CAPITOLO V.

_ALFONSO parte di Napoli, e va in Ispagna; e Napoli si rende alla

Regina GIOVANNA. Insolenze del Gran Siniscalco; sua ambizione ed

infelice morte._

Quando Re Alfonso ebbe intesa la nuova adozione del Re Luigi, e la

confederazione del Papa e del Duca di Milano contro di lui, cominciò

a dubitare di perdere Napoli, perchè fin a quel dì i Napoletani

della parte Angioina erano stati tanto depressi e conculcati dal Gran

Siniscalco, ch'erano divenuti Aragonesi, ed aveano piacere di vedere

in rovina lo stato della Regina e del Gran Siniscalco; ma dappoichè

intesero l'adozione del Re Luigi, saliti in isperanza di ricovrar le

cose loro, erano per far ogni sforzo, acciocchè la città ritornasse

in mano della Regina; e già s'intendeva che da dì in dì molti andavano

in Aversa a trovare Re Luigi in palese, e molti che non aveano ardire

di palesarsi, lo visitavano per secreti messi. Perciò Alfonso mandò

a chiamar Braccio, il quale ancora penava per ridurre l'Aquila, che

venisse colle sue genti a Napoli. Ma Braccio che confidava, che quella

Piazza si rendesse fra pochi dì, rispose ad Alfonso, ch'era assai più

necessario conquistar quella provincia bellicosa ed ostinatamente

affezionata alla parte Angioina, che tener Napoli, la qual solea

esser di coloro, che vinceano la campagna, e che perciò gli mandava

Giacomo Caldora, che tenea il primo luogo nel suo esercito dopo lui, e

Berardino della Carda, e Riccio da Montechiaro Colonnello di fanteria.

Questi con mille e ducento cavalli, e mille fanti vennero subito a

Capua, e da Capua, avendo inteso ch'erano venute alcune navi e galee

con genti fresche da Barzellona, vennero in Napoli.

Dall'altra parte Sforza, avendo poste in ordine le sue genti, persuase

a Re Luigi che andasse sopra Napoli, onde si partirono da Aversa il

primo d'ottobre, e vennero per tentare di pigliar Napoli per la porta

del mercato; ed essendo seguìto un fatto d'arme, nel quale restò

Sforza vittorioso, Re Luigi entrò in grandissima speranza di pigliarla.

Mentre Alfonso era in questi travagli, gli vennero lettere da Spagna

con avvisi, che Giovanni Re di Castiglia suo cognato e cugino, che si

governava tutto per consiglio di D. Alvaro di Luna, nemico alla Casa

Aragona, avea messo in carcere D. Errico d'Aragona amatissimo fratello

del Re Alfonso, perchè avea tolta per moglie D. Catarina sorella del

Re di Castiglia, contro la volontà di lui; per la qual cagione Alfonso

deliberò d'andar in Ispagna per liberar il fratello, ed ancora per

dubbio, che il Re di Castiglia instigato da D. Alvaro, non tentasse di

occupare il Regno di Aragona e di Valenzia, mentr'egli guerreggiava in

Italia. Dunque postosi in ordine, lasciò D. Pietro suo ultimo fratello

per Luogotenente Generale in Napoli, e partitosi con diciotto galee e

dodici navi grosse, per cammino assaltò Marseglia, città del Re Luigi,

all'improvviso e la prese e saccheggiò e ne portò in Ispagna il Corpo

di S. Luigi Vescovo di Tolosa, e non volle tenere quella città, per non

diminuire l'esercito lasciando i presidj, perchè credea aver di bisogno

di gente assai per la guerra di Spagna, ove stette molt'anni impedito

per liberare il fratello.

Nel principio dell'anno seguente 1424 venne l'armata di Filippo

Visconti Duca di Milano, la quale presa Gaeta, che si tenea per

Alfonso, navigò verso Napoli ove giunta, fu posto in terra l'esercito

nella porta del Mercato; onde le cose del Re Luigi sempre più andando

prospere, fur cagione che il Caldora passasse in questo modo alla sua

parte. Vedendo il Re e la Regina che per l'assedio di Napoli bastavano

le genti del Duca di Milano, mandarono Sforza col suo esercito a

soccorrer l'Aquila, che ancora era assediata da Braccio; ma Sforza nel

passar il fiume di Pescara si annegò: il Caldora ch'estinto Sforza, si

confidava di ottenere il luogo di Gran Contestabile, ed esser il primo

di quella parte, si voltò alla parte della Regina, rendendo la città di

Napoli; e l'Infante D. Pietro con i migliori soldati che avea si ritirò

al presidio del castello. La festa di tutta la città fu grandissima, il

popolo concorse a saccheggiar le case degli Spagnuoli e de' Siciliani,

e la Regina fece tornar le genti del Duca in Lombardia molto ben

soddisfatte.

Restava solo nel Regno l'esercito di Braccio, che tenea le parti del

Re Alfonso; ma il Re Luigi e la Regina dando il bastone di Capitan

Generale al Caldora, lo mandarono a danno di Braccio; e come fu giunto

al Contado di Celano trovò le genti di Papa Martino capitalissimo

nemico di Braccio, e con quelle e col suo esercito diede una fiera

rotta alle genti di Braccio, dove questi restò morto e Nicola Piccinino

prigione.

Con tutto che il Re Alfonso fosse stato avvisato che Napoli s'era

perduta, e che l'Infante si fosse salvato nel Castello, non volle però

abbandonare le cose del Regno e mandò a soccorrere il castello; e pochi

dì da poi comparve in Napoli Artale di Luna mandato dal Re a liberar

l'Infante dall'assedio, il quale lasciati nel castello i migliori

soldati, e grandissima munizione di vettovaglie, si pose in mare e se

ne n'andò in Sicilia. Così la Regina ed il Re Luigi stettero alcuni

anni assai quieti, mentre che Alfonso fu occupato nelle cose di Spagna:

e benchè il Castel Nuovo si tenesse per Re Alfonso, come si tenne

poi gran tempo, la Regina visse molti anni quieta, nel quali anni di

riposo si diede a riformare il Tribunal della Gran Corte della Vicaria

per mezzo de' _Riti_ che fece compilare, ad istituire il Collegio de'

Dottori, e ad applicare il suo animo agli studj di pace e di religione,

come diremo.

Intanto il Gran Siniscalco vedendosi nel colmo di ogni felicità, perchè

dubitava che Re Luigi nuovamente adottato dalla Regina non tenesse la

medesima volontà che avea tenuta Re Alfonso di abbassarlo, non volle

mai che Castel Nuovo si stringesse d'assedio; anzi più volte diede

tregua ad Arnaldo Sanz che era rimaso Castellano in nome del Re Alfonso

per tenere sospetto il Re Luigi, che sempre che volesse mostrarsi

contrario alla grandezza sua, avrebbe richiamato il Re Alfonso. Ed in

cotal modo si tenne il castello undici anni con le bandiere d'Aragona,

fin alla morte della Regina Giovanna; e pareva cosa molto strana che il

Castellano mandasse nel tempo di tregua a comprare nella città quel che

gli bisognava e s'intitolasse Vicerè del Regno.

Il Re Luigi, ch'era di natura mansueta, stette sempre all'ubbidienza

della Regina: onde il Gran Siniscalco operò con la medesima che

donasse a quel Re il Ducato di Calabria, e gli diede tutte le genti

sue stipendiarie che andasse a conquistarlo dalle mani de' Ministri

del Re Alfonso; ed egli restò assoluto Signore di tutto il rimanente

del Regno, nè avea altro ostacolo che Giacomo Caldera ed il Principe

di Taranto ch'era nel Regno grandissimo Signore; onde per assicurarsi

di loro, diede una delle sue figliuole per moglie ad Antonio Caldera

figliuolo di Giacomo, e l'altra a Gabriele Orsino fratello del

Principe, dandogli il Contado di Acerra quasi a titolo di dote. A

questo modo stabilì le cose sue che non era chi potesse contrastare

o resistere alla volontà sua; e così disfece molte famiglie, come

gli Origli, li Mormili, li Costanzi e li Zurli, togliendo ad altri

ed investendo i suoi de' loro Stati, e distribuì a molti di Casa

Caracciolo terre e castelli. E quindi avvenne che mentre durò la

guerra fra' tre Luigi d'Angiò, col Re Carlo III, Ladislao e la Regina

Giovanna, si trovino privilegi ed investiture di molte terre in fra

di lor contrarie fatte a diverse famiglie: e molti castelli che in

un anno mutavano due Signori, secondo le vittorie che aveano que'

Re ch'essi seguivano. Nè bastando al Gran Siniscalco tanta autorità,

aspirando sempre a cose maggiori, dimandò alla Regina ch'essendo per

la morte di Braccio ricaduto alla Corona il Principato di Capua che

ne lo investisse; ed ella tosto ai 22 ottobre di quest'anno 1425 glie

lo concedette; ma usò per allora questa moderazione, che non si volle

intitolar mai Principe, ancorchè li parenti gliel persuadessero.

In questo medesimo anno, essendo nel precedente succeduta la morte

di Benedetto XIII i due Cardinali ch'erano rimasi presso di lui

elessero per Papa Egidio Munion Canonico di Barzellona che prese il

nome di _Clemente VIII_, il quale creò de' Cardinali, e fece tutti

gli atti da Papa; poichè ancora questo partito era sostenuto dal Re

Alfonso, irritato, come si è veduto, contro il Pontefice Martino,

perchè avea investito Re Luigi del Regno. Nè perchè Alfonso stasse

distratto negli affari di Spagna, abbandonò mai le cose del Regno, e

proccurò in cotal guisa tener il Papa in sospetto, sin che finalmente

nell'anno 1429 non si rappacificarono insieme: per la qual cosa mandò

Martino il Cardinal di Foix Legato in Ispagna, affinchè nelle mani

di costui l'Antipapa deponesse la carica: e per ordine d'Alfonso fu

Clemente costretto rinunziare il suo diritto, asserendo però, che non

lo sacrificava, se non se per lo bene della pace. I Cardinali ch'egli

avea creati rinunziarono anche volontariamente al Cardinalato, ed i due

vecchi Cardinali che aveano eletto Clemente furono posti in prigione,

dove morirono poco da poi di disgusto e di miseria. Così terminossi

interamente lo Scisma, dopo aver durato per lo spazio di cinquanta

uno anni; e Martino V restò solo ed unico Papa, riconosciuto da tutto

l'Occidente.

Ma questa riconoscenza non durò più che due anni; poichè a' 20 febbraio

dell'anno 1431 trapassò in Roma, ove fu sepolto in Laterano; ed in suo

luogo il dì 4 del mese di marzo in eletto Michele Condolmerio Veneziano

figliuolo d'una sorella di Gregorio XII che lo avea assunto al

Vescovado di Siena ed alla dignità di Cardinale, e fu nomato _Eugenio

IV_. Questi appena assunto al Pontificato cominciò a perseguitare i

Colonnesi, perchè si dicea che aveano in mano tutto il tesoro del Papa

morto: i Colonnesi fidati nello Stato grande che il zio loro avea dato

in Campagna di Roma ed in quello che possedevano nel Regno di Napoli,

si disposero di resistere alle forze del Papa, e soldarono genti di

guerra per difendersi da lui. Ma il Papa avendo ciò presentito, rinovò

subito la lega con la Regina co' medesimi capitoli che furono fatti

nella lega di Papa Martino, e richiese la Regina che gli mandasse ajuto

per debellare i suoi ribelli. Il Gran Siniscalco che non desiderava

altro che l'abbassamento de' Colonnesi per potere sopra le loro

ruine maggiormente ingrandire, gli mandò il Conte Marino di S. Angelo

suo fratello con mille cavalli, e mandò a minacciare i Colonnesi di

togliere loro le terre che aveano nel Regno, se perseveravano nella

contumacia del Papa; e perseverando nell'ostinazione, furono dal Papa

scomunicati e privati del Principato di Salerno e de' Contadi che

tenevano nel Regno, con disegno d'avere la maggior parte de' loro

Stati tolti e confiscati. Non contento adunque d'esser Duca di Venosa,

Conte d'Avellino, Signore di Capua e di molte altre Terre, cominciò a

dimandare alla Regina che gli donasse il Principato di Salerno ed il

Ducato di Amalfi, con dire che se ben gli avea donata Capua, egli non

se ne voleva intitolar Principe, perchè era certo che ogni altro Re che

succedesse al Regno, se la toglierebbe come Terra che per l'importanza

sua dev'essere sempre unita alla Corona.

Era allora la Regina divenuta assai vecchia per gli anni, ma molto

più per una complessione sua mal sana, che parea al tutto decrepita

e schifa; e per questo il G. Siniscalco, ch'era ancora incominciato

ad invecchiare, avea lasciata la conversazione segreta, che avea con

lei; onde s'era ancora in lei, non solo intepidito, ma raffreddato

in tutto l'amore, e però alla dimanda fattale, negò di voler dare

nè Salerno, nè Amalfi; per la qual cosa il G. Siniscalco turbato,

cominciò in opere ed in parole, ad averla in dispregio ed in odio.

In questo tempo era salita in gran favore della Regina Covella Ruffo

Duchessa di Sessa, donna terribilissima e di costumi ritrosi, la quale

per esser nata da una zia carnale della Regina, per l'antichissima

nobiltà del suo sangue, e per essere rimasta erede di molte terre,

era superbissima e non potea soffrire la superbia del G. Siniscalco;

e per questo ogni dì, quando gli veniva a proposito, sollecitava la

Regina che non sopportasse tanta ingratitudine in un uomo, che da

bassissima fortuna e da tanta povertà, che avea quasi irrugginita la

nobiltà, l'avea esaltato tanto; e perchè la Regina per la vecchiezza

era divenuta stolida, ascoltava bene quel che dicea la Duchessa, ma non

rispondea niente a proposito. Ma tornando il G. Siniscalco un giorno

a parlare alla Regina, e con qualche lusinga dimandarle di nuovo il

principato di Salerno e di Amalfi, vedendo che quella ostinatamente

negava, venne in tanta furia, per la gran mutazione che scorgeva

da quel ch'era stato per diciotto anni, ne' quali la Regina non gli

avea mai negata cos'alcuna, che incominciò ad ingiuriarla e trattarla

da vilissima femmina con villanie disoneste, tanto che la indusse a

piangere: la Duchessa ch'era stata dietro la porta dell'altra camera,

quando intese la Regina piangere, entrò con altre donne a tempo, che il

G. Siniscalco se ne usciva, e vedendo la Regina sdegnata per l'ingiurie

fresche, cominciò fortemente a riprenderla di tanta sofferenza, e che

volesse tosto prender partito di raffrenare così insolente bestia, la

quale un giorno si sarebbe avanzata sino a porle le mani alla gola

e strangolarla. La Regina vedendo tanta dimostrazione d'amore e di

vera passione, caramente l'abbracciò e le disse ch'ella dicea bene,

e che in ogni modo voleva abbassarlo: la Duchessa conferì tutto con

Ottino Caracciolo nemico del G. Siniscalco: Ottino poi lo conferì con

Marino Boffa e con Pietro Palagano fieri nemici di Sergianni. Questi

conchiusero di valersi del mezzo della Duchessa, e la persuasero,

che sollecitasse la Regina, e che l'offerisse di trovar uomini che

avrebbero ucciso il G. Siniscalco: la Duchessa non fu pigra a tal

maneggio, perchè trattandosi a quel tempo nuovo parentado tra Giacomo

Caldera ed il G. Siniscalco, che voleva dar per moglie a Troiano

Caracciolo suo unico figliuolo, Maria figliuola del Caldora, avvertì

la Regina che questo matrimonio per tutta Napoli si dicea, che si

trattava con disegno di dividersi il Regno fra loro e privarne lei,

onde pensasse a' casi suoi e lo facesse morire. La Regina rispose,

ch'era ben determinata e disposta di volerlo abbassare e togliergli il

governo di mano; ma non voleva che s'uccidesse, perch'era vecchia e ne

avrebbe avuto tosto da render conto a Dio. La Duchessa, poichè non potè

ottener altro, mostrò di contentarsi, che se gli levasse il governo

di mano, e la pregò, che fosse presta a parlare con Ottino Caracciolo

del modo, che s'avea da tenere. Conferito poi il tutto con Ottino,

conchiusero di pigliar dalla Regina quel che poteano, ed ottener ordine

di carcerarlo per poterlo uccidere, con iscusar poi il fatto, che

avendosi voluto porre in difesa erano stati costretti ad ammazzarlo,

e con questa deliberazione restarono. La Regina fece chiamare Ottino

e gli disse, che lasciava a lui il carico di trovar il modo di porlo

in carcere. Mentre queste cose si trattavano, il G. Siniscalco strinse

il matrimonio del figliuolo colla Caldora, e per dar piacere alla

Regina dispose di far una festa reale al castello di Capuana dove

alloggiava la Regina, sperando per tal festa riconciliarsi con lei

ed indurla di far grazia allo sposo ed alla sposa dei principato di

Salerno, ch'esso desiderava tanto. Venuto il dì deputato alla festa,

che fu a' 17 agosto di quest'anno 1432, e quello passatosi in balli

e musiche, e parte della notte in una cena sontuosissima; il G.

Siniscalco scese all'appartamento suo e postosi già a dormire, Ottino e

gli altri congiurati, avendo corrotto un mozzo di camera della Regina

chiamato Squadra, di nazione Tedesco, lo menarono con loro e fecero

che battesse la porta della camera del G. Siniscalco e che dicesse,

che la Regina sorpresa da grave accidente apopletico stava male, e che

voleva che salisse allora. Il G. Siniscalco si levò ed incominciandosi

a vestire, comandò che s'aprisse la porta della camera per intender

meglio quello ch'era. Allora entrati i congiurati, a colpi di stocchi

e d'accette l'uccisero. La mattina sentendosi per la città una cosa

tanto nuova, corse tutta la città a veder quello spettacolo miserabile,

non picciolo esempio della miseria umana: vedendosi uno, che poche

ore innanzi avea signoreggiato un potentissimo Regno, tolti e donati

castelli, terre e città a chi a lui piaceva, giacere in terra con una

gamba calzata e l'altra scalza (che non avea potuto calzarsi tutto),

e non essere persona che avesse pensiero di vestirlo e mandarlo alla

sepoltura. La Duchessa di Sessa vedendo il corpo morto disse: _ecco

il figliuolo d'Isabella Sarda, che voleva contender meco_; poco da

poi quattro Padri di S. Giovanni a Carbonara, dov'egli avea edificata

con gran magnificenza una cappella che ancor si vede, vennero, e così

insanguinato e difformato dalle ferite, il posero in un cataletto e

con due soli torchii accesi vilissimamente il portarono a seppellire.

Troiano suo figliuolo, da poi nella cappella istessa gli fece ergere un

superbo sepolcro colla sua statua; e Lorenzo Valla, famoso letterato di

que' tempi vi compose quella iscrizione che ivi si legge. La Regina,

ancorchè restasse mal contenta della sua morte, pur ordinò che fosser

confiscati tutti i suoi beni come ribelle; e concedette ampio indulto

a' congiurati, che fu dettato da Marino Boffa; e narrasi che quando

innanzi a lei si leggeva la forma dell'indulto, quando si venne a

quelle parole che dicevano, che per l'insolenza del G. Siniscalco la

Regina avea ordinato che si uccidesse, avesse risposto in pubblico, che

non mai ordinò tal cosa, ma solamente che si carcerasse.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 6 · 第 39 / 64 题