Celebrate che furono l'esequie dell'inclito Re Roberto, la città
di Napoli fece subito gridar per tutto il nome di _Giovanna_ e
d'_Andrea_; ma si vide in pochi dì, come scrive il Costanzo[175],
quella differenza, ch'è tra il dì e la notte; poichè gli Ungheri, de'
quali era Capo Fra Roberto, per mezzo dell'astuzia di lui, pigliarono
il governo del Regno, cacciando a poco a poco dal Consiglio tutti
i più fidati e prudenti Consiglieri del Re Roberto, per amministrar
ogni cosa a volontà loro; onde la povera Regina, che non avea più di
sedici anni, era rimasta solo in nome Regina, ma in effetto prigioniera
di que' barbari, e quel che più l'affliggeva, era la dappocaggine
del marito; il quale non meno di lei stava soggetto agli Ungheri. La
Regina Sancia vedova del Re Roberto, vedendo in tanta confusione la
Casa Reale, che a tempo del suo marito era stata con tanto ordine,
fastidita del Mondo, andò a rinchiudersi nel Monastero di Santa Croce,
edificato da lei presso al mare, dove appena finito l'anno morì con
fama grandissima di santità. I Reali, che stavano in Napoli, vedendosi
da Fra Roberto privi di tutto quel rispetto che solevano avere dal Re
Roberto, andarono ciascuno alle sue Terre, ed in Napoli si vivea con
grandissimo dispiacere. I Cavalieri napoletani, vedendo il Re Andrea
dato all'ozio, e non esservi menzione alcuna di guerra, andarono ad
offerirsi a Roberto Principe di Taranto, che quell'anno armava per
passare in Grecia: ed accettati con molto onore dal Principe, andarono
a servirlo con tutte le loro compagnie, e diedero esempio a molti
Cavalieri privati del Regno che andassero a quell'impresa; e con questa
milizia felicemente il Principe ricovrò fin alla città di Tessalonica;
ed era salito in gran speranza di ricovrare la città di Costantinopoli,
se dalle turbolenze del Regno, che si diranno, que' Capitani, con
quasi tutta l'altra Cavalleria, non fossero stati richiamati alla
difensione delle cose proprie. Frate Roberto pronosticando da questi
andamenti, che i Reali di Napoli avessero da far ogni sforzo di
precipitarlo dal colmo di quell'autorità, che si avea usurpata,
mandò a sollecitare Lodovico Re d'Ungaria fratello maggiore d'Andrea,
che venisse a pigliarsi la possessione del Regno, come debito a lui
per eredità dell'avolo; ma Antonio Buonfinio Scrittore dell'Istorie
d'Ungaria dice, che Lodovico Re d'Ungaria mandò Ambasciadori al Papa
a proccurare, che mandasse a coronar Andrea suo fratello, e che gli
facesse l'investitura, non come marito della Regina Giovanna, ma come
erede di Carlo Martello suo avolo, e che questi Ambasciadori fecero a
tal'effetto molto tempo residenza nella Corte del Papa, che allora era
in Avignone, perchè vi trovarono gran contrasto; e Giovanni Boccaccio
scrive, che appena poterono ottenere le Bolle dell'incoronazione.
Giovanna intanto era stata già solennemente coronata in Napoli per
mano del Cardinal Americo mandato dal Pontefice Clemente VI, il quale
gl'inviò parimente l'investitura, e fu intitolata _Regina di Sicilia e
di Gerusalemme, Duchessa di Puglia, Principessa di Salerno, di Capua,
di Provenza, e di Forcalqueri, e Contessa di Piemonte_: la quale
all'incontro nella Chiesa di Santa Chiara nel dì ultimo d'agosto di
quest'anno 1344 in mano dello stesso Cardinale gli giurò omaggio, con
promessa del solito censo, siccome si legge nell'investitura rapportata
dal Summonte che l'estrasse dall'Archivio regio, ove si conserva[176].
Il Papa avea mandato il Cardinal Americo non solo per ricever il
giuramento da Giovanna, ma l'avea anche creato Balio della medesima
per la sua minor età: al quale parimente avea data potestà di revocare
tutte le donazioni e concessioni fatte da Roberto, e da Giovanna in
pregiudicio della Chiesa romana e del Regno[177]: ma questo baliato
non ebbe alcun effetto[178], perchè Fra Roberto co' suoi Ungheri
governavano ogni cosa. E sebbene i Pontefici romani avessero sempre
avuta tal pretensione di mandar essi i Balj, non ebbero però mai parte
alcuna nel governo.
Avea inoltre questa Regina, come donna savia mandato a chiamare Carlo
Duca di Durazzo figliuolo primogenito del Principe della Morea, e
datagli Maria sua sorella per moglie, dal qual matrimonio ne nacque un
figliuolo chiamato Luigi, che non avendo compito un mese, se ne morì,
e fu sepolto in Santa Chiara, dove ancora oggi si vede il suo Tumulo.
Ed in quest'anno medesimo Luigi di Durazzo, figliuolo secondogenito
del Principe della Morea e fratello di Carlo, tolse per moglie una
figliuola di Roberto o sia Tommaso Sanseverino, dal qual matrimonio ne
nacque poi _Carlo III_ che fu Re di Napoli[179].
Saputosi intanto in Napoli che il Papa avea spedite le Bolle
dell'incoronazione d'Andrea, e che gli Ambasciadori che le portavano,
erano giunti presso a Gaeta: alcuni Baroni che desideravano impedirla,
stimolati anche da' Reali che vi dissentivano, e sopra tutti da Carlo
Duca di Durazzo, stante ancora la dappocaggine d'Andrea, e l'insolenza
degli Ungheri, diedero la spinta a coloro che aveano congiurato
d'ucciderlo, d'accelerar la sua morte, temendo che scoverti i loro
disegni, non fossero per opera di Fra Roberto pigliati e decapitati,
subito che fosse venuto l'ordine del Papa che Re Andrea fosse coronato.
In fatti essendo andati il Re e la Regina alla città d'Aversa, ed
alloggiati nel castello di quella Città, dove poi fu eretto il convento
di S. Pietro a Majella[180], la sera de' 17 di settembre del 1345
quando stava il Re in camera della moglie, venne uno de' suoi Camerieri
a dirgli da parte di Fra Roberto, ch'erano arrivati avvisi di Napoli
di grande importanza, a' quali si richiedea presta provisione; ed il
Re partito dalla camera della moglie, ch'era divisa per una loggia
dall'appartamento ove si trattavano i negozj, essendo in mezzo di
quella, gli fu gittato un laccio al collo e strangolato, e buttato giù
da una finestra, stando gli Ungheri, perch'era di notte, sepolti nel
sonno e nel vino[181].
La novità di questo fatto fece restare tutta quella città attonita,
massimamente non essendo chi avesse ardire di volere sapere gli autori
di tal omicidio. La Regina ch'era di età di diciotto anni, sbigottita
non sapea che farsi: gli Ungheri aveano perduto l'ardire, e dubitavano
d'essere tagliati a pezzi se perseveravano nel governo: talchè il
corpo del Re morto ridotto nella chiesa, stette alcuni dì senza
essere sepolto: ma Ursillo Minutolo gentiluomo e Canonico Napoletano
si mosse da Napoli, ed a sue spese il fece condurre a seppellire
nell'Arcivescovado di Napoli nella cappella di S. Lodovico, dove
essendo stato sin all'età del Costanzo in sepoltura ignobile, Francesco
Capece abate di quella Cappella, ed emulo della generosità di Ursillo,
gli fece fare un sepolcro di marmo, e trasferita poi dall'Arcivescovo
Annibale di Capua la sagrestia in quella Cappella, fu riposto nel muro
avanti la porta della stessa sagrestia, dove oggi ancor si vede.
La vedova Regina si ridusse subito in Napoli, ed i Napoletani con
que' Baroni, che si trovavano nella città andarono a condolersi della
morte del Re, ed a supplicarla, che volesse ordinare a' Tribunali,
che amministrassero giustizia; poichè Fra Roberto e gli altri Ungheri
abbattuti non aveano ardire di uscire in pubblico. La Regina ristretta
co' più savi e fedeli del Re Roberto suo avolo, perchè si togliesse
il sospetto che susurravasi, d'aver ella avuta anche parte all'infame
assassinamento, commise con consiglio loro al conte Ugo del Balzo, che
avesse da provvedere ed investigare gli autori della morte del Re, con
amplissima autorità di punir severamente quelli, che si fossero trovati
colpevoli. Questi dopo aver fatti morire due Gentiluomini Calabresi
della camera del Re Andrea ne' tormenti, fece pigliare Filippa Catanese
col figlio e la nipote, e dopo avergli tutti e tre fatti tormentare
gli fece tanagliare sopra un carro, e la misera Filippa decrepita morì
avanti, che fosse giunta al luogo, dove avea da decapitarsi[182].
Dall'altra parte, essendo arrivata in Avignone la notizia di tal fatto
al Pontefice Clemente, riputando, che s'appartenesse a lui ed alla
Sede Appostolica la cognizione di questo delitto, cominciò a procedere
anch'egli contro i colpevoli. In prima generalmente gli scomunicò,
interdisse, dichiarò infami, ribelli e proscritti; (Questa prima Bolla
di _Clemente VI_ spedita in Avignone nel primo di febbraio 1346 si
legge presso _Lunig_[183]), ma per la lontananza del luogo riuscendo
inutili tutte l'inquisizioni per liquidar le persone, diede con sua
Bolla, spedita in Avignone nel 1346 quinto anno del suo pontificato,
commessione a Bertrando del Balzo G. Giustiziere del Regno, Conte di
Montescaglioso e d'Andria, con amplissima facoltà di procedere contro
i colpevoli; ed in questa Bolla, ch'estratta dal regal Archivio vien
rapportata da Camillo Tutini[184], si leggono fra l'altre queste
parole: _Nos nolentes, sicut nec velle debemus, tam horribile et
detestabile, ac Deo, et hominibus odiosum facinus, cuius cognitio
prima ad nos, et Romanam Ecclesiam in hoc casu pertinere dignoscitur,
relinquere impunitum etc._[185] Ed avendo con permissione anche
della Regina, fatta diligente inquisizione, trovò colpevoli, come
complici, cospiratori ed autori del delitto, Gasso di Dinissiaco Conte
di Terlizzi, Roberto di Cabano Conte di Evoli e gran Siniscalco del
Regno, Raimondo di Catania, Niccolò di Miliezano, Sancia di Cabano
Contessa di Morcone, Carlo Artus e Bertrando suo figliuolo, Corrado
di Catanzaro, e Corrado Umfredo da Montefuscolo. E poichè alcuni di
essi dimoravano nel Regno, la di cui presura era difficile, e per la
protezione che vantavano de' Reali, e perchè s'erano afforzati nelle
loro Terre; il Conte Bertrando ebbe ricorso alla Regina, perchè con suo
general editto si comandasse all'Imperadrice di Costantinopoli, ed a
Lodovico di Taranto suo figliuolo, che sotto fedele e sicura custodia
gli trasmettesse Carlo, Bertrando e Corrado d'Umfredo; e similmente
comandasse al Principe di Taranto, al Duca di Durazzo e loro fratelli,
a tutti i Conti e Baroni, e spezialmente a' cittadini napoletani, che
nel caso dall'Imperadrice suddetta non si fossero quelli trasmessi,
che detti Regali e Conti, e tutti gli altri con tutte le loro
forze si conferissero nelle Terre e luoghi ove coloro fossero, per
imprigionargli, offerendo anche egli di andarvi in persona, affinchè
di essi si prendesse la debita vendetta; e di vantaggio, che scrivesse
a' Vescovi, Vicari e loro Ufficiali, che con effetto mandassero in
esecuzione gl'interdetti e le scomuniche fulminate dal Papa contro di
loro, con dichiarare le terre ove dimoravano interdette, i loro fautori
e ricettatori scomunicati, e che gl'interdetti suddetti tenacemente
si osservassero ed ubbidissero. La Regina a tenor di queste dimande
a' 7 ottobre di quest'anno 1346 fulminò un severo editto, che fu
istromentato per mano di Adenolfo Cumano di Napoli Viceprotonotario
del Regno, di cui mandò più autentici esemplari per tutte le città e
province del Regno, ed in Napoli gli fece affiggere ne' portici del
Castel Nuovo e della G. C. perchè a tutti fosse noto e palese. L'editto
è parimente rapportato dal Tutini, dentro di cui si vede anche inserita
la riferita Bolla di Clemente.
Mandò ancora la Regina, perchè di lei si togliesse affatto ogni
sospetto, il Vescovo di Tropea in Ungaria al Re Lodovico suo cognato
a pregarlo, che volesse avere in protezione lei vedova, ed un picciolo
figliuolo, che l'era nato dal re Andrea suo marito, di cui nel riferito
editto fassi anche memoria, chiamato Caroberto Duca di Calabria[186].
Ma questa missione riuscì infruttuosa alla regina Giovanna; poichè re
Lodovico persuaso già, che ella fosse consapevole e partecipe della
morte d'Andrea, gli rispose, secondo che rapporta Antonio Buonfinio
con una epistola di questo tenore: _Impetrata fides praeterita,
ambitiosa continuatio potestatis Regiae, neglecta vindicta et excusatio
subsequuta, te viri tui necis arguunt consciam, et fuisse participem.
Neminem tamen Divini, humanive judicii poenas nefario sceleri debitas
evasurum_.