Il cuore del citaredo.
La legione di seimila fanti e trecento cavalieri, che Nerone doveva
condurre in Alessandria, partiva quel giorno stesso per imbarcarsi.
Nel porto di Napoli stavano pronte alcune navi lunghe, che dovevano
servire a trasportare le milizie, le _onerarie_, già cariche di viveri,
attrezzi guerreschi ed altro, e la trireme destinata all’Imperatore.
Questa però più non serviva, perchè il comando era stato affidato ad
uno dei Consoli, e Nerone restava.
Più non curando i torbidi dell’Egitto, lieto d’aver rinunziato alla
gloria delle armi per occuparsi della problematica gloria artistica,
volse subito in mente il progetto d’accontentare la plebe, di cui
l’ovazione quella mattina aveva tanto solleticato il suo amor proprio.
Divisò di dare una festa al popolo nei giardini del palazzo, e là,
insieme ad altri musici, prodursi nel canto, nel suono di varii
istrumenti, e nella declamazione.
Non dubitava di suscitare entusiasmo; ma, per renderlo più sicuro,
conveniva fosse limpida e forte la sua voce, come egli si lusingava
averla sortita da madre natura.
Non fidando di sè stesso, volle esserne accertato da altri.
Prese la cetra, e s’incamminò verso le stanze d’Agrippina, perchè
l’udisse cantare, e giudicasse s’era in grado d’affrontare il cimento.
Ricordandosi poi come la madre, unitamente a Seneca e Burro l’avessero
spesso distolto dall’offrirsi a spettacolo, tornò indietro e andò a
trovare la moglie.
— E Menecrate? — dimandò entrando.
— Oggi non si presentò.
Il poeta Marco Anneo Lucano, che stava leggendo all’Imperatrice un
brano del suo poema _La Farsalia_, disse d’aver incontrato il citaredo
a poca distanza dalla casa Augustale, e ch’era retrocesso, sentendo da
lui che Ottavia lo aveva invitato a farle quella lettura.
Nerone ordinò che s’andasse tosto in cerca di Menecrate.
Poi, rivolto a Lucano, proseguì:
— Ed intanto che lo si aspetta, tu, o Marco Anneo, continua a leggere,
che io con piacere infinito udrò l’armonia del tuo verso, il tuo stile
robusto.
Ed ascoltò attentamente, prorompendo di tratto in tratto in
esclamazioni di lode.
Decisamente l’ovazione popolare aveva esaltato in lui più che mai
il sentimento artistico e ravvivato quello della cortesia e della
generosità.
La stessa Ottavia, che perduta ancora una volta la speranza d’un erede,
non aveva da molto tempo udita una parola soave, ebbe da lui sorrisi,
tenere frasi, e premurose dimande. Chi più sentì l’effetto di questo
momentaneo cangiamento fu Menecrate.
Appena egli comparve, Nerone gli disse d’averlo fatto chiamare perchè
udisse il suo canto, e giudicasse se fosse in quel momento nella
pienezza della sua voce, talchè questa potesse sorprendere il popolo,
che chiedeva d’udirlo a cantare.
E accompagnato dal citarista sul salterio, intuonò un inno, sfoggiando
nei più arditi degli ottocento quarantacinque segni di cui era composta
la musica romana.
Com’ebbe terminato, attese il giudizio.
Ottavia per compiacenza e Lucano per adulazione approvarono.
Quanto a Menecrate, sapendo come dovesse spiacere ad Ottavia quello
spettacolo, a cui voleva esporsi il marito, disse che il timbro della
voce poteva addivenire anche più forte col riposo, e che conveniva
indugiare qualche dì, prima d’accondiscendere ai desiderii del popolo,
per render così l’effetto sicuro.
Il presuntuoso prese tutto per buona moneta, e — Seguirò, —
disse, — il tuo consiglio, o Menecrate, e poichè fosti il primo ad
annunziarmi l’ovazione di ieri, voglio ricompensartene col farti dono
della villetta sulle Esquilie, che quasi miracolosamente fu salva
dall’incendio.
Menecrate rispettosamente rifiutò.
— Oh, per gli Dei, — esclamò l’Imperatore, tra sorpreso e crucciato, —
è questa la prima volta che si osa respingere la generosità di Cesare.
È la tua, o citarista, se non modestia, somma alterigia.
— Nè l’una cosa, nè l’altra, o divo Cesare; i tuoi doni convien
meritarli, ed io ho la coscienza di nulla aver fatto per questo.
Non feci che ripeterti ciò che intesi. È gloria questa che meriti un
premio? Cosa darai tu allora a chi espose la vita per la grandezza di
Roma? Tu sei padrone di ricompensare chi ti piace quando ti piace, come
ti piace, ma lascia a me la libertà di rifiutar un guiderdone, che può,
anche non meritato, riescire accetto a patrizio dovizioso, ma che a
tapino quale son io peserebbe, come un’elemosina.
Nerone, che lo aveva ascoltato in silenzio, fissandolo alquanto
accipigliato, gli disse:
— Censuri Cesare, esalti te stesso, e sostieni di non esser orgoglioso?
— Io mi rivolsi alla magnanimità tua e le dissi non sprecare i tuoi
doni inutilmente, e lascia al misero citaredo il tempo di meritarli,
e ch’egli continui intanto a chiedere un pane per sè, per la vecchia
madre all’arte sua. — Perdona, o divo Cesare, ma qui non v’è censura
per te, non alterigia da parte mia. È l’umiltà dignitosa, che esalta la
prodiga generosità.
Nerone, avvezzo all’insaziabile avidità de’ suoi cortigiani e alle loro
menzogne, non credeva sinceri l’umiltà ed il disinteresse di Menecrate,
non veritiere le sue parole.
Purtuttavia lusingato da quelle si calmò un poco in lui l’interno
sdegno per l’offesa arrecatagli con quel rifiuto, a cui egli attribuiva
qualche altro ignoto movente.
E forse, come vedremo tra poco, non s’ingannava.
— Se quanto asserisci è realtà, ti lodo, — disse levandosi in piedi, —
e ti perdono l’offesa.
— E quale offesa, o Cesare?
— Quella del rifiuto.
Il citaredo voleva scusarsi ancora: ma Nerone non gliene diede il
tempo, perchè rivolto a Lucano, lo invitò a passare con lui nella
sua zotheca, che voleva dargli a leggere un brano d’una sua tragedia,
ch’egli stava componendo per cantarla in publico.
Baciata la moglie, si rivolse ancora a Menecrate, e — Ricordati, — gli
disse, — che una seconda offesa non perdona Nerone. Vale.
Ed uscì, seguito da Lucano.
Come furono soli, Ottavia osservò a Menecrate com’egli si fosse male
apposto, rifiutando il dono imperiale.
— Io, — rispose risoluto il citaredo, — nulla voglio da Claudio Nerone.
— E perchè?
— Perchè ti rende infelice.
— E chi può asseverar ch’io lo sia?
— Roma intera lo ripete indignata.
— E quand’anco ciò fosse, a te che importa?
— O divina Ottavia, il mio affetto, la mia devozione per te non han
limiti. Adoro chi t’apprezza, chi ti disprezza detesto. So bene che il
culto d’un misero quale sono io, non può salire fino a te; ma non per
questo io t’abbandonerò, dovesse arrivar la mia abnegazione fino al
sagrifizio della vita.
Menecrate non aveva mai parlato così aperto, e Ottavia, quantunque
già presentisse d’essere amata, rimase sorpresa da quelle tenere
espressioni, che neppure alla più onesta e ritrosa delle donne riescono
sgradite.
Fingendo di non interpretare quelle parole a senso di dichiarazione
amorosa, gli rispose:
— Ti ringrazio, o Menecrate, di questi tuoi sentimenti per me, ma non
voglio che ti rendano ingiusto ed ingrato verso l’Imperatore. Avrei
desiderato che fosse vera e non mentita modestia che ti spingeva
a rifiutare il dono. Non avresti così offeso doppiamente Nerone
respingendo la sua generosità ed ingannandolo.
— E ciò t’addolora?
— Sì e per esso e per te.
— E di me che ti cale?
— Sarebbe egoismo il mio se rimanessi indifferente davanti allo sdegno
di Nerone, che tu provocasti. Bada, o fido Menecrate, che l’ira sua fa
spavento.
— Ma è così grave delitto in Roma il ricusare una mercede che non fu
meritata?
— Delle tue parole egli non rimase convinto e tolgano gli Dei che non
abbia ascritto a disprezzo il tuo rifiuto.
— Ebbene, scagli pure su me i fulmini suoi. La persecuzione, i
supplizii, la stessa morte non cangeranno la mente ed il cuore del
tuo fedel citaredo, che a te sola li consacrò. Non adirarti, o divina
Ottavia, e lascia che ogni tua gioia mi renda felice, ch’ogni tua
sventura m’addolori.
— È chiaro il senso delle tue parole, — rispose l’Imperatrice, tra
severa e commossa. — Benchè mi sia riuscito grato il loro suono, debbo
dimenticarle; come dimentico le soavi melopee della tua cetra dopo
esserne stata commossa. Ti perdono, perchè so che l’amore non conosce
distanza di grado e di natali, ma a patto che non ti sfugga più mai dal
labbro un solo detto, che riveli il tuo segreto.
Menecrate, piegando un ginocchio e distendendo la mano verso Ottavia,
esclamò:
— Ti giuro per gli eterni Dei, che lascerò consumar lentamente la
mia vita da questa fiamma, senza mandare un lamento, lasciando che tu
t’avvegga del muto sagrifizio dell’anima mia.
Son così dolci per un cuore straziato le proteste d’amore, anche
non amando, che a Ottavia era mancato il coraggio di respingere
sdegnosamente il sentimento dell’umile citaredo.
Nell’uscire dalle stanze d’Ottavia con Lucano, così parlava a questi
Nerone:
— Cosa ti sembra di questo audace _fidiceno_[40] che osa ribellarsi
alla mia volontà?
— Ma delle ragioni che addusse tu devi essere, o Cesare, più ammirato
che offeso.
Questo, rispose Lucano, ch’era giovine franco e dabbene, e non adulava
mai quando l’adulazione poteva riuscire di danno ad altri.
— E a quella ragione tu presti fede? — dimandò l’altro sogghignando.
— Sì, o divo Cesare.
— Ed io invece ne sono così poco convinto, che se egli non fosse
protetto dall’Imperatrice lo manderei nel carcere Mamertino a divertire
colla cetra i prigionieri cristiani.
Giunti nella zotheca, non volendo Nerone stancare la voce, diè a
leggere a Lucano i brani della sua tragedia, che il poeta per fargli
piacere molto lodò ed ebbe a mercede delle lodi un anello.
Lo condusse poi nel suo studio di scultura, vasta sala piena
d’attrezzi, di cavalletti, e dove alcuni giovani artisti stavano
abbozzando sulla creta o plasmando col gesso di Parigi le statue,
i busti, i vasi e le _anaglipte_[41] ch’egli doveva terminare o coi
scalpri portavano a compimento le opere incominciate.
Fra i lavori già scolpiti eravene uno d’osceno soggetto e di pessima
fattura. Rappresentava Nerone e Sporo nudi ed abbracciati. Di
quest’opera Nerone andava superbo, e ne faceva ammirare le bellezze a
Lucano, che per non essere costretto a lodare o criticare, ascoltava e
taceva.
Uscendo dal palazzo dei Cesari, egli diceva fra sè:
— Ed è a codesto mentecatto che sono affidate le sorti dell’Impero
romano!!
Nerone, tornato nel suo appartamento, non d’altro preoccupato che
della sua voce, svestita la tunica, applicò sul petto la lamina di
piombo, e si distese bocconi sul lettuccio, e per godere una piacevole
sensazione, senza affaticarsi, si faceva solleticare la nuca dalla mano
di Sporo, che aveva dovuto a malincuore indossar nuovamente le vesti
femminili.
Fu in quella giacitura che lo trovò Aniceto, tornando dal Collegio
delle Vestali.
Atte addolorata per l’accoglienza fattale da Rubea s’era ritirata nella
sua cella, quando si presentò da lei Sporo, e le disse che l’Imperatore
la chiamava. Nello stesso tempo ravvisò ch’eragli parso imbronciarsi
quando il pedagogo gli aveva riferito di non esser stato presente al
colloquio, perchè fatto uscire insieme ad Egloga dall’_opistodomo_,
e come essa Atte nulla avesse voluto ripetergli delle cose dette fra
loro.
— Malvagio delatore! — mormorò Atte con sdegno.
E scese insieme al giovinetto.
Appena comparvero, Nerone rimandò Sporo, e presa Atte per un braccio le
disse:
— Io ti diedi a compagni Egloga ed Aniceto. Perchè ti allontanasti?
Cosa diceste, cosa faceste con quella Sacerdotessa, che gli altri non
potessero udire e vedere?
La citarista fissandolo accigliata, dimandò:
— Il tuo pedagogo non ascoltò forse dietro la porta com’è suo ufficio?
— Non schermirti, rispondi.
— Cosa devo rispondere a te che alla virtù non credi e non sospetti che
il male?
— Non farmi adirare, non costringermi a punirti.
— E tu, o Cesare, non soffocare con siffatti modi l’amore immenso che
pur troppo ti porto. Se questo non mi trattenesse ora, fuggirei le
mille miglia lungi da te. Io ti diedi il mio cuore, il mio corpo, ma
non il diritto d’insultarmi, di minacciarmi. Cosa sospetti tu, dimmi?
— Uomo geloso non ragiona.
— Allora, a che monta ch’io ti dica la verità, poichè non la crederai?
— Infine perchè voleste rimaner sole?
— Perchè Rubea non volle che vi fossero testimonii in un colloquio tra
la vergine Vestale e la concubina di Cesare.
— Dunque essa aveva severe cose a dirti?
— Quelle parole pie, colle quali una vergine dedicata al culto della
casta Dea cerca di redimere la sorella peccatrice.
— Ma tu non ascoltasti i suoi suggerimenti.
— Come lo poteva il mio cuore, ingrato Claudio?
— Ma se ella continuasse ad insistere forse....
— Non temere, — interruppe Atte, — noi non ci vedremo mai più.
— Forse la rivedrai un giorno genuflessa ai tuoi piedi colle altre
compagne.
— Indovino il tuo pensiero, ma rimuovilo pur dalla mente. Troppo
graverebbe sul capo della schiava il diadema imperiale. Se un giorno
tu mi porrai in non cale, come ora fai della diva Ottavia, preferisco
esser reietta come amante e non come sposa.
— Lascia che siano portate a recapito le indagini che ordinai a
Gallione, e vedremo.
Atte tentennò il capo negando.
E così la scena tanto bruscamente incominciata finì in amoroso
colloquio.
Un giorno tra le none e gli idi di Marzo gran folla di popolo
percorreva gli andirivieni scoperti e i viali del giardino imperiale,
e tutta poi andava ad accalcarsi nell’ippodromo, che s’apriva di fronte
al palazzo.
Davanti a questo era stato eretto un vasto palco, coperto di tappeti
magnifici e di fiori. Due lunghe aste inclinate e sormontate da una
lancia sostenevano il padiglione di seta. A destra e a manca erano due
altri palchi destinati ai patrizii, ai Senatori e alle loro dame.
Costoro non dividevano forse la curiosità della plebe e non erano
accorsi numerosi alla festa.
S’udirono alcuni squilli di tromba e poco dopo per la scala di legno,
ch’era dietro il palco, salì Nerone seguito da Sporo che portava la
cetra ed il flauto, da Atte, e da altri cortigiani, tra cui i citaredi
Terpno e Menecrate, gl’istrioni Dato e Paride, Cercopiteco Panerote, i
liberti Elio e Dorifero, e Spettillo Mirmillone.
Tutte le volte che si presentava in publico la plebe tra i salve
chiedeva a Cesare il canto.
Era il popolo del _panem et circenses_, e questo spettacolo, nuovo per
lui, d’udire l’imperatore a cantare gli sorrideva.
Nerone, non s’era lasciato pregare a lungo, e credendosi in tutta la
potenza della sua voce, fece bandire che gli orti Neroniani sarebbero
aperti al publico, e ch’egli avrebbe cantato.
Seneca e Burro cercavano di dissuadernelo, e quest’ultimo colla
sua brusca franchezza gli addimostrava l’inconvenienza di quello
spettacolo.
Ma ciò non aveva fatto che irritar Nerone e avvalorarlo nel suo
proposito, malgrado le preghiere della madre e della moglie, le quali
sapevano come da molti patrizii e borghesi si giudicasse ridicola
quella scena.
La mancanza d’Ottavia, ch’era in Roma adorata, e la presenza della sua
rivale a fianco dell’Imperatore, raffreddarono alquanto l’entusiasmo
del publico.
In un capannello, dov’era Isidoro Cinico, s’avvicendavano senza posa
i sarcasmi contro l’Imperatore istrione, le improperie contro la
sfacciatezza della concubina e le espressioni d’affetto e di devozione
all’indirizzo della sposa tradita. Molti alzavano gli occhi per vedere
se almeno dietro i vetri delle finestre se ne travedesse l’angelico
volto.
Questa circostanza, e più ancora il canto di quella voce esile e roca
temprarono di molto l’entusiasmo degli spettatori.
Quantunque fosse Nerone abilissimo nel toccar la cetra, il suono
flebile di quell’istrumento poco effetto produsse nel vasto recinto.
Dal flauto poi poca voce egli ricavava e quella poca era più sibilo che
suono.
Il popolo se ne sarebbe adunque tornato assai disilluso, ove
una gradevole sorpresa non avesse riavvivata in lui la scintilla
dell’entusiasmo.
Uno schiavo si presentò sul palco, portando una cesta cilindrica e
profonda e tutta trapunta di fiori.
Nerone s’avanzò, e tolto il coperchio dalla cesta, cominciò a gettare
al popolo alcune polizze di carta _fanniana_[42], sopra ognuna delle
quali era scritto un dono. Chi riusciva ad impossessarsene, guadagnava
o del vino o dell’orzo, o del grano, o gemme, o vesti, o giumente, o
schiavi, o fiere addomesticate o qualche altro oggetto.
Come le spighe al soffiar del vento si piegano verso terra le une
sull’altre, così durante la distribuzione di quelle carte si gettavano
in terra e si accavallavano quei popolani per raccoglierle, saltavano
per prenderle a volo, se le strappavano l’un l’altro, e quali ridevano,
quali minacciavano di venire alle mani.
Era un assordante schiamazzo di cui Nerone godeva.
Come il cesto fu vuoto, la folla, per riconoscenza, chiese di nuovo
d’udirlo a cantare e gli fu larga di frenetiche acclamazioni.
E il divo Cesare tornò contento e superbo nelle sue stanze, e tra le
braccia della citarista si risarcì della lunga astinenza, a cui erasi
condannato per non danneggiar la voce, dovendo esporsi al publico.
Agrippina lagnavasi alcuni giorni dopo con Seneca dell’obbrobrioso
spettacolo dato dal figlio e l’altro rispondeva:
— Preparati, o diva Agrippina, ad obbrobrio maggiore. Leggi.
E le porse una lettera.