CAPITOLO VIII.

Il cuore del citaredo.

La legione di seimila fanti e trecento cavalieri, che Nerone doveva

condurre in Alessandria, partiva quel giorno stesso per imbarcarsi.

Nel porto di Napoli stavano pronte alcune navi lunghe, che dovevano

servire a trasportare le milizie, le _onerarie_, già cariche di viveri,

attrezzi guerreschi ed altro, e la trireme destinata all’Imperatore.

Questa però più non serviva, perchè il comando era stato affidato ad

uno dei Consoli, e Nerone restava.

Più non curando i torbidi dell’Egitto, lieto d’aver rinunziato alla

gloria delle armi per occuparsi della problematica gloria artistica,

volse subito in mente il progetto d’accontentare la plebe, di cui

l’ovazione quella mattina aveva tanto solleticato il suo amor proprio.

Divisò di dare una festa al popolo nei giardini del palazzo, e là,

insieme ad altri musici, prodursi nel canto, nel suono di varii

istrumenti, e nella declamazione.

Non dubitava di suscitare entusiasmo; ma, per renderlo più sicuro,

conveniva fosse limpida e forte la sua voce, come egli si lusingava

averla sortita da madre natura.

Non fidando di sè stesso, volle esserne accertato da altri.

Prese la cetra, e s’incamminò verso le stanze d’Agrippina, perchè

l’udisse cantare, e giudicasse s’era in grado d’affrontare il cimento.

Ricordandosi poi come la madre, unitamente a Seneca e Burro l’avessero

spesso distolto dall’offrirsi a spettacolo, tornò indietro e andò a

trovare la moglie.

— E Menecrate? — dimandò entrando.

— Oggi non si presentò.

Il poeta Marco Anneo Lucano, che stava leggendo all’Imperatrice un

brano del suo poema _La Farsalia_, disse d’aver incontrato il citaredo

a poca distanza dalla casa Augustale, e ch’era retrocesso, sentendo da

lui che Ottavia lo aveva invitato a farle quella lettura.

Nerone ordinò che s’andasse tosto in cerca di Menecrate.

Poi, rivolto a Lucano, proseguì:

— Ed intanto che lo si aspetta, tu, o Marco Anneo, continua a leggere,

che io con piacere infinito udrò l’armonia del tuo verso, il tuo stile

robusto.

Ed ascoltò attentamente, prorompendo di tratto in tratto in

esclamazioni di lode.

Decisamente l’ovazione popolare aveva esaltato in lui più che mai

il sentimento artistico e ravvivato quello della cortesia e della

generosità.

La stessa Ottavia, che perduta ancora una volta la speranza d’un erede,

non aveva da molto tempo udita una parola soave, ebbe da lui sorrisi,

tenere frasi, e premurose dimande. Chi più sentì l’effetto di questo

momentaneo cangiamento fu Menecrate.

Appena egli comparve, Nerone gli disse d’averlo fatto chiamare perchè

udisse il suo canto, e giudicasse se fosse in quel momento nella

pienezza della sua voce, talchè questa potesse sorprendere il popolo,

che chiedeva d’udirlo a cantare.

E accompagnato dal citarista sul salterio, intuonò un inno, sfoggiando

nei più arditi degli ottocento quarantacinque segni di cui era composta

la musica romana.

Com’ebbe terminato, attese il giudizio.

Ottavia per compiacenza e Lucano per adulazione approvarono.

Quanto a Menecrate, sapendo come dovesse spiacere ad Ottavia quello

spettacolo, a cui voleva esporsi il marito, disse che il timbro della

voce poteva addivenire anche più forte col riposo, e che conveniva

indugiare qualche dì, prima d’accondiscendere ai desiderii del popolo,

per render così l’effetto sicuro.

Il presuntuoso prese tutto per buona moneta, e — Seguirò, —

disse, — il tuo consiglio, o Menecrate, e poichè fosti il primo ad

annunziarmi l’ovazione di ieri, voglio ricompensartene col farti dono

della villetta sulle Esquilie, che quasi miracolosamente fu salva

dall’incendio.

Menecrate rispettosamente rifiutò.

— Oh, per gli Dei, — esclamò l’Imperatore, tra sorpreso e crucciato, —

è questa la prima volta che si osa respingere la generosità di Cesare.

È la tua, o citarista, se non modestia, somma alterigia.

— Nè l’una cosa, nè l’altra, o divo Cesare; i tuoi doni convien

meritarli, ed io ho la coscienza di nulla aver fatto per questo.

Non feci che ripeterti ciò che intesi. È gloria questa che meriti un

premio? Cosa darai tu allora a chi espose la vita per la grandezza di

Roma? Tu sei padrone di ricompensare chi ti piace quando ti piace, come

ti piace, ma lascia a me la libertà di rifiutar un guiderdone, che può,

anche non meritato, riescire accetto a patrizio dovizioso, ma che a

tapino quale son io peserebbe, come un’elemosina.

Nerone, che lo aveva ascoltato in silenzio, fissandolo alquanto

accipigliato, gli disse:

— Censuri Cesare, esalti te stesso, e sostieni di non esser orgoglioso?

— Io mi rivolsi alla magnanimità tua e le dissi non sprecare i tuoi

doni inutilmente, e lascia al misero citaredo il tempo di meritarli,

e ch’egli continui intanto a chiedere un pane per sè, per la vecchia

madre all’arte sua. — Perdona, o divo Cesare, ma qui non v’è censura

per te, non alterigia da parte mia. È l’umiltà dignitosa, che esalta la

prodiga generosità.

Nerone, avvezzo all’insaziabile avidità de’ suoi cortigiani e alle loro

menzogne, non credeva sinceri l’umiltà ed il disinteresse di Menecrate,

non veritiere le sue parole.

Purtuttavia lusingato da quelle si calmò un poco in lui l’interno

sdegno per l’offesa arrecatagli con quel rifiuto, a cui egli attribuiva

qualche altro ignoto movente.

E forse, come vedremo tra poco, non s’ingannava.

— Se quanto asserisci è realtà, ti lodo, — disse levandosi in piedi, —

e ti perdono l’offesa.

— E quale offesa, o Cesare?

— Quella del rifiuto.

Il citaredo voleva scusarsi ancora: ma Nerone non gliene diede il

tempo, perchè rivolto a Lucano, lo invitò a passare con lui nella

sua zotheca, che voleva dargli a leggere un brano d’una sua tragedia,

ch’egli stava componendo per cantarla in publico.

Baciata la moglie, si rivolse ancora a Menecrate, e — Ricordati, — gli

disse, — che una seconda offesa non perdona Nerone. Vale.

Ed uscì, seguito da Lucano.

Come furono soli, Ottavia osservò a Menecrate com’egli si fosse male

apposto, rifiutando il dono imperiale.

— Io, — rispose risoluto il citaredo, — nulla voglio da Claudio Nerone.

— E perchè?

— Perchè ti rende infelice.

— E chi può asseverar ch’io lo sia?

— Roma intera lo ripete indignata.

— E quand’anco ciò fosse, a te che importa?

— O divina Ottavia, il mio affetto, la mia devozione per te non han

limiti. Adoro chi t’apprezza, chi ti disprezza detesto. So bene che il

culto d’un misero quale sono io, non può salire fino a te; ma non per

questo io t’abbandonerò, dovesse arrivar la mia abnegazione fino al

sagrifizio della vita.

Menecrate non aveva mai parlato così aperto, e Ottavia, quantunque

già presentisse d’essere amata, rimase sorpresa da quelle tenere

espressioni, che neppure alla più onesta e ritrosa delle donne riescono

sgradite.

Fingendo di non interpretare quelle parole a senso di dichiarazione

amorosa, gli rispose:

— Ti ringrazio, o Menecrate, di questi tuoi sentimenti per me, ma non

voglio che ti rendano ingiusto ed ingrato verso l’Imperatore. Avrei

desiderato che fosse vera e non mentita modestia che ti spingeva

a rifiutare il dono. Non avresti così offeso doppiamente Nerone

respingendo la sua generosità ed ingannandolo.

— E ciò t’addolora?

— Sì e per esso e per te.

— E di me che ti cale?

— Sarebbe egoismo il mio se rimanessi indifferente davanti allo sdegno

di Nerone, che tu provocasti. Bada, o fido Menecrate, che l’ira sua fa

spavento.

— Ma è così grave delitto in Roma il ricusare una mercede che non fu

meritata?

— Delle tue parole egli non rimase convinto e tolgano gli Dei che non

abbia ascritto a disprezzo il tuo rifiuto.

— Ebbene, scagli pure su me i fulmini suoi. La persecuzione, i

supplizii, la stessa morte non cangeranno la mente ed il cuore del

tuo fedel citaredo, che a te sola li consacrò. Non adirarti, o divina

Ottavia, e lascia che ogni tua gioia mi renda felice, ch’ogni tua

sventura m’addolori.

— È chiaro il senso delle tue parole, — rispose l’Imperatrice, tra

severa e commossa. — Benchè mi sia riuscito grato il loro suono, debbo

dimenticarle; come dimentico le soavi melopee della tua cetra dopo

esserne stata commossa. Ti perdono, perchè so che l’amore non conosce

distanza di grado e di natali, ma a patto che non ti sfugga più mai dal

labbro un solo detto, che riveli il tuo segreto.

Menecrate, piegando un ginocchio e distendendo la mano verso Ottavia,

esclamò:

— Ti giuro per gli eterni Dei, che lascerò consumar lentamente la

mia vita da questa fiamma, senza mandare un lamento, lasciando che tu

t’avvegga del muto sagrifizio dell’anima mia.

Son così dolci per un cuore straziato le proteste d’amore, anche

non amando, che a Ottavia era mancato il coraggio di respingere

sdegnosamente il sentimento dell’umile citaredo.

Nell’uscire dalle stanze d’Ottavia con Lucano, così parlava a questi

Nerone:

— Cosa ti sembra di questo audace _fidiceno_[40] che osa ribellarsi

alla mia volontà?

— Ma delle ragioni che addusse tu devi essere, o Cesare, più ammirato

che offeso.

Questo, rispose Lucano, ch’era giovine franco e dabbene, e non adulava

mai quando l’adulazione poteva riuscire di danno ad altri.

— E a quella ragione tu presti fede? — dimandò l’altro sogghignando.

— Sì, o divo Cesare.

— Ed io invece ne sono così poco convinto, che se egli non fosse

protetto dall’Imperatrice lo manderei nel carcere Mamertino a divertire

colla cetra i prigionieri cristiani.

Giunti nella zotheca, non volendo Nerone stancare la voce, diè a

leggere a Lucano i brani della sua tragedia, che il poeta per fargli

piacere molto lodò ed ebbe a mercede delle lodi un anello.

Lo condusse poi nel suo studio di scultura, vasta sala piena

d’attrezzi, di cavalletti, e dove alcuni giovani artisti stavano

abbozzando sulla creta o plasmando col gesso di Parigi le statue,

i busti, i vasi e le _anaglipte_[41] ch’egli doveva terminare o coi

scalpri portavano a compimento le opere incominciate.

Fra i lavori già scolpiti eravene uno d’osceno soggetto e di pessima

fattura. Rappresentava Nerone e Sporo nudi ed abbracciati. Di

quest’opera Nerone andava superbo, e ne faceva ammirare le bellezze a

Lucano, che per non essere costretto a lodare o criticare, ascoltava e

taceva.

Uscendo dal palazzo dei Cesari, egli diceva fra sè:

— Ed è a codesto mentecatto che sono affidate le sorti dell’Impero

romano!!

Nerone, tornato nel suo appartamento, non d’altro preoccupato che

della sua voce, svestita la tunica, applicò sul petto la lamina di

piombo, e si distese bocconi sul lettuccio, e per godere una piacevole

sensazione, senza affaticarsi, si faceva solleticare la nuca dalla mano

di Sporo, che aveva dovuto a malincuore indossar nuovamente le vesti

femminili.

Fu in quella giacitura che lo trovò Aniceto, tornando dal Collegio

delle Vestali.

Atte addolorata per l’accoglienza fattale da Rubea s’era ritirata nella

sua cella, quando si presentò da lei Sporo, e le disse che l’Imperatore

la chiamava. Nello stesso tempo ravvisò ch’eragli parso imbronciarsi

quando il pedagogo gli aveva riferito di non esser stato presente al

colloquio, perchè fatto uscire insieme ad Egloga dall’_opistodomo_,

e come essa Atte nulla avesse voluto ripetergli delle cose dette fra

loro.

— Malvagio delatore! — mormorò Atte con sdegno.

E scese insieme al giovinetto.

Appena comparvero, Nerone rimandò Sporo, e presa Atte per un braccio le

disse:

— Io ti diedi a compagni Egloga ed Aniceto. Perchè ti allontanasti?

Cosa diceste, cosa faceste con quella Sacerdotessa, che gli altri non

potessero udire e vedere?

La citarista fissandolo accigliata, dimandò:

— Il tuo pedagogo non ascoltò forse dietro la porta com’è suo ufficio?

— Non schermirti, rispondi.

— Cosa devo rispondere a te che alla virtù non credi e non sospetti che

il male?

— Non farmi adirare, non costringermi a punirti.

— E tu, o Cesare, non soffocare con siffatti modi l’amore immenso che

pur troppo ti porto. Se questo non mi trattenesse ora, fuggirei le

mille miglia lungi da te. Io ti diedi il mio cuore, il mio corpo, ma

non il diritto d’insultarmi, di minacciarmi. Cosa sospetti tu, dimmi?

— Uomo geloso non ragiona.

— Allora, a che monta ch’io ti dica la verità, poichè non la crederai?

— Infine perchè voleste rimaner sole?

— Perchè Rubea non volle che vi fossero testimonii in un colloquio tra

la vergine Vestale e la concubina di Cesare.

— Dunque essa aveva severe cose a dirti?

— Quelle parole pie, colle quali una vergine dedicata al culto della

casta Dea cerca di redimere la sorella peccatrice.

— Ma tu non ascoltasti i suoi suggerimenti.

— Come lo poteva il mio cuore, ingrato Claudio?

— Ma se ella continuasse ad insistere forse....

— Non temere, — interruppe Atte, — noi non ci vedremo mai più.

— Forse la rivedrai un giorno genuflessa ai tuoi piedi colle altre

compagne.

— Indovino il tuo pensiero, ma rimuovilo pur dalla mente. Troppo

graverebbe sul capo della schiava il diadema imperiale. Se un giorno

tu mi porrai in non cale, come ora fai della diva Ottavia, preferisco

esser reietta come amante e non come sposa.

— Lascia che siano portate a recapito le indagini che ordinai a

Gallione, e vedremo.

Atte tentennò il capo negando.

E così la scena tanto bruscamente incominciata finì in amoroso

colloquio.

Un giorno tra le none e gli idi di Marzo gran folla di popolo

percorreva gli andirivieni scoperti e i viali del giardino imperiale,

e tutta poi andava ad accalcarsi nell’ippodromo, che s’apriva di fronte

al palazzo.

Davanti a questo era stato eretto un vasto palco, coperto di tappeti

magnifici e di fiori. Due lunghe aste inclinate e sormontate da una

lancia sostenevano il padiglione di seta. A destra e a manca erano due

altri palchi destinati ai patrizii, ai Senatori e alle loro dame.

Costoro non dividevano forse la curiosità della plebe e non erano

accorsi numerosi alla festa.

S’udirono alcuni squilli di tromba e poco dopo per la scala di legno,

ch’era dietro il palco, salì Nerone seguito da Sporo che portava la

cetra ed il flauto, da Atte, e da altri cortigiani, tra cui i citaredi

Terpno e Menecrate, gl’istrioni Dato e Paride, Cercopiteco Panerote, i

liberti Elio e Dorifero, e Spettillo Mirmillone.

Tutte le volte che si presentava in publico la plebe tra i salve

chiedeva a Cesare il canto.

Era il popolo del _panem et circenses_, e questo spettacolo, nuovo per

lui, d’udire l’imperatore a cantare gli sorrideva.

Nerone, non s’era lasciato pregare a lungo, e credendosi in tutta la

potenza della sua voce, fece bandire che gli orti Neroniani sarebbero

aperti al publico, e ch’egli avrebbe cantato.

Seneca e Burro cercavano di dissuadernelo, e quest’ultimo colla

sua brusca franchezza gli addimostrava l’inconvenienza di quello

spettacolo.

Ma ciò non aveva fatto che irritar Nerone e avvalorarlo nel suo

proposito, malgrado le preghiere della madre e della moglie, le quali

sapevano come da molti patrizii e borghesi si giudicasse ridicola

quella scena.

La mancanza d’Ottavia, ch’era in Roma adorata, e la presenza della sua

rivale a fianco dell’Imperatore, raffreddarono alquanto l’entusiasmo

del publico.

In un capannello, dov’era Isidoro Cinico, s’avvicendavano senza posa

i sarcasmi contro l’Imperatore istrione, le improperie contro la

sfacciatezza della concubina e le espressioni d’affetto e di devozione

all’indirizzo della sposa tradita. Molti alzavano gli occhi per vedere

se almeno dietro i vetri delle finestre se ne travedesse l’angelico

volto.

Questa circostanza, e più ancora il canto di quella voce esile e roca

temprarono di molto l’entusiasmo degli spettatori.

Quantunque fosse Nerone abilissimo nel toccar la cetra, il suono

flebile di quell’istrumento poco effetto produsse nel vasto recinto.

Dal flauto poi poca voce egli ricavava e quella poca era più sibilo che

suono.

Il popolo se ne sarebbe adunque tornato assai disilluso, ove

una gradevole sorpresa non avesse riavvivata in lui la scintilla

dell’entusiasmo.

Uno schiavo si presentò sul palco, portando una cesta cilindrica e

profonda e tutta trapunta di fiori.

Nerone s’avanzò, e tolto il coperchio dalla cesta, cominciò a gettare

al popolo alcune polizze di carta _fanniana_[42], sopra ognuna delle

quali era scritto un dono. Chi riusciva ad impossessarsene, guadagnava

o del vino o dell’orzo, o del grano, o gemme, o vesti, o giumente, o

schiavi, o fiere addomesticate o qualche altro oggetto.

Come le spighe al soffiar del vento si piegano verso terra le une

sull’altre, così durante la distribuzione di quelle carte si gettavano

in terra e si accavallavano quei popolani per raccoglierle, saltavano

per prenderle a volo, se le strappavano l’un l’altro, e quali ridevano,

quali minacciavano di venire alle mani.

Era un assordante schiamazzo di cui Nerone godeva.

Come il cesto fu vuoto, la folla, per riconoscenza, chiese di nuovo

d’udirlo a cantare e gli fu larga di frenetiche acclamazioni.

E il divo Cesare tornò contento e superbo nelle sue stanze, e tra le

braccia della citarista si risarcì della lunga astinenza, a cui erasi

condannato per non danneggiar la voce, dovendo esporsi al publico.

Agrippina lagnavasi alcuni giorni dopo con Seneca dell’obbrobrioso

spettacolo dato dal figlio e l’altro rispondeva:

— Preparati, o diva Agrippina, ad obbrobrio maggiore. Leggi.

E le porse una lettera.

Le donne di Nerone · 第 16 / 54 题