L'avarizia della zia d'Emilia cedè finalmente alla sua vanità. Qualche
splendido pranzo dato dalla Clairval, e l'adulazione generale ond'essa
era l'oggetto, aumentarono la premura della Cheron per assicurare una
parentela che l'avrebbe tanto illustrata a' propri occhi ed a quelli
del mondo. Propose il prossimo matrimonio di Emilia, ed offrì di
assicurarne la dote, purchè la Clairval facesse altrettanto pel
nipote. Questa ponderò la proposta, e considerando ch'Emilia era la
più prossima erede della Cheron, l'accettò senza difficoltà. Emilia
ignorava queste disposizioni, quando la zia l'avvertì di prepararsi
alle nozze che dovevano aver luogo senza indugio. La fanciulla,
sorpresa, non capiva il motivo di una sì istantanea conclusione, in
verun modo sollecitata da Valancourt. Ed infatti, non conoscendo le
convenzioni delle due zie, era ben lontano dallo sperare una sì gran
felicità. Emilia mostrò qualche opposizione, ma la Cheron, sempre
gelosa della sua autorità, insistè per il pronto matrimonio, colla
stessa veemenza, con cui ne aveva rigettate in principio le menome
apparenze. Tutti gli scrupoli di Emilia svanirono, quando Valancourt,
istruito allora della sua felicità, venne a scongiurarla di
confermargliene la certezza.
Mentre si facevano i preparativi di queste nozze, Montoni diveniva
l'amante dichiarato della Cheron. Ne fu malcontentissima la Clairval
quando udì parlare del loro imminente matrimonio, e voleva impedire
quello di Valancourt con Emilia; ma la coscienza le rappresentò, che
non aveva diritto di punirli dei torti altrui. Sebbene donna del gran
mondo, era però meno famigliarizzata della sua amica col metodo di far
dipendere la felicità dalla fortuna e dagli omaggi ch'essa attira,
anzichè dal proprio cuore.
Emilia osservò con ansietà l'ascendente acquistato da Montoni sulla
zia, come pure la maggior frequenza delle sue visite. La sua opinione
su questo Italiano era confermata da quella di Valancourt, il quale
aveva sempre esternato estrema avversione per lui. Una mattina ch'essa
lavorava nel padiglione, godendo della dolce frescura primaverile,
Valancourt leggeva vicino a lei, e tratto tratto deponeva il libro per
conversare. Fu avvisata che la zia voleva vederla subito; entrò nel
suo gabinetto, e paragonò sorpresa l'aria abbattuta della signora
Cheron col genere ricercato del di lei abbigliamento.
«Nipote mia...» diss'ella, e si fermò con qualche imbarazzo. «Vi ho
fatta cercare... io... io... voleva vedervi. Ho da darvi una
notizia... da questo momento voi dovete considerare il signor Montoni
come vostro zio; noi ci siamo maritati stamattina.»
Confusa, non tanto del matrimonio, quanto del segreto con cui era
stato fatto, dell'agitazione colla quale le venne annunziato, Emilia
attribuì siffatto mistero alla volontà di Montoni, piuttostochè a
quella di sua zia; ma questa non voleva che si credesse così.
«Voi vedete,» soggiuns'ella, «che ho voluto fuggire la pubblicità; ma
ora che la cerimonia è fatta, non m'importa più che si sappia. Vado
subito ad annunziare alla mia gente che il signor Montoni è il loro
padrone.»
Emilia fece quanto potè per felicitare la zia di un matrimonio così
imprudente.
«Voglio celebrare le mie nozze con tutto il fasto,» continuò la
signora Montoni, «e per non perder tempo, mi servirò dei preparativi
che furono fatti per le vostre, le quali verranno protratte un poco;
ma voglio che per far onore alla festa, voi vi abbigliate degli abiti
fatti pel vostro matrimonio. Desidero egualmente che facciate noto il
mio cambiamento di nome al signor Valancourt, il quale ne informerà la
signora Clairval. Fra pochi giorni voglio dare un pranzo magnifico, e
conto su di loro.»
Emilia era talmente attonita, che potè appena replicare alla zia, e, a
tenore del suo desiderio, tornò nel padiglione ad informar l'amante
dell'accaduto. La sorpresa non fu il primo sentimento di Valancourt,
sentendo parlare di queste nozze precipitose; ma quando seppe che le
sue erano differite, e che gli ornamenti preparati per abbellire
l'imeneo della sua Emilia, stavano per esser degradati servendo per la
signora Montoni, il dolore e lo sdegno agitarono a vicenda il suo
spirito. Non potè dissimularlo alla fanciulla; i di lei sforzi per
distrarlo e scherzare su questi timori repentini furono inutili.
Quando alla fine si separò da lei, era oppresso da una tenera
inquietudine che la colpì vivamente, e pianse senza saper perchè,
quando fu giunta all'ingresso del giardino.
Montoni prese possesso del castello colla facilità d'un uomo che da
lunga pezza lo riguardava come suo. Il suo amico Cavignì l'aveva
singolarmente servito prodigando alla Cheron le attenzioni e le
adulazioni ch'essa esigeva, ed alle quali Montoni pareva prestarsi con
pena; egli ebbe un appartamento nel castello, e fu obbedito dalla
servitù come lo stesso padrone.
Pochi giorni dopo, la signora Montoni, come l'aveva promesso, diede un
magnifico pranzo ad una numerosa società. Valancourt v'intervenne, ma
la Clairval se ne scusò. Vi fu accademia di musica e festa da ballo.
Valancourt, come di ragione, danzò con Emilia; egli non poteva
esaminare le decorazioni della festa, senza rammentarsi ch'erano
destinate per le sue nozze. Nonostante cercava di consolarsi, pensando
che fra poco i suoi voti sarebbero stati esauditi. La signora Montoni
ballò, rise e chiaccherò del continuo tutta la sera. Montoni però,
taciturno e riservato, sembrava ristucco di quel divertimento, e della
frivola società che ne formava l'oggetto.
Fu il primo e l'ultimo banchetto dato in occasione di quelle nozze.
Montoni, cui il carattere severo, e il taciturno orgoglio, impedivano
d'animare queste feste, era nondimeno dispostissimo a provocarle.
Trovava esso ben di rado nelle conversazioni un uomo che potesse
rivaleggiar con lui per lo spirito od il talento. Tutto il vantaggio,
in questa specie di riunioni, era dunque sempre dalla parte sua.
Conoscendo con quale egoismo si frequenta la società, temeva d'esser
vinto in simulazione, ovvero in considerazione, dovunque egli si
trovava. Ma la signora Cheron, quando trattavasi del proprio
interesse, aveva talfiata più discernimento che vanità. Conosceva essa
la sua inferiorità alle altre donne in tutte le qualità personali. La
gelosia naturale risultante da questa cognizione, ne contrariava
dunque l'inclinazione per le riunioni che offriva Tolosa. La sua
politica era cambiata; si opponeva con vivacità al gusto del marito
per il gran mondo, e non dubitava ch'egli non fosse per essere così
ben ricevuto da tutte le donne com'eralo stato allorchè faceva la
corte a lei.
Erano scorse poche settimane da questo matrimonio, quando la signora
Montoni partecipò ad Emilia il progetto di andare in Italia, tostochè
fossero finiti tutti i preparativi pel viaggio.
«Andremo a Venezia,» diss'ella; «Montoni vi possiede un bel palazzo, e
quindi passeremo al suo castello in Toscana. Perchè prendete voi
un'aria così seria, figliuola? Voi che amate tanto le belle vedute,
dovreste essere incantata di questo viaggio.
--Devo forse venire anch'io?» disse Emilia con emozione e sorpresa
insieme.
--Sì, certo,» replicò la zia; «come potete supporre che noi vogliamo
lasciarvi qui? Ah! vedo che pensate al cavaliere. Io credo che non
sappia nulla, ma lo saprà sicuramente quanto prima. Montoni è uscito
per darne parte alla signora Clairval, ed annunziarle che i nodi
proposti fra le nostre famiglie sono sciolti irremissibilmente.»
L'insensibilità colla quale la Montoni faceva sapere alla nipote che
la separavano, forse per sempre, dall'uomo al quale doveva unirsi per
tutta la vita, aumentò vie più la disperazione dell'infelice a tal
notizia. Quando potè parlare, domandò il motivo di tal cangiamento a
riguardo di Valancourt; e l'unica risposta che ne ottenne fu, che
Montoni aveva proibito questo matrimonio, attesochè Emilia poteva
aspirare a partiti assai più vantaggiosi.
«Io lascio attualmente tutta questa faccenda a mio marito,» soggiunse
la Montoni; «ma devo convenire che il signor Valancourt non mi è
piaciuto mai, e che non avrei mai dovuto dare il mio consenso. Son
debole assai; bene spesso son così buona, che le pene altrui mi
rattristano, e la vostra afflizione la vinse sulla mia opinione. Il
signor Montoni però mi ha dimostrato con molta chiarezza la follia
ch'io faceva, ma non avrà certo a rimproverarmela una seconda volta.
Pretendo assolutamente la vostra sommissione a quelli che conoscono
meglio di voi i vostri interessi, e ci dovete obbedire in tutto.»
Emilia sarebbe stata sorpresa dalle asserzioni e dall'eloquenza di
questo discorso, se tutte le di lei facoltà, annientate dalla scossa
ricevuta, le avessero permesso d'intenderne una sola parola. Qualunque
fosse la debolezza della signora Montoni, avrebbe potuto risparmiarsi
il rimprovero di una eccessiva compassione e d'una prodigiosa
sensibilità ai mali altrui, e soprattutto a quelli di Emilia. Quella
medesima ambizione che l'aveva indotta a brigare il parentado della
Clairval, formava oggi il soggetto della rottura. Il suo matrimonio
con Montoni esaltava ai di lei occhi la propria importanza, e
conseguentemente cambiava le sue mire per Emilia.
Questa interessante fanciulla era troppo afflitta per far valere le
sue ragioni, o scendere a preghiere. Quando finalmente volle far uso
di quest'ultimo mezzo, le mancò la parola, e si ritirò nella sua
camera per riflettere, se ciò le fosse stato possibile, ad un colpo
così inaspettato e tremendo.
Passò gran pezza prima che si fosse riavuta abbastanza da porsi a
riflettere; ma il pensiero che le si affacciò fu tristo e terribile.
Credè che Montoni volesse disporre di lei pel proprio vantaggio, e
pensò che Cavignì fosse la persona per la quale si interessasse. La
prospettiva del viaggio d'Italia diveniva ancor più disgustosa, quando
considerava la situazione turbolenta di quel paese lacerato dalle
guerre civili, in preda a tutte le fazioni, e dove ogni castello si
trovava esposto all'invasione del partito avverso. Considerò a qual
persona era rimesso il suo destino, ed a qual distanza si sarebbe
trovata da Valancourt. A tale idea, svanì qualunque altra immagine, ed
il dolore immerse nella confusione tutti i suoi pensieri.
Passò qualche ora in questo stato doloroso; quando fu avvertita per il
pranzo, volle scusarsene. La Montoni però, ch'era sola, non volle
acconsentirvi, e le convenne obbedire. Parlarono pochissimo durante il
pranzo. L'una era oppressa dal suo dolore, e l'altra indispettita
dell'assenza inaspettata di Montoni. La sua vanità era offesa da
siffatta negligenza, e la gelosia l'allarmava principalmente su di ciò
ch'ella chiamava un impegno misterioso. Non ostante Emilia si provò a
parlar nuovamente di Valancourt, ma la zia, insensibile a pietà ed ai
rimorsi, divenne quasi furiosa perchè si permettessero osservazioni
sulla di lei autorità e su quella di Montoni; in conseguenza la povera
Emilia si ritirò piangendo.
Traversando il vestibolo, udì entrare qualcuno dalla porta grande; le
parve di vedere Montoni e raddoppiò il passo; ma riconobbe tosto la
voce diletta di Valancourt.
«Emilia, mia cara Emilia!» sclamò egli col tuono dell'impazienza, a
misura che si avanzava e che scuopriva le orme della disperazione sul
volto di lei. «Emilia, bisogna ch'io vi parli; ho da dirvi mille cose;
conducetemi in qualche parte ove possiamo parlare con libertà. Ma! voi
tremate, vi sentite male; lasciate ch'io vi conduca ad una sedia.»
Vide una porta aperta, e si provò a condurre Emilia colà; ma essa,
ritirando la mano, gli disse sorridendo languidamente:
«Sto già meglio. Se volete parlare con mia zia, è nel salotto.
--Voglio parlare con _voi sola_, mia cara Emilia,» replicò Valancourt.
«Gran Dio! Siete già arrivata a questo punto? Acconsentite voi così
facilmente a dimenticarmi? questo luogo non ci conviene, possiamo
essere intesi. Non voglio da voi che un solo quarto d'ora di
attenzione.
--Sì, quando avrete veduto mia zia,» disse Emilia.
--Io era già infelice, venendo qui,» esclamò Valancourt; «non
aumentate il mio affanno con questa freddezza e con questo crudele
rifiuto.»
L'energia colla quale pronunciò tali parole, la commosse fino alle
lagrime, ma persistè nella negativa d'ascoltarlo fintantochè non
avesse veduto la signora Montoni.
«Dov'è suo marito, dov'è egli questo Montoni?» disse Valancourt con
voce alterata; «debbo parlar giusto con lui.»
Emilia, spaventata delle conseguenze dello sdegno che sfavillava ne'
di lui occhi, l'assicurò con voce tremante che Montoni non era in
casa, e lo scongiurò di moderare il risentimento. Agli accenti
interrotti della di lei voce, gli sguardi di Valancourt passarono
tosto dal furore alla tenerezza.
«Vi sentite male, Emilia,» diss'egli, «e vogliono perderci amendue.
Perdonatemi se ho ardito dubitare della vostra tenerezza.»
Emilia non s'oppose più ad accordargli un colloquio nella stanza
vicina. La maniera colla quale aveva nominato Montoni, aveale
cagionato i più fondati timori sul pericolo cui poteva correre egli
stesso; non pensò più se non a prevenire le terribili conseguenze
della sua vendetta. Ascoltò egli attento le di lei preghiere, e non vi
rispose che con occhiate di disperazione e di tenerezza. Nascose alla
meglio il suo risentimento per Montoni, e si sforzò di acchetare i di
lei terrori; ma Emilia, poco contenta di quell'apparente tranquillità,
si turbò ancor davvantaggio, e procurò di far conoscere a Valancourt
l'inconveniente di un alterco con Montoni, lo che avrebbe potuto
rendere la loro separazione irrimediabile. Cedè egli alle tenere
preghiere, e le promise che, per quanto grande potesse essere
l'ostinazione di Montoni, non farebbe mai uso della violenza per
conservare i suoi diritti.
Emilia si sforzò di calmarlo coll'assicurazione di un attaccamento
inviolabile. Gli fe' osservare che fra un anno circa sarebbe stata
maggiorenne, e che per conseguenza allora sarebbe uscita di tutela.
Queste assicurazioni però consolavano poco Valancourt: egli
considerava che allora essa sarebbe in Italia, ed in balia di coloro
il cui potere su di lei non sarebbe cessato tanto facilmente co' loro
diritti. Emilia, alquanto calmata dalla promessa ottenuta e dalla
tranquillità ch'egli affettava, stava per lasciarlo, quando la zia
entrò nella stanza. Gettò essa un'occhiata di rimprovero sulla nipote,
che si ritirò subito, e una di malcontento e d'alterigia sull'infelice
giovane.
«Non è questa la condotta ch'io mi aspettava da voi,» diss'ella, «o
signore; io non credeva di vedervi più in casa mia dopo avervi fatto
avvertire che le vostre visite non mi tornavano più gradite. Credeva
ancor meno, che voi cercaste di vedere clandestinamente mia nipote, e
ch'ella avesse l'imprudenza di acconsentire a ricevervi.»
Valancourt, vedendo esser necessario di giustificare Emilia, protestò
che l'unico scopo della sua visita era stato quello di domandare un
abboccamento a Montoni, e ne spiegò i motivi colla moderazione che il
sesso, più che il carattere di quella donna superba, poteva solo
esiger da lui.
Le sue preghiere furono ricevute con asprezza. La zia si lagnò che la
sua prudenza avesse ceduto a quant'essa chiamava la sua compassione,
aggiungendo infine che conoscendo benissimo la follia della sua prima
condiscendenza, e volendo evitare di ricadervi, rimetteva intieramente
ed esclusivamente quest'affare al marito.
L'eloquenza sentimentale del giovane le fece alfine comprendere
l'indegnità della sua condotta; essa conobbe la vergogna, ma non il
rimorso. S'indispettì che Valancourt l'avesse ridotta a quella penosa
situazione, ed il suo odio crebbe colla coscienza dei propri torti.
L'antipatia ch'egli le ispirava era tanto più forte, in quanto che,
senza accusarla, la costringeva a convincersi da sè stessa. Non le
lasciava una scusa per la violenza del risentimento col quale lo
considerava. Alla perfine, la sua collera divenne così violenta, che
Valancourt si decise di uscire al momento, affine di non perdere la
propria stima in una risposta poco misurata, e si convinse appieno che
non doveva sperare nè pietà, nè giustizia da una persona che sentiva
il peso delle male opere, e non l'umiltà del pentimento.
Si era formata l'istessa idea di Montoni, essendo chiaro che il piano
della separazione veniva direttamente da lui. Non era probabile
ch'egli abbandonasse il suo disegno per preghiere o ragioni che doveva
aver prevedute, e contro le quali era preparato. Intanto, fedele alle
promesse fatte ad Emilia, più occupato del suo amore, che geloso della
propria dignità, Valancourt si guardò bene dall'irritar Montoni senza
necessità. Gli scrisse, non per domandargli un abboccamento, ma per
sollecitare il suo favore, e ne attese la risposta con qualche
tranquillità.