le turbolenze
del popolo romano.