_Successione del Regno dichiarata per la persona di FERDINANDO
d'Aragona figliuolo d'ALFONSO. Pace conchiusa col Pontefice EUGENIO IV
da cui vengono investiti del Regno._
Fu ancora in questo Parlamento dichiarata la succession del Regno
per la persona di Ferdinando figliuolo d'Alfonso; poich'essendo
notissimo a' più intimi Baroni del Re l'amore che e' portava a questo
suo figliuolo, ancorchè naturale, al quale avea spedito privilegio di
legittimazione[326] dove lo dichiarava abile a potergli succedere in
tutti i suoi Stati e particolarmente nel Regno di Napoli; e sapendo
di far gran piacere al Re, proposero agli altri di cercargli grazia
che volesse designare D. Ferdinando suo futuro successore, col titolo
di Duca di Calabria, solito darsi a' figliuoli primogeniti de' Re
di questo Regno: onde col consenso di tutti, Onorato Gaetano che fu
eletto per Sindico di tutto il Baronaggio, inginocchiato avanti al
Re lo supplicò, che poichè S. M. avea stabilito in pace il Regno, e
fatti tanti beneficj, per fargli perpetuare, volesse designare per
Duca di Calabria e suo futuro successore, dopo i suoi felici giorni,
l'illustrissimo Signor D. Ferdinando suo unico figlio[327]; e 'l Re
con volto lieto fece rispondere dal suo Segretario in di lui nome
queste parole: _La serenissima Maestà del Re rende infinite grazie a
voi illustri, spettabili e magnifici Baroni della supplica fatta in
favore dell'illustrissimo Signore D. Ferrante suo carissimo figlio, e
per soddisfare alla domanda vostra, l'intitola da quest'ora, e dichiara
Duca di Calabria immediato erede e successore di questo Regno, e si
contenta se gli giuri omaggio dal presente dì._ Fu subito con gran
giubilo gridato Ferdinando Duca di Calabria e successore del Regno,
e da tutti gli Ufficiali e Baroni suddetti gli fu giurato omaggio e
ligio di fedeltà _ore et manibus_; e ne fu fatto pubblico istromento
in presenza di molti Baroni in quest'anno 1443 che si legge impresso
nel volume de' privilegj suddetti. Nel seguente giorno, il Re con
Ferdinando accompagnato dal Baronaggio andò nel monastero delle Monache
di S. Ligoro, e poichè fu celebrata con pubblica solennità la messa,
diede la spada nella man destra di Ferdinando, e la bandiera nella
sinistra, e gl'impose il cerchio Ducale su la testa, e comandando
che tutti lo chiamassero _Duca di Calabria_, e lo tenessero per suo
legittimo successore: di che anche ne fu fatto pubblico istromento che
parimente ivi si legge.
Ma tutto ciò non bastava per assicurar la successione del Regno nella
persona d'un figliuolo bastardo, ancorchè legittimato, se questo
giuramento e dichiarazione non fosse stata approvata dal Papa, il
quale per l'inimicizia che teneva con Alfonso non gli avrebbe data mai
l'investitura; ed il mal animo del Papa era evidente, poichè avendo
tutti i Potentati di Italia mandato a congratularsi con lui della
vittoria, e della quiete e pace del Regno, solamente il Pontefice
Eugenio non vi mandò; anzi mostrò dispiacer grandissimo della ruina di
Renato e della sua uscita dal Regno. Perciò Alfonso, che avea bisogno
di lui, non solo per istabilire più perfettamente la pace, ma per
ottenere l'investitura del Regno per lo Duca di Calabria, rivoltò tutti
i suoi pensieri per riconciliarsi con lui, e adoperò ogni mezzo por
conseguirlo.
Avea prima Alfonso, come si disse, vedendo l'avversione d'Eugenio,
tenuto secreto trattato con Amedeo duca di Savoja Antipapa, e non
per altro che per ottenere da quello ciò che dal vero Pontefice non
potea conseguire. Lo Scisma che s'era rinovato nella Chiesa dopo
la morte di Martino V per lo Concilio di Basilea, avea posto in
disordine ogni cosa. Ciò che il Papa Eugenio stabiliva, il Concilio
dichiarava nullo; ed all'incontro il Papa tenendo per Conventicola
quella radunanza, tuttociò che in quella si determinava, lo dannava ed
anatematizzava. Il Concilio citò il Papa e non comparendo, lo dichiarò
contumace; finalmente que' Prelati ch'eran rimasi in Basilea, de' quali
componevasi il Concilio, lo deposero il dì 25 giugno dell'anno 1439 e
deputarono alcuni Commessarj per eleggere un nuovo Papa. I Commessarj
elessero Amedeo Duca di Savoja, che, come fu detto, s'era ritirato
nella solitudine di Ripaglia, nella Diocesi di Ginevra, dove vivea
come Romito. La sua elezione fu confermata dal Concilio, e fu nomato
_Felice V_, il quale tosto portossi in Basilea a presiedere in quello.
Papa Eugenio ne teneva aperto un altro in Fiorenza, e vicendevolmente
si condennavano l'un l'altro. La Francia continuò a riconoscere Eugenio
per Papa. L'Alemagna però cominciava a vacillare, e propose di tenere
un nuovo Concilio per giudicare sopra il diritto de' due eletti. Il Re
Alfonso durando nell'inimicizia d'Eugenio, per dargli di che temere,
mandò Luigi Cescases per suo Ambasciadore appresso Felice, e permise
che alcuni Prelati suoi sudditi l'ubbidissero e riconoscessero per vero
Pontefice. All'incontro Felice per tirar scovertamente Alfonso nel
suo partito, e tutti i sudditi de' di lui Regni alla sua ubbidienza,
offeriva a Luigi suo Ambasciadore ch'egli avrebbe confermata l'adozione
fattagli dalla Regina Giovanna II, conceduta l'investitura del
Regno, ed oltre ciò gli offeriva ducentomila ducati d'oro[328]. Ma
il prudentissimo Re scorgendo che di giorno in giorno il Concilio
di Basilea andavasi debilitando, e che Felice erasi a' 20 novembre
dell'anno 1442 con una parte de' suoi Cardinali ritirato in Lausana,
e che a lungo andare si dissolverebbe ogni cosa: pensò destramente di
rivoltarsi alla parte d'Eugenio, e per tenere intanto a bada Felice,
fece rispondere dal suo Ambasciadore alla profferta fattagli che li
ducentomila ducati d'oro bisognava che se gli pagassero in una paga:
che si contentava di ritenersi la città di Terracina per la somma
di 305 mila ducati di Camera in parte di ciò che se gli dovea per la
guerra mossagli dal Patriarca Vitellesco, quando gli ruppe la tregua,
e che allora vi fu condizione che dovesse aver Terracina fin che ne
fosse interamente soddisfatto: che se Felice era contento di ciò ed
adempiva a queste condizioni, egli non avrebbe mancato di difenderlo e
di prestargli co' suoi fratelli ubbidienza; ed oltre a ciò che avrebbe
inviati al Concilio suoi Ambasciadori, e proccurato che i Prelati de'
suoi Regni ancor vi venissero; ed anche si studierebbe che il medesimo
facessero il Re di Castiglia ed il Duca di Milano, e co' suoi fratelli
si sarebbe confederato ancora con la Casa di Savoja.
Questi trattati teneva egli aperti con Felice, prolungandogli con
destrezza, perchè non si venisse a veruna conchiusione; ma nell'istesso
tempo avea dato incarico al Vescovo di Valenza D. Antonio Borgia, che
fu Cardinale e poi Papa, detto Calisto III che s'adoprasse con Eugenio
per la sua riconciliazione, il quale incominciò a sollecitare il
Papa, che si degnasse trattare di pace e ricevere il Re per suo buon
figliuolo e buon feudatario. Agevolò ancora il trattato, ed ammollì
l'animo d'Eugenio Lodovico Scarampo Patriarca d'Aquileia Cardinal di S.
Lorenzo in Damaso suo Camerlengo, con cui solea egli conferire de' più
gravi ed importanti affari; onde Eugenio mosso dalle loro insinuazioni,
e considerando altresì che non poteva giovare al Re Renato, e che
l'inimicizia del Re Alfonso gli poteva nuocere, voltò l'animo alla
pace; ed a' 9 aprile di quest'anno 1443 spedì una Bolla di legazione e
commessione in persona del Cardinal suddetto, inviandolo a trattare col
Re della pace e dell'investitura del Regno da concedersi al medesimo.
La Bolla di questa legazione è rapportata dal Chioccarello, e si legge
nel primo volume de' suoi M. S. giurisdizionali.
Trovavasi allora il Re a Terracina, dove ricevè il Legato con molto
onore; e dopo molti dibattimenti fu a' 14 giugno del detto anno la pace
conchiusa con questi patti.
Che il Re con dimenticanza perpetua di tutte l'ingiurie ed offese
passate, e con rimessione di quelle, riconoscesse Eugenio per se e per
tutti i suoi Regni per unico, vero e non dubbioso Pontefice e Pastor
universale di S. Chiesa, e che come a tale gli prestasse egli ed i suoi
Regni ubbidienza.
Che dovesse tenere per Scismatici tutti i Cardinali aderenti
all'Antipapa Amedeo.
Che all'incontro il Papa dovesse dar l'investitura al Re Alfonso del
Regno di Napoli, con la conferma dell'adozione ed arrogazione, che la
Regina Giovanna II aveale fatta con clausola, che non gli ostasse avere
acquistato il Regno colle proprie armi.
Che trasferisse in Alfonso tutta quella autorità che era stata
conceduta da' Pontefici passati agli antichi Re di Napoli; e che
abilitasse D. Ferrante Duca di Calabria alla successione dopo la morte
del padre. E dall'altra parte il Re si farebbe vassallo e feudatario
della chiesa, con promettere d'aiutarla a ricovrare la Marca, la quale
si tenea occupata dal Conte Francesco Sforza.
Che quando il Papa volesse far guerra contra Infedeli, avesse il Re da
comparire con una buona armata ad accompagnare quella del Papa.
Che il Re dovesse ritenere in nome della chiesa la città di Benevento
e di Terracina in governo per tutto il tempo di sua vita, e per lo
medesimo tempo lasciava il Re al Papa Città ducale, Acumoli e la
Lionessa, terre importantissime della provincia d'Abruzzo.
Che il Re dovesse servire al Papa con sei galee per sei mesi nella
guerra contro il Turco. E per ricuperare le città e fortezze che teneva
occupate nella Marca il Conte Francesco Sforza, si convenne, che il Re
dovesse inviare quattromila soldati a cavallo e mille a piedi.
Che il Papa dovesse concedere la Bolla di legittimazione per D.
Ferdinando suo figlio che fosse abilitato per l'investitura, in guisa
che tanto egli, quanto i suoi eredi potessero succedere al Regno.
Che al censo, che dovea pagar il Re per l'investitura, s'avessero da
scomputare le spese, che si facessero nelle sei galee e nella gente
d'arme, che dovean andare alla Marca.
Che le città di Benevento e di Terracina si darebbero in governo a D.
Ferdinando e suoi successori perpetuamente, e dell'istesso modo avesse
la chiesa in governo la Città ducale, Acumoli e la Lionessa.
Questi capitoli di pace furono a' 14 giugno di quest'anno 1443
conchiusi in Terracina dal Re e dal Legato appostolico Cardinal
d'Aquileia; nella conchiusion de' quali intervennero solamente Alfonso
Covarruvias famoso Giurista e Protonotario appostolico e Giovanni
Olzina Segretario del Re; e sono rapportati dal Chioccarello nel tomo
I de' M. S. giurisdizionali.
Papa Eugenio con sua particolar Bolla spedita a' 6 luglio del detto
anno, parimente rapportata da Chioccarello, confermò i capitoli
suddetti, ed in esecuzione di quelli, in questo medesimo anno, spedì
più Bolle rapportate anche dal medesimo Autore.
Primieramente a' 13 luglio diede fuori una Bolla preliminare, colla
quale assolvea il Re ed i suoi Ministri da tutte le scomuniche e
censure, nelle quali fossero incorsi per le guerre ed offese fatte
alla chiesa romana nel tempo dello Scisma, e per l'invasione dei beni
ecclesiastici. Dopo tutto ciò, residendo Eugenio in Siena, a' 15 del
detto mese spedì la Bolla dell'investitura, per la quale concedè al Re
Alfonso l'investitura del Regno di Napoli per se, suoi eredi mascoli e
femmine legittimi discendenti dal suo corpo per _retta linea_.
Di questa investitura variamente parlarono i nostri Autori: Scipion
Mazzella[329] dice, che abbracciava ancora il Regno d'Ungheria, di
cui il Papa ne investì Alfonso per le ragioni di Giovanna sua madre
adottiva; e che nella medesima si concedeva ancora, che Ferdinando suo
figliuol naturale potesse succedere nel Regno. Il Cardinal Baronio[330]
credette, che per questa Bolla il Re Alfonso fosse stato da Eugenio
investito non solo del Regno di Napoli, ma anche di quello di Sicilia.
Ma non men l'uno che l'altro vanno di gran lunga errati. L'investitura
non fu che del solo Regno di Napoli, chiamato nelle Bulle pontificie,
_Regnum Siciliae et Terram citra Pharum_. Nè della Sicilia _ultra
Pharum_, e molto meno dell'Ungheria si fece parola, come nè tampoco
dell'abilitazione di Ferdinando. Ciò è evidente dalla Bolla, che ora
leggiamo impressa nel III tomo del Summonte, e che manuscritta fu dal
Chioccarelli ancor inserita fra l'altre di questo Papa nel tomo primo
de' suoi M. S. giurisdizionali: dove Eugenio, numerando le cagioni, che
lo moveano a dar l'investitura, cioè l'adozione della Regina Giovanna
II, li travagli d'Alfonso sofferti in tanti anni per mettersene in
possesso, la vittoria riportata de' suoi nemici, la pace data al Regno,
la volontà dei Baroni che lo consideravano e che l'aveano ricevuto
per loro Re e Signore, datogli ubbidienza e prestatogli il giuramento
solito di fedeltà (cose tutte riguardanti il solo Regno di Napoli), i
meriti proprj e del Re Ferdinando suo padre, per tutte queste ragioni
l'investiva del Regno colle clausole solite, che furono apposte in
quella conceduta al Re Carlo I con il censo di ottomila once d'oro
l'anno: e che i Baroni e popoli del medesimo Regno non potessero
gravarsi di nuove taglie, ma godessero quella libertà, franchigia e
privilegi che goderono a tempo del Re Guglielmo II.
Non poteva in questa investitura parlarsi del Regno di Sicilia _ultra
Pharum_, di cui i Re di Sicilia predecessori d'Alfonso, sin dal famoso
Vespero Siciliano, non ne richiesero mai investitura; ed Alfonso
era a quello succeduto per la morte del Re Ferdinando suo padre sin
dall'anno 1416, e di cui era in possesso prima della sua adozione. Lo
convincon ancora le parole della Bolla dell'investitura, conceduta
_pro Regno Siciliae, et tota terra ipsius, quae est citra Pharum,
usque ad confinia terrarum ipsius Ecclesiae_. Ciò che si conosce più
chiaramente dal giuramento di ligio omaggio, che Alfonso poi nell'anno
1445 diede ad Eugenio con queste parole: _Ego Alphonsus dei gratia Rex
Siciliae plenum homagium, ligium, et vassallagium faciens vobis Domino
meo Eugenio Papae IV et Ecclesiae Romanae, pro Regno Siciliae, et tota
terra ipsius, quae est citra Pharum_[331].
Mette poi la cosa in maggior evidenza, e non lascia punto da dubitare
la data di questo giuramento, dove per lo Regno di _Sicilia, et tota
terra citra pharum_, non si denota, che questo solo Regno di Napoli.
Ecco ciò che ivi leggiamo: _Datum Neapoli per manus nostri praedicti
Regis Alphons, anno a Nativitate Domini 1445, die vero secundo
mensis Junii octavae Indictionis. Regnum nostrorum trigesimo; hujus
vero SICILIAE, ET TERRAE CITRA PHARUM anno Regni XI_. Non è dunque
da dubitare, che questa investitura fu del solo Regno di Napoli,
siccome per cosa fuor di dubbio scrissero il Costanzo, il Summonte, il
Chioccarelli, e tutti i più rinomati e gravi nostri Autori.
Oltre di questa investitura, nel medesimo anno furono da Eugenio
spedite altre Bolle in favor d'Alfonso; nel dì 4 di settembre ne diè
una per la quale gli rimette e dona il pagamento di non picciole somme
di marche sterline, che era tenuto pagare alla Camera Appostolica per
cagion della concessione, ed investitura del Regno di Napoli. E nel
dì 29 del medesimo mese con altra Bolla gli rimise tutta la somma
di denari, che gli dovea per li censi passati del Regno di Napoli;
e tutta la somma, che il Re, e suoi Ufficiali e Ministri in suo nome
aveano esatta insino al detto dì, da qualunque ragioni, e crediti della
Camera Appostolica, ovvero da prelature e dignità, beneficj e persone
ecclesiastiche di qualsivoglia modo. Parimente nel medesimo giorno ne
spedì un'altra, colla quale promette al Re di mandargli il Cardinal di
S. Lorenzo in Damaso, o altra persona per coronarlo solennemente quando
e dove il Re vorrà; ma questa coronazione poi non si fece, non essendo
stato Alfonso mai coronato[332].
Poi in un medesimo giorno de' 13 decembre del suddetto anno furono
spedite nove altre Bolle in favor del medesimo. Per la prima,
si concede che la pena della privazione del Regno in caso di
contravenzione alli patti dell'investitura, possa permutarsi in pena
pecuniaria di ducati 50 mila da pagarsi dal Re alla Camera Appostolica;
durante però la vita d'Alfonso. La seconda, gli proroga per due
altri anni il tempo di dare il giuramento alla Sede Appostolica per
l'investitura del Regno, non ostante, che in quella si dica, doversi
dare fra sei mesi, se il Papa sarà in Italia ed essendo fuori d'Italia,
fra un anno. La terza, gli rimette le 8 mila once d'oro l'anno, che
gli doveva per lo censo, durante però la vita d'Alfonso. La quarta gli
dà facoltà di non ricevere i suoi ribelli nel Regno, e di cacciargli,
con confiscare i loro beni, non ostante il giuramento dato dal Re per
osservanza dell'investitura fattagli, di ricevere detti ribelli nel
Regno e di restituire a' medesimi i loro beni, assolvendolo dal detto
giuramento. Per la quinta, se gli concede, che se bene nell'investitura
vi sia patto, che non possa imponere taglie e collette alle chiese,
monasterj, luoghi pii e religiosi, cherici e persone ecclesiastiche, e
loro beni, eccetto che ne' casi permessi _de jure_, ovvero per antica
consuetudine di detto Regno, tuttavia che possa il suddetto Re per
tutto il tempo della sua vita imponere taglie e collette a detti luoghi
e persone ecclesiastiche, essendovi necessità, non ostante li patti di
detta investitura. Nella sesta, si dice, che essendosi dal Re Alfonso
esposto, che per antica consuetudine del Regno poteva imponer taglie
e collette alle chiese, monasterj, Luoghi pii, religiosi, cherici e
persone ecclesiastiche e loro beni, e che non era tenuto ricevere,
nè ammettere Prelati eletti, nominati e provisti in detto Regno, se
probabilissimamente gli eran sospetti di Stato: il Papa gli concede,
che possa imporre dette taglie e collette, e non ricevere detti
Prelati, se per consuetudine del Regno gli era lecito, non ostante li
patti apposti in detta Investitura. Per la settima, ad istanza del
detto Re se gli concede e dispensa, che possano anche succedere nel
Regno _i trasversali_, non ostante li patti di detta Investitura, che
chiamava solo li mascoli nati e nascituri, legittimamente discendenti
per linea retta dal detto Re. Per l'ottava, se gli conferma l'adozione,
ovvero arrogazione per figlio e successore nel Regno di Napoli fattagli
dalla Regina Giovanna II. L'ultima, rimette al Re li 300 soldati
armati, che avea da tenere in campagna, e che avea promesso alla Sede
Appostolica a sue spese per tre mesi per cagione dell'Investitura
concessagli.
Da poi nel seguente anno 1444 a' 14 Luglio in esecuzione de' capitoli
accordati col Cardinal Legato in Terracina, spedì Eugenio la Bolla
della legittimazione a favor di Ferdinando Duca di Calabria, per la
quale lo legittimò e l'abilitò a succedere nel Regno di Napoli; ed
a primo Aprile dell'anno seguente con altra Bolla si commette a Don
Giovanni Abate del monastero di S. Paolo di Roma, a ricercare dal Re
Alfonso in nome della Sede Appostolica il giuramento ch'era tenuto dare
per cagion dell'Investitura, il quale fu dato in mano del medesimo con
quelle parole di sopra riferito.
(La formola del giuramento di fedeltà prestato da Alfonso, siccome i
Brevi, ed altre Bolle d'investitura e sua estensione a' collaterali, di
remission di debiti alla Camera Appostolica, di riunione nel Regno dei
Beni distratti e di conferma dell'adozione fatta dalla Regina _Giovanna
II_ in favor d'Alfonso, sono rapportate anche da _Lunig_[333], il
quale trascrive eziandio una bolla d'_Eugenio_, spedita in Roma nel
mese d'Ottobre del 1443 per la quale gli concede facoltà di potere per
tutto il futuro anno 1444 impor taglie e collette, ed esigere sopra
tutti i frutti de' Beni degli Ecclesiastici de' suoi Regni la somma
di ducentomila fiorini d'oro di Camera; cioè da' Regni d'Aragona,
Valenza, Catalogna, Majorica e Minorica fiorini cento quarantamila; dal
Regno di Napoli trentamila e da quello di Sardegna diecimila. Comanda,
che niun Ordine regolare o secolare sia da ciò esente; ma tutti gli
Ecclesiastici, ospedali ed altri luoghi pii debbano contribuire,
eccettuandone i soli Cardinali, per quella ragione che _Eugenio_
esprime nella suddetta sua Bolla, dicendo: _Venerabilibus Fratribus
nostris S. R. E. Cardinalibus, qui in partem nostrae sollicitudinis,
divina miseratione vocali, grandia ad eorum statum decenter tenendum
expensarum onera quotidie subire noscuntur dumtaxat exceptis_).