_ALFONSO parte di Napoli, e va in Ispagna; e Napoli si rende alla
Regina GIOVANNA. Insolenze del Gran Siniscalco; sua ambizione ed
infelice morte._
Quando Re Alfonso ebbe intesa la nuova adozione del Re Luigi, e la
confederazione del Papa e del Duca di Milano contro di lui, cominciò
a dubitare di perdere Napoli, perchè fin a quel dì i Napoletani
della parte Angioina erano stati tanto depressi e conculcati dal Gran
Siniscalco, ch'erano divenuti Aragonesi, ed aveano piacere di vedere
in rovina lo stato della Regina e del Gran Siniscalco; ma dappoichè
intesero l'adozione del Re Luigi, saliti in isperanza di ricovrar le
cose loro, erano per far ogni sforzo, acciocchè la città ritornasse
in mano della Regina; e già s'intendeva che da dì in dì molti andavano
in Aversa a trovare Re Luigi in palese, e molti che non aveano ardire
di palesarsi, lo visitavano per secreti messi. Perciò Alfonso mandò
a chiamar Braccio, il quale ancora penava per ridurre l'Aquila, che
venisse colle sue genti a Napoli. Ma Braccio che confidava, che quella
Piazza si rendesse fra pochi dì, rispose ad Alfonso, ch'era assai più
necessario conquistar quella provincia bellicosa ed ostinatamente
affezionata alla parte Angioina, che tener Napoli, la qual solea
esser di coloro, che vinceano la campagna, e che perciò gli mandava
Giacomo Caldora, che tenea il primo luogo nel suo esercito dopo lui, e
Berardino della Carda, e Riccio da Montechiaro Colonnello di fanteria.
Questi con mille e ducento cavalli, e mille fanti vennero subito a
Capua, e da Capua, avendo inteso ch'erano venute alcune navi e galee
con genti fresche da Barzellona, vennero in Napoli.
Dall'altra parte Sforza, avendo poste in ordine le sue genti, persuase
a Re Luigi che andasse sopra Napoli, onde si partirono da Aversa il
primo d'ottobre, e vennero per tentare di pigliar Napoli per la porta
del mercato; ed essendo seguìto un fatto d'arme, nel quale restò
Sforza vittorioso, Re Luigi entrò in grandissima speranza di pigliarla.
Mentre Alfonso era in questi travagli, gli vennero lettere da Spagna
con avvisi, che Giovanni Re di Castiglia suo cognato e cugino, che si
governava tutto per consiglio di D. Alvaro di Luna, nemico alla Casa
Aragona, avea messo in carcere D. Errico d'Aragona amatissimo fratello
del Re Alfonso, perchè avea tolta per moglie D. Catarina sorella del
Re di Castiglia, contro la volontà di lui; per la qual cagione Alfonso
deliberò d'andar in Ispagna per liberar il fratello, ed ancora per
dubbio, che il Re di Castiglia instigato da D. Alvaro, non tentasse di
occupare il Regno di Aragona e di Valenzia, mentr'egli guerreggiava in
Italia. Dunque postosi in ordine, lasciò D. Pietro suo ultimo fratello
per Luogotenente Generale in Napoli, e partitosi con diciotto galee e
dodici navi grosse, per cammino assaltò Marseglia, città del Re Luigi,
all'improvviso e la prese e saccheggiò e ne portò in Ispagna il Corpo
di S. Luigi Vescovo di Tolosa, e non volle tenere quella città, per non
diminuire l'esercito lasciando i presidj, perchè credea aver di bisogno
di gente assai per la guerra di Spagna, ove stette molt'anni impedito
per liberare il fratello.
Nel principio dell'anno seguente 1424 venne l'armata di Filippo
Visconti Duca di Milano, la quale presa Gaeta, che si tenea per
Alfonso, navigò verso Napoli ove giunta, fu posto in terra l'esercito
nella porta del Mercato; onde le cose del Re Luigi sempre più andando
prospere, fur cagione che il Caldora passasse in questo modo alla sua
parte. Vedendo il Re e la Regina che per l'assedio di Napoli bastavano
le genti del Duca di Milano, mandarono Sforza col suo esercito a
soccorrer l'Aquila, che ancora era assediata da Braccio; ma Sforza nel
passar il fiume di Pescara si annegò: il Caldora ch'estinto Sforza, si
confidava di ottenere il luogo di Gran Contestabile, ed esser il primo
di quella parte, si voltò alla parte della Regina, rendendo la città di
Napoli; e l'Infante D. Pietro con i migliori soldati che avea si ritirò
al presidio del castello. La festa di tutta la città fu grandissima, il
popolo concorse a saccheggiar le case degli Spagnuoli e de' Siciliani,
e la Regina fece tornar le genti del Duca in Lombardia molto ben
soddisfatte.
Restava solo nel Regno l'esercito di Braccio, che tenea le parti del
Re Alfonso; ma il Re Luigi e la Regina dando il bastone di Capitan
Generale al Caldora, lo mandarono a danno di Braccio; e come fu giunto
al Contado di Celano trovò le genti di Papa Martino capitalissimo
nemico di Braccio, e con quelle e col suo esercito diede una fiera
rotta alle genti di Braccio, dove questi restò morto e Nicola Piccinino
prigione.
Con tutto che il Re Alfonso fosse stato avvisato che Napoli s'era
perduta, e che l'Infante si fosse salvato nel Castello, non volle però
abbandonare le cose del Regno e mandò a soccorrere il castello; e pochi
dì da poi comparve in Napoli Artale di Luna mandato dal Re a liberar
l'Infante dall'assedio, il quale lasciati nel castello i migliori
soldati, e grandissima munizione di vettovaglie, si pose in mare e se
ne n'andò in Sicilia. Così la Regina ed il Re Luigi stettero alcuni
anni assai quieti, mentre che Alfonso fu occupato nelle cose di Spagna:
e benchè il Castel Nuovo si tenesse per Re Alfonso, come si tenne
poi gran tempo, la Regina visse molti anni quieta, nel quali anni di
riposo si diede a riformare il Tribunal della Gran Corte della Vicaria
per mezzo de' _Riti_ che fece compilare, ad istituire il Collegio de'
Dottori, e ad applicare il suo animo agli studj di pace e di religione,
come diremo.
Intanto il Gran Siniscalco vedendosi nel colmo di ogni felicità, perchè
dubitava che Re Luigi nuovamente adottato dalla Regina non tenesse la
medesima volontà che avea tenuta Re Alfonso di abbassarlo, non volle
mai che Castel Nuovo si stringesse d'assedio; anzi più volte diede
tregua ad Arnaldo Sanz che era rimaso Castellano in nome del Re Alfonso
per tenere sospetto il Re Luigi, che sempre che volesse mostrarsi
contrario alla grandezza sua, avrebbe richiamato il Re Alfonso. Ed in
cotal modo si tenne il castello undici anni con le bandiere d'Aragona,
fin alla morte della Regina Giovanna; e pareva cosa molto strana che il
Castellano mandasse nel tempo di tregua a comprare nella città quel che
gli bisognava e s'intitolasse Vicerè del Regno.
Il Re Luigi, ch'era di natura mansueta, stette sempre all'ubbidienza
della Regina: onde il Gran Siniscalco operò con la medesima che
donasse a quel Re il Ducato di Calabria, e gli diede tutte le genti
sue stipendiarie che andasse a conquistarlo dalle mani de' Ministri
del Re Alfonso; ed egli restò assoluto Signore di tutto il rimanente
del Regno, nè avea altro ostacolo che Giacomo Caldera ed il Principe
di Taranto ch'era nel Regno grandissimo Signore; onde per assicurarsi
di loro, diede una delle sue figliuole per moglie ad Antonio Caldera
figliuolo di Giacomo, e l'altra a Gabriele Orsino fratello del
Principe, dandogli il Contado di Acerra quasi a titolo di dote. A
questo modo stabilì le cose sue che non era chi potesse contrastare
o resistere alla volontà sua; e così disfece molte famiglie, come
gli Origli, li Mormili, li Costanzi e li Zurli, togliendo ad altri
ed investendo i suoi de' loro Stati, e distribuì a molti di Casa
Caracciolo terre e castelli. E quindi avvenne che mentre durò la
guerra fra' tre Luigi d'Angiò, col Re Carlo III, Ladislao e la Regina
Giovanna, si trovino privilegi ed investiture di molte terre in fra
di lor contrarie fatte a diverse famiglie: e molti castelli che in
un anno mutavano due Signori, secondo le vittorie che aveano que'
Re ch'essi seguivano. Nè bastando al Gran Siniscalco tanta autorità,
aspirando sempre a cose maggiori, dimandò alla Regina ch'essendo per
la morte di Braccio ricaduto alla Corona il Principato di Capua che
ne lo investisse; ed ella tosto ai 22 ottobre di quest'anno 1425 glie
lo concedette; ma usò per allora questa moderazione, che non si volle
intitolar mai Principe, ancorchè li parenti gliel persuadessero.
In questo medesimo anno, essendo nel precedente succeduta la morte
di Benedetto XIII i due Cardinali ch'erano rimasi presso di lui
elessero per Papa Egidio Munion Canonico di Barzellona che prese il
nome di _Clemente VIII_, il quale creò de' Cardinali, e fece tutti
gli atti da Papa; poichè ancora questo partito era sostenuto dal Re
Alfonso, irritato, come si è veduto, contro il Pontefice Martino,
perchè avea investito Re Luigi del Regno. Nè perchè Alfonso stasse
distratto negli affari di Spagna, abbandonò mai le cose del Regno, e
proccurò in cotal guisa tener il Papa in sospetto, sin che finalmente
nell'anno 1429 non si rappacificarono insieme: per la qual cosa mandò
Martino il Cardinal di Foix Legato in Ispagna, affinchè nelle mani
di costui l'Antipapa deponesse la carica: e per ordine d'Alfonso fu
Clemente costretto rinunziare il suo diritto, asserendo però, che non
lo sacrificava, se non se per lo bene della pace. I Cardinali ch'egli
avea creati rinunziarono anche volontariamente al Cardinalato, ed i due
vecchi Cardinali che aveano eletto Clemente furono posti in prigione,
dove morirono poco da poi di disgusto e di miseria. Così terminossi
interamente lo Scisma, dopo aver durato per lo spazio di cinquanta
uno anni; e Martino V restò solo ed unico Papa, riconosciuto da tutto
l'Occidente.
Ma questa riconoscenza non durò più che due anni; poichè a' 20 febbraio
dell'anno 1431 trapassò in Roma, ove fu sepolto in Laterano; ed in suo
luogo il dì 4 del mese di marzo in eletto Michele Condolmerio Veneziano
figliuolo d'una sorella di Gregorio XII che lo avea assunto al
Vescovado di Siena ed alla dignità di Cardinale, e fu nomato _Eugenio
IV_. Questi appena assunto al Pontificato cominciò a perseguitare i
Colonnesi, perchè si dicea che aveano in mano tutto il tesoro del Papa
morto: i Colonnesi fidati nello Stato grande che il zio loro avea dato
in Campagna di Roma ed in quello che possedevano nel Regno di Napoli,
si disposero di resistere alle forze del Papa, e soldarono genti di
guerra per difendersi da lui. Ma il Papa avendo ciò presentito, rinovò
subito la lega con la Regina co' medesimi capitoli che furono fatti
nella lega di Papa Martino, e richiese la Regina che gli mandasse ajuto
per debellare i suoi ribelli. Il Gran Siniscalco che non desiderava
altro che l'abbassamento de' Colonnesi per potere sopra le loro
ruine maggiormente ingrandire, gli mandò il Conte Marino di S. Angelo
suo fratello con mille cavalli, e mandò a minacciare i Colonnesi di
togliere loro le terre che aveano nel Regno, se perseveravano nella
contumacia del Papa; e perseverando nell'ostinazione, furono dal Papa
scomunicati e privati del Principato di Salerno e de' Contadi che
tenevano nel Regno, con disegno d'avere la maggior parte de' loro
Stati tolti e confiscati. Non contento adunque d'esser Duca di Venosa,
Conte d'Avellino, Signore di Capua e di molte altre Terre, cominciò a
dimandare alla Regina che gli donasse il Principato di Salerno ed il
Ducato di Amalfi, con dire che se ben gli avea donata Capua, egli non
se ne voleva intitolar Principe, perchè era certo che ogni altro Re che
succedesse al Regno, se la toglierebbe come Terra che per l'importanza
sua dev'essere sempre unita alla Corona.
Era allora la Regina divenuta assai vecchia per gli anni, ma molto
più per una complessione sua mal sana, che parea al tutto decrepita
e schifa; e per questo il G. Siniscalco, ch'era ancora incominciato
ad invecchiare, avea lasciata la conversazione segreta, che avea con
lei; onde s'era ancora in lei, non solo intepidito, ma raffreddato
in tutto l'amore, e però alla dimanda fattale, negò di voler dare
nè Salerno, nè Amalfi; per la qual cosa il G. Siniscalco turbato,
cominciò in opere ed in parole, ad averla in dispregio ed in odio.
In questo tempo era salita in gran favore della Regina Covella Ruffo
Duchessa di Sessa, donna terribilissima e di costumi ritrosi, la quale
per esser nata da una zia carnale della Regina, per l'antichissima
nobiltà del suo sangue, e per essere rimasta erede di molte terre,
era superbissima e non potea soffrire la superbia del G. Siniscalco;
e per questo ogni dì, quando gli veniva a proposito, sollecitava la
Regina che non sopportasse tanta ingratitudine in un uomo, che da
bassissima fortuna e da tanta povertà, che avea quasi irrugginita la
nobiltà, l'avea esaltato tanto; e perchè la Regina per la vecchiezza
era divenuta stolida, ascoltava bene quel che dicea la Duchessa, ma non
rispondea niente a proposito. Ma tornando il G. Siniscalco un giorno
a parlare alla Regina, e con qualche lusinga dimandarle di nuovo il
principato di Salerno e di Amalfi, vedendo che quella ostinatamente
negava, venne in tanta furia, per la gran mutazione che scorgeva
da quel ch'era stato per diciotto anni, ne' quali la Regina non gli
avea mai negata cos'alcuna, che incominciò ad ingiuriarla e trattarla
da vilissima femmina con villanie disoneste, tanto che la indusse a
piangere: la Duchessa ch'era stata dietro la porta dell'altra camera,
quando intese la Regina piangere, entrò con altre donne a tempo, che il
G. Siniscalco se ne usciva, e vedendo la Regina sdegnata per l'ingiurie
fresche, cominciò fortemente a riprenderla di tanta sofferenza, e che
volesse tosto prender partito di raffrenare così insolente bestia, la
quale un giorno si sarebbe avanzata sino a porle le mani alla gola
e strangolarla. La Regina vedendo tanta dimostrazione d'amore e di
vera passione, caramente l'abbracciò e le disse ch'ella dicea bene,
e che in ogni modo voleva abbassarlo: la Duchessa conferì tutto con
Ottino Caracciolo nemico del G. Siniscalco: Ottino poi lo conferì con
Marino Boffa e con Pietro Palagano fieri nemici di Sergianni. Questi
conchiusero di valersi del mezzo della Duchessa, e la persuasero,
che sollecitasse la Regina, e che l'offerisse di trovar uomini che
avrebbero ucciso il G. Siniscalco: la Duchessa non fu pigra a tal
maneggio, perchè trattandosi a quel tempo nuovo parentado tra Giacomo
Caldera ed il G. Siniscalco, che voleva dar per moglie a Troiano
Caracciolo suo unico figliuolo, Maria figliuola del Caldora, avvertì
la Regina che questo matrimonio per tutta Napoli si dicea, che si
trattava con disegno di dividersi il Regno fra loro e privarne lei,
onde pensasse a' casi suoi e lo facesse morire. La Regina rispose,
ch'era ben determinata e disposta di volerlo abbassare e togliergli il
governo di mano; ma non voleva che s'uccidesse, perch'era vecchia e ne
avrebbe avuto tosto da render conto a Dio. La Duchessa, poichè non potè
ottener altro, mostrò di contentarsi, che se gli levasse il governo
di mano, e la pregò, che fosse presta a parlare con Ottino Caracciolo
del modo, che s'avea da tenere. Conferito poi il tutto con Ottino,
conchiusero di pigliar dalla Regina quel che poteano, ed ottener ordine
di carcerarlo per poterlo uccidere, con iscusar poi il fatto, che
avendosi voluto porre in difesa erano stati costretti ad ammazzarlo,
e con questa deliberazione restarono. La Regina fece chiamare Ottino
e gli disse, che lasciava a lui il carico di trovar il modo di porlo
in carcere. Mentre queste cose si trattavano, il G. Siniscalco strinse
il matrimonio del figliuolo colla Caldora, e per dar piacere alla
Regina dispose di far una festa reale al castello di Capuana dove
alloggiava la Regina, sperando per tal festa riconciliarsi con lei
ed indurla di far grazia allo sposo ed alla sposa dei principato di
Salerno, ch'esso desiderava tanto. Venuto il dì deputato alla festa,
che fu a' 17 agosto di quest'anno 1432, e quello passatosi in balli
e musiche, e parte della notte in una cena sontuosissima; il G.
Siniscalco scese all'appartamento suo e postosi già a dormire, Ottino e
gli altri congiurati, avendo corrotto un mozzo di camera della Regina
chiamato Squadra, di nazione Tedesco, lo menarono con loro e fecero
che battesse la porta della camera del G. Siniscalco e che dicesse,
che la Regina sorpresa da grave accidente apopletico stava male, e che
voleva che salisse allora. Il G. Siniscalco si levò ed incominciandosi
a vestire, comandò che s'aprisse la porta della camera per intender
meglio quello ch'era. Allora entrati i congiurati, a colpi di stocchi
e d'accette l'uccisero. La mattina sentendosi per la città una cosa
tanto nuova, corse tutta la città a veder quello spettacolo miserabile,
non picciolo esempio della miseria umana: vedendosi uno, che poche
ore innanzi avea signoreggiato un potentissimo Regno, tolti e donati
castelli, terre e città a chi a lui piaceva, giacere in terra con una
gamba calzata e l'altra scalza (che non avea potuto calzarsi tutto),
e non essere persona che avesse pensiero di vestirlo e mandarlo alla
sepoltura. La Duchessa di Sessa vedendo il corpo morto disse: _ecco
il figliuolo d'Isabella Sarda, che voleva contender meco_; poco da
poi quattro Padri di S. Giovanni a Carbonara, dov'egli avea edificata
con gran magnificenza una cappella che ancor si vede, vennero, e così
insanguinato e difformato dalle ferite, il posero in un cataletto e
con due soli torchii accesi vilissimamente il portarono a seppellire.
Troiano suo figliuolo, da poi nella cappella istessa gli fece ergere un
superbo sepolcro colla sua statua; e Lorenzo Valla, famoso letterato di
que' tempi vi compose quella iscrizione che ivi si legge. La Regina,
ancorchè restasse mal contenta della sua morte, pur ordinò che fosser
confiscati tutti i suoi beni come ribelle; e concedette ampio indulto
a' congiurati, che fu dettato da Marino Boffa; e narrasi che quando
innanzi a lei si leggeva la forma dell'indulto, quando si venne a
quelle parole che dicevano, che per l'insolenza del G. Siniscalco la
Regina avea ordinato che si uccidesse, avesse risposto in pubblico, che
non mai ordinò tal cosa, ma solamente che si carcerasse.