LIBRO VENTESIMOSECONDO

Morto re Carlo II nacque subito quella famosa quistione tra il zio

ed il nipote sopra la successione del Regno; poichè dall'una parte

il giovanetto Re d'Ungheria mandò Ambasciadori a Papa Clemente a

dimandar l'investitura, non già come nipote, secondo l'error di

Tiraquello[1], ma come figliuolo di Carlo Martello primogenito del

Re Carlo II. Dall'altra parte Roberto Duca di Calabria, ch'era allora

col Papa in Avignone, diceva, che l'investitura doveasi a lui, come a

figlio, e più prossimo in grado al Re morto. Fu con molte discussioni

avute innanzi al Collegio de' Cardinali esaminato il punto: nel che

importò molto al Duca di Calabria l'opera di Bartolommeo di Capua

Dottore eccellentissimo, ed uomo, che per aver tenuto il primo luogo

molt'anni nel Consiglio di Re Carlo, era divenuto per molta isperienza

prudentissimo in pratiche di Stato. Costui trattò con molto valore

la difesa del Duca, e tra le opere di Luca di Penna, e di Matteo

d'Afflitto[2] leggiamo le sue allegazioni ch'egli compose per questa

causa. Scrisse ancora per Roberto, _Niccolò Ruffolo_ valente Dottore

di que' tempi, le cui allegazioni leggiamo impresse ne' volumi di Luca

di Penna. E Gio. Vincenzo Ciarlanti[3] vuole, che Roberto avesse seco

condotto ad Avignone anche _Andrea d'Isernia_ pur famoso Giureconsulto,

perchè insieme col Capua prendesse la sua difesa. Chi sostenesse le

parti di _Caroberto_ non abbiam memoria; e se dobbiamo prestar fede

a ciò, che di questa contesa ne scrisse Baldo Perugino[4], non fu

egli presso il Papa difeso, come ad una cotal difficile ed intrigata

quistione si conveniva.

Ma ciò che sopra ogni altro rese al giudicio del Mondo, ed agli

Scrittori giusta e prudente la decisione del Pontefice Clemente V

a favor di Roberto, fu che Bartolommeo di Capua trattò questa causa

non semplicemente da Dottore, ma dimostrò al Papa ed a' Cardinali,

che oltre a quella ragione, che davano le leggi al Duca di Calabria,

era necessario per l'utilità pubblica d'Italia, e del nome cristiano,

che il Regno dovesse darsi a Roberto Signor savio ed espertissimo in

pace ed in guerra, riputato un altro Salomone dell'età sua; e non più

tosto al giovanetto Re, il quale senza conoscimento alcuno delle cose

d'Italia nato, ed allevato in Ungheria, fra' costumi del tutto alieni

dagl'Italiani, essendo costretto di governare il Regno per mezzo di

Ministri e Baroni ungari, a niun modo avria potuto mantenerlo in pace,

parendo ancora cosa non meno impossibile, che inconveniente, che il

Duca di Calabria, il Principe di Taranto, ed il Principe d'Acaja zii

del Re, e Signori nel Regno tanto potenti, avessero a star soggetti a'

Baroni Ungari[5]; onde dopo molte discussioni, al fine fu sentenziato

in favor di Roberto, ed al primo d'Agosto di quest'anno 1309 fu

dichiarato in pubblico Concistoro Re di Sicilia ed erede degli altri

Stati del Re Carlo suo padre; ed a' 26 del detto mese fu da Roberto

in mano del Pontefice dato il giuramento di fedeltà e ligio omaggio,

e ricevè dal medesimo l'investitura[6] non meno di questo regno di

Puglia, che di quello di Sicilia[7]; poichè i Pontefici romani, avendo

per intrusi i Re Aragonesi, che possedevano la Sicilia senza ricercarne

da essi investitura, per non pregiudicare le loro ragioni, investivano

gli Angioini, così dell'uno, come dell'altro, secondo l'antico stile

ed usitate formole. Questa investitura, oltre essere stata raccolta

dal Chioccarelli nel primo tomo de' M. S. giurisdizionali, si legge

tra le Scritture del regale Archivio[8], ove fra i soliti patti e

convenzioni, Roberto s'obbliga pagar ogni anno alla S. Sede nel dì di

S. Pietro ottomila once d'oro per censo, in recognizione del Feudo:

replicandosi ancora ciò, che nell'altre investiture era stabilito,

che la città di Benevento restasse esclusa, e come fuori del Regno

rimanesse per sempre in dominio utile e diretto della Chiesa romana.

Così agli 8 di settembre nella città d'Avignone fu Roberto con tutte

le solite cerimonie e con ogni pompa e celebrità incoronato Re[9]; ed

il Papa a maggior dimostrazione di benevolenza, gli donò per autentica

Bolla sottoscritta da tutto il Collegio, una gran somma di denari, che

fu creduto passar trecentomila once d'oro, che dal Re Carlo suo padre

e suo Avo, si doveano alla Chiesa romana per le spese fatte da Papa

Bonifacio VIII, e suoi predecessori, nella spedizione di Sicilia[10].

Essendo tutte queste cose trattate in Avignone nel Ponteficato di

Clemente V, è gran meraviglia, come dai nostri Professori si creda

Autore di tal sentenza il Pontefice Bonifacio VIII, che più anni prima

era stato fatto prigioniere in Anagni da' Colonnesi, e morto in Roma

per dolor d'animo. Nel che non è condonabile l'error di Tiraquello,

e di alcuni altri[11], che contro ciò che si legge in tutti i più

gravi Storici[12], scrissero, che Bonifacio avesse sentenziato a

favor di Roberto, ingannato forse da ciò che si legge ne' Commentari

di Baldo[13], i quali secondo le edizioni vulgate, contenendo molte

scorrezioni, sono stati cagione a lui ed agli altri di simili errori.

Fu tal sentenza commendata da Bartolo[14], e quel ch'è più da Cino

da Pistoia[15], quel severissimo censore de' Pontefici e della Corte

romana; e quantunque Baldo[16] una volta la riprovasse, dicendo che in

ciò il Papa _fuit magis partialis, quam talis qualis esse debuerat_:

nulladimanco esaminando altrove[17] la questione, e trovatala piena di

difficoltà, e non così facile a determinare, tanto che fu costretto di

dire, _solvat Apollo_, soggiunge, che avendo così determinato la Sede

appostolica, _esset ridiculum, et quasi haereticum disputare, quia

injuriam facit judicio Reverendissimae Synodi_, delle quali parole si

valse anche il nostro Matteo d'Afflitto.

Fu ella poi, come rapporta anche Bzovio[18], confermata da Benedetto

XII, il quale avendo per mezzo de' suoi Legati ricevuto il giuramento

di fedeltà e ligio omaggio da Roberto, gli confermò il Regno e ne lo

investì con le medesime condizioni, che erano nell'investitura del

Re Carlo I suo Avo[19]. Nè sono mancati Giureconsulti gravissimi,

che l'han sostenuta con ragioni e con esempli, come Cujacio[20],

Ottomano[21], Morisco, Mariana[22], Arniseo[23] e tanti altri. Quindi

avvenne, che Roberto per mostrare che egli, perchè nato prima e come

più prossimo in grado di Caroberto, dovea godere, ad esclusione di

costui, della primogenitura, s'intitolava: _Robertus primogenitus,_

etc. come assai a proposito avvertì anche Gio. Antonio de Nigris[24]

ne' suoi Commentarj.

Roberto adunque, favorito in tanti modi da Papa Clemente partì da

Provenza per Italia, e quivi per mostrarsi grato al Pontefice, cavalcò

per tutte le città, favoreggiando i Guelfi, e dichiarando, ch'egli

sarebbe stato inimico a tutti coloro che cercassero d'infestare lo

Stato ecclesiastico ed i partegiani suoi.

Giunse finalmente in Napoli, dove con pompa reale e con testimonio

universale di gran contento il riceverono; poichè non solo ciascuna

provincia del Regno, ma ogni Terra di qualche nome gli mandò Sindici

a visitarlo e ad ossequiarlo: ed egli per mostrarsi meritevole del

giudizio del Papa e della benivolenza de' Popoli, cavalcò per tutto

il Regno riconoscendo i trattamenti de' Baroni e degli Ufficiali

co' sudditi, con accarezzare quelli che si portavano bene; e per

contrario riprese gl'ingiusti e tiranni, ordinando, che dovessero

inviolabilmente osservare le leggi ed i Capitoli del Regno, che suo

avo e padre aveano stabiliti. Tornato a Napoli, creò Duca di Calabria

Carlo suo unigenito, ed onorò molti gran Baroni del titolo di Conte; e

calcando le vestigia de' suoi maggiori, cominciò a far vie più bella e

magnifica la città, non avendo ancor cagione alcuna di guerra. Diede

in quest'anno 1310 principio al monastero di S. Chiara, luogo per

Monache in ampio numero di quell'Ordine, con un separato Convento per

molti Religiosi Conventuali, e piacquegli dichiarare questa magnifica

chiesa, che fosse sua Cappella regia[25]. Fabbrica, che in magnificenza

e grandezza non cede a niun altro edificio moderno d'Italia: ed è

fama, che dal dì primo del suo Regno destinò tremila ducati il mese da

spendersi, mentre e' vivea, prima in edificare la chiesa, e' Conventi,

e poscia in comprare possessioni, de' cui frutti potessero vivere le

Monache e' Frati. E vi è chi scrisse[26], che Roberto per ammenda della

morte proccurata a Carlo Martello suo fratello, affin di succedere

al Regno, avesse usata tanta profusione in opera così pietosa; quasi

che bastasse a cancellare tanta scelleraggine (se fosse vero il

sospetto, che s'ebbe di lui) un tal edificio; e come se agli uomini

per purgare i loro misfatti, bastasse il fabbricar chiese e monasterj,

ed arricchirgli d'ampie rendite e possessioni. Scipione Ammirato[27]

ne' suoi Ritratti narra, essere stato ricevuto di mano in mano dalle

memorie degli antichi in Napoli, che avendo Roberto condotta a fine la

fabbrica di questa Chiesa, domandò al Duca di Calabria suo figliuolo

quel che gliene paresse: a cui il Duca non per irreverenza, ma per non

adular il padre, liberamente rispose, che gli parea, che fosse fatta

a somiglianza d'una stalla. E ciò disse, perchè non avendo la chiesa

ale, le piccole cappelle, che intorno son poste di mala grazia, che non

continuano infino al tetto, rendono somiglianza di mangiatoje. Ma il

Re, o come è natura di ciascuno, che senta con mal grado chi biasima le

sue cose, o pur da divino spirito commosso: _Piaccia a Dio_, gli disse,

_o Figliuolo, che voi non siate il primo a mangiare in questa Stalla_.

E non è dubbio alcuno, il primo del Sangue Reale, che si seppellisse in

S. Chiara, essere stato il Duca Carlo.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 6 · 第 3 / 64 题