CAPITOLO IX.

L’Apostolo.

Il Governatore Gallione scriveva come essendo giunta in Acaja la fama

della maestria dell’Imperatore nella musica, nella declamazione e negli

esercizii di forza e destrezza, s’era divisato di mandargli in dono

tutte le corone acquistate fino a quel momento dai giuocatori greci

e d’invitarlo a recarsi a Corinto per prender parte ai ludi Nemei,

Istmici e Floreali che si stavano preparando pel mese di maggio (che i

Greci chiamavano targellione).

Queste feste erano state ristabilite dal Governatore romano per

ravvivar la vita di Corinto, che distrutta da Silla, era stata

riedificata ottant’anni dopo da Giulio Cesare.

In questi giuochi doveva coronarsi il più forte atleta, il miglior

auriga, il più abile cantore.

Gli ambasciatori, che dovevano portare i doni e l’invito, erano già in

viaggio per Roma.

Codeste notizie turbarono Agrippina, tanto più sentendo da Seneca che

Nerone era deciso ad accettare e recarsi in Acaja.

L’opporsi a questa nuova follia era opera vana, ed essa, che teneva a

non sdegnare il figlio e lo lusingava in tutti i modi, si mostrò decisa

a non tentar la prova.

— Altri — dicendo — gli diano consigli di saggezza, io tacerò.

— E sia, — rispose Seneca, che vedeva ancor esso l’impossibilità di

rinsavire quel pazzo — si lasci correr l’acqua per la sua china.

— Ma Gallione, — rispose l’Imperatrice, — perchè non sconsigliò ai

messi quell’invito?

— E se tu, o diva Agrippina, non osi affrontare l’ira del figlio, come

poteva il Proconsole inimicarsi il popolo di Corinto, e la benevolenza

di Cesare?

Agrippina non seppe che rispondere, e quando ne parlarono ad Ottavia,

questa fece osservare essere ormai l’ultima persona, che avesse

influenza sull’animo del marito, e soggiunse:

— Raccomandatevi alla citarista greca. È lei sola che impera adesso su

Cesare e su Roma.

Nerone attendeva ansiosamente l’arrivo degli ambasciatori, e allorchè

giunsero, fece loro festosa accoglienza e li trattò con amichevole

domestichezza, fino a farli sedere a banchetto con lui.

Un giorno uno di loro, stando a tavola, lo pregò di cantare, ed egli,

tutto orgoglioso per questa dimanda, rispose che solamente i Greci

comprendevano come si dovesse udire il canto, e ch’essi soltanto erano

degni degli studii, dei quali esso si dilettava.

E dopo queste sbuffate d’incenso al popolo d’Acaja, si fe’ portar la

cetra e cantò.

Agrippina per astuzia, Ottavia per istinto gentile, si mostrarono ancor

esse cortesi verso quei buoni figli della Morea; Seneca fu alquanto con

essi riservato, e Burro mal celava il suo dispetto.

Gli altri, cui poco importava se quei messi fossero ipocriti o sinceri,

e Nerone si rendesse ridicolo, risposero _amen_, come sempre, alla

volontà del pazzo tiranno.

Oltre Atte e Sporo, ch’egli volle seco in quel viaggio, furono invitati

a seguirlo gran numero di musici, d’istrioni e di cortigiani.

Cercopiteco Panerote era fra questi, ma prima di decidersi a tener

l’invito rimase lungo tempo in forse tra la prospettiva di suntuosi

banchetti, e la tema di spiacere a Cesare, che lo stimolava ad

accettare, e la paura del mare e i disagi.

Un giorno andò al tempio di Giove per pregare il sommo Nume di

liberarlo da quella incertezza.

Nell’uscire s’imbattè in Isidoro Cinico, che gli dimandò ridendo se

fosse andato a farsi suggerire da Giove qualche gustoso manicaretto.

L’altro, ch’era uomo dì buona pasta, e sopportava qualsiasi scherzo

per non guastarsi il sangue, palesò francamente lo scopo di quella sua

visita al tempio.

— Scommetto, — rispose il Cinico — che il responso ti venne non dal

Tonante, ma dagli oracoli di Stercuzio[43] e Cloacina[44] che devono,

certo, proteggerti.

— O maligno Isidoro, tu mi dai sempre la baia, per la mia passione

epicurea. Cosa vuoi? è così ottima cosa il mangiar bene, ed il ber

meglio! E questa passione finirà per vincere in me la paura, e partirò.

— Parti, parti, o Panerote, così al tuo ritorno potrai narrarci quante

donne abortirono dopo i canti di Cesare.

Cercopiteco si mise a ridere e s’allontanò senza rispondere.

La trireme, che doveva trasportar Nerone da Napoli in Acaja,

per eleganza di forma, per ricchezza di stoffe e di tappeti,

per la profusione di metalli preziosi, per la squisita fattura

dell’_aplustro_, del _chenisco_[45] e degli altri ornamenti, superava

quante altre mai ne aveva immaginate il lusso degli Imperatori romani.

Pelli di tigri, di leoni e di pantere formavano il cubiculo d’Atte, ed

una rete d’oro attaccata a due colonne di bronzo il suo lettuccio.

Altri tessuti orientali chiudevano le aperture del _propugnacolo_[46]

entro il quale dormiva Nerone.

Circa un mese dopo la partenza da Roma dei due ambasciatori salpò

dalle spiagge partenopee la trireme, nella quale eran Nerone, la sua

concubina, le due nutrici destinate a servirla, il _Navarco_[47] e le

ciurme.

In altre due navi seguivano gl’invitati, gli schiavi _vulgari_[48] e i

soldati.

Appena giunto a Corinto, Nerone ordinò alle legioni di dar mano tosto

al taglio dell’Istmo, già decretato dal Senato e che doveva congiungere

la Grecia colla Morea.

Adunati i soldati, li arringò incoraggiandoli al lavoro. Fatte poi

squillare le trombe, egli pel primo prese la zappa, scavò della terra,

la raccolse in un cesto, la caricò sulle spalle e la portò via.

Son tratti questi che non mancano mai d’effetto presso il popolo; e i

soldati, colpiti dalle parole e dalla ostentata abnegazione del divo

Cesare, si posero senza indugio al lavoro.

Compiuto il dovere d’Imperatore romano, tornò Nerone alle frenesie

artistiche, che l’avevano condotto sulla terra d’Acaja.

Per acquistarsi la gloria dei gladiatori, degli auriga, dei musici

e degli istrioni, ordinò in Corinto i giuochi istmici ai quali volle

prender parte, invitando con un manifesto gli abitanti ad accorrervi in

gran numero.

Nell’ampolloso manifesto egli si rivolgeva a tutti i Greci d’Acaja

e del paese, chiamato fino allora Peloponneso, e loro addimostrava

quanta generosità vi fosse nel favore da lui accordato; favore, che

non avevano goduto mai, anche nei giorni più felici, poichè erano

schiavi degli stranieri, e sottoposti gli uni agli altri. Aggiungeva

ch’egli avrebbe potuto concedere i suoi benefizii nei giorni della loro

fortuna, ma ciò ne avrebbe diminuita la grandezza: li concedeva ora,

come prova d’affetto, e non di compassione. Terminava dicendo che altri

sovrani avevano accordata la libertà soltanto a delle città; e ch’era

riserbato a Nerone di concederla ad un’intera provincia.

Con queste frasi egli si preparava un facile trionfo nei giuochi.

S’egli riuscisse nel vanitoso intento lo sapremo a Roma.

Un mattino sullo scorcio del maggio Seneca stava ritirato nella

biblioteca della sua casa, occupato a raccogliere le composizioni de’

suoi discepoli e i discorsi uditi nelle scuole, essendo sua intenzione

di pubblicarli[49] quando comparve lo schiavo _atriense_ e gli consegnò

un foglio.

Dopo averlo letto, Seneca ordinò che fosse introdotto colui che l’aveva

portato.

Lo schiavo scomparve e tornò poco dopo seguito da un uomo che indossava

il costume della Galilea.

Era un omaciotto di mezzana statura, ma tarchiato della persona, ed

aveva larghe spalle, sulle quali posava una testa piccola e calva. Il

lungo naso aquilino saltava fuori da una foresta di pelo nero, che gli

copriva la faccia fino ai zigomi. I suoi occhi giravano penetranti e

vivaci sotto le spesse sopracciglia congiunte insieme, il che dava al

suo volto severa espressione.

Era costui quel Paolo nato in Cilicia nella fiorente città di Tarso

l’anno 10º o 12º dell’êra nostra da una famiglia patrizia, ma di sangue

giudaico, originaria di Giscala in Galilea. Giusta l’usanza generale,

Saulo aveva imparato un mestiere, e prescelto quello del tappezziere.

Educato nei più severi principii della setta farisaica, divenne

acerrimo nemico dei cristiani, che prendeva a perseguitare con ferocia

inaudita, benchè discepolo di Gamaliele il vecchio, ch’era uomo

liberale, illuminato, e che non divideva cogli altri farisei tutti i

principii esclusivi. Ma Saulo, messosi alla testa del giovine partito

di quella setta, non udiva consigli di moderazione, ed era dal suo

stesso carattere condotto agli eccessi estremi.

Per questo, univasi ai lapidatori del martire Stefano. Per questo

partiva a cavallo con alcuni compagni diretto a Damasco, dove intendeva

raddoppiar d’energia nell’afforzare l’odio dei giudei contro i

cristiani. Ma la sua debole tempra, che mal corrispondeva all’interna

agitazione, lo faceva giungere in riva al Giordano malaticcio ed

esausto di forze.

Passato il ponte delle _Figlie di Giacobbe_, una febbre cerebrale lo

aveva improvvisamente colpito.

Gli occhi velati di sangue, la mente colpita dal delirio, gli facevano

vedere fantasmi, gli facevano udire voci arcane di rimprovero per le

sue scellerate imprese contro i cristiani, e quel _Saule, Saule! cur

me persequeris?_ ch’egli poi ripeteva a tutti, asseverando d’aver

riconosciuta la voce del Nazareno, che non aveva mai visto.

Cieco e delirante sempre era stato condotto per mano da’ suoi compagni

in Damasco, ed affidato a certo Giuda, che abitava nella via diritta.

Invaso dal pensiero dei cristiani, aveva voluto che lo curasse un capo

della loro comunità, un tale Anania, ch’egli nel delirio aveva visto a

salutarlo, e sorridergli.

Anania lo tornava alla salute, e alla calma, e Saulo, appena guarito,

si faceva battezzare e diveniva fervente Apostolo di Cristo, com’era

stato fiero nemico della sua Chiesa.

Simone Bariona e gli altri nulla avevano saputo di questo nuovo

campione di Cristo, e quando erasi presentato fra loro, lo avevano

trattato dapprima con diffidenza; ma riconosciuta poi la superiorità

di lui, e visti i vantaggi che poteva trarne la nuova fede, se lo eran

tenuto caro.

Com’egli apparve, Seneca levossi in piedi e gli diede la mano, dicendo:

— Tu sei dunque Saulo di Tarso il prigioniero?

L’altro affermò col chinar del capo.

— Mio fratello Gallione ti raccomanda a me, e mi dice che ti rechi

in Roma, insieme ad altri prigionieri, per appellarti al tribunale di

Cesare contro le trame degli ebrei e il lungo procedere della giustizia

di Cesarea. Gallione nelle sue lettere mi parlò sovente di te, o Saulo.

— Se non ti spiace, o Seneca, chiamami col nome latino di Paolo. Io lo

preferisco.

— Ebbene, sii il benvenuto, o Paolo.

E l’abbracciò.

— Salve, o cortese, — rispose l’Apostolo, — che così benignamente

m’accogli.

— E non lo meriti forse? Io so come tu sii eloquente, e alcune delle

tue lettere mi son note e molte delle tue massime divido. So inoltre

che il tuo avo fu di grande aiuto a Pompeo nelle sue conquiste, e che

tuo padre ebbe il titolo di cittadino romano.

— Ma io sono cristiano.

— Ed io sono filosofo. Non faccio differenza alcuna tra gentili,

cristiani e giudei, purchè tutti rispettino le nostre leggi e i nostri

altari e paghino i tributi a Cesare. Certo saría stato meglio per te

non esser ito a Damasco, ove rinnegasti la fede dei padri tuoi.

— T’è nota dunque la mia storia?

— Vuoi che resti ignoto quello che avviene nell’Impero?

— Ma Damasco, dopo la morte di Tiberio, era venuto in potere del Re

nabateo Hareth.

— Ma sempre in Palestina regnava Caligola.

— D’altronde, — riprese Paolo, — quand’anco non mi fossi recato in

quella città, l’arcana voce che doveva redimermi l’avrei udita in

qualsiasi luogo. Il rimorso che provo per gli eccessi passati, l’amore

che m’anima pel nuovo apostolato, mi provano che il mio non fu delirio,

ma divino prodigio.

Seneca rispose sorridendo:

— Ma gli Ebioniti non la pensano così, a quanto mi consta.

— So bene che quei miei nemici dicono ch’io da pagano m’ero fatto

ebreo per chiedere in isposa la figliuola di Gamaliele, e che avutone

un rifiuto, per vendetta abbracciai la fede di Cristo. Ma siffatte

calunnie non curo. Le mie azioni son là per smentirle. Pel piacere

d’una vendetta, che a Gamaliele niun detrimento recava, non m’esporrei

a disagi e perigli pel mio apostolato, come m’accadde a Gerusalemme,

a Cipro, ad Antiochia, ove gli ebrei ellenisti volevano uccidermi;

come m’accadde a Corinto, dove mi difese l’esimio fratello tuo, come

m’accadde a Filippi in Macedonia, ove accusato insieme a Luca di

sortilegi, fummo dai giudici fatti passare per le verghe, imprigionati,

e ci salvammo dichiarandoci cittadini romani. E a quei giudici, che

così barbaramente mi trattavano, vedendo scritto sul loro tribunale

_Deus Ignotus_ dissi sfidando il loro sdegno: — Invece d’un Dio ignoto,

perchè non adorate il vero Dio? — E a Gerusalemme sarei rimasto ucciso

sotto le battiture, che in mezzo agli insulti dei giudei, mi faceva

infliggere il Capo delle legioni romane Sisia, che mi credeva un

malfattore, ove non gli avessi gridato: — Chi vi fa lecito battere un

cittadino romano che non fu condannato? — E la lunga prigionia di due

anni sopportata a Cesarea, benchè nè il Governatore Felice, nè il suo

successore Festo prestassero fede alle calunnie degli ebrei? Festo

poi si decise a chiamarmi in giudizio perchè gli ospiti suoi Agrippa e

Berenice desiderarono di vedermi e d’udirmi a parlare. Ma il processo

continuò ancora, non mi si rese mai libertà intera, ed ora ricorro a

Cesare. Pochi soffrirono quello ch’io ho sofferto e soffro; ma non mi

sgomento per ciò. Questo ti provi, o Seneca, come la nuova fede abbia

messo nell’anima mia profonde radici, e come veramente si debba ad un

prodigio la mia conversione. Le voci dei maligni non curo e continuo

impavido nella mia missione.

— Ti compiango e t’ammiro. Ed ora, compi presso di me l’incarico che

t’affidò Gallione.

— Prima di partir per Roma cogli altri prigionieri chiesi in grazia

al Governatore Festo di farmi condurre a Corinto per visitare il

fratello tuo, e questi mi confidò cosa di grave momento, perchè te la

comunicassi, non fidandosi di scriverla.

— Di che si tratta?

— Nerone ordinò che si facciano indagini sulla prosapia della sua

concubina, perchè sia accertata la nobile origine di lei.

— Di codeste indagini aveva avuto sentore.

— Ma quello che tu non sai per certo si è, com’egli intenda, ove questo

s’avveri, di prendere a pretesto la sterilità dell’Imperatrice Ottavia

e ripudiarla per sposare la citarista Atte.

Seneca a questa nuova balzò in piedi, e percotendo il pugno sul tavolo

esclamò:

— Oh insania inaudita!

E ricadde seduto poggiando sulle palme la fronte.

— Dio, — riprese Paolo, — gli toglie il senno, perchè lo vuol perduto.

Vi furono alcuni istanti di silenzio. Quindi Seneca osservò:

— È impossibile ch’egli sia dai sensi trascinato a tanto obbrobrio.

— Di ben altre vergogne si coprirono i Cesari. Pensa alle turpitudini

di Tiberio, alle follie di Caligola, e non meravigliarti che il lascivo

Nerone voglia porre il diadema Imperiale sul capo d’una schiava.

— O Paolo, non parlar di lui in tal guisa, se lo vuoi clemente.

— Ma non è alla clemenza di lui, è alla giustizia ch’io mi rivolgo, e

questa non deve dall’altra dipendere.

Seneca, preoccupato dalla notizia avuta, riprese:

— E si propagò per Corinto la voce dello strano progetto?

— Il povero prigioniero nulla può dirtene. Seppi dal Centurione, che

m’accompagna, essere tutto il popolo intento agli spettacoli di cui

Cesare si fa principale attore, e lo acclama; e porta in trionfo la

concubina di lui, che cantò nei ludi floriali. Il fratello tuo mi disse

però che le indagini procedono segretamente.

— Ma Gallione non agisce per renderle vane?

— E che può mai un Proconsole contro la ferrea volontà di Cesare? Egli

spera che quella schiava abbia mentito la sua nobile origine.

— Lo vogliano gli Dei! — esclamò Seneca.

— Ti rinfranchi intanto l’idea che dipende da questa condizione il

ripudio della legittima sposa, e il nuovo imeneo; segno questo che

l’amore non gli pose interamente la benda sugli occhi.

— Intanto conviene serbare il segreto, perchè la triste nuova non

giunga all’orecchio della diva Ottavia.

— Sul mio silenzio confida. L’onesto Gallione mi disse di rivelare

soltanto a te la cosa, e tu solo la sai. Paolo, servo di Cristo,

d’altro non s’occupa che di propagare il suo evangelo.

— Comprendo il tuo religioso fanatismo pel profeta di Nazareth, poichè

lo stesso Nerone nutriva per esso ammirazione grandissima.

— Mi fu riferito di fatti, — interruppe Paolo, — che quando seppe

non essere Gesù più in vita e che lo avevano crocefisso, fe’ venire

incatenati in Roma il Governatore Ponzio Pilato, il Saduceo Caifasso ed

Anna il Pontefice.

— È vero.

— E perchè tante persecuzioni poi contro i seguaci di Cristo? Perchè

riguardarli come malfattori, come nemici, mentr’essi, fedeli al

comandamento di Cristo, pagano i tributi a Cesare, non respirano che

l’obbedienza, e fan voti per la salute dei Principi e per la felicità

degli Stati?

— Quanto tu affermi è vero, — rispose Seneca, — ma tu taci una grave

colpa, ch’essi hanno agli occhi del popolo romano, il disprezzo cioè

che addimostrano pe’ suoi Numi, ai quali esso attribuisce la sua

grandezza, la sua fortuna, le sue glorie. Roma è riguardata come città

santa, fondata sotto auspici divini. Si crede che Giove dimori più

che nell’Olimpo, nel Campidoglio. Voi colle vostre parole pretendete

distruggere codesti ideali, e fra uno che potrà darvi ascolto, come il

Proconsole Sergio Paolo, migliaia e migliaia v’odieranno, vi grideranno

morte! E i Cesari, forse crudelmente troppo, sono costretti a farsi

vindici del popolo. Ecco d’onde hanno origine le miserie de’ cristiani.

Persuadili colla tua dottrina di rispettare il culto pagano, e vivranno

tranquilli quanto gli altri cittadini di Roma.

— E come lo posso, io o Seneca, — rispose Paolo, — se nella lettera

mandata ai romani col mezzo della Diaconessa Feba di Cencrea scrivo

ch’io verrò un giorno per fare qualche frutto anche fra loro?

— Bada, o Paolo, che tu andrai incontro a gravi perigli.

— Lo so, e partii già dall’Oriente pieno di sinistri presentimenti,

talchè mi separai dai Capi della chiesa d’Efeso come se non dovessi più

rivederli. Il disastroso viaggio fu già prodromo di sventure.

E qui narrò, come gettato da fiera tempesta a Malta, vi dimorasse tre

mesi, e finalmente prendesse terra nella penisola presso Pozzuoli.

Quindi riprese:

— Se invece della libertà qui m’aspetta la morte, sia fatta la volontà

di Dio.

— Sii prudente, e le lugubri fantasie discaccia. Intanto ordinerò al

Centurione, presso cui tu dimori, di lasciarti in libertà intera. Se

poi ti trovassi in spiacevoli congiunture, ricorri a me, come ad amico.

Paolo, commosso, si gettò fra le sue braccia esclamando:

— Perchè non sei tu cristiano, o perchè almeno tutti i cristiani non

t’assomigliano?

E scambiatisi il vale, l’Apostolo uscì, mentre lo schiavo atriense

introduceva Britannico; che entrò tutto accigliato.

Le donne di Nerone · 第 17 / 54 题