La signora Clairval si teneva in disparte da tutto quell'intrigo:
quando aveva acconsentito al matrimonio di Valancourt, era nella
credenza che Emilia avrebbe ereditato dalla zia. Allorchè il
matrimonio di quest'ultima l'ebbe disingannata su tal proposito, la
coscienza le impedì di rompere un'unione quasi formata; ma la sua
benevolenza non andava al punto da spingerla a fare un passo che
avesse a deciderla intieramente. Si felicitava che Valancourt fosse
sciolto da un impegno ch'essa credeva tanto al disotto di lui per le
sostanze, quanto Montoni giudicava umiliante tal parentado per la
bellezza di Emilia. La Clairval poteva stimarsi offesa, che un
individuo della sua famiglia fosse stato così congedato; ma non si
degnò di esprimerne il suo risentimento in altro modo che col
silenzio.
Montoni, nella sua risposta, assicurò Valancourt che un abboccamento,
non potendo nè cambiare la risoluzione dell'uno, nè vincere i
desiderii dell'altro, non finirebbe che in un diverbio affatto
inutile, e che per ciò credeva bene di non accordarglielo.
La moderazione tanto raccomandatagli da Emilia, e le promesse fattele,
poterono sole trattenere l'impetuosità di Valancourt, che voleva
correre da Montoni a domandar con fermezza quanto veniva ricusato alle
sue preghiere. Si limitò dunque a rinnovare le sue istanze, e le
appoggiò con tutte le ragioni che poteva somministrare la sua
posizione. Passarono alcuni giorni in domande da una parte, e
nell'inflessibilità dall'altra. Fosse per timore, o per vergogna, o
per l'odio che risultava da questi due sentimenti, Montoni evitava
accuratamente colui che aveva tanto offeso; non era nè intenerito dal
dolore espresso nelle lettere di Valancourt, nè colpito dal pentimento
per le solide ragioni in esse contenute. In fine, le lettere
dell'infelice giovine furono respinte senza essere aperte. Nella sua
prima disperazione, obliò tutte le promesse eccettuata quella di
evitare la violenza, e corse al castello, risoluto di veder Montoni, e
porre tutto in opra per riuscirvi. L'Italiano fece dire che non era in
casa, ed allorchè Valancourt chiese di parlare alla signora o ad
Emilia, gli fu negato positivamente l'ingresso. Non volendo impegnarsi
in alterchi coi servitori, partì e tornò a casa in uno stato di
frenesia: scrisse l'accaduto a Emilia, esprimendole senza riserva le
angosce dell'anima; e la scongiurò, giacchè restava solo questo
ripiego, di accordargli un abboccamento segreto.
Appena quella lettera fu spedita, la sua alterazione si calmò: conobbe
il fallo commesso, aumentando le pene di Emilia colla descrizione
troppo sincera de' suoi guai. Avrebbe dato la metà del mondo per
ricuperare quella lettera imprudente. Emilia però fu preservata dal
dolore che avrebbe provato ricevendola. La signora Montoni aveva
ordinato che le fossero portate tutte le lettere dirette alla nipote:
la lesse, e montata sulle furie per la maniera con la quale Valancourt
vi trattava Montoni, la bruciò.
Montoni, intanto, sempre più impaziente di lasciar la Francia,
sollecitava i preparativi della partenza, e terminava in fretta ciò
che gli restava da fare. Osservò il più profondo silenzio sulle
lettere nelle quali Valancourt, disperando d'ottener di più, e
moderando la passione che avealo fatto trascendere, sollecitava il
permesso soltanto di dire addio ad Emilia. Ma quando il giovane intese
che sarebbe partita fra pochi giorni, e ch'era stato deciso che non la
rivedrebbe più, perdè ogni prudenza, e in una seconda lettera le
propose un matrimonio segreto. Questa lettera andò come l'altra nelle
mani della signora Montoni, e venne la vigilia della partenza senza
che Valancourt avesse ricevuto una sola riga di consolazione, o la
menoma speranza di un ultimo abboccamento.
Intanto Emilia era inabissata nello stupore prodotto da tante
disgrazie inaspettate ed irrimediabili. Essa amava Valancourt col più
tenero affetto; erasi abituata da lunga pezza a considerarlo come
l'amico ed il compagno di tutta la vita; non avea un pensiero di
felicità al quale non fosse unita la sua idea. Qual doveva esser
dunque il suo dolore al momento di una separazione così inaspettata, e
forse eterna, e ad una distanza tale, dove le nuove della loro
esistenza potrebbero appena giugnere, e tutto questo per obbedire ai
voleri di uno straniero, a quelli d'una persona che provocava non ha
guari ancora il loro matrimonio? Invano procurava essa di vincere il
suo dolore, e rassegnarsi ad una sciagura inevitabile. Il silenzio di
Valancourt l'affliggeva ancor più, perchè non sapeva attribuirlo al
suo vero motivo; ma quando, alla vigilia di lasciar Tolosa, seppe che
non erale permesso di salutarlo, il dolore l'oppresse maggiormente, e
non potè trattenersi dal domandare alla zia se le fosse stata
positivamente negata questa consolazione, ciò che le fu barbaramente
confermato.
«Se il cavaliere avesse voluto ottener da noi questo favore,»
diss'ella, «avrebbe dovuto contenersi diversamente. Egli doveva
aspettare con pazienza che noi fossimo disposti ad accordarglielo; non
mi avrebbe rimproverata perchè persisteva a negargli mia nipote, e non
avrebbe molestato il signor Montoni, il quale non credeva conveniente
di entrare in discussione su questa ragazzata. La di lui condotta in
quest'affare è stata affatto presuntuosa e importuna; desidero di non
sentir mai più parlar di lui, e che ci liberiate da cotesta ridicola
tristezza, da cotesti sospiri, da cotesta aria cupa, la quale farebbe
credere che voi siate sempre disposta a piagnucolare; fate come tutti
gli altri; il vostro silenzio non basta a nascondere la vostra
inquietudine alla mia penetrazione; vedo bene che siete disposta a
piangere in questo momento, sì in questo momento istesso, a dispetto
della mia proibizione.»
Emilia, che si era voltata dall'altra parte per nascondere le sue
lacrime, si ritirò a precipizio per versarne in copia. Fu sì grande la
di lei agitazione nel riflettere al suo stato e all'idea di non veder
più Valancourt, che sentissi venir meno. Appena si fu riavuta un poco,
si affacciò alla finestra, e l'aria fresca della notte la rianimò
alquanto. Il chiaro di luna, cadendo sopra un lungo viale di olmi,
sotto di lei, invitolla a tentare se il moto e l'aria aperta non
calmerebbero l'irritazione di tutti i suoi nervi. Tutti dominavano nel
castello: Emilia scese lo scalone, e traversando il vestibolo, penetrò
cautamente nel giardino per un andito solitario. Camminava più o meno
celeremente, secondo che le ombre la ingannavano, credendo vedere
qualcuno da lontano, e temendo non fosse qualche spione di sua zia.
Frattanto, il desiderio di rivedere il padiglione, nel quale aveva
passati tanti momenti felici con Valancourt, dove aveva ammirato seco
lui le belle pianure della Linguadoca, e la Guascogna sua cara patria,
questo desiderio la vinse sul timore di essere osservata, e andò verso
il terrazzo, che si prolungava sino all'ingresso del giardino,
dominando gran parte della sottoposta prateria, alla quale si scendeva
per una marmorea scalea. Quando fu alla scala, sostò un momento
guardando intorno. La distanza del castello aumentava la specie di
spavento che le cagionavano il silenzio, l'ora e l'oscurità; ma non
iscorgendo nulla che potesse giustificare i suoi timori, salì sul
terrazzo, onde il chiaro di luna scopriva l'ampiezza, e mostrava il
padiglione in fondo. Si avanzò verso questo, e vi entrò; l'oscurità
del luogo non era adatta a diminuire la sua timidezza. Le gelosie
erano aperte, ma le piante dei fiori ingombravano l'esterno delle
finestre, lasciando appena vedere a traverso i rami il paese
fiocamente illuminato dalla luna. Avvicinandosi ad una finestra, essa
non gustava di quello spettacolo se non in quanto potea servirla a
richiamarle alla fantasia più vivamente l'immagine di Valancourt.
«Ah!» sclamò con un gran sospiro, gettandosi sopra una sedia; «quante
volte ci siamo seduti in questo luogo! Quante volte abbiamo noi
contemplato questa bella vista! Non l'ammireremo più insieme? mai,
forse non ci rivedremo mai più!»
D'improvviso, lo spavento ne sospese le lagrime: avendo udito una voce
vicina a lei nel padiglione, gettò un grido, ma lo strepito
ripetendosi, distinse la voce amata di Valancourt. Era egli stesso,
era il giovane che la teneva in braccio. In quell'istante la
commozione le tolse l'uso della parola.
«Emilia,» disse alfine Valancourt, tenendole una mano stretta tra le
sue, «mia cara Emilia!» Tacque nuovamente, e l'accento col quale aveva
pronunziato questo nome, esprimeva la sua tenerezza insieme ed il suo
dolore.
«O Emilia mia!» soggiuns'egli dopo una lunga pausa; «vi riveggo
ancora, ed ascolto ancora il suono della vostra voce! Ho errato
intorno a questi luoghi e a questo giardino per tante notti, nè aveva
che una debolissima speranza di rivedervi! Era questa la sola risorsa
che mi restava; grazie al cielo non mi è mancata.»
Emilia pronunziò qualche parola senza saper quasi ciò che dicea,
espresse il suo inviolabile affetto, e si sforzò di calmare
l'agitazione di Valancourt. Quando egli si fu un poco rimesso, le
disse:
«Io son venuto qui subito dopo il tramonto del sole, nè ho cessato poi
dal percorrere i giardini ed il padiglione. Aveva abbandonato
qualunque speranza di vedervi; ma non sapeva risolvermi a staccarmi da
un luogo ove vi sapeva così vicino a me, e sarei probabilmente rimasto
tutta notte in questi contorni. Ma quando apriste il padiglione,
l'oscurità m'impediva di distinguere con certezza se fosse la mia cara
Emilia: il cuore mi batteva così forte per la speranza ed il timore
ch'io non poteva parlare. Appena intesi gli accenti lamentosi della
vostra voce, ogni dubbio svanì, ma non i miei timori, fintantochè non
pronunziaste il mio nome. Nell'eccesso della gioia, non ho pensato
allo spavento che vi avrei cagionato; ma non poteva più tacere. Oh!
Emilia, in momenti così preziosi, la consolazione e il dolore lottano
con tanta forza, che il cuore può a stento sopportarne la tenzone.»
Il cuore d'Emilia sentiva questa verità; ma la gioia di riveder
l'amante nel momento in cui si accorava di esserne separata per
sempre, si confuse presto col dolore, quando la riflessione guidò la
sua immaginazione sull'avvenire. Faceva essa ogni sforzo per
ricuperare la calma e dignità tanto necessarie per sostenere
quest'ultimo colloquio. Valancourt non poteva moderarsi; i trasporti
della gioia si cangiarono improvvisamente in quelli della
disperazione; ed espresse col linguaggio il più appassionato l'orrore
della separazione, e la poca probabilità d'una possibile riunione.
Emilia procurava contenere la propria tristezza, e addolcire quella
dell'amante.
«Voi mi lasciate,» le dicea egli, «voi andate in terra straniera! E a
qual distanza! Voi andate a trovare nuove società, nuovi amici, nuovi
ammiratori; si sforzeranno di farvi scordare di me, e vi saranno
preparati nuovi nodi. Come poss'io saper tutto questo, e non sentire
che non tornerete più per me, che non sarete mai più mia?» La voce gli
mancò soffocata dai singulti.
«Credete voi dunque,» diss'Emilia, «che la mia afflizione nasca da un
affetto leggiero e momentaneo? Potete voi crederlo?
--Soffrire!» interruppe Valancourt; «soffrir per me! Emilia mia,
quanto son dolci, e quanto amare al tempo stesso queste parole! Io non
devo dubitare della vostra costanza; eppure, tal è l'inconseguenza del
vero amore; è esso sempre pronto a sospettare; e quand'anche la
ragione lo riprova, egli vorrebbe sempre una nuova assicurazione.
Adesso vi veggo, vi stringo tra le mie braccia: ancora pochi momenti,
e non sarà più che un sogno: guarderò, e non vi vedrò più... Io
rinasco da morte a vita, quando mi dite che vi son caro; ma appena non
vi ascolto più, ricado nella dubbiezza, e mi abbandono alla
diffidenza.» Poi, sembrando raccogliersi, esclamò: «Quanto son
colpevole di tormentarvi così in questi momenti nei quali dovrei
consolarvi, e sostenere il vostro coraggio!»
Questa riflessione lo intenerì singolarmente. La sua voce e le sue
parole erano così appassionate, che Emilia, non potendo più contenere
il proprio, cessò di reprimere il dolore di Valancourt, il quale in
cotesti istanti terribili di amore e di pietà perdè quasi il potere e
la volontà di signoreggiare la sua agitazione.
«No,» esclamò, «io non posso, non deggio lasciarvi. Perchè affideremo
noi la felicità della nostra vita alle volontà di coloro che non hanno
il diritto di distruggerla, e non possono contribuirvi se non
concedendovi a me? O Emilia! osate fidarvi al vostro cuore! Osate
esser mia per sempre!» La voce gli tremava, e non disse di più. Emilia
piangeva e taceva. Valancourt le propose di sposarsi segretamente.
«Alla punta del giorno lascerete la casa della signora Montoni, e mi
seguirete alla chiesa di Sant'Agostino, ove ci attende un sacerdote
per unirci.»
Il silenzio col quale la fanciulla ascoltò una proposta dettata
dall'amore e dalla disperazione, in un momento in cui era appena
capace di respingerla, quando il suo cuore era intenerito dal dolore
d'una separazione, che poteva essere eterna, quando la sua ragione era
in preda alle illusioni dell'amore e del terrore; questo silenzio
incoraggì le speranze di Valancourt. «Parlate, mia cara Emilia,» le
diss'egli con ardore; «lasciatemi ascoltare il suono della vostra voce
soave; fate che intenda da voi la conferma del mio destino.» Essa
rimase muta, un freddo brivido l'assalse, e svenne. L'immaginazione
turbata di Valancourt se la figurò moribonda. La chiamò per nome, e si
alzava per andar a chieder soccorso al castello; ma pensando alla di
lei situazione, fremette all'idea di uscire e lasciarla in quello
stato.
Dopo qualche momento ella sospirò e rinvenne. Il contrasto da lei
sofferto fra l'amore e il dovere, la sommissione alla sorella di suo
padre, la ripugnanza ad un matrimonio clandestino, il timore d'un nodo
indissolubile, la miseria ed il pentimento in cui essa poteva
immergere l'oggetto de' suoi affetti, erano motivi troppo forti per
uno spirito affralito dalle sciagure, e la sua ragione era rimasta
alquanto sospesa. Ma il dovere e la saviezza, per quanto potessero
esser penosi trionfarono finalmente della tenerezza e de' suoi tristi
presentimenti. Essa temeva specialmente di gettar Valancourt
nell'oscurità, ed in quei vani rimorsi che sarebbero, o le parevan
dover essere la conseguenza necessaria di un matrimonio nella loro
posizione. Ella si condusse senza dubbio con una grandezza d'animo
poco comune, quando risolse di provare un male presente, piuttosto che
provocare una disgrazia futura.
Si spiegò con un candore che giustificava pienamente a qual punto essa
lo stimasse ed amasse, e perciò gli divenne, se fosse stato possibile,
ancor più cara. Gli espose tutti i motivi che la decidevano a
rigettare la sua offerta. Egli confutò, o piuttosto contraddisse tutti
quelli che riguardavano lui solo; ma gli altri lo richiamarono a
tenere considerazioni su di lei, che il furore della passione e della
disperazione gli avevano fatto obliare. Quel medesimo amore che
facevagli proporre un matrimonio segreto ed immediato, l'obbligava
allora a rinunziarvi. La vittoria costava troppo al suo cuore; si
sforzava di calmarsi per non affliggerla maggiormente, ma non poteva
dissimulare tutto quel che sentiva. «O Emilia,» diss'egli, «bisogna
ch'io vi lasci, e son certo che vi lascio per sempre.»
Singulti convulsi l'interruppero, e amendue piansero a calde lacrime.
Rammentandosi finalmente il pericolo di essere scoperti, e
l'inconveniente di prolungare un colloquio che l'esporrebbe all'altrui
censura, Emilia si fece coraggio, e pronunziò l'ultimo addio.
«Restate» disse Valancourt, «restate ancora un momento, ve ne
scongiuro; ho da dirvi mille cose. L'agitazione del mio spirito non mi
ha permesso di parlarvi d'un sospetto importantissimo; ho temuto
mostrarmi poco discreto, e sembrare aver unicamente in mira di
allarmarvi, per farvi accettare la mia proposta.»
Emilia, turbata, non lo lasciò, ma lo fece uscire dal padiglione, e
passeggiando sul terrazzo, Valancourt continuò:
«Quel Montoni! Io ho udito voci molto strane sul conto suo. Siete voi
ben sicura ch'egli sia realmente della famiglia della signora Quesnel,
e che la di lui fortuna sia tale quale sembra essere?
--Non ho ragione di dubitarne,» rispose Emilia con sorpresa; «son
certa del primo punto, ma non ho alcun mezzo di giudicar del secondo;
e vi prego dirmi tutto quel che ne sapete.
--Lo farò per certo, ma questa informazione è imperfettissima e poco
soddisfacente. Il caso mi ha fatto incontrare un Italiano che
discorreva con qualcuno di questo Montoni, parlavano essi del suo
matrimonio, e l'Italiano diceva che s'era quello che s'immaginava, la
signora Cheron non sarebbe troppo felice. Continuò esso a parlarne con
pochissima considerazione, ma in termini generali e disse certe cose
sul di lui carattere, che eccitarono la mia curiosità. Gli feci
qualche domanda, ma egli fu riservato nelle risposte; e dopo avere
esitato qualche tempo, confessò che Montoni, secondo la voce pubblica,
era un uomo perduto negli averi e nella riputazione. Aggiunse qualcosa
d'un castello che possiede in mezzo agli Appennini, e qualche altra
circostanza relativa al suo primo genere di vita: lo strinsi
maggiormente, ma il vivo interesse delle mie domande fu, per quanto io
credo, troppo visibile, e lo insospettì. Nessuna preghiera fu capace a
determinarlo di spiegarmi le circostanze cui aveva fatto allusione, o
a dirne di più: gli osservai che se Montoni possedeva un castello
negli Appennini, ciò sembrava indicare una nascita distinta, e
contraddire la supposizione della sua rovina. L'incognito scosse la
testa e fece un gesto significantissimo, ma non rispose.
«La speranza di saper qualcosa di più positivo mi trattenne a lungo
vicino a lui; rinnovai più volte le mie domande, ma l'Italiano stette
in una perfetta riservatezza, dicendomi che tutto quanto aveva esposto
non era se non il risultato d'una diceria vaga; che l'odio e la
malignità inventavano spesso simili istorie, e bisognava crederci
poco. Mi vidi dunque costretto di rinunziare a saperne davvantaggio,
poichè l'Italiano pareva allarmato delle conseguenze della sua
indiscrezione. Restai perciò nell'incertezza su d'un oggetto in cui
essa è quasi insopportabile. Pensate, cara Emilia, a quanto debbo
soffrire; vi vedo partire per terre straniere con un uomo di carattere
tanto sospetto, come quello di cotesto Montoni, ma non voglio
allarmarvi senza necessità; è probabile, come lo ha detto l'Italiano,
che questo Montoni non sia quello di cui egli parlava; nonpertanto,
riflettete, mia cara, prima di affidarvi a lui. Ma ormai mi scordava
tutte le ragioni che poco fa mi hanno fatto abbandonare le mie
speranze, e rinunziare al desiderio di possedervi subito.»
Valancourt passeggiava a gran passi sul terrazzo, mentre Emilia,
appoggiata al parapetto, stava immersa in profonda meditazione. La
notizia allor ricevuta l'allarmava moltissimo, e rinnovava il suo
interno contrasto. Essa non aveva mai amato Montoni. Il fuoco de' suoi
occhi, la fierezza dei suoi sguardi, il di lui orgoglio, la sua
audacia, la profondità del suo risentimento, che alcune occasioni,
benchè leggere, avevano messo in caso di sviluppare, erano altrettante
circostanze ch'essa avea sempre osservato con certo quale stupore; e
l'espressione ordinaria de' suoi lineamenti avevale sempre inspirata
antipatia. Credeva essa ogni momento più che fosse quello il Montoni
del quale aveva parlato l'Italiano. L'idea di trovarsi sotto il suo
dominio assoluto in paese straniero, le sembrava spaventosa; ma il
timore non era il solo motivo che dovesse indurla ad un matrimonio
precipitato. L'amore più tenero le aveva già parlato a favore
dell'amante, e nella sua opinione non aveva potuto vincerla sul
proprio dovere, sull'interesse ben anco di Valancourt, e sulla
delicatezza che la faceva opporre ad un matrimonio clandestino. Non
conveniva dunque aspettare che il terrore operasse più di quello che
non avesser potuto il dolore e l'amore; ma questo terrore restituì ai
motivi già combattuti tutta la loro energia, e rese necessaria una
seconda vittoria. Valancourt, i cui timori per Emilia divenivano
sempre più forti, a misura che ne pesava le ragioni, non poteva
adattarsi a questa seconda vittoria. Era più che persuaso che il
viaggio d'Italia avrebbe immerso la sua Emilia in un laberinto di
mali. Egli era dunque risoluto di opporvisi pertinacemente, e di
ottenere da lei un titolo, per divenire il suo legittimo protettore.
«Emilia,» diss'egli col più vivo ardore, «questo non è il momento
degli scrupoli; non è il momento di calcolare gl'incidenti frivoli e
secondari relativamente alla nostra felicità avvenire. Vedo adesso,
più che mai, quali sono i pericoli ai quali andate incontro con un
uomo del carattere di Montoni. Il discorso dell'Italiano fa temere
molto, ma meno assai della fisonomia, e dell'idea ch'essa mi ha
formata di lui; vi scongiuro per il vostro interesse, e pel mio, di
prevenire le disgrazie che mi fanno fremere a prevederle soltanto....
Cara Emilia! soffrite che la mia tenerezza e le mie braccia ve ne
allontanino; datemi il diritto di difendervi. Io son lacerato dal
dolore all'idea della nostra separazione, e dei mali che possono
esserne la conseguenza. Non vi son pericoli ch'io non sia capace di
affrontare per salvarvi. No, Emilia, no, voi non mi amate.
--Abbiamo pochi momenti da perdere in recriminazioni e giuramenti,»
disse questa sforzandosi di nascondere l'emozione; «se voi dubitate
quanto mi siete caro, e quanto lo sarete eternamente, allora non vi è
espressione da parte mia che sia capace di convincerne.» Queste ultime
parole spirarono sulle sue labbra, e proruppe in largo pianto. Dopo
alcuni istanti, si riebbe da quello stato di tristezza, e gli disse:
«Bisogna ch'io vi lasci: è tardi, e nel castello potrebbero accorgersi
della mia assenza. Pensate a me, amatemi, quando sarò lungi di qui. La
mia fiducia a tal proposito formerà tutta la mia consolazione.
--Pensare a voi, amarvi!» sclamò Valancourt.
--Tentate di moderare siffatti trasporti per amor mio, tentatelo!
--Per amor vostro!
--Sì, per amor mio,» disse la fanciulla con voce tremante; «non posso
lasciarvi in questo stato.
--Ebbene, non mi lasciate,» rispose Valancourt; «perchè lasciarci, o
almeno lasciarci prima dell'albeggiare del dì?
--È impossibile,» soggiunse Emilia; «voi mi straziate il cuore; ma non
acconsentirò mai a questa proposta imprudente e precipitata.
--Se potessimo disporre del tempo, Emilia cara, essa non sarebbe tanto
precipitata. Bisogna sottoporci alle circostanze.
--Sì, certo, bisogna sottomettervici. Io vi ho già aperto il cuore: or
mi sento spossata.
--Perdonate, Emilia; pensate al disordine del mio spirito in questo
momento in cui sto per lasciare tutto ciò che ho di più caro al mondo.
Quando sarete partita, mi ricorderò con rimorso di tutto quanto vi
feci soffrire; allora desidererò invano di vedervi, non foss'altro
per un istante solo, per lenire il vostro dolore.»
Le lagrime lo interruppero; Emilia pianse con lui.
«Mi mostrerò più degno del vostro amore,» disse Valancourt alfine;
«non prolungherò questi crudeli istanti, Emilia mia, unico mio bene,
non dimenticatemi mai: Dio sa quando ci rivedremo. V'affido alla
Provvidenza. O Dio, Dio mio, proteggetela, beneditela!»
Si strinse la di lei mano al cuore: Emilia gli cadde quasi esanime sul
seno. Non piangevan più, non si parlavano. Valancourt, allora repressa
la sua disperazione, tentò di consolarla e rincorarla. Ma essa parea
incapace di comprenderlo, ed un sospiro che esalava per intervalli
provava solo che non era svenuta.
Ei la sorreggeva camminando a lenti passi verso il castello, piangendo
e parlandole sempre. Ella rispondea sol co' sospiri. Giunti alfine a
capo del viale, parve rianimarsi, e guardandosi intorno:
«Qui bisogna separarsi,» diss'ella sostando. «Perchè prolungar questi
momenti? Rendetemi quel coraggio del quale ho tanto bisogno. Addio,»
soggiunse con voce languida; «quando sarete partito, mi ricorderò di
mille cose ch'io doveva dirvi.
--Ed io! di tante e tante altre,» rispose Valancourt; «non vi ho mai
lasciata senza ricordarmi subito dopo d'una domanda, d'una preghiera,
e d'una circostanza relativa al nostro amore, ch'io ardeva dal
desiderio di comunicarvi, ma che mi sfuggiva dalla fantasia appena vi
vedeva. O Emilia! quelle fattezze ch'io contemplo in questo momento,
fra poco saranno lontane da' miei sguardi, e tutti gli sforzi
dell'immaginazione non potranno delinearmeli con sufficiente
esattezza...»
Ciò detto se la strinse di nuovo al seno, ove la tenne in silenzio
bagnandola delle sue lagrime, che vennero pure a sollevare l'ambascia
della fanciulla. Si dissero addio, e si separarono. Valancourt
sembrava fare ogni sforzo per allontanarsi. Traversò a precipizio il
viale; ed Emilia, che camminava lentamente verso il castello, ascoltò
i suoi passi veloci. La calma malinconica della notte cessò alfine di
essere interrotta. Ella si affrettò di tornare alla sua camera per
cercarvi il riposo, ma, oimè! esso era fuggito lungi da lei, e la sua
sciagura non le permetteva più di gustarne.