Tormentati.
— Tu dovrai scoprire se Menecrate osa amare la moglie di Cesare, e
s’egli si recò furtivamente a Nettuno. Adopera a ciò tutti i mezzi,
ch’io ti do ampia facoltà.
Questo diceva un giorno Nerone ad Aniceto, e l’incarico era con gioia
accettato dal maligno pedagogo, che sperava vendicarsi d’Ottavia,
conservar la benevolenza di Cesare e acquistare quella della nuova
Imperatrice.
S’era subito messo all’opera, e non riuscendo a cogliere a volo qualche
parola imprudente del giovine, nè ad avere informazioni da altre
persone, meditava subito l’impresa di farlo sorprendere a Nettuno.
Aveva dunque spedito colà alcuni scherani travestiti da pescatori, e
che di vista conoscevano il citaredo, e dava loro ordine di vegliare
intorno alla villa, ove dimorava Ottavia, di lasciarvelo entrare, e
catturarlo appena ne fosse uscito.
L’agguato, come vedemmo, riuscì a meraviglia, e il misero, giunto in
Roma, veniva rinchiuso nel carcere Tulliano.
Ivi fu interrogato dai giudici, i quali con subdole dimande cercarono
d’indurlo a confessare l’adulterio commesso con Ottavia.
Il prigioniero, mal frenando lo sdegno, esclamò:
— O giudici, non vi fate complici di calunniatori malvagi, e rispettate
la più virtuosa, la più casta delle donne romane.
E continuando gli altri nel triste ufficio, soggiunse che smettessero,
perchè i loro vani artifizi non riuscirebbero a fargli rinnegare la
verità.
Dopo queste parole si chiuse in sdegnoso silenzio.
Tanta fermezza adirò quei satelliti del tiranno, i quali ordinarono ai
soldati di legar Menecrate con una fune, e calarlo nella _carneficina_.
Così chiamavasi il sotterraneo, dove i rei erano torturati e
giustiziati.
Era stato scavato nella roccia a 17 palmi e mezzo dal piano di Roma
da Servio Tullio e sottostava a tutte le celle della prigione. Da
un’apertura, praticata in mezzo alla vôlta, venivano con funi calati
abbasso i rei ed i carnefici. Una piccola porta a sinistra dava accesso
ad una galleria, che metteva nel Tevere, dove si gettavano i cadaveri,
quando non venivano esposti sulle gradinate Gemoniane.
Manette, catene, collari, marchi di ferro, eculei, nervi, flagelli,
corde, numelli, patiboli, ed altri istrumenti di tortura erano disposti
intorno alle rozze pareti.
Menecrate venne dal carnefice racchiuso nel _numello_[87] e sottoposto
al supplizio del flagello a cui i romani avevano applicato l’epiteto
di _horribile_. Le sue corde ritorte con nodi, che rassomigliavano ai
numerosi tentacoli del polipo, facevano strazio di quel corpo. Grondava
il sangue dalle carni lacerate, che cadevano in brandelli, e il
paziente gemeva, ma non chiedeva pietà, ma rimaneva saldo nel proclamar
l’innocenza e la virtù d’Ottavia.
Finalmente il dolore lo vinse, e perdette i sensi.
Allora fu tolto dal _numello_, e colla corda tirato verso il foro della
volta e consegnato all’_ergastolario_, che lo fe’ ricondurre nella
prigione e gli fe’ ungere di balsamo le ferite.
Nerone, per giustificare agli occhi dei romani il ripudio d’Ottavia,
e diminuire di questa il prestigio, ed accrescerlo a Poppea, voleva ad
ogni costo che Ottavia risultasse colpevole; ma nello stesso tempo il
sentir confermata la virtù di lei lusingava il suo amor proprio.
Provò dunque quasi un senso di gratitudine verso Menecrate, e
d’ammirazione per la fermezza di lui.
L’avrebbe forse rimandato libero, ove Aniceto, a cui ciò non garbava,
non gli avesse fatto osservare che conveniva prima provare ch’egli
non avesse per nobiltà d’animo mentita la verità. E il perfido suggerì
allora di far tradurre da Nettuno a Roma le ancelle d’Ottavia.
E a quelle sventurate toccò la stessa sorte del citaredo.
Non fu adoperato il _numello_, ma bensì, il sistema del _catomidio_[88]
e invece del flagello furono ad una ad una percosse col _flagro_,
di cui i lunghi cordoni intrecciati con dei pasturali di pecora non
laceravano nè pestavano le carni.
Di questo istrumento i preti di Cibele si servivano per farsi la
disciplina. Ma i preti fingevano, e il carnefice faceva davvero, per
cui le strida delle pazienti s’udivano, non solo dai prigionieri, ma
dai cittadini che passavano per via.
Ad onta però degli spasimi, la loro fedeltà vinse la prova e nessuna
accusò.
La fama dei supplizii, così eroicamente sopportati dai martiri, non
tardò a divulgarsi fra il popolo, che ascrivendoli all’influenza della
nuova Imperatrice, cominciò a dimostrare clamorosamente il suo malumore
contro di lei.
La si malediceva publicamente, si chiedeva giustizia, tanto dalla plebe
che dai patrizi per la ripudiata Ottavia, per l’innocenza oppressa.
Nerone, furibondo, non sapeva più a qual nuovo infame partito
appigliarsi per difender la donna adorata e confondere il popolo
romano.
Lo scellerato pedagogo venne nuovamente in suo soccorso e gli dimandò:
— Vuoi tu che Ottavia risulti ad ogni costo colpevole?
— Sì, per l’Averno! Purchè io non sia stato ingannato, lo sian pure gli
altri.
— Or bene, fa porre in libertà i prigionieri, e punisci Ottavia,
dichiarata adultera dal suo stesso amante.
— E chi sarà costui?
— Il tuo Aniceto, se vuoi.
— Tu!.... Ma non è vero?
— E che monta? Il popolo cadrà nell’inganno.
— Mi spiace, che un miserabile par tuo sia creduto il rivale di Cesare.
Aniceto, ch’era avvezzo a simili oltraggi, si strinse nelle spalle e
non profferì parola.
In questo entrò nella stanza l’Imperatrice, trascinando seco Atte, alla
quale impose di ripetere al cospetto dell’Imperatore quanto aveva detto
a Domizia, purchè non tradisse la verità.
— Non ho mai mentito, — interruppe Atte, fissando Poppea con alquanta
alterigia.
Quindi, rivolgendosi a Nerone, continuò:
— La tua zia Domizia vituperò davanti alle schiave la divina Ottavia,
ed io ch’era presente, ne presi le difese e ne esaltai le sublimi
virtù. Essa disse che tu, o Claudio Nerone, avevi ben operato
ripudiandola e condannandola all’esilio, ed io dichiarai il tuo atto
indegno d’un cuore generoso. Essa si scagliò contro il popolo romano,
che osa ribellarsi ai decreti di Cesare, che fa d’una giovine ipocrita
l’idolo suo, e non vuol riconoscere i pregi della divina Poppea. Ed io
risposi che il popolo è saggio, e che dalla sua bocca esce sempre la
parola dei Numi. Ecco la verità.
Nerone tacque. Egli era distratto perchè, tra il parlare d’Atte, rapide
attraversarono la sua mente le memorie dei gaudi soavi divisi con
quella donna, che si mostrava in quel momento sì franca e leale.
— E sei tu, — disse Poppea con beffardo sorriso, — tu, che compiangi
colei, a cui per la prima rapisti il marito?
— Ah! Avrei voluto, — rispose la citarista, — morir prima che
un’infelice passione mi facesse portar nella tomba il rimorso di quel
tradimento.
— Codesto rimorso risparmialo, — entrò a dire Nerone, che vedeva
finalmente giunto l’istante di portar coll’estrema calunnia il colpo
fatale alla riputazione d’Ottavia. — Voi tutti adorate un idolo
bugiardo. Quella virtù, così decantata da voi, non impedì ad Ottavia
di.... prostituirsi a costui....
Ed additò Aniceto, mormorando quasi a stento le ultime parole, come se
le sue labbra rifuggissero dal pronunziarle.
— Tu! — esclamò Atte, guardando biecamente il pedagogo, — ed osi
asserirlo?
— La coscienza m’impone questa volontaria confessione per salvare
l’innocente Menecrate.
Intanto Poppea teneva fisse sul marito le sue nere pupille, in cui
leggevasi la sorpresa e l’incredulità.
Forse nella sua intenzione travedeva l’ordito inganno, e ciò non le
inspirava fiducia per l’avvenire.
— E dopo la sanguinosa offesa, non punisti quest’uomo? — essa osservò.
Ed Aniceto con prontezza rispose prima che l’Imperatore parlasse:
— Il divo Cesare generosamente mi perdonò, perchè la pietà mi spinse a
dichiararmi reo.
— E chi ti disse, o malvagio, — interruppe Nerone, — ch’io ti perdonai?
Non ti tolgo la vita, ma ti condanno all’esilio. Ora, tu stessa,
adorata Poppea, pronunzia la sentenza contro codesta illusa citarista.
— A me basta, — rispose Poppea, — che una mia nemica non abbia più
ricetto nel palazzo dei Cesari.
— Udisti, o Atte? Prima che tramonti il sole devi aver abbandonata la
reggia. Prendi.
E tolto da un _pegma_ (o stipo) un _marsupio_[89] pieno di nummi d’oro,
lo presentò a lei, che rifiutò dicendo:
— Da lungo tempo implorai dal divo Cesare la grazia di lasciarmi
partire. Egli me la negò, anzi mi volle qui prigioniera. Ora mi
concede la libertà, e questo dono a me basta, senza che altro egli ve
ne aggiunga. Parto riconoscente all’Imperatrice della sua sentenza,
che m’offre il mezzo d’espiare il mio fallo. Parto però convinta che
quest’uomo ha mentito, e ch’è immacolata la virtù della divina Ottavia.
— Il gastigo che l’attende ti convincerà delle sue colpe. Ora prendi
questo denaro ch’io t’offro.... prendilo.... così voglio.... così
comando... e va.
Atte prese il marsupio, senza più esitare; poichè quel denaro giovava
ad un suo progetto, ed uscì dalla stanza imperiale coll’animo agitato
per la sciagura che sovrastava ad Ottavia.
Poppea era riuscita ad allontanare la concubina, come aveva fatto
discacciare la legittima sposa. Agli altri nemici, che aveva nella casa
Augustale, penserebbe in seguito. Essa voleva goder tranquillamente
della sua fortuna, e regnar dispotica sull’animo di Cesare.
Voleva fido e sottomesso a lei sola il marito, senza darsi però la pena
di correggerlo.
Sembrava che le sue aberrazioni, i suoi stessi delitti non la
riguardassero.
Per questo, malgrado il sospetto ch’egli con Aniceto avessero ordito
una trama contro Ottavia, e che a questa minacciasse l’estremo fato,
non chiese schiarimenti, non disse parola per salvarla.
Nerone però titubava di convalidar la calunnia colla punizione della
moglie ripudiata, che egli amò un giorno, e che sapeva onesta e fedele.
Era tale enormità che faceva perfino ribrezzo a quella belva.
La sua vecchia zia però, ch’era donna feroce anch’essa, acerrima
nemica dei Claudii ed accecata dall’affetto per Nerone, lo stimolava
a disfarsi dei due figli di Messalina se voleva acquistare la pace, e
regnar sicuro. Neppure a lei Nerone aveva confidato il segreto della
trama ordita con Aniceto, laonde essa in buona fede credeva Ottavia
colpevole, e così gli parlava:
— Se tu gli perdonassi, essa non mancherebbe, per vendicarsi, di
cospirare co’ suoi amanti per balzar dal trono te, e porvi Britannico.
La tua vita e quella di tua moglie verrebbero sacrificate agli
Dei dell’Averno. So già che si cospira contro di te. Non mostrarti
pusillanime, afferra le cesoie d’Atropo, e recidi lo stame di quelle
due vite, che possono riuscir per te così fatali.
E tanto disse, che Nerone, benchè a malincuore, pronunziò la tremenda
parola:
— Morranno.
Atte era salita nei cenaculi, aveva radunate le sue robe, ed era
partita col fermo proposito di salvare Ottavia.
Le due nutrici Egloga ed Alessandria, che molto avevano preso ad
amarla, piansero a calde lagrime nel dividersi da lei. Sporo voleva
anche questa volta partire con essa; ma riuscì a persuaderlo ch’egli
correva rischio d’esporre ambedue alle vendette di Cesare, e lo consolò
promettendogli che si sarebbero riveduti.
Dal palazzo Augustale Atte corse difilata a quello di Britannico, che
pure sorgeva sul Palatino, volendo prevenirlo della sciagura, da cui
era minacciata la sorella.
Erano in quel momento adunati presso Britannico, Calpurnio Pisone ed
altri partigiani di lui, che sentendo annunziare la citarista greca,
lo consigliarono a farla discacciare, sospettandola inviata dal tiranno
per spiarli.
Plauzio Laterano, ch’era con loro e che ora detestava Atte,
sospettandola complice del tiranno nel sagrifizio di Rubea, fu dei
più accaniti nel far respingere la giovine greca. E Britannico diede
loro ascolto e quindi passò nelle stanze d’Antonina, ch’era nella sua
zotheca coll’Apostolo, e le riferì quant’era accaduto.
— Male oprasti, o Britannico, — osservò Paolo; — dovevi recarti
nell’atrio a vederla, sentir da lei cosa volesse, e giudicar da te
stesso s’ella avesse veramente a comunicarti cose di grave momento.
Talvolta il bene ci giunge donde meno lo si attende. Forse essa ancora
non s’allontanò di qui. Vado io, se vuoi, a raggiungerla, io che seguo
la massima del mio maestro Gesù, che non respingeva alcuno e tutti
chiamava a sè.
Andò, ma non trovò più Atte, che dopo il rifiuto di Britannico erasi
allontanata, dicendo fra sè:
— Vedo che i Numi vogliono a me serbato l’onore e la gioia di salvarla.
E che i Numi mi diano la forza per compiere l’opra pietosa.
Approfittando dell’oro, che Nerone l’aveva costretta ad accettare,
tolse a nolo un _cisio_[90] a due cavalli, viaggiò tutta notte, e allo
spuntar dell’alba giunse davanti alla villa imperiale di Nettuno.
L’Ostiario, mezzo sonnolento ancora, le chiese chi fosse.
— Mi manda Cesare, — rispose.
E andò innanzi.
Ma imbattutasi in due delle nuove ancelle, queste volevano trattenerla
a viva forza, ma essa, dopo aver lottato, si svincolò da loro, ed
entrata nel cubiculo, ove giaceva Ottavia, corse ad inginocchiarsi
vicino a lei, e presale la mano, la coprì di baci.
— Atte! — esclamò sorpresa la giovine Imperatrice. — Perchè vieni? Che
vuoi tu da me?
— Vengo a salvarti, o divina Ottavia, — rispose Atte, rimanendo
genuflessa.
E con accento affannoso prese a narrarle quanto era accaduto nella casa
Aurea, il suo alterco colla vecchia Domizia, l’accusa di Poppea, il suo
sfratto dal palazzo dei Cesari e le minacciose parole di Nerone.
Ottavia colla solita dolcezza e con flebile voce, disse:
— E che fec’io mai per essere minacciata così?
L’altra non si sentiva il coraggio di palesarle il tratto infame
d’Aniceto. Facendolo, le pareva di recare offesa alla virtuosa donna ed
accrescerne il dolore.
— So, — proseguì Ottavia, — che si sospettò di Menecrate. Egli fu
catturato, mentre usciva da questo palazzo. Nulla più seppi di lui.
Alzati e dimmi la verità.
Atte allora levossi in piedi, e le narrò come avesse il citaredo
sopportato eroicamente la tortura, proclamando, sotto ai colpi del
flagello, sè innocente e incontaminata lei. Lo stesso riferì delle
ancelle.
— Anime sublimi! — esclamò Ottavia.
E gli occhi le si velarono di lagrime.
Porgendo poi le mani ad Atte, continuò:
— E tu pure, o giovine greca, abbiti la mia riconoscenza per l’affetto
che dimostri a questa derelitta.
— Io nulla merito, o divina Ottavia, finchè non t’avrò salvata. Corsi
a quest’uopo presso di te. Non indugiare per pietà, perchè le vendette
di Cesare sono sollecite quanto tremende. Levati, prendi le mie vesti,
copriti colla mia calyptra, e fuggi.
Ottavia tentennò il capo.
— Non lasciarti trattenere dal dubbio, — continuò Atte. — Nel vicino
stabulo troverai il _cisio_ col quale io son venuta. L’auriga è già
prevenuto. Egli ti condurrà in Roma presso tuo fratello Britannico e
tua sorella Antonina, che sapranno trovare il modo di sottrarti per
sempre al tuo carnefice.
— E tu? — chiese Ottavia.
— A me non pensare: se morrò, sarò felice d’averti sacrificata la
vita, se riuscirò a salvarla ti raggiungerò, o divina Ottavia, per
consacrarla interamente a te.
— Io ti son grata, — rispose Ottavia, — di questi affettuosi
sentimenti, nei quali traspare la nobiltà d’un cuore, che fu suo
malgrado traviato. Ma la tua proposta non posso accettare.
— Perchè?
— Perchè fuggendo mi si potrebbe ritenere colpevole. Io nulla ho a
rimproverarmi, e le coscienze intemerate non hanno paura.
— Della giustizia, no; — interruppe l’altra, — ma della perfidia? Ti
vogliono perduta ad ogni costo, interamente perduta.
— E non la sono diggià? Ripudiata, condannata a vivere reclusa in
questa villa, privata degli amici, delle più fide schiave. Non credo
che vorranno sottoporre anche me ai tormenti, e che a vent’anni
vorranno togliermi l’esistenza.
— O divina Ottavia, io per non offenderti, non voleva riferirti
che venne ordita una trama iniqua per farti comparire colpevole, e
distrugger così la venerazione di Roma verso di te.
— E Nerone che mi sa pura, non mi difende contro la scellerata accusa?
— Forse egli stesso la ordiva perchè trionfasse Poppea.
E qui, senz’altra esitanza, narrò della menzognera confessione
d’Aniceto.
A questo non s’attendeva Ottavia. Essa ne provò sdegno siffatto, che
più non parve la stessa.
Nelle violenti frasi, nell’ira che le divampava dagli occhi,
male avresti ravvisata la soave figlia di Claudio. In preda
all’esasperazione, narrò ad Atte come lo scellerato avesse osato
un giorno d’offrirle l’amor suo, e come fosse stato sdegnosamente
respinto.
— Ed ecco, — aggiunse, — la ricompensa di quell’uomo infame per aver
io taciuto all’Imperatore l’oscena proposta di lui. Ma con questo nuovo
delitto i nemici miei non raggiungeranno lo scopo. Il popolo romano non
crederà.
— È per convincerlo appunto che vogliono punirti.
— Ma nessuno più adunque mi difende? Perchè tace Agrippina? Perchè tace
Seneca? E Antonina e Britannico che fanno?
Atte rispose:
— Nerone, accecato dalla passione, tutto sacrifica a Poppea. Agrippina
freme, ma tace. Seneca parla, ma non è ascoltato. Il fratello e la
sorella tua ignorano forse quello che si trama a’ danni tuoi. Appena
abbandonato il palazzo dei Cesari, corsi a quello di Britannico e
d’Antonina per renderli avvertiti, ma fui respinta, e senza frapporre
indugio venni io stessa a te, e torno a supplicarti, o diva Ottavia,
di porti in salvo. L’innocenza, la virtù, la rassegnazione a nulla ti
gioveranno. Oh, cedi, cedi alle preghiere e alle lagrime di quest’umile
liberta. Tu sei per me il genio del perdono e della redenzione: non
abbandonarmi!
Ottavia, commossa, stese le braccia verso di lei, e strettala in
amplesso la baciò.
— Va, infelice creatura, e ti perdonino gli Dei, come io t’ho già
perdonato.
Atte tentò di nuovo persuaderla a porsi in salvo, ma l’altra le rispose:
— Quand’anche lo volessi, non me lo consentirebbero le forze. Ho
l’anima stanca, il corpo affranto, e conviene che qui si compia il mio
fato.
— Concedimi almeno di rimanere presso di te.
— Resta, se vuoi, ma il presentimento mi dice che non tarderò a
lasciarti in abbandono su questa terra.
Atte, che divideva con essa codesto convincimento, tacque.
Andò a licenziare l’auriga, e tornò subito al fianco dell’inferma
Imperatrice.
Poco dopo, questa, che mal sopportava la vista delle altre ancelle,
si fece aiutare da Atte a discender dal letto, ed indossato l’amitto,
passò nella zotheca, e sedette davanti al monopodio su cui vedevansi
disposte in ordine carte di varie qualità, penne di canna, che i
romani chiamavano _arundes_ finamente lavorate e chiuse in una _teca
calamaria_, l’_atramentario_[91] dorato e alcuni libri. Prese una penna
ed un foglio di carta dentata[92] e scrisse a Britannico per dare a lui
e alla sorella Antonina l’ultimo vale, e raccomandar loro la pietosa
citarista.
Quindi porse a questa il foglio perchè, tornando a Roma dopo la sua
morte, lo presentasse al fratello.
Le rimise inoltre del denaro e dei gioielli chiusi in una _crumena_[93].
— Quest’oro — dicendo — e questi oggetti consegnerai alle mie fide
ancelle Fausta, Domitilla, Silvia e le altre, che a me dimostrarono
tanta abnegazione, e così eroicamente mi difesero in mezzo ai
tormenti. Oh potessi rivederle, baciarle ancora una volta! Al misero
Menecrate....
E qui il pianto le impedì di proseguire.
— Ma tu parli, o divina Ottavia, — entrò a dire Atte, singhiozzando
anch’essa, — come se fosse incominciata per te l’ora dell’agonia.
— O mia buona citarista, credi a me, questa non è lontana. Quand’anche
non m’uccidesse Nerone, questa febbre che m’arde le vene risparmierà
forse a lui un nuovo delitto.
Si tolse dal dito un anello, e disse ad Atte di portarlo a Menecrate,
unitamente alla cetra, che le aveva lasciato, aggiungendo:
— Dagli per me l’ultimo addio, digli che gli son grata del suo affetto,
della sua abnegazione, e che non dimentichi il mio sepolcro, se pur
questo sarà concesso alla mia povera salma.
L’angoscia e il pianto avevano inasprite così le sue fisiche
sofferenze, che sentendosi mancare, si fe’ da Atte, coll’aiuto delle
ancelle, ricondurre nel suo letto, ove rimase qualche tempo quasi priva
di sensi.
All’indomani Atte, vedendola in quello stato, che il medico dichiarò
gravissimo, non si mosse mai dalla stanza.
Alla sera essa dimandò il permesso di vegliarla, distendendosi presso
il letto sopra una pelle di tigre.
Ottavia però non lo permise, e la mandò a dormire nell’attiguo
gabinetto.
La giovine citarista tuttavia non riuscì a prender sonno, sembrandole
udire ad ogni momento i lamenti dell’inferma.
Ad un tratto le parve che la porta del cubiculo s’aprisse, e che
qualcuno vi fosse penetrato.
Balzò in piedi, ed atterrita da un grido acuto, si precipitò nella
camera d’Ottavia.