CAPITOLO XX.

Tormentati.

— Tu dovrai scoprire se Menecrate osa amare la moglie di Cesare, e

s’egli si recò furtivamente a Nettuno. Adopera a ciò tutti i mezzi,

ch’io ti do ampia facoltà.

Questo diceva un giorno Nerone ad Aniceto, e l’incarico era con gioia

accettato dal maligno pedagogo, che sperava vendicarsi d’Ottavia,

conservar la benevolenza di Cesare e acquistare quella della nuova

Imperatrice.

S’era subito messo all’opera, e non riuscendo a cogliere a volo qualche

parola imprudente del giovine, nè ad avere informazioni da altre

persone, meditava subito l’impresa di farlo sorprendere a Nettuno.

Aveva dunque spedito colà alcuni scherani travestiti da pescatori, e

che di vista conoscevano il citaredo, e dava loro ordine di vegliare

intorno alla villa, ove dimorava Ottavia, di lasciarvelo entrare, e

catturarlo appena ne fosse uscito.

L’agguato, come vedemmo, riuscì a meraviglia, e il misero, giunto in

Roma, veniva rinchiuso nel carcere Tulliano.

Ivi fu interrogato dai giudici, i quali con subdole dimande cercarono

d’indurlo a confessare l’adulterio commesso con Ottavia.

Il prigioniero, mal frenando lo sdegno, esclamò:

— O giudici, non vi fate complici di calunniatori malvagi, e rispettate

la più virtuosa, la più casta delle donne romane.

E continuando gli altri nel triste ufficio, soggiunse che smettessero,

perchè i loro vani artifizi non riuscirebbero a fargli rinnegare la

verità.

Dopo queste parole si chiuse in sdegnoso silenzio.

Tanta fermezza adirò quei satelliti del tiranno, i quali ordinarono ai

soldati di legar Menecrate con una fune, e calarlo nella _carneficina_.

Così chiamavasi il sotterraneo, dove i rei erano torturati e

giustiziati.

Era stato scavato nella roccia a 17 palmi e mezzo dal piano di Roma

da Servio Tullio e sottostava a tutte le celle della prigione. Da

un’apertura, praticata in mezzo alla vôlta, venivano con funi calati

abbasso i rei ed i carnefici. Una piccola porta a sinistra dava accesso

ad una galleria, che metteva nel Tevere, dove si gettavano i cadaveri,

quando non venivano esposti sulle gradinate Gemoniane.

Manette, catene, collari, marchi di ferro, eculei, nervi, flagelli,

corde, numelli, patiboli, ed altri istrumenti di tortura erano disposti

intorno alle rozze pareti.

Menecrate venne dal carnefice racchiuso nel _numello_[87] e sottoposto

al supplizio del flagello a cui i romani avevano applicato l’epiteto

di _horribile_. Le sue corde ritorte con nodi, che rassomigliavano ai

numerosi tentacoli del polipo, facevano strazio di quel corpo. Grondava

il sangue dalle carni lacerate, che cadevano in brandelli, e il

paziente gemeva, ma non chiedeva pietà, ma rimaneva saldo nel proclamar

l’innocenza e la virtù d’Ottavia.

Finalmente il dolore lo vinse, e perdette i sensi.

Allora fu tolto dal _numello_, e colla corda tirato verso il foro della

volta e consegnato all’_ergastolario_, che lo fe’ ricondurre nella

prigione e gli fe’ ungere di balsamo le ferite.

Nerone, per giustificare agli occhi dei romani il ripudio d’Ottavia,

e diminuire di questa il prestigio, ed accrescerlo a Poppea, voleva ad

ogni costo che Ottavia risultasse colpevole; ma nello stesso tempo il

sentir confermata la virtù di lei lusingava il suo amor proprio.

Provò dunque quasi un senso di gratitudine verso Menecrate, e

d’ammirazione per la fermezza di lui.

L’avrebbe forse rimandato libero, ove Aniceto, a cui ciò non garbava,

non gli avesse fatto osservare che conveniva prima provare ch’egli

non avesse per nobiltà d’animo mentita la verità. E il perfido suggerì

allora di far tradurre da Nettuno a Roma le ancelle d’Ottavia.

E a quelle sventurate toccò la stessa sorte del citaredo.

Non fu adoperato il _numello_, ma bensì, il sistema del _catomidio_[88]

e invece del flagello furono ad una ad una percosse col _flagro_,

di cui i lunghi cordoni intrecciati con dei pasturali di pecora non

laceravano nè pestavano le carni.

Di questo istrumento i preti di Cibele si servivano per farsi la

disciplina. Ma i preti fingevano, e il carnefice faceva davvero, per

cui le strida delle pazienti s’udivano, non solo dai prigionieri, ma

dai cittadini che passavano per via.

Ad onta però degli spasimi, la loro fedeltà vinse la prova e nessuna

accusò.

La fama dei supplizii, così eroicamente sopportati dai martiri, non

tardò a divulgarsi fra il popolo, che ascrivendoli all’influenza della

nuova Imperatrice, cominciò a dimostrare clamorosamente il suo malumore

contro di lei.

La si malediceva publicamente, si chiedeva giustizia, tanto dalla plebe

che dai patrizi per la ripudiata Ottavia, per l’innocenza oppressa.

Nerone, furibondo, non sapeva più a qual nuovo infame partito

appigliarsi per difender la donna adorata e confondere il popolo

romano.

Lo scellerato pedagogo venne nuovamente in suo soccorso e gli dimandò:

— Vuoi tu che Ottavia risulti ad ogni costo colpevole?

— Sì, per l’Averno! Purchè io non sia stato ingannato, lo sian pure gli

altri.

— Or bene, fa porre in libertà i prigionieri, e punisci Ottavia,

dichiarata adultera dal suo stesso amante.

— E chi sarà costui?

— Il tuo Aniceto, se vuoi.

— Tu!.... Ma non è vero?

— E che monta? Il popolo cadrà nell’inganno.

— Mi spiace, che un miserabile par tuo sia creduto il rivale di Cesare.

Aniceto, ch’era avvezzo a simili oltraggi, si strinse nelle spalle e

non profferì parola.

In questo entrò nella stanza l’Imperatrice, trascinando seco Atte, alla

quale impose di ripetere al cospetto dell’Imperatore quanto aveva detto

a Domizia, purchè non tradisse la verità.

— Non ho mai mentito, — interruppe Atte, fissando Poppea con alquanta

alterigia.

Quindi, rivolgendosi a Nerone, continuò:

— La tua zia Domizia vituperò davanti alle schiave la divina Ottavia,

ed io ch’era presente, ne presi le difese e ne esaltai le sublimi

virtù. Essa disse che tu, o Claudio Nerone, avevi ben operato

ripudiandola e condannandola all’esilio, ed io dichiarai il tuo atto

indegno d’un cuore generoso. Essa si scagliò contro il popolo romano,

che osa ribellarsi ai decreti di Cesare, che fa d’una giovine ipocrita

l’idolo suo, e non vuol riconoscere i pregi della divina Poppea. Ed io

risposi che il popolo è saggio, e che dalla sua bocca esce sempre la

parola dei Numi. Ecco la verità.

Nerone tacque. Egli era distratto perchè, tra il parlare d’Atte, rapide

attraversarono la sua mente le memorie dei gaudi soavi divisi con

quella donna, che si mostrava in quel momento sì franca e leale.

— E sei tu, — disse Poppea con beffardo sorriso, — tu, che compiangi

colei, a cui per la prima rapisti il marito?

— Ah! Avrei voluto, — rispose la citarista, — morir prima che

un’infelice passione mi facesse portar nella tomba il rimorso di quel

tradimento.

— Codesto rimorso risparmialo, — entrò a dire Nerone, che vedeva

finalmente giunto l’istante di portar coll’estrema calunnia il colpo

fatale alla riputazione d’Ottavia. — Voi tutti adorate un idolo

bugiardo. Quella virtù, così decantata da voi, non impedì ad Ottavia

di.... prostituirsi a costui....

Ed additò Aniceto, mormorando quasi a stento le ultime parole, come se

le sue labbra rifuggissero dal pronunziarle.

— Tu! — esclamò Atte, guardando biecamente il pedagogo, — ed osi

asserirlo?

— La coscienza m’impone questa volontaria confessione per salvare

l’innocente Menecrate.

Intanto Poppea teneva fisse sul marito le sue nere pupille, in cui

leggevasi la sorpresa e l’incredulità.

Forse nella sua intenzione travedeva l’ordito inganno, e ciò non le

inspirava fiducia per l’avvenire.

— E dopo la sanguinosa offesa, non punisti quest’uomo? — essa osservò.

Ed Aniceto con prontezza rispose prima che l’Imperatore parlasse:

— Il divo Cesare generosamente mi perdonò, perchè la pietà mi spinse a

dichiararmi reo.

— E chi ti disse, o malvagio, — interruppe Nerone, — ch’io ti perdonai?

Non ti tolgo la vita, ma ti condanno all’esilio. Ora, tu stessa,

adorata Poppea, pronunzia la sentenza contro codesta illusa citarista.

— A me basta, — rispose Poppea, — che una mia nemica non abbia più

ricetto nel palazzo dei Cesari.

— Udisti, o Atte? Prima che tramonti il sole devi aver abbandonata la

reggia. Prendi.

E tolto da un _pegma_ (o stipo) un _marsupio_[89] pieno di nummi d’oro,

lo presentò a lei, che rifiutò dicendo:

— Da lungo tempo implorai dal divo Cesare la grazia di lasciarmi

partire. Egli me la negò, anzi mi volle qui prigioniera. Ora mi

concede la libertà, e questo dono a me basta, senza che altro egli ve

ne aggiunga. Parto riconoscente all’Imperatrice della sua sentenza,

che m’offre il mezzo d’espiare il mio fallo. Parto però convinta che

quest’uomo ha mentito, e ch’è immacolata la virtù della divina Ottavia.

— Il gastigo che l’attende ti convincerà delle sue colpe. Ora prendi

questo denaro ch’io t’offro.... prendilo.... così voglio.... così

comando... e va.

Atte prese il marsupio, senza più esitare; poichè quel denaro giovava

ad un suo progetto, ed uscì dalla stanza imperiale coll’animo agitato

per la sciagura che sovrastava ad Ottavia.

Poppea era riuscita ad allontanare la concubina, come aveva fatto

discacciare la legittima sposa. Agli altri nemici, che aveva nella casa

Augustale, penserebbe in seguito. Essa voleva goder tranquillamente

della sua fortuna, e regnar dispotica sull’animo di Cesare.

Voleva fido e sottomesso a lei sola il marito, senza darsi però la pena

di correggerlo.

Sembrava che le sue aberrazioni, i suoi stessi delitti non la

riguardassero.

Per questo, malgrado il sospetto ch’egli con Aniceto avessero ordito

una trama contro Ottavia, e che a questa minacciasse l’estremo fato,

non chiese schiarimenti, non disse parola per salvarla.

Nerone però titubava di convalidar la calunnia colla punizione della

moglie ripudiata, che egli amò un giorno, e che sapeva onesta e fedele.

Era tale enormità che faceva perfino ribrezzo a quella belva.

La sua vecchia zia però, ch’era donna feroce anch’essa, acerrima

nemica dei Claudii ed accecata dall’affetto per Nerone, lo stimolava

a disfarsi dei due figli di Messalina se voleva acquistare la pace, e

regnar sicuro. Neppure a lei Nerone aveva confidato il segreto della

trama ordita con Aniceto, laonde essa in buona fede credeva Ottavia

colpevole, e così gli parlava:

— Se tu gli perdonassi, essa non mancherebbe, per vendicarsi, di

cospirare co’ suoi amanti per balzar dal trono te, e porvi Britannico.

La tua vita e quella di tua moglie verrebbero sacrificate agli

Dei dell’Averno. So già che si cospira contro di te. Non mostrarti

pusillanime, afferra le cesoie d’Atropo, e recidi lo stame di quelle

due vite, che possono riuscir per te così fatali.

E tanto disse, che Nerone, benchè a malincuore, pronunziò la tremenda

parola:

— Morranno.

Atte era salita nei cenaculi, aveva radunate le sue robe, ed era

partita col fermo proposito di salvare Ottavia.

Le due nutrici Egloga ed Alessandria, che molto avevano preso ad

amarla, piansero a calde lagrime nel dividersi da lei. Sporo voleva

anche questa volta partire con essa; ma riuscì a persuaderlo ch’egli

correva rischio d’esporre ambedue alle vendette di Cesare, e lo consolò

promettendogli che si sarebbero riveduti.

Dal palazzo Augustale Atte corse difilata a quello di Britannico, che

pure sorgeva sul Palatino, volendo prevenirlo della sciagura, da cui

era minacciata la sorella.

Erano in quel momento adunati presso Britannico, Calpurnio Pisone ed

altri partigiani di lui, che sentendo annunziare la citarista greca,

lo consigliarono a farla discacciare, sospettandola inviata dal tiranno

per spiarli.

Plauzio Laterano, ch’era con loro e che ora detestava Atte,

sospettandola complice del tiranno nel sagrifizio di Rubea, fu dei

più accaniti nel far respingere la giovine greca. E Britannico diede

loro ascolto e quindi passò nelle stanze d’Antonina, ch’era nella sua

zotheca coll’Apostolo, e le riferì quant’era accaduto.

— Male oprasti, o Britannico, — osservò Paolo; — dovevi recarti

nell’atrio a vederla, sentir da lei cosa volesse, e giudicar da te

stesso s’ella avesse veramente a comunicarti cose di grave momento.

Talvolta il bene ci giunge donde meno lo si attende. Forse essa ancora

non s’allontanò di qui. Vado io, se vuoi, a raggiungerla, io che seguo

la massima del mio maestro Gesù, che non respingeva alcuno e tutti

chiamava a sè.

Andò, ma non trovò più Atte, che dopo il rifiuto di Britannico erasi

allontanata, dicendo fra sè:

— Vedo che i Numi vogliono a me serbato l’onore e la gioia di salvarla.

E che i Numi mi diano la forza per compiere l’opra pietosa.

Approfittando dell’oro, che Nerone l’aveva costretta ad accettare,

tolse a nolo un _cisio_[90] a due cavalli, viaggiò tutta notte, e allo

spuntar dell’alba giunse davanti alla villa imperiale di Nettuno.

L’Ostiario, mezzo sonnolento ancora, le chiese chi fosse.

— Mi manda Cesare, — rispose.

E andò innanzi.

Ma imbattutasi in due delle nuove ancelle, queste volevano trattenerla

a viva forza, ma essa, dopo aver lottato, si svincolò da loro, ed

entrata nel cubiculo, ove giaceva Ottavia, corse ad inginocchiarsi

vicino a lei, e presale la mano, la coprì di baci.

— Atte! — esclamò sorpresa la giovine Imperatrice. — Perchè vieni? Che

vuoi tu da me?

— Vengo a salvarti, o divina Ottavia, — rispose Atte, rimanendo

genuflessa.

E con accento affannoso prese a narrarle quanto era accaduto nella casa

Aurea, il suo alterco colla vecchia Domizia, l’accusa di Poppea, il suo

sfratto dal palazzo dei Cesari e le minacciose parole di Nerone.

Ottavia colla solita dolcezza e con flebile voce, disse:

— E che fec’io mai per essere minacciata così?

L’altra non si sentiva il coraggio di palesarle il tratto infame

d’Aniceto. Facendolo, le pareva di recare offesa alla virtuosa donna ed

accrescerne il dolore.

— So, — proseguì Ottavia, — che si sospettò di Menecrate. Egli fu

catturato, mentre usciva da questo palazzo. Nulla più seppi di lui.

Alzati e dimmi la verità.

Atte allora levossi in piedi, e le narrò come avesse il citaredo

sopportato eroicamente la tortura, proclamando, sotto ai colpi del

flagello, sè innocente e incontaminata lei. Lo stesso riferì delle

ancelle.

— Anime sublimi! — esclamò Ottavia.

E gli occhi le si velarono di lagrime.

Porgendo poi le mani ad Atte, continuò:

— E tu pure, o giovine greca, abbiti la mia riconoscenza per l’affetto

che dimostri a questa derelitta.

— Io nulla merito, o divina Ottavia, finchè non t’avrò salvata. Corsi

a quest’uopo presso di te. Non indugiare per pietà, perchè le vendette

di Cesare sono sollecite quanto tremende. Levati, prendi le mie vesti,

copriti colla mia calyptra, e fuggi.

Ottavia tentennò il capo.

— Non lasciarti trattenere dal dubbio, — continuò Atte. — Nel vicino

stabulo troverai il _cisio_ col quale io son venuta. L’auriga è già

prevenuto. Egli ti condurrà in Roma presso tuo fratello Britannico e

tua sorella Antonina, che sapranno trovare il modo di sottrarti per

sempre al tuo carnefice.

— E tu? — chiese Ottavia.

— A me non pensare: se morrò, sarò felice d’averti sacrificata la

vita, se riuscirò a salvarla ti raggiungerò, o divina Ottavia, per

consacrarla interamente a te.

— Io ti son grata, — rispose Ottavia, — di questi affettuosi

sentimenti, nei quali traspare la nobiltà d’un cuore, che fu suo

malgrado traviato. Ma la tua proposta non posso accettare.

— Perchè?

— Perchè fuggendo mi si potrebbe ritenere colpevole. Io nulla ho a

rimproverarmi, e le coscienze intemerate non hanno paura.

— Della giustizia, no; — interruppe l’altra, — ma della perfidia? Ti

vogliono perduta ad ogni costo, interamente perduta.

— E non la sono diggià? Ripudiata, condannata a vivere reclusa in

questa villa, privata degli amici, delle più fide schiave. Non credo

che vorranno sottoporre anche me ai tormenti, e che a vent’anni

vorranno togliermi l’esistenza.

— O divina Ottavia, io per non offenderti, non voleva riferirti

che venne ordita una trama iniqua per farti comparire colpevole, e

distrugger così la venerazione di Roma verso di te.

— E Nerone che mi sa pura, non mi difende contro la scellerata accusa?

— Forse egli stesso la ordiva perchè trionfasse Poppea.

E qui, senz’altra esitanza, narrò della menzognera confessione

d’Aniceto.

A questo non s’attendeva Ottavia. Essa ne provò sdegno siffatto, che

più non parve la stessa.

Nelle violenti frasi, nell’ira che le divampava dagli occhi,

male avresti ravvisata la soave figlia di Claudio. In preda

all’esasperazione, narrò ad Atte come lo scellerato avesse osato

un giorno d’offrirle l’amor suo, e come fosse stato sdegnosamente

respinto.

— Ed ecco, — aggiunse, — la ricompensa di quell’uomo infame per aver

io taciuto all’Imperatore l’oscena proposta di lui. Ma con questo nuovo

delitto i nemici miei non raggiungeranno lo scopo. Il popolo romano non

crederà.

— È per convincerlo appunto che vogliono punirti.

— Ma nessuno più adunque mi difende? Perchè tace Agrippina? Perchè tace

Seneca? E Antonina e Britannico che fanno?

Atte rispose:

— Nerone, accecato dalla passione, tutto sacrifica a Poppea. Agrippina

freme, ma tace. Seneca parla, ma non è ascoltato. Il fratello e la

sorella tua ignorano forse quello che si trama a’ danni tuoi. Appena

abbandonato il palazzo dei Cesari, corsi a quello di Britannico e

d’Antonina per renderli avvertiti, ma fui respinta, e senza frapporre

indugio venni io stessa a te, e torno a supplicarti, o diva Ottavia,

di porti in salvo. L’innocenza, la virtù, la rassegnazione a nulla ti

gioveranno. Oh, cedi, cedi alle preghiere e alle lagrime di quest’umile

liberta. Tu sei per me il genio del perdono e della redenzione: non

abbandonarmi!

Ottavia, commossa, stese le braccia verso di lei, e strettala in

amplesso la baciò.

— Va, infelice creatura, e ti perdonino gli Dei, come io t’ho già

perdonato.

Atte tentò di nuovo persuaderla a porsi in salvo, ma l’altra le rispose:

— Quand’anche lo volessi, non me lo consentirebbero le forze. Ho

l’anima stanca, il corpo affranto, e conviene che qui si compia il mio

fato.

— Concedimi almeno di rimanere presso di te.

— Resta, se vuoi, ma il presentimento mi dice che non tarderò a

lasciarti in abbandono su questa terra.

Atte, che divideva con essa codesto convincimento, tacque.

Andò a licenziare l’auriga, e tornò subito al fianco dell’inferma

Imperatrice.

Poco dopo, questa, che mal sopportava la vista delle altre ancelle,

si fece aiutare da Atte a discender dal letto, ed indossato l’amitto,

passò nella zotheca, e sedette davanti al monopodio su cui vedevansi

disposte in ordine carte di varie qualità, penne di canna, che i

romani chiamavano _arundes_ finamente lavorate e chiuse in una _teca

calamaria_, l’_atramentario_[91] dorato e alcuni libri. Prese una penna

ed un foglio di carta dentata[92] e scrisse a Britannico per dare a lui

e alla sorella Antonina l’ultimo vale, e raccomandar loro la pietosa

citarista.

Quindi porse a questa il foglio perchè, tornando a Roma dopo la sua

morte, lo presentasse al fratello.

Le rimise inoltre del denaro e dei gioielli chiusi in una _crumena_[93].

— Quest’oro — dicendo — e questi oggetti consegnerai alle mie fide

ancelle Fausta, Domitilla, Silvia e le altre, che a me dimostrarono

tanta abnegazione, e così eroicamente mi difesero in mezzo ai

tormenti. Oh potessi rivederle, baciarle ancora una volta! Al misero

Menecrate....

E qui il pianto le impedì di proseguire.

— Ma tu parli, o divina Ottavia, — entrò a dire Atte, singhiozzando

anch’essa, — come se fosse incominciata per te l’ora dell’agonia.

— O mia buona citarista, credi a me, questa non è lontana. Quand’anche

non m’uccidesse Nerone, questa febbre che m’arde le vene risparmierà

forse a lui un nuovo delitto.

Si tolse dal dito un anello, e disse ad Atte di portarlo a Menecrate,

unitamente alla cetra, che le aveva lasciato, aggiungendo:

— Dagli per me l’ultimo addio, digli che gli son grata del suo affetto,

della sua abnegazione, e che non dimentichi il mio sepolcro, se pur

questo sarà concesso alla mia povera salma.

L’angoscia e il pianto avevano inasprite così le sue fisiche

sofferenze, che sentendosi mancare, si fe’ da Atte, coll’aiuto delle

ancelle, ricondurre nel suo letto, ove rimase qualche tempo quasi priva

di sensi.

All’indomani Atte, vedendola in quello stato, che il medico dichiarò

gravissimo, non si mosse mai dalla stanza.

Alla sera essa dimandò il permesso di vegliarla, distendendosi presso

il letto sopra una pelle di tigre.

Ottavia però non lo permise, e la mandò a dormire nell’attiguo

gabinetto.

La giovine citarista tuttavia non riuscì a prender sonno, sembrandole

udire ad ogni momento i lamenti dell’inferma.

Ad un tratto le parve che la porta del cubiculo s’aprisse, e che

qualcuno vi fosse penetrato.

Balzò in piedi, ed atterrita da un grido acuto, si precipitò nella

camera d’Ottavia.

Le donne di Nerone · 第 30 / 54 题