_Seconde nozze della Regina GIOVANNA con LUIGI di Taranto. Il Re
d'Ungaria invade il Regno, e costringe la Regina a fuggirsene, e a
ricovrarsi in Avignone: vi ritorna da poi, e coll'aiuto e mediazione
del Papa ottiene dall'Unghero la pace._
Al ritorno del Vescovo, la Regina fece palese a tutti quelli del
suo Consiglio la risposta, e tutti giudicarono, che l'animo del Re
d'Ungaria fosse di vendicarsi della morte di suo fratello, e compresero
ancora, dall'aver incolpata Giovanna, per aver ritenuta e continuata
la potestà regia, ch'egli pretendesse, che il Regno fosse suo: siccome
ne diede anche manifesti indizi, quando pretese dal Papa l'investitura
del Regno per Andrea suo fratello, non già come marito della regina
Giovanna, ma come erede di Carlo Martello suo avolo. Giudicarono perciò
tutti, ch'era necessario che la Regina si preparasse alla difesa; e
perchè la prima cosa che avea da farsi era di pigliar marito, il quale
avesse potuto con l'autorità e con la persona ostare a sì gran nemico,
Roberto Principe di Taranto ch'era venuto a Napoli a visitarla, propose
_Lodovico_ suo fratello secondogenito, essendo Principe valoroso, e nel
fiore degli anni suoi. A questa proposta applausero tutti gli altri più
intimi del Consiglio, ed essendo già passato l'anno della morte di Re
Andrea, per le novelle che s'aveano degli apparati del Re d'Ungaria, si
contrasse il matrimonio subito, senz'aspettare dispensa del Papa.
Ma la fama della potenza del Re d'Ungaria, e le poche forze del nuovo
marito della Regina, e l'opinione universale che la Regina avesse
avuta parte nella morte del marito, facevano stare sospesi gli animi
della maggior parte de' Baroni e de' Popoli; e benchè Luigi di Taranto
con gran diligenza si sforzasse di fare gli apparati possibili, non
ebbe però quella ubbidienza, che sarebbe stata necessaria, e si seppe
prima, che il Re d'Ungaria era giunto in Italia, che fosse fatta la
quarta parte delle provvisioni debite e necessarie. Onde la Regina che
fu veramente erede della prudenza del gran Re Roberto suo Avolo, volle
in questo fiore della gioventù sua, con una resoluzione savia mostrar
quello che avea da essere, e che fu poi nell'età matura; perchè vedendo
le poche forze del marito, e la poca volontà de' sudditi, deliberò
di vincere fuggendo, poichè non potea vincer il nemico resistendo; e
fatto chiamare Parlamento generale, dove convennero tutti i Baroni, e'
Sindici delle città del Regno, ed i Governatori della città di Napoli,
pubblicò la venuta del Re d'Ungaria, e dolutasi lungamente d'alcuni,
che la calunniavano a torto di tanta scelleratezza, disse ch'era
deliberata di partirsi dal Regno, e gire in Avignone per due cagioni,
l'una per fare manifesta l'innocenzia sua al Vicario di Cristo in
Terra, com'era manifesta a Dio in Cielo: e l'altra per farla conoscere
al Mondo, coll'ajuto che sperava certo di avere da Dio; e che tra tanto
non voleva, che nè i Baroni, nè i Popoli avessero da esser travagliati,
com'era travagliata essa; e però, benchè confidava, che tutti i Baroni
e' Popoli, almeno per la memoria del padre e dell'avolo, non sarebbero
mancati d'uscire in campagna a combattere la sua giustizia, voleva
più tosto cedere con partirsi, e concedere a loro, che potessero
andare a rendersi all'irato Re d'Ungaria; e però assolveva tutti i
Baroni, Popoli, Castellani e stipendiarj suoi dal giuramento, ed
ordinava che non si facesse alcuna resistenza al vincitore, anzi
portassero le chiavi delle terre, e delle castella, senz'aspettare
Araldi o Trombette. Queste parole dette da lei con grandissima
grazia, commossero quasi tutti a piangere, ed ella gli confortò,
dicendo che sperava nella giustizia di Dio, che facendo palese al
Mondo l'innocenzia sua, l'avrebbe restituita nel Regno, e reintegrata
nell'onore. S'imbarcò per tanto da Castel Nuovo per andare in Provenza
il dì 15 gennajo del nuovo anno 1348, e con lei e col marito andò anche
la Principessa di Taranto sua suocera che la chiamavano Imperadrice, e
Niccolò Acciajoli fiorentino, intimo della Casa di Taranto ed uomo di
grandissimo valore.
Intanto Lodovico Re d'Ungaria era col suo esercito entrato nel Regno,
e ricevuto nell'Aquila, vennero ivi a trovarlo il Conte di Celano,
il Conte di Loreto con quel di S. Valentino, e Napolione Orsino con
altri Conti e Baroni d'Apruzzo, i quali gli giurarono omaggio, ed
avendo presa e saccheggiata la città di Sulmona, a gran giornate,
non trovando chi gli facesse ostacolo, se ne veniva in Napoli; onde i
Reali, confidati nel parentado che avevano col Re d'Ungaria, si posero
tutti in ordine per andare ad incontrarlo amichevolmente, sperando
essere da lui umanamente raccolti, tanto più, che conducevano con
loro, come Re, il piccolo Caroberto figliuolo del Re Andrea ch'allora
era di tre anni; e così raccolta una Compagnia de' primi Baroni, si
mossero da Napoli il Principe di Taranto e Filippo suo fratello, Carlo
Duca di Durazzo, Luigi e Roberto suoi fratelli, ed incontrarono il
Re d'Ungaria, che veniva da Benevento ad Aversa, il quale con molta
amorevolezza baciò il nepote, ed accarezzò tutti; ma poichè fu giunto
ad Aversa, concorse un gran numero di Cavalieri, e d'altri Baroni a
riverirlo, e dimorato quivi cinque giorni, volendo il sesto andare in
Napoli s'armò di tutte arme, e fece armare tutto l'esercito e cavalcò,
e passando avanti il luogo dov'era stato strangolato Re Andrea, si
fermò, e chiamò il Duca di Durazzo, dimandandogli da qual finestra
era stato gittato Re Andrea; il Duca rispose, che no 'l sapea, e 'l Re
mostrogli una lettera scritta da esso Duca a Carlo d'Artois, dicendogli
che non potea negare suo carattere, e 'l fè pigliare, ed immantenente
decapitare[187], comandando, che fosse gittato dalla medesima finestra,
onde fu gittato Re Andrea; e rimaso il cadavere insepolto per ordine
del Re sino al dì seguente, fu poi portato a seppellire in Napoli nella
chiesa di S. Lorenzo, ove ancora oggi si vede il suo sepolcro. Questa
fu la morte del Duca di Durazzo figliuolo di Giovanni quintogenito
del Re Carlo II, il quale di Maria sorella della Regina Giovanna non
lasciò figliuoli maschi, ma solo quattro femmine, Giovanna, Agnesa,
Clemenzia e Margarita, delle quali si parlerà più innanzi. Gli altri
Reali, volle il Re che restassero prigioni nel Castello d'Aversa, e di
là a pochi dì gli mandò in Ungaria insieme col picciolo Caroberto; ed
egli continuando il cammino verso Napoli rappresentava uno spettacolo
spaventevole, facendosi portar avanti uno stendardo negro, dov'era
dipinto un Re strangolato, e venutogli incontro gran parte del Popolo
napoletano a salutarlo, egli con grandissima severità finse non
mirargli, nè intendergli, e volle entrare con l'elmo in testa dentro
Napoli, e rifiutando ogni rimostranza d'onore se n'andò dritto al
Castel Nuovo, di cui il Castellano già gli avea portate le chiavi:
onde nacque una mestizia universale e timore, che la città non fosse
messa a sacco dagli Ungheri; perchè subito posero mano a saccheggiare
le case de' Reali, e la Duchessa di Durazzo a gran fatica si salvò,
e fuggì in un navilio, andando a trovare la sorella in Provenza.
Nè volle il Re dare udienza agli Eletti della città, ma volle che
fossero tutti mutati, e fu ordinato che i nuovi Eletti non facessero
cos'alcuna, senza conferire col Vescovo di Varadino Ungaro. E poichè fu
trattenuto due mesi in Napoli, se n'andò in Puglia, dove costituì suo
Vicario Corrado Lupo Barone Tedesco, e dopo aver costituito Castellano
Gilforte Lupo fratello di Corrado del Castel Nuovo, e fatte molte
preparazioni in diversi luoghi del Regno, imbarcandosi in Barletta su
una sottilissima galea passò in Schiavonia, ed indi in Ungaria, non
essendo dimorato più che quattro mesi nel Reame.
In questo mezzo la Regina Giovanna, arrivata alla Corte del Papa
in Avignone con Luigi suo marito, vi furono accolti benignamente
da Clemente, il quale dispensò a' legami della consaguinità per lo
matrimonio contratto[188], e la Regina ebbe Concistoro pubblico, ove
con tanto ingegno e con tanta facondia difese la causa sua, ch'il
Papa ed il Collegio, che aveano avuto in mano il processo fatto contro
Filippa Catanese, e Roberto suo figliuolo, e conosciuto che la Regina
non era nominata, nè colpata in cosa alcuna, tennero per fermo ch'ella
fosse innocente, e pigliarono la protezione della causa sua, spedendo
subito un Legato appostolico in Ungaria a trattare la pace. Questi
trovò molto superbo il Re, o che fosse l'ira del morto fratello, o
l'amore che avea conceputo di così bello ed opulente Regno, che già si
trovava averlo tutto in mano, e lo teneva per suo, poichè il picciolo
Caroberto, poco da poi che fu giunto in Ungaria era morto; ma non per
la difficoltà del negoziare, il Legato volle partirsi da Ungaria, ma
cercò di dì in dì, con ogni arte, mollificare l'asprezza dell'animo di
quel Re.
Intanto i Napoletani, partito che videro il Re d'Ungaria, avendo
intesa la buona volontà del Papa verso la Regina, e che si vedeano
così maltrattati da Gilforte Lupo Castellano, e Luogotenente del Re in
Napoli, cominciarono a sollevarsi, e molti di coloro che erano stati
cortegiani di Re Roberto e della Regina, si partirono ed andarono a
trovarla fin in Provenza ed a confortarla, che se ne ritornasse, perchè
erano tanto indebolite le forze degli Ungheri, e tanto cresciuto l'odio
contra i barbari costumi loro, che senza dubbio sarebbero cacciati
con ogni picciol numero di gente che fosse condotta da Provenza. Non
mancarono ancora di molti Baroni che con messi e lettere secrete la
chiamavano; e questo giovò molto alla Regina, perchè mostrando queste
lettere al Papa, gli fermarono più saldamente in testa l'opinione che
tenea dell'innocenza sua, onde la Regina assicurata del favore del
Papa, e della volontà degli uomini del Regno, cominciò a ricovrar
insieme la fama e la benevolenza dei sudditi, a' quali pareva,
ch'essendosi presentata innanzi al Papa, padre e giudice universale de'
Cristiani, e da lui giudicata per innocente, e degna di esser rimessa
nel suo Regno ereditario, pareva a ciascuno che fosse da riposarsi
sovra quel giudicio, ed attender a far ufficio di buoni e fedeli
vassalli: e da questo mossi i popoli di Provenza e degli altri Stati
di là de' monti, fecero a gara a presentarla, e sovvenirla di danari,
de' quali stava in tanta estrema necessità, che vendè al Papa la città
d'Avignone[189], e col prezzo di quella, e co' danari presentatigli,
fece armare dieci galee, e preso commiato dal Papa insieme con Luigi
suo marito partissi. Angelo di Costanzo[190] narra, che nel partirsi
donò, non vendè al Papa ed alla Chiesa la città d'Avignone, con la
quale s'obbligò tanto l'animo del Papa, che conoscendo ch'ella il
desiderava, donasse il titolo di Re a Luigi suo marito
(Non può ora più dubitarsi di questa vendita, avendone _Lunig_[191]
impresso l'istromento stipulato in Avignone, dove è manifesto questa
città col suo distretto essersi venduta non già donata, e stante la
necessità, ed estremi bisogni della Regina bisognò ella contentarsi del
prezzo offertogli, che non oltre passò la somma di ottantamila fiorini
d'oro di Fiorenza; esprimendosi, che tutto il di più, che valesse,
considerando la Regina quelle parole del Signor nostro Gesù, rammentate
dall'Appostolo, _beatius est dare, quam accipere_, lo donava al Papa
ed alla Chiesa romana, come pura, semplice ed irrevocabile donazione.
Dee nell'istromento trascritto da _Lunig_ emendarsi la data, poichè si
porta stipulato in Avignone a' 12 giugno del 1358, quando molto tempo
prima la Regina avea già da Avignone fatto ritorno in Napoli).
Nel dar a Luigi la benedizione il Papa lo chiamò Re; onde ambedue lieti
e pieni di buona speranza andarono ad imbarcarsi in Marsiglia, e giunti
a Napoli con venti prosperi, la città tutta uscì ad incontrarli nel
Ponte del picciolo Sebeto, 200 passi lontano dalla città, perchè al
Porto di Napoli non si poteano appressare le galee, poichè il Castel
Nuovo, come tutte l'altre castella si teneano dagli Ungari. Discesi
dunque a terra e ricevuti con allegrezza incredibile d'ogni sesso e
d'ogni ordine e d'ogni età, furono condotti sotto il baldacchino in una
casa apparecchiata per loro al Seggio di Montagna. Vennero fra pochi
dì molti Conti e Baroni a visitarla, ed a rallegrarsi del ritorno, e ad
offerirsi di servire a cacciare gli Ungheri. La Regina, ed il Re Luigi
si voltarono a rimunerare, per quanto l'angustia delle facoltà loro
a quel tempo comportava, tutti quelli, che aveano mostrata affezione
al nome loro, con privilegi, titoli, onori e dignità e sovra tutto i
Cavalieri giovani suoi coetanei, come coloro, che speravano più per
amore, che per forza di stipendi far esercito abile a poter cacciare
i nemici del Regno. Ed in questi tempi cominciò ad introdursi fra noi
di darsi a' Baroni il titolo di Duca, perchè prima non era in usanza,
che quello di Conte, ed il titolo di Principe, o di Duca, era de' soli
Reali, ed il primo fu Francesco del Balzo, che dalla Regina Giovanna
I fu fatto Duca d'Andria, ed il secondo fu il Duca di Sessa. Ordinò
ancora Re Luigi una bella Corte, e fece Gran Siniscalco del Regno
Niccolò Acciajoli Fiorentino; e perchè i Popoli del Regno erano in
molte parti oppressi da Corrado Lupo, e da' suoi Ministri Capitani
degli Ungheri, lasciò assediate le Castella di Napoli, e fatta una
buona compagnia di Conti e Baroni ch'erano concorsi a Napoli, e del
fiore della gioventù Napoletana, cavalcò contro il Conte d'Apici, e
quello debellato, passò in Puglia e presa Lucera andò a Barletta. Fu
lungamente con non minor ferocia, che ardire guerreggiato in Puglia, ed
in Terra di Lavoro, e non meno queste province, che l'altre del Regno
si videro ardere d'incendio marziale. Corrado Lupo tosto avvisonne il
Re d'Ungaria, il quale ricevuto l'avviso fu tanto presto, che prima
giunse in Schiavonia, e s'imbarcò per venire in Puglia, che si sapesse
ch'era deliberato di venire; e giunto che fu in Puglia si trovò al
numero di diecemila cavalli, e pedoni quasi infiniti. Si accese per
ciò più fiera ed ostinata la guerra infin che stanchi l'un partito e
l'altro, finalmente diedero apertura a Papa Clemente d'interporre fra
i due Re trattati di pace. Spedì per tanto il Pontefice due Legali,
i quali avendola maneggiata, non poterono allora ottener altro,
che tregua per un anno, onde il Re Lodovico se ne tornò in Ungaria,
lasciando presidio alle Terre, che si teneano con le sue bandiere.
Ma poichè fu in Ungaria, o che fosse destrezza e prudenza del Legato
appostolico, che gli fu sempre appresso; o che fosse, che disegnava
di far guerra coi Veneziani, i quali aveano occupate alcune Terre di
Dalmazia appartenenti al Regno d'Ungaria, concesse in fine la pace
al Re Luigi ed alla Regina Giovanna, rilassando in grazia del Papa
e del Collegio de' Cardinali tutte le sue pretensioni, e liberi i
cinque Reali, ch'erano stati quattro anni carcerati al Castello di
Visgrado. Fu conchiusa questa pace in aprile dell'anno 1351, ed alcuni
aggiungono, che avendo condennato il Papa, come mezzo della pace, il
Re Luigi e la Regina Giovanna a pagare trecentomila fiorini al Re
d'Ungaria per le spese della guerra, egli magnanimamente ricusò di
pigliarli, dicendo, ch'egli non era venuto al Regno per ambizione, nè
per avarizia, ma solamente per vindicare la morte del fratello; nella
quale avendo fatto quanto gli pareva, che convenisse, non cercava
altro, e fu molto lodato e ringraziato dal Papa e dal Collegio.
Usciti da questi affanni Re Luigi e la Regina, mandarono ambasciadori
a ringraziar il Papa ed il Collegio, ed a dimandargli un Legato
appostolico che l'avesse incoronati: il che ottennero agevolmente,
perchè dal Papa fu deputato a ciò il Vescovo Bracarense. Si fece per
tanto in Napoli un gran apparato per la incoronazione, alla quale
fu deputato il dì 25 maggio festa delle Pentecoste; e tutto il Regno
assuefatto a travagli, ad incendj ed a rapine, cominciò a rallegrarsi;
ed oltre i Baroni concorsero in Napoli da tutte le parti infiniti per
vedere una festa tale, la quale parea, che avesse da fare dimenticare
tutte le calamità passate. Nel dì stabilito essendo giunto il Legato
nel luogo dove era l'apparato, con grandissima pompa e solennissime
cerimonie, unse e coronò il Re e la Regina, e fur fatte molte giostre
e molti giuochi d'arme e conviti. Ed appresso, dalla città e da tutto
il Baronaggio fu solennemente giurato omaggio al Re ed alla Regina, i
quali fecero general indulto a tutti quelli, che nelle guerre passate
aveano seguite le parti del Re d'Ungaria; ed il Re Luigi in memoria
di questa Coronazione ordinò, come si disse, la compagnia del _Nodo_,
nella quale si scrissero da 60 Signori e Cavalieri napoletani di
diverse famiglie, ed i più valorosi Campioni di que' tempi.