La fine d’uno stoico.
— Salve, o maestro, — cominciò Nerone adagiandosi sopra un lettuccio,
e poggiando il gomito sul cubitale. — Come tu hai visto, non ebbi
bisogno di seguire il consiglio dell’astrologo Babilo, il quale mi
diceva che la cometa apparsa nei dì passati era presagio funesto per
qualche grande personaggio, e che i Re sogliono scongiurare quella mala
influenza, mettendo a morte i più cospicui cittadini. Lo stesso rimedio
suggeriva a me. Prima la congiura di Benevento, ed oggi quella di Gneo
Pisone, mi porsero il destro d’adoperar quel rimedio, e colpir per
giustizia e non per tradimento.
— Ed io vengo a rallegrarmi della tua salvezza.
— O a provocare piuttosto la mia clemenza.
— Per chi?
— Per tuo nipote Lucano, e fors’anco per te.
— Nè per l’uno nè per l’altro. Se è vero che Lucano si rese colpevole
di fellonia, dev’esser punito. Quanto a me, dimmi, o Cesare, perchè
dovrei implorarla. Forse i miei nemici vogliono rappresentarmi a te
come implicato nella stessa congiura?
— Tu non dicesti un giorno ad Antonio Natale queste misteriose parole:
_Monarca che del gladio non sa far uso è destinato a morir di gladio_.
— È vero.
— Spiegane il senso occulto. Intendevi forse parlare di me?
— Non lo nego. Tu hai nelle tue mani la gloria e l’ignominia, la vita
e la morte. Se tu seguirai l’esempio, che ti lasciarono i Cesari,
e condurrai gli eserciti alla vittoria, riconquistando le provincie
perdute, sarai grande, sarai amato dal popolo romano. Ma se rimarrai
inerte, i Galba, i Vindice, verranno ad assalirti nel tuo stesso
palazzo, e sarai perduto. Non illuderti che il popolo e i soldati
vengano a soccorrerti in quel periglioso momento. Le masse abbagliate
dal coraggio e dall’ardimento de’ tuoi nemici, s’uniranno loro,
dimenticando i tuoi benefici, e non ricordando che le colpe.
— Si direbbe in verità che tu hai la coscienza tranquilla, perchè osi
parlare così aperto dinanzi all’uomo che diffida di te.
— Parlerei lo stesso sotto la tortura, perchè più della vita mi stanno
a cuore la fama dei Domizii, la grandezza di Roma.
— Di questi sentimenti ti rendo grazie. E quanto al resto, prenderò
consiglio dai sentimenti miei.
Quantunque riconoscesse la saggezza di quelle osservazioni, pure
l’animo intollerante di Nerone si sentì più sdegnato che mai contro
Seneca pel suo franco parlare.
Ma l’ira nascose, e per lungo tempo continuò a conversare di cose
indifferenti.
L’altro, prima di partire, gli dimandò cosa intendesse fare dei
prigionieri, ed egli rispose che quel giorno stesso subirebbero tutti
l’estremo supplizio.
— E non vuoi prima interrogarli? — osservò Seneca.
— È inutile. Sono tutti convinti di fellonia. Vorresti forse che
facessi grazia al tuo nipote? — soggiunse nella speranza di poter
rispondere con un rifiuto, ed umiliare in questa guisa il maestro.
— Io nulla dissi, — rispose questi pacatamente.
— Lucano, — riprese Nerone, — sconobbe i miei benefizi e fu doppiamente
traditore. Per riguardo tuo io lascierò a lui la scelta della morte che
più gli conviene.
Seneca non rispose, e poco dopo si congedò.
Il tiranno fe’ venire Granio Silvano, Tribuno d’una coorte pretoriana,
e gli ordinò di portare la sentenza nel carcere.
Questa condannava alcuni ad esser chiusi in un sacco di cuoio e gettati
nel Tevere, gli altri ad avere mozzo il capo, meno Lucano, a cui era
concessa la scelta del supplizio.
Il divo Cesare teneva a mantenere le sue promesse anche nella ferocia.
Lucano volle imitare lo sventurato amico Pisone, e si fe’ aprire le
vene.
Il periglio corso dal suo diletto Nerone aveva talmente inferocita la
vecchia Domizia, che a lei non bastavano le vittime immolate, e avrebbe
voluto che si cercassero i colpevoli sfuggiti alla giustizia, e che
la vendetta di Cesare s’estendesse anche a tutti quelli, che potevano
cadere in sospetto di connivenza coi congiurati.
In questo senso essa instigava il tiranno, e lo esortava a non prestar
fede a Seneca, a chiamare Atte in giudizio, come quella che forse aveva
prevenuto il Laterano, ed altri ancora, e a mostrarsi severo colla
stessa Antonina, di cui erano noti i rapporti con Calpurnio Pisone, e
alcuni dei suoi fautori.
Nerone si mostrava proclive ad uniformarsi all’opinione di lei; ma
riguardo alle due donne si limitava a rispondere:
— Vedrò.
E un giorno si presentò al palazzo d’Antonina, più per desiderio di
riveder lei e la sua citarista, che per intenzioni ostili.
Trovò la vergine signora seduta sovra uno di quegli scranni, che i
romani chiamavano _sella_, ed intenta, colla rocca infilzata nella
cintura e il fuso in mano, a torcere filamenti di lana, mentre Atte col
suono del _simikion_ e col canto rendeva a lei meno uggioso il lavoro.
Allorchè comparve l’Imperatore, si levarono in piedi, ed Atte mosse per
ritirarsi.
Nerone però le impose di rimanere, e rivolto ad Antonina, soggiunse:
— Permetti a me che interroghi in tua presenza costei?
L’altra acconsentì, chinando rispettosamente il capo.
— Per opra tua, — disse Cesare, rivolgendosi nuovamente ad Atte, —
qualcuno dei congiurati fu sottratto alla scure del carnefice.
La citarista impallidì, e rivolse gli occhi verso la sua signora, quasi
chiedendole se dovesse confessare o mentire.
Ma quella titubanza l’aveva diggià tradita.
— Sei tu: — riprese Nerone. — Quand’anche non lo avessi saputo, il tuo
imbarazzo me lo avrebbe in questo momento rivelato. Ma rassicurati, io
non ti punirò per questo, e neppure ti chiederò i nomi delle persone
che tu salvasti. Dimmi soltanto come ti venne fatto di sapere che in
quella notte doveva la giustizia colpire i felloni.
Nuovo turbamento d’Atte, che avrebbe dovuto denunziare Sporo, e ciò non
voleva.
Antonina venne in soccorso di lei, e rispose:
— Io le dissi che una congiura contro di te era stata scoperta, e
che quella notte istessa dovevano i congiurati cadere in mano della
giustizia. Mossa da pietà, diedi incarico a lei di recarsi ad avvertire
quelli, di cui m’erano stati riferiti i nomi.
— E da chi?
— Come lo seppi, non ti dirò, o Cesare. S’è fallo d’aver risparmiato il
lutto di qualche famiglia, tu hai dinanzi a te chi commise quel fallo,
e ciò ti basti.
— Non mi basta. Convien ch’io sappia chi si fa delatore de’ miei
segreti.
— Hai d’intorno a te un popolo di schiavi, di sibariti, d’istrioni, e
d’etère, e ti fa meraviglia di vedere divulgati i tuoi pensieri, che tu
confidi a gente, che per danaro ti serve, e può per danaro tradirti?
— Dunque fu compro da te col danaro qualcuno dei miei cortigiani.
— Per commettere un’opera pietosa, salvando quei miseri, quantunque
colpevoli, avrei fatto anche questo; ma nol feci. Io dai tuoi
cortigiani nulla ho saputo.
— Ma dimmi chi fu, dimmi chi debbo punire.
— Me sola.
— No, la tua fu pietà, tu non sei colpevole, e quand’anche lo fossi,
dinanzi a te s’arresterebbe la mia giustizia, o bella Antonina. Il reo
fu colui che ti rivelò i segreti ordini miei, e poichè tu, generosa,
non vuoi dirmi chi fu, saprò scoprirlo ben io, e avrà il gastigo che
merita. Quanto a te, o citarista, ti perdono perchè obbedisti agli
ordini della tua signora, e perchè non dimentico le passate ebrezze.
Atte, durante quella conversazione, lo aveva continuamente fissato
malinconicamente.
Di questo accortasi Antonina, poichè Nerone fu partito, le dimandò se
per sventura l’amasse ancora.
La citarista rispose:
— Se racchiudessi nell’anima mia il colpevole sentimento, non avrei
abbracciata la croce, non avrei chiesto il battesimo, sarei fuggita
piena di vergogna lontana da te. Io non provo per lui che profonda
pietà, come comanda il vangelo di Cristo.
Nerone continuò per alcuni giorni a fare indagini per scoprire chi
avesse avvisata Antonina; ma poi, distratto dai piaceri ed in preda ad
altre preoccupazioni, non ne fece più caso.
Allora Sporo, il vero colpevole, che tremava e stava sempre sull’avviso
per esser pronto a fuggire, si sentì rassicurato.
Buon per esso che Aniceto e Domizia non si curavano di lui, anzi
si guardavano bene dal molestarlo, sapendolo così caro a Cesare,
altrimenti avrebbe corso gran pericolo, tanto più che il primo lo
aveva visto correr giù dal Palatino quel giorno stesso in cui vennero
denunziati i cospiratori.
Altra vittima più cospicua volevano quei due spiriti malefici, e
finirono per ottenerla alimentando i sospetti di Nerone.
Questa vittima era Anneo Seneca.
Una sera stava il filosofo cenando in compagnia di Pompea Paolina sua
moglie, ed alcuni amici suoi discepoli, allorchè s’udì intorno alla
casa un rumore insolito.
Poco dopo comparve nel triclinio il Tribuno Granio Silvano, che a nome
di Cesare impose al filosofo di morire.
A tale annunzio balzarono in piedi i discepoli, come se volessero
difendere il loro maestro, e Paolina, gettando un grido, andò ad
abbracciarlo.
Seneca, ch’era rimasto tranquillamente seduto, impose agli amici ed
alla moglie di calmarsi.
Quindi, rivolto al Tribuno, gli dimandò quando e come dovesse morire.
— Il ferro, o il veleno, — rispose l’altro, — purchè il sole di domani
non ti trovi più vivo.
— Sta bene.
— Avverto, — riprese Granio Silvano, — che gli _astati_[113] circondano
la tua casa. Ogni tentativo di fuga sarebbe vano.
— Riconduci pure i tuoi soldati, — rispose Seneca con alterezza. — Gli
stoici come Seneca, non fuggono davanti alla morte. Fuggono i vili,
come Claudio Nerone.
Il Tribuno, che divideva forse l’opinione del maestro, non rilevò
l’insulto contro l’Imperatore, e rispose:
— T’ammiro, e alla tua parola m’affido.
E se n’andò cogli astati.
Seneca, fervente apostolo dello stoicismo, vedendo la moglie e gli
amici profondamente costernati, disse loro:
— Perchè affliggervi così? Ciò doveva succedere. Voi sapete che Dio
la cui essenza è impenetrabile, come sorgente di tutte le cose viene
chiamato Natura, come causa delle cause vien chiamato Destino, come
reggitore del mondo è detto Provvidenza. Lo stoico Giusto Lipsio diceva
che la Provvidenza di Dio è il Proconsole che decreta e condanna, il
Destino è il littore che proclama ed eseguisce la sentenza; Dio aveva
decretata la mia morte, e il Destino m’uccide per mano di Nerone, che
avendo messi a morte la moglie, la madre, il cognato, il figliastro,
non poteva risparmiare il maestro.
A questo punto venne interrotto da Pompea Paolina che protestò di voler
morire con lui.
Sentendo il ferale proposito, Seneca e gli altri cercarono
dissuadernela.
— Vivi, o Paolina, — gli diceva il marito, — e ti consoli della mia
perdita il pensiero che menai sempre vita onorevole.
Ma la coraggiosa donna si mostrò irremovibile; e Seneca, per quanto
stoico, commosso fino alle lagrime, la strinse fra le braccia,
esclamando:
— Moriamo!
Continuò poi con mente serena e tranquilla a conversare cogli amici,
inculcando loro di rimanere sempre saldi nelle dottrine di Zenone
di Cizico per far argine alla setta invadente degli scettici, e alla
corruzione dei costumi romani.
— Abbiate, — diceva loro, — la cautela di evitare gli errori, la
circospezione nell’assentire, l’attenzione nel sospendere il giudizio,
la resistenza nel lasciarvi convincere, perchè potreste essere
aggirati da contrarii argomenti, l’avversione al falso, e finalmente la
sommissione della mente alla sana ragione.
Dopo avere inculcato loro queste massime, che formavano la dialettica
degli stoici, diede commiato a’ suoi giovani discepoli.
Essi non avrebbero voluto abbandonarlo, ma Seneca li persuase ad
allontanarsi, perchè la loro presenza, lungi dal confortarlo,
lo avrebbe turbato, ed egli aveva bisogno di calma per morire
coraggiosamente e contraporre l’eroismo della vittima alla viltà
dell’assassino. Ciò detto aggiunse:
— Ricevete dunque l’ultimo vale, e ricordatevi d’onorare sempre
la memoria mia e quella della donna impareggiabile, che vuole
accompagnarmi nel sepolcro.