CAPITOLO XXI.

☧

Era notte inoltrata e Ottavia aveva appena socchiuse le palpebre,

allorchè la porta del cubiculo s’apri pian piano, e comparve un uomo

con una lanterna, dalle pareti di corno trasparenti, che diffondeva una

tinta giallastra sulla sua faccia e su quella dei due compagni che lo

seguivano.

L’inferma aprì gli occhi quand’essi eran già presso il letto.

Dapprima li fissò spaventata, poi cominciò a tremare e mormorare

affannosa:

— Ah cosa è mai! Me lassa!

Ma quando, ad un cenno dell’uomo che portava la lanterna, uno dei due

manigoldi si gettò su lei per impedirle di muoversi, mentre l’altro

sguainava una sica,

— Pietà! pietà!... — esclamò. — Non ho che vent’anni.

L’uomo si lasciò cader l’arme e mormorò:

— Non posso!....

— Vigliacco! — esclamò l’altro.

E raccolta dalle coltri la sica, la piantò nel petto d’Ottavia, che

gettò l’urlo udito da Atte, e cadde riversa sul guanciale.

Poco dopo l’infelice spirava fra le braccia della citarista.

Tornati in Roma i tre sicarii, si presentarono a Cesare per riferirgli

che gli ordini suoi erano stati eseguiti.

— E che diss’ella?

E il capo di quei sgherri rispose ch’essa aveva cercato di muoverli a

pietà, e che anzi uno di loro erasi lasciato intenerire dalle lagrime

di lei, e non aveva osato ferirla.

— Perchè ti mostrasti ribelle agli ordini miei? — chiese a questi

Nerone.

— In vederla così giovine e bella, sentii venir meno il coraggio.

Cesare, con stupore grandissimo degli altri due, gli gettò ai piedi una

borsa di denaro, dicendo:

— Prendi, in mercede della tua pietà.

Codesta stravaganza, emanazione d’un cervello malato, tradiva in lui un

resto d’affetto verso la vittima, sacrificata per vincere il riottoso

contegno del popolo romano.

Ordinò che la salma fosse chiusa in sarcofago e calata nel

conditorio[94] dei Claudii.

Diè inoltre incarico di raccogliere tutti gli oggetti preziosi

appartenuti all’estinta, e di portarli, come ricordo di lei, alla

sorella Antonina.

Non era rimorso, non pentimento, e neppure presunzione d’essere meno

severamente giudicato dall’universale, che lo spingevano a dare codeste

disposizioni. Era soltanto pregiudizio di potere in questo modo placare

i Mani della sua vittima.

Il dolore sdegnoso della madre, i fieri rimproveri di Seneca, le

improperie che contro lui scagliavano Britannico, i suoi fautori

e quelli che non avevano prestata fede all’iniqua commedia, di cui

era stato protagonista il pedagogo, non lo commovevano punto, nè lo

trattenevano dal prestare orecchio agli scellerati consigli della zia

Domizia.

Egli sempre più idolatrava Poppea e aveva giurato d’immolarle tutti i

suoi nemici.

Pure, in mezzo alla sua indifferenza brutale, aveva provato

un momentaneo turbamento, allorchè l’amata donna, all’annunzio

dell’eccidio d’Ottavia, aveva esclamato piena di terrore:

— Ecco una nube sul mio orizzonte sereno! Ecco un presagio funesto!

In casa di Britannico alla costernazione, ai lamenti, ai rimpianti

s’alternavano l’ira, l’odio, i propositi di vendetta.

L’Apostolo Paolo adoperava tutta la sua eloquenza per lenire da un lato

il profondo dolore d’Antonina, e dall’altro temprare i fieri spiriti

dei congiurati, che volevano ad ogni costo sfruttare la circostanza per

sommuovere il popolo contro Nerone.

Egli così parlava a costoro:

— Che l’odio e la sete di vendetta non vi facciano velo all’intelletto,

nè vi trascinino a passi inconsiderati, che possano costare nuove

lagrime e nuovo sangue. Non vogliate punire i delitti col delitto.

L’idea della giustizia soltanto v’illumini, vi guidi, vi renda

cauti. Non agite all’impensata, ma ponetevi all’opra quando sarete

sicuri di rovesciare la mala signoria e rendere a Britannico il trono

usurpato. Non v’illudete però: malgrado i suoi vizii e le sue colpe,

grande è tuttora il prestigio che Claudio Nerone esercita sul popolo

romano colle sue grandezze, colle sue prodigalità; e il popolo non

vi seguirebbe, e fors’anco difenderebbe il tiranno. Attendete che la

misura sia colma, e allora avrete Roma intera con voi, e il mostro

sarà discacciato. Prendete esempio dai cristiani, che perseguitati,

martirizzati in mille modi, non cedono all’impulso dell’indignazione,

ma fiduciosi aspettano il giorno della giustizia.

— E senza attender tanto, — interrompeva Pisone, — si tronca una

perniciosa esistenza per salvar mille innocenti.

— Saresti in tal guisa severamente giudicato da Dio, tu che giudichi

gli altri, e faresti quello che negli altri condanni, e il tuo delitto

non riuscirebbe d’alcun giovamento alla repubblica. Gl’idoli bugiardi,

i falsi Sacerdoti, gli audaci pretoriani e l’orda dei cortigiani

malvagi non sparirebbero con lui. Conviene distruggere per riedificare.

In questo modo soltanto potrete fondare su salde basi il regno di

Britannico.

Codesti saggi ragionamenti spiacevano a quei bollenti giovani; tanto

più vedendo Britannico pender dubbioso tra loro che li respingevano e

la sorella che li accettava.

Allorchè Atte, alcuni giorni dopo i funerali d’Ottavia, tornò in Roma

e si presentò al palazzo d’Antonina, Britannico voleva che fosse

nuovamente respinta. Ma la sorella vi si oppose, e fece introdurre

nella zotheca la citarista, che le rimise la lettera d’Ottavia, e le

narrò le angosce degli ultimi giorni, e la catastrofe.

Antonina, vedendola piangere a calde lagrime, fu nello stesso tempo

sorpresa e commossa, e le chiese cosa potesse fare per lei.

— Ch’io non subisca più la vergogna d’essere respinta da questa casa,

come un’abietta cortigiana. Errai, lo so, non merito riguardo alcuno

da voi tutti, ma fui più sventurata che perversa. Ben lo comprese la

divina Ottavia, e mi perdonò. E se la crudeltà degli uomini non me

l’avesse rapita, io sarei rimasta al suo fianco schiava riconoscente e

fedele. Che la pentita dunque non abbia il vostro disprezzo.

E qui aggiunse, che quando era stata respinta la prima volta veniva

a prevenirli del periglio, che sovrastava ad Ottavia, e che essi

forse avrebbero potuto scongiurare, mentre a lei non era riuscito di

persuadere la vittima a sottrarsi colla fuga.

— Io, — dicendo, — ero pronta ad esporre la vita mia per salvare quella

preziosa esistenza, risparmiare a voi un dolore, e a Nerone un così

enorme delitto.

— Come a te, purtroppo neppure a noi sarebbe riuscito di salvar la

sorella. L’odio del tiranno l’avrebbe raggiunta dovunque.

— Non solo Nerone non odiava la moglie, ma non aveva mai cessato

d’amarla.

— E sei tu che lo asserisci, — disse, sorridendo, Antonina, — tu che le

fosti preferita.

— Per fiamma di sensi, non per fiamma di cuore. Io fui sempre per esso

l’etèra, null’altro che l’etèra. Ma perchè vuoi tu ricordare le mie

colpe, se generosamente a me le perdonò la sorella tua? Essa prestò

fede al mio sincero pentimento.

— E a prova che vi presto fede ancor io, farò venir Britannico, e gli

dirò di smettere con te il severo contegno, e di riguardarti senza

dubbi, senza sospetti, come la protetta della defunta sorella.

E così fece, memore della massima inspiratale dall’Apostolo, che non

conviene mai respingere i peccatori pentiti.

Britannico, deferente sempre ai consigli della sorella, trattò Atte

benignamente, e le dimandò se ogni suo rapporto col tiranno fosse

davvero cessato.

— Io ebbi la fine che meritava; fui discacciata dal palazzo dei Cesari,

e non vi porrò il piede che una sola volta.

A queste parole Antonina e Britannico si turbarono.

— Sì, — continuò Atte, — vi tornerò per proclamare l’innocenza della

divina Ottavia, e l’infamia d’Aniceto.

E qui riferì la rivelazione fattale dalla vittima, riguardo all’audacia

del pedagogo, che aveva osato portarle oltraggio con disoneste

proposte, e com’essa per generosità lo avesse taciuto a Nerone.

E soggiunse:

— Quando l’Imperatore saprà che fu ingannato, che venne fatto

istrumento d’una scellerata vendetta, consacrerà, nel suo tremendo

furore, alle furie d’Averno la testa dì quel mostro.

— Ah non illuderti, giovine generosa, — interruppe Britannico; —

Aniceto non fu che il complice dell’iniquo Enobardo. La trama era

ordita perchè giovava a costui che Ottavia perdesse colla vita la fama.

— È inutile che tu vada; — entrò a dire Antonina, — vi fu già chi

rivelò la cosa a Cesare. Aniceto partì per l’esilio, ma so che nella

terra d’esilio troverà la morte.

— E a te, chi riferì tutto ciò? — chiese meravigliato il fratello.

— L’Apostolo.

Fedele alla sua missione, Paolo cercava sempre di far proseliti alla

religione cristiana. Coraggiosamente tentava le conversioni anche tra

i grandi; ma quelli che più richiamavano la sua attenzione erano i

disillusi e gli afflitti.

Fu per questo, che udendo le torture inflitte ingiustamente a

Menecrate, e la desolazione in cui lo aveva gettato la misera fine

dell’Imperatrice, pensò di presentarsi all’umile casetta del citaredo.

Antonina, alla quale partecipò questo suo divisamento, lo incoraggiò

a porlo in esecuzione, incaricandolo di portargli a suo nome parole

d’encomio e di gratitudine pel coraggio addimostrato nel difendere la

virtù calunniata della sorella.

Da pochi giorni l’infelice era uscito dal carcere e giaceva riarso

dalla febbre delle ferite e immerso nel dolore per la morte della donna

amata, quando si presentò Paolo, dicendo:

— Io son Paolo di Tarso, servo di Gesù Cristo, chiamato Apostolo

segregato pel vangelo di Dio, e vengo a te perchè ti so sventurato.

Vengo ad augurarti gloria, onore, e pace perchè operasti il bene. Tu

sei pagano; ma dinanzi a Dio, niuno è eccettuato.

Queste parole suonarono soavi all’orecchio di Menecrate, e lo

riempirono di stupore. E lo stupore s’accrebbe allorchè l’Apostolo gli

riferì le parole d’Antonina. Il misero ne fu commosso, e gli occhi gli

si velarono di lagrime.

Offrì a Paolo uno sgabello, ch’era vicino al letto, e sul quale soleva

sedere la vecchia madre, che gli teneva compagnia filando.

Cominciò a conversare con esso, e la soave eloquenza dell’Apostolo così

lo affascinò, che finì per confidargli tutte le sue sventure, tutti

i suoi segreti. Narrò dell’ultimo colloquio avuto coll’Imperatrice,

dicendo che ogni suo desiderio sarebbe soddisfatto, ove gli fosse dato

di far conoscere a Nerone le audaci proposte d’Aniceto, perchè potesse

misurar l’infamia del suo complice e la virtù della sua vittima.

— Dimando ai Numi, — egli disse, — di rendere questo tributo alla

memoria dell’intemerata donna, e poi morrò contento.

— E il tuo santo desiderio, — rispose Paolo, — sarà esaudito.

— E come lo potrò?

— Lasciane a me la cura. Il mio Dio, non è il solo Dio dei cristiani,

è il Dio delle genti, e a tutti egualmente sa render giustizia. Tu,

pagano, sarai soddisfatto, come lo sarebbe il cristiano, come potrebbe

esserlo il greco, il giudeo. Rinfranca adunque l’abbattuto spirito, e

ci rivedremo tra poco.

Tornò di fatto pochi giorni dopo, e riferì che Seneca s’era assunto

l’incarico di rivelar la cosa a Cesare, il quale, salito in furore

per la calunnia, e l’ardire del pedagogo, sapendolo esiliato in Acaia,

aveva fatto scrivere al Governatore Gallione di rintracciarlo e farlo

mettere a morte.

Seneca erasi guardato bene di svelare a Paolo l’iniqua trama di Nerone

per sacrificare Ottavia, e Nerone a sua volta, con fina ipocrisia,

aveva voluto far credere a Seneca d’essere stato tradito dal pedagogo.

Nel tempo stesso, realmente indignato per l’audacia di questi, che

tentava d’offenderlo nell’onore, lo condannava a morte. In tal modo si

vendicava del temerario, e si liberava del complice.

Il filosofo aveva finto di credere all’ingenuità del tiranno, e

contento del risultato, più che per la riabilitazione d’Ottavia, per

la condanna d’Aniceto, ne aveva fatto parte all’Apostolo, e questi a

Menecrate.

Il citaredo, pieno di riconoscenza, prese pel cristiano affetto

grandissimo, e sempre con maggior interesse ascoltava le sue

esortazioni, ed esaltavasi alle massime del vangelo, al racconto

dell’abnegazione, colla quale s’era sacrificato il Profeta Nazareno.

Tutto ciò non garbava alla vecchia madre, fiera pagana, ma per amor

materno, finì anch’essa per desiderare la compagnia dell’eloquente

cristiano, che così beneficamente agiva sul morale del figlio.

A Britannico invece poco garbava l’ascendente che Paolo aveva preso

sull’animo della sorella.

Egli n’era quasi geloso, e allorchè udì che ad essa l’Apostolo aveva

riferito la sorte riserbata ad Aniceto, si fe’ torbido in viso, e

mormorò:

— Sempre costui.

— Dovresti ringraziarlo, — rispose Antonina accigliandosi, — ch’egli

senza averne il dovere pensò a difendere la fama della misera sorella

nostra. Non esser fanciullo, e dividi con me l’ammirazione per l’uomo

insigne e benefico.

E qui narrò come avesse portato conforto di parole e d’opra al misero

citaredo.

L’altro non seppe che rispondere e poco dopo uscì.

Rimasta sola con Atte, Antonina continuò ad encomiare le virtù di

Paolo, talchè la giovine greca mostrò desiderio di conoscerlo e si

proponeva d’incontrarsi con esso nella casa di Menecrate.

Pochi giorni dopo, essendo rimasta in casa d’Antonina come citarista,

Atte vide l’Apostolo, lo udì parlare della bontà di Dio, che a tutti

perdona, e disse che forse a lei non avrebbe perdonato.

— O figlia, è dubbio sacrilego il tuo. Svelane la ragione.

— Ora non posso.

— Io m’allontano perchè tu possa palesare liberamente il tuo segreto.

Questo disse Antonina uscendo. Pareva ch’ella tenesse a coadiuvare

Paolo nella sua missione.

Era già forse convertita?

Sì. Le sofferenze dei cristiani, l’eroismo col quale essi sfidavano

i supplizii e la morte, per rimanere saldi nella loro fede, avevano

colpita la fervida immaginazione di lei. L’eloquenza di Paolo compiva

la conversione, ed essa di nascosto aveva ricevuto dalle sue mani il

battesimo.

Tutto ciò però era un segreto tra lei e l’Apostolo, non volendo arrecar

così grave dolore al fratello, irritarne i fautori, e danneggiarlo

negli interessi.

— Parla, adunque, — incominciò Paolo, come furono soli.

Atte rispose coraggiosamente:

— Tu sai ch’io tradii la fiducia della divina Ottavia, sai che sono

stata la concubina di Cesare; ma ignori però che l’ho amato con tutta

l’anima, e che quantunque disprezzata, discacciata, lo amo ancora. Per

questo ho cercato sempre, anche a rischio della vita mia, di salvare

le sue vittime per risparmiargli i delitti. Non oso difenderlo, ma

quando sento maledire il suo nome mi si stringe il cuore. Rea di

codesto sentimento colpevole non avrei dovuto rimanere nel palazzo di

Britannico. Io tradisco l’ospitalità di lui e d’Antonina, perchè amo

l’uomo da essi odiato e non oso confessarlo. Dimmi ora, o Apostolo, se

non merito il disprezzo degli uomini, l’ira dei Numi.

— Da’ tuoi Numi bugiardi nulla hai da temere, nulla da sperare.

— E dal tuo Dio, il quale, come tu dici, tutti accoglie?

— I pentiti, — aggiunse Paolo; — ma tu non lo sei ancora, tu forse ti

compiaci in questo resto d’impuro affetto, che ti rammenta le delizie e

gli splendori d’un giorno.

— T’inganni, o cristiano. Sarei felice d’odiare l’assassino della

divina Ottavia, di cui la memoria è un culto per me.

— Non devi odiare alcuno, non devi diffidare sulle promesse del

vero Dio, che ti liberò già da una vita peccaminosa, che ti diede

il rimorso, che t’inspirò il desiderio d’essere perdonata e che ti

estirperà dal cuore l’ultima spina del peccato, per non lasciarvi che

la pietà per Nerone, e l’orrore pe’ suoi delitti.

— Questo fece e farà il tuo Dio per me che sono greca?

— Ma non volete comprendere che Cristo non morì soltanto pei

circoncisi, ma si sacrificò pel genere umano? Mediante quella morte,

tu, come gli altri nemici della vera fede, acquistaste la protezione di

Dio. Non diffidare dunque, prega e credi, o giovine idolatra.

— Pur troppo non ho mai pregato. Misera figlia di schiavi, nell’umile

mia condizione non seppi sollevare la mente dalle terrene realtà. La

magnificenza dei nostri templi, la grandiosità dei riti m’abbagliano,

ma davanti ai delubri nessun senso arcano mi scende soave nell’anima.

— E questo senso, che forse interamente ti redimerà dalla colpa, vuoi

tu provarlo?

— Oh sì!

— Chiedi dunque il consenso alla nuova signora di recarti con me in tal

luogo, ove forse un’ispirazione celeste ti farà sentire come mentono i

superbi patrizii, che negano negli schiavi l’esistenza dell’anima.

Alla dimane spuntava appena il sole, quando Atte, vestita d’una modesta

tunica bruna e coperta colla calyptra, usciva dal palazzo di Britannico

e dirigevasi verso la via Appia.

Per un momento s’arrestò atterrita davanti al carcere Mamertino, d’onde

giungevano fino al suo orecchio dolorosi gemiti. Quindi frettolosa

riprendeva il cammino, e uscita appena dalla porta, s’imbatteva in

Paolo.

Gli narrò tosto quello che aveva udito davanti alla prigione.

— Son forse i nostri fratelli in Gesù Cristo, ai quali i tormenti

strappano quelle grida dal labbro, ma non la fede dal cuore. Chi sa

quanti di loro sono destinati in pasto alle fiere per divertire col

sanguinoso spettacolo il popolo di Roma!

— Come, o cristiani, dovete odiarlo questo popolo e questi Imperatori!

— esclamò Atte.

— Quale sia l’odio dei cristiani vedrai tra poco, — rispose l’Apostolo.

Così parlando proseguivano innanzi, altro non incontrando che villici,

i quali si recavano al lavoro; o mugnitori di capre, che venivano nella

città col loro gregge a dispensare il latte; _plaustri_ (carri) tirati

da buoi e ripieni di prodotti agricoli, ed ortolani con corbe e ceste,

che si recavano a vendere erbe e frutta.

Rasentando le varie tombe, che costeggiavano la via, giunsero ad un

orto, in fondo al quale era una rozza porta, che metteva nelle così

dette _arenarie_ (o cave di sabbia) entro le quali e pagani e cristiani

seppellivano i loro morti.

Paolo accese una lanterna e cominciò a discendere, insieme alla

citarista, la ripida fuga di gradini che mettevano nei sotterranei.

Giunti entro le lunghe e tortuose callaje, sulle cui vôlte si vedevano

ancora i colpi del piccone, e che in alcuni punti erano strette

così che una persona sola poteva passarvi, Atte provò un senso di

ribrezzo, ma non lo diede a divedere. Quei luminelli, che apparivano

e sparivano negli andirivieni dei corridoi, prendevano per lei aspetto

sinistramente fantastico. Erano invece le lanterne d’altri cristiani,

che scendevano, com’essi, nella seconda e terza catacomba.

In queste i Sacerdoti titolari, e le Diaconesse s’occupavano degli

infermi distesi su giacigli di paglia negli spazii quadrati, che

s’aprivano in alcuni punti delle callaje; curavano i sacri arredi, e

istruivano i neofiti per apparecchiarli al battesimo.

Paolo, che andava innanzi, rispettosamente salutato da tutti, si fermò

presso il giaciglio d’un uomo ferito, ed a quegli che lo medicava

disse:

— O buon Luca, hai tu visitato oggi il citaredo Menecrate?

Era questi Luca l’Apostolo, che Paolo aveva convertito, ed essendo egli

dottore in medicina, se ne serviva per curare i malati sì cristiani,

che greci e gentili.

— Sì, — rispose Luca, — e il mio balsamo operò su lui prodigi; le sue

piaghe sono quasi interamente cicatrizzate. Sia benedetto Gesù Cristo!

— Sempre sia benedetto! — rispose l’Apostolo.

E condusse Atte nella seconda catacomba, ove molti stavano pregando e

piangendo davanti alle _cripte_, sulle quali era scolpito il monogramma

cristiano.

Pervennero finalmente nell’ultimo sotterraneo, dove in vasto spazio

a vôlta, alla quale erano appese lampade a due lucignoli, sorgeva

l’altare, e su questo la croce.

Due Sacerdoti genuflessi intuonavano sacri cantici, a cui rispondevano

uomini, donne e fanciulli divotamente prostrati a terra, tenendo le

braccia incrociate sul petto.

Alcuni di quei devoti vestivano interamente di bianco, ed eran questi i

neofiti, che da pochi giorni avevano ricevuto il battesimo.

Paolo salì sulla predella dell’altare, e rivolgendosi a costoro,

incominciò:

— Voi usciste dal peccato per entrare nel regno della carità. La parola

nemico non deve più esistere per voi. Perdonate sempre, umiliatevi,

soccorrete i miseri, quali essi siano, a qualunque fede appartengano.

Siate invitti campioni della fede cristiana. Pel trionfo di questa fede

non vi spaventi il martirio, e subitelo coraggiosamente, portando con

voi nel sepolcro, non l’odio, ma la pietà per quelli che ingiustamente

vi condannarono. Pregate invece per gl’Imperatori, pregate per le

vittorie degli eserciti, per la gloria di Roma, non gl’idoli falsi, ma

il vero Dio[95]. Pregate pei ricchi, pregate pei poveri e adoperatevi

infine perchè, mercè vostra, risplenda agli occhi di tutti il sole

della vera fede.

Com’ebbe terminato, mentre i cristiani andavano ad imprimere le labbra

sul simbolo della redenzione, andò in traccia della giovine greca, e

la trovò accoccolata in un canto colle mani sul viso, come assorta in

grave meditazione.

Tutto quello che aveva visto ed udito l’aveva profondamente colpita.

Quando l’Apostolo le pose la mano sul capo, si scosse, e lo fissò cogli

occhi lagrimosi.

— Piangi?

— Di tenerezza.

— Ebbene, credi tu in Cristo?

— Sì, — mormorò la donna.

— Va, dunque, e fa quello che gli altri fanno.

— Non ancora. Quando nell’anima mia quel resto di colpevole affetto si

tramuterà in sentimento di pietà, allora bacerò la croce.

Le donne di Nerone · 第 31 / 54 题